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2 agosto 2012 - 14 Av
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Elia
Richetti,
presidente dell'Assemblea rabbinica italiana
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Chi
è a contatto con ambienti di dialogo interreligioso sa che molto spesso
anche persone sinceramente vicine ed amiche non possono fare a meno di
esprimere un certo stupore in merito al nostro atteggiamento relativo
alle mitzwòth. L’attaccamento ad esse, benché rispettato ed ammirato,
attira comunque il retropensiero che noi si sia troppo formalisti. A
volte, a pensarlo sono anche alcuni ebrei non di stretta osservanza,
ritengono l’osservanza delle mitzwòth qualcosa di troppo rigidamente
formale, privo di afflato spirituale. Come sappiamo, la Torà contiene
tre tipi di mitzwòth: “chuqqìm”, “mishpatìm” e “toròth”. Le prime sono
quelle mitzwòth che sembrano non avere alcuna logica spiegazione; le
seconde sono quelle che un comune senso di etica civile e sociale, o un
comune senso di giustizia, ci fanno agevolmente accettare, al punto che
anche se non fossero scritte nella Torà le eseguiremmo comunque; le
terze sono quegli insegnamenti (tale è il significato letterale del
termine) ai quali non avremmo pensato se la Torà non ce li avesse
indicati, ma dal momento che essi sono stati dati fanno parte di una
comune logica, accettabile da chiunque. È dunque da queste che si può
comprendere che, se esse sono giuste e vere, il fatto che ad esse siano
associate anche quelle che definiamo “chuqqìm” e “mishpatìm” ci indica
che anche “chuqqìm” e “mishpatìm” partecipano dello stesso crisma di
verità e di profondità. Quando la Parashà ci dice che osservando come
viviamo il nostro rapporto con i “chuqqìm” ed i “mishpatìm” (se noi lo
viviamo in maniera corretta) le genti dovranno riconoscere che siamo un
popolo grande e speciale, un popolo con un fortissimo legame con
Ha-Qadòsh Barùkh Hu’, intende dire proprio questo: soltanto se noi
abbiamo un corretto atteggiamento verso tutte le mitzwòth della Torà la
gente capisce che il nostro non è formalismo, bensì l’adesione ad un
sistema di vita di infinito valore etico, che è espresso da tutti i
tipi di mitzwòth; ed anzi, se nella nostra vita viene a mancare un tipo
di mitzwòth, la nostra sussistenza diventa incomprensibile.
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Sergio
Della Pergola,
Università Ebraica
di Gerusalemme
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Il
settimanale The Economist ha dedicato questa settimana un inserto di
dodici pagine al tema Judaism and the Jews – l'ebraismo e gli ebrei –
con l'ottimista sottotitolo Alive and Well – vivi e vegeti. Il Foglio
di sabato scorso ha contestato il dossier, con un anonimo editoriale
"Ecco quel che l'Economist ignora sulla 'teocrazia israeliana'".Non
sono piaciute soprattutto le critiche a determinati aspetti della
politica del governo d'Israele e ai conflitti di identità (peraltro
reali) che ne costituiscono il sottofondo. Il sito Informazione
Corretta ha invece pubblicato un vistoso quadrato rosso con la dicitura
"I never read The Economist" – io non leggo mai l'Economist. Io credo
che di tutto si possa discutere criticamente e che sia anzi utile
offrire fatti diversi e interpretazioni alternative a quelle che ci
vengono somministrate dai principali organi di informazione. Ma credo
anche che prima di controbattere si debba sempre leggere e ascoltare.
Quando poi un canale influente come The Economist – che sicuramente è
di solito ostile alla politica di Israele e a chi con essa si
identifica – ritiene l'ebraismo e gli ebrei "vivi e vegeti", questo,
una tantum, non è vilipendio. Anzi, il dossier dell'Economist – che
offre una visione globale dei temi – potrebbe anche servire come base
per un dibattito tra i lettori italiani sull'ebraismo oggi.
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Collegio rabbinico italiano - Un anno per lo studio, con lo sguardo al nuovo Daf Yomi
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Con
il 9 di Av si è ufficialmente concluso l’anno accademico del Collegio
rabbinico italiano, come in tutte le yeshivot del mondo (salvo forse
quelle dell’emisfero sud, per evidenti motivi geografici). I corsi si
erano in realtà chiusi a metà giugno, per lasciare tempo per il ripasso
in vista degli esami di fine giugno e luglio. Le diverse classi hanno
sostenuto gli esami annuali davanti alle commissioni formate dal
direttore, rav Riccardo Di Segni, dai docenti del Collegio e dai
rappresentanti della Consulta rabbinica, i rabbini Adolfo Locci,
Alberto Somekh e Alfonso Arbib, che a turno sono venuti a Roma. Fra gli
esaminati, da segnalare venticinque alunni di età liceale (gli altri
hanno svolto esami interni), sei alunni del Corso medio che si stanno
preparando per il titolo di maskil, due del Corso superiore (altri due
alunni sosterranno l’esame nella sessione autunnale), e cinque allieve
del Corso di Bagrut. Nell’ambito del Corso di Bagrut, siamo
lieti di annunciare che il 10 luglio l’allieva Micol Nahon Moscati ha
brillantemente superato gli esami finali del corso. Micol, cui vanno le
nostre migliori congratulazioni, è la prima allieva che consegue il
titolo di questo corso di recente istituzione, parallelo a quello di
maskil (con l’esclusione delle materie concernenti l’ufficiatura delle
preghiere e simili), e speriamo che molte altre la seguiranno. Il Corso
di Bagrut è destinato alle allieve interessate a divenire insegnanti di
materie ebraiche nelle scuole o a ricoprire altri ruoli qualificati in
campo culturale ebraico. Fra le attività organizzate dal Collegio
rabbinico nell’ultimo anno ricordiamo in particolare: il corso
intensivo di cinque giorni su pensiero ebraico tenuto da rav Michel
Monheit di Strasburgo; il Seminario nazionale di due giorni organizzato
insieme all’Assemblea rabbinica italiana con i rabbanim dell’Istituto
Eretz Hemdah di Gerusalemme su problemi halakhici riguardanti il
matrimonio; il convegno sulla shechitah e la sofferenza degli animali,
organizzato insieme alla Rassegna Mensile di Israel e l’Associazione di
cultura ebraica Hans Jonas; il convegno organizzato insieme al Centro
di cultura della Comunità ebraica di Roma e Fondazione Museo della
Shoah in memoria di rav David Prato, rabbino capo di Roma e Direttore
del CRI, a sessant’anni dalla sua scomparsa (questi ultimi due convegni
si sono svolti presso il Centro Bibliografico Tullia Zevi, che
ringraziamo per la collaborazione logistica); il Limmud presso il Beth
ha-keneset Beth Shalom in memoria del Morè Moshè Sed,docente del CRI
per moltissimi anni, con la partecipazione di Rav Riccardo Di Segni e
di altri docenti del CRI, allievi del Morè Moshè; la partecipazione
allo Yom Ha-Torah nazionale, con diverse lezioni fra cui quella di Rav
Stenberger di Yerushalaim. A Gerusalemme si è appena concluso un
seminario di due settimane, dal 15 al 29 luglio, presso la Yeshivat
Hakotel, per il quarto anno consecutivo. Quest’anno hanno partecipato
16 allievi, grazie anche alla collaborazione del Beth Shalom. Le
lezioni sono state tenute, oltre che da insegnanti della Yeshivat
Hakotel, da rabbini e maskilim di lingua italiana, come Michele Ajò,
Ariel Di Segni, Igal Levi e Hillel Sermoneta. Il docente principale,
nonché coordinatore del gruppo, è stato Rav Umberto Piperno, il cui
grande entusiasmo creativo ha dato un’impronta speciale al seminario di
quest’anno. Ci sono state anche diverse attività ricreative e
culturali, sia a Gerusalemme sia in altri luoghi, come Benè Beraq e Tel
Aviv, Tiberiade e Tzefat e il kibbutz Sde Eliahu. Per il digiuno del 9
di Av, gli allievi del Collegio hanno avuto modo di partecipare
all’esperienza indimenticabile della tefillà al Kotel, dove da alcuni
anni, in mezzo alle diverse migliaia di persone che in questo giorno
affluiscono al Kotel, si tiene un minian dei frequentatori del Tempio
italiano di Gerusalemme. Il gruppo è talmente fuori del comune, per le
musiche delle elegie abbastanza diverse da quelle ashkenazite e
orientali, che spesso è ripreso dalla televisione israeliana. Infine, si è molto parlato in questi giorni del Daf Yomi
e del Siyum ha-Shas, la conclusione dello studio giornaliero di tutto
il Talmud nell’arco di 7 anni e mezzo circa. Anche il Collegio
rabbinico, in collaborazione con il DEC, parteciperà all’inizio del
nuovo ciclo. Al Campeggio per famiglie del DEC, che si svolgerà dal 13
al 26 agosto a Lavarone, nel Trentino, si terrà un corso giornaliero di
Talmud: in contemporanea con tutto il mondo, studieremo il primo
trattato, Berakhot, utilizzando la splendida, nuovissima edizione
multicolor curata da Rav Steinsaltz: un vero piacere studiarci sopra.
Gianfranco Di Segni, coordinatore del Collegio rabbinico italiano
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Londra 2012 - Una giornata per lo sport israeliano |
Medaglie
non ne sono arrivate (almeno per ora), ma la sesta giornata dei Giochi
olimpici di Londra in Israele verrà ricordata per parecchio tempo. Non
capita infatti spesso alla squadra con la stella di Davide di
qualificare un suo nuotatore a una finale (è la seconda volta nella
storia delle competizioni a Cinque Cerchi) e di mandare a casa, grazie
alle sue racchette, la blasonata coppia svizzera Roger Federer e
Stanislas Wawrinka, oro a Pechino 2008. Se a questo si aggiunge
l’ottima performance della velista Lee Korzits, che dopo quattro prove
è seconda a soli sette punti dalla spagnola Marina Alabau Neira si
capisce davvero come quello di ieri sia stato davvero un mercoledì da
leoni. E se è vero che la strada verso le medaglie è ancora lunga,
sognare è lecito: d’altronde fu proprio un surfer, Gal Fridman, a
consegnare a Israele il suo unico oro olimpico ai Giochi di Atene 2004.
Ma
nell’attesa di vedere in che parte della classifica veleggerà la
Korzits all’ultima prova in programma per il 7 agosto, gli israeliani
potranno rimanere incollati allo schermo già stasera a tifare per il
ventenne Yakov Toumarkin, che ieri ha strabiliato tutti centrando non
soltanto la semifinale dei duecento metri dorso, il suo obiettivo
dichiarato prima di partire per Londra, ma raggiungendo addirittura la
finale. Toumarkin era già stato protagonista agli Europei di maggio,
conquistando due medaglie di bronzo. Stasera nuoterà in ottava corsia e
sarà dura ripetere i fasti di quelle notti primaverili. Eppure Yakov è
pronto a provarci “Devo restare concentrato. Non ho niente da perdere e
potrei riuscire a migliorarmi di qualche decimo di secondo”. Ha mancato
la finale dei 200 metri misti per un soffio invece l’altro atleta
israeliano in gara, Gal Nevo, piazzandosi al decimo posto. Un segnale
comunque della grande crescita del movimento negli ultimi anni.
A
completare la grande giornata di sport l’impresa di Andy Ram e Yoni
Erlich nel tennis, che avanzano ai quarti di finale dopo aver sconfitto
la mitica coppia Roger Federer e Stanislas Wawrinka. Gli israeliani
hanno perso malamente il primo set 6-1, ma sono riusciti a conquistare
il secondo 7-5 dopo 40 minuti di gioco tiratissimo, mandando in
confusione gli svizzeri e aggiudicandosi di conseguenza la terza
frazione. Al prossimo turno dovranno vedersela con gliamericani
Bryan e Bryan. Se riuscissero ad accedere alla semifinale, la
parola medaglia non sarebbe più un taboo. Rossella Tercatin twitter @rtercatinmoked
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Horcynus Festival 2012 - Memorie del futuro in mostra |
In
corso in questi giorni nelle terre intorno allo Stretto di Messina,
l'Horcynus Festival dedicato alle arti performative del Mediterraneo.
L’edizione 2012 ha come paese ospite Israele e come tema Memorie e
futuro: tra fili di continuità e rivoluzione.
La
Torre degli inglesi è una poderosa struttura costruita in epoche
diverse (dalla Magna Grecia al XIX secolo), uno strato sopra l’altro,
proprio su quell’estremo lembo di Sicilia slanciata nel mare, dove
Omero aveva immaginato la dimora di Cariddi, il mostro che contendeva a
Scilla (in agguato su un dirupo dall’altra parte dello Stretto di
Messina) la vita degli intrepidi naviganti che osavano affrontare
quelle acque. Oggi la Torre degli inglesi è sede dell’Horcynus
Festival, l’evento promosso ogni estate dalla Fondazione Horcynus Orca
(il nome è tratto dal titolo del noto romanzo di Stefano d’Arrigo,
ambientato proprio su quella costa), che accoglie ogni volta un diverso
“paese ospite” fra quelli affacciati sul bacino del Mediterraneo: non
uno ma tanti mari che, da una decina d’anni a questa parte, la
Fondazione Horcynus Orca prova a raccontare attraverso mostre d’arte,
festival, seminari su società, ambienti economie, ed eventi culturali
che ogni volta prendono in considerazione un diverso angolo visuale di
questa complicata, affascinante e talvolta drammatica realtà.
Quest’anno l’ospite d’onore è Israele, per la prima volta all’Horcynus
e nell’intera Sicilia protagonista dell’evento intitolato Le memorie
del Futuro che, nel corso di una settimana, dal 30 luglio al 5 agosto,
prevede incontri, conferenze e letture, proiezioni di film, di video
arte, concerti e seminari per studenti italiani e israeliani, e una
grande mostra personale dedicata a Tsibi Geva, uno dei maestri più noti
e importanti dell’arte israeliana oggi nel mondo. In attesa dell’ampia
antologia che gli verrà dedicata l’anno prossimo dal Museo d’Arte
contemporanea di Goslar (Germania) e di Washington, Dc (USA), Tsibi
Geva ha concepito per la Fondazione Horcynus un progetto speciale, site
specific: L’uccello dentro sta posato fuori. Si tratta di
un’installazione, composta da una cinquantina di dipinti su tela e su
vetro, che si affollano in ordine sparso sulle pareti delle sale del
Cinquecento, la parte più antica e misteriosa della Torre. Entrandovi,
il visitatore avrà l’impressione di essere penetrato in un bosco pieno
di uccelli, tutti diversi ma tutti ugualmente emblematici. Opere non
certo realiste, piuttosto espressioniste (lo stile di Tsibi Geva
potrebbe essere accostato a quello dei neo-espressionisti tedeschi
emersi in Europa negli anni Ottanta), che in macchie, punte acuminate e
strati densi di colore rugginoso, oscuro e opaco, tentano un inventario
puramente immaginario e poetico, talora drammatico, delle creature
alate di quella terra (Ha-areetz) che per Tsibi Geva è il luogo
dell’io, delle memorie e delle inquietudini, dell’identità personale e
collettiva del popolo ebraico; ma che è anche il posto di una natura
ritrovata e sempre da riscoprire, che vive nella relazione con lo
sguardo e con il desiderio dell’artista di riconoscersi in essa e di
avere un luogo vivente e vitale. La mostra di Geva resterà aperta fino
al mese di ottobre mentre gli altri appuntamenti culturali sono tutti
concentrati nella settimana del festival: fra gli altri si segnala la
presenza, per la prima volta in Italia, di Ruth Calderon, fondatrice e
direttrice dell’Alma College di Tel Aviv dedicato alla lettura e
all’interpretazione dei testi sacri della tradizione ebraica rivolta
però a un pubblico laico, interessato e ritrovare storie, parole e
significati all’origine della propria cultura e della propria identità.
A Messina, Ruth Calderon proporrà tre letture intitolate “Leggendo il
Talmud a piedi scalzi. Letture contemporanee di testi classici
ebraici”, una delle quali è dedicata al modernissimo personaggio di
Libertina.
Martina Corgnati, Accademia Albertina, Torino, Pagine Ebraiche, agosto 2012
Un Festival per incontrarsi sulle sponde del Mediterraneo
L’Horcynus
Festival (Messina, 29 luglio- 5 agosto 2012) arriva al traguardo della
decima edizione. Per la prima volta dal 2002 (anno della prima
edizione) il Festival delle arti performative del Mediterraneo avrà una
sezione dedicata alla formazione e all’incontro di giovani studenti
provenienti da varie Accademie e Università italiane e straniere.
L’innovatività di questa formula risiede nel nuovo orientamento
dell’Horcynus Festival che dopo tanti anni di ricerca sulle estetiche
del Mediterraneo vuole cominciare a costruire una ricaduta educativa
sui territori attraverso lo strumento del Patto educativo che la
Fondazione Horcynus Orca (insieme a Ecos.Med e la Fondazione di
Comunità di Messina) sta promuovendo nell’Area dello Stretto. L’idea
che sta alla base della proposta di Patto educativo è quella di
promuovere la condivisione e la circolazione delle esperienze in campo
educativo, pedagogico, socioculturale e ambientale per costruire “spazi
educativi diffusi”. La Fondazione Horcynus Orca da oltre cinque anni
promuove percorsi internazionali di ricerca sulle estetiche del
Mediterraneo (arti visive, cinema, letteratura, ecc.), che più di ogni
altra forma del sapere umano hanno la capacità di anticipare bisogni,
desideri e visioni dei popoli e sulle economie sociali e solidali, da
sviluppare nell’ambito dei contemporanei paradigmi dello sviluppo
umano. L’obiettivo è stato ed è quello di creare spazi permanenti di
incontro dove ripensare relazioni ed economie in questo Mediterraneo
così drammaticamente diseguale. Si vuole così dare vita a un pensiero
che si alimenti e promuova eguaglianza, coesione sociale ed espansione
delle libertà delle persone. Ogni anno tali percorsi di ricerca si
incontrano e si intrecciano all’interno dell’Horcynus Festival.
L’edizione 2012 ha come paese ospite Israele e come tema Le memorie del
Futuro. L’Horcynus Festival non è solo, quindi, uno spazio di alto
profilo dedicato alle arti cinematografiche del Mediterraneo e al
dialogo tra queste e le arti visive, letterarie e performative. Come
ogni anno, infatti, si cerca di tenere insieme la dimensione di ricerca
e di cooperazione internazionale con le esperienze più avanzate
promosse dal Distretto sociale evoluto di Messina, cui appartiene la
Fondazione Horcynus Orca. Per quanto riguarda le arti cinematografiche
e performative, come ogni anno il festival è organizzato in sezioni: •
Arcipelaghi della visione (a cura di Franco Jannuzzi) che guarda,
attraverso rassegne tematiche, alle cinematografie italiane ed europee.
• Punteggiature di arte Contemporanea (a cura di Martina Corgnati), che
da anni studia e documenta l’arte contemporanea di matrice mediterranea
• MigrAzioni tra terre e mare (a cura di Massimo Barilla), che esplora,
attraverso il teatro contemporaneo, i temi dell’impegno civile e la
nuova drammaturgia. • Musica nomade (a cura di Giacomo Farina), che
riscopre le identità musicali del Mediterraneo attraverso un viaggio
trasversale tra le sonorità dei popoli.
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La parola Shoah
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Le
cose non vanno bene. L'antisemimo fluisce silenzioso e abbondante.
Eppure non mi metto in coda a quelli che dicono che la Shoah sta
continuando. E' un'affernazione sia blasfema che bigotta: blasfema
verso le vittime della Shoah la cui sottovita quotidiana viene evocata
per essere usata come una spada; e bigotta perché si avvale della
parola Shoah e del suo immane sacrario per chiudere la bocca a chi non
è d'accordo a regolare i sacri conti con tutto il Golfo Persico. Il
fatto è che la Shoah non è un monumento liofilizzato da iniettare nelle
vene del mondo. La sua memoria è una dolorosa traslazione spirituale.
La memoria della Shoah è un atto arduo della volontà spirituale. La
memoria della Shoah rende vivente quello che materialmente non è più
davanti a noi, lo evoca, e se possibile lo eleva, gli restituisce il
suo significato andato via con quel fumo. Torna a far vedere il suono
ritmico dei pensieri di chi c'era e fu costretto a smettere di pensare.
Fa essere vivi quelli di allora e quelli di adesso. La parola Shoah.
Il
Tizio della Sera
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Gerusalemme |
Che
sia stata una gaffe o un preciso calcolo politico poco importa, Mitt
Romney ha ragione: Gerusalemme è la capitale d’Israele. Non si capisce
infatti l’ostinazione di chi continua a negare l’evidenza ; come se
fosse il riconoscimento esterno a determinare la scelta della capitale
da parte di uno Stato sovrano. Come se si potesse ridurre il legame tra
il popolo ebraico e Gerusalemme a una mera questione giuridica. Perché
Gerusalemme appartiene agli ebrei da sempre, perché come dice Elie
Wiesel quando un ebreo visita per la prima volta Gerusalemme non è mai
la prima volta, ma sempre un ritorno. Ed è questa la ragione per cui
deve rimanere la capitale dello Stato ebraico, per far sì che non
rappresenti più il simbolo di angoscia e amarezza, ma quello invece
della fiducia e della speranza.
Daniel
Funaro, studente - twitter @danielfunaro
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notizieflash |
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rassegna
stampa |
Ashton: "Bene l'accordo doganale fra Israele e Palestina"
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Catherine Ashton, alto rappresentante della politica estera della Ue, accoglie con molto favore la firma di un accordo tra il ministro delle Finanze israeliano Yuval Steinitz e il primo ministro palestinese Salam Fayyad per
migliorare le regole commerciali e gli accordi sulle tassazioni tra
Israele e Palestina. "E' un importante passo per la promozione
dello sviluppo economico palestinese e per migliorare le relazioni tra
l'autorità palestinese e Israele", commenta la Ashton. Il reddito da
dazi e tariffe doganali rappresenta l'entrata maggiore per il bilancio
palestinese, oltre agli aiuti internazionali. La Ue è ancora il
maggiore donatore.
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L'Unione
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incoraggiano la conoscenza e il confronto delle realtà ebraiche. Gli
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