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3 agosto 2012 - 15 Av 5772
l'Unione informa
ucei 
moked è il portale dell'ebraismo italiano
alef/tav


Riccardo
Di Segni,
rabbino capo
di Roma
 

Un'importante firma su un grande quotidiano oggi, a proposito  della circoncisione rituale, ha scritto che deriva da "condizioni igienico sanitarie arcaiche"... "alla luce del progresso umano (scientifico e culturale) sono credenze ridicole e violente".  Vorrei proporre questo esperimento radicale, violento ed arcaico: mettere in fila i premi Nobel (maschi) e calargli i pantaloni. Si scoprirà che almeno un terzo, se non la metà di loro, porta su di sé il segno di questo rito che va contro il progresso scientifico e culturale dell'umanità. Eppure è a queste famiglie arcaiche che dobbiamo il nostro progresso. Qualcuno ha osservato ironicamente che per certi illuminati positivisti, ma anche etnocentristi supponenti e intolleranti, antropologicamente e scientificamente disinformati, la sede più adatta per il taglietto rituale (non la mutilazione!) non dovrebbe essere l'organo della riproduzione ma quello del pensiero.

Laura
Quercioli Mincer,
 slavista



laura quercioli mincer
Se si divide l’umanità in adulti e bambini, e la vita in infanzia e maturità, di bambini e di infanzia a questo mondo e nella nostra vita ce ne è molto, molto davvero.  Ma noi, assorti solamente nei nostri conflitti,  nelle nostre preoccupazioni, non ce ne curiamo, così come un tempo non ci curavamo delle donne, dei contadini, dei ceti e dei popoli oppressi. (Janusz Korczak, Varsavia 1878, Treblinka 1942)

davar
Taglit, un viaggio alla scoperta d’Israele
Si è concluso il viaggio Taglit Italia 2012, un programma alla scoperta di Israele diretto ai giovani fra i 18 e i 26 anni che non abbiano mai partecipato a un viaggio guidato in Israele. Il viaggio, interamente finanziato dal governo israeliano e donatori americani, ha lo scopo di mostrare Israele e ravvivare quel senso di appartenenza alla nostra nazione che spesso rischia di affievolirsi vivendo in diaspora. Così come confermato da Lynn Schusterman, una delle più grandi filantrope ebree, che ha coperto in questo caso un terzo del costo del viaggio dei ragazzi, l’obiettivo è che ognuno possa innamorarsi di Israele e tornare a casa fiero e orgoglioso del suo essere ebreo.
Il viaggio è durato dieci giorni toccando alcuni dei luoghi più importanti e significativi di Israele, mettendo insieme momenti divertenti e alla scoperta del territorio, ad altri più seri di riflessione interiore. Dalla scoperta delle alture del Golan con camminate e rafting sul fiume Giordano e la città santa di Tzfat, al mare di Netanya e la vita notturna di Tel Aviv Yaffo, dalle passeggiate nel deserto a Masada e sui cammelli, alle visite al Kotel e a Yad Vashem a Gerusalemme.
I ragazzi hanno rivissuto alcuni dei momenti più importanti della storia di Israele con delle visite toccanti al museo dell’Indipendenza, al Kotel, allo Yad Vashem, al cimitero di Har ah Herzel, dove si è cercato di trasmettere come Israele sia un faro per il popolo ebraico, un posto da poter considerare casa dove le porte saranno per ognuno di noi sempre aperte.
Dei 29 ragazzi che hanno partecipato al viaggio, alcuni hanno poi deciso di allungare i propri biglietti, chi per vivere le notti di Tel Aviv, e chi invece come Mario e Daniele, per fermarsi a fare del volontariato a Tzfat. Il programma ha creato un gruppo molto unito, riavvicinando ragazzi altrimenti molto estranei alla vita comunitaria. La sfida per il futuro è di riuscire a coinvolgere molti più ragazzi in questo progetto, risvegliando le loro identità ebraiche.

Benedetto Sacerdoti

La nostra Maturità - La prova di Claudio Vercelli
La conferenza di Wannsee e la preparazione della Soluzione finale, nelle parole di Hannah Arendt. Èuna delle tracce proposte quest’anno alle prove dell’esame di maturità per il tema storico. Un argomento complesso e delicato dalle implicazioni sia storiche sia filosofiche. Ma che significato ha uno spunto di questo genere? Quanto aiuta approfondire i meccanismi della Shoah? E in quali modi lo si può declinare? Abbiamo girato questi interrogativi ad alcuni dei nostri editorialisti, che in queste pagine si cimentano con la loro personale versione del tema di Maturità: una sfida non facile che ci aiuta a capire meglio.


Mi prenderò qualche libertà, nello svolgere questo articolo, inframezzando a più ampie considerazioni di contenuto sulla vicenda della Shoah qualche rimando di più stretta pertinenza al merito della traccia proposta ai maturandi. I lettori non troveranno quindi il “mio tema” ma una serie di pensieri che la lettura del testo da commentare mi sollecita. D’altro canto tornare sulla traccia dedicata alla Shoah può ancora essere un’occasione per fare qualche ragionamento non di circostanza, dopo quelli già puntuali, di Anna Segre, di David Bidussa e di altri ancora. Dico allora da subito che se fossi stato un maturando avrei avuto serie difficoltà a svolgerla. Il testo è sufficientemente criptico, ovvero da "addetti ai lavori", anche se i funzionari ministeriali l'hanno sicuramente scelto poiché motivati da onestà intellettuale. Etica degli intendimenti e chiarezza della richiesta non vanno d’altro canto sempre a braccetto. L'accostamento tra il brano della Arendt - un'autrice complessa e senz’altro iconica, assai meno facilmente affrontabile di primo acchito di quanto non si voglia pensare, soprattutto quando sedotti da certe formule inflazionate come, per l'appunto, la cosiddetta "banalità del male" - all'invito perentorio a “soffermarsi” sullo sterminio dell'ebraismo europeo, mi pare di una forzatura evidente. Mi si conceda l’accenno critico, che non vuole essere anche ingeneroso, ma proprio non avrei saputo districarmi, se fossi stato un diciottenne alla prova, tra la descrizione, sottilmente feroce, che l’Arendt fa della conferenza di Wannsee, dal punto di vista di un individuo quale Eichmann, che l'autrice taccia ripetutamente di grettezza piccolo borghese (così si sarebbe detto una volta), e l'evento olocaustico nella sua peculiare generalità (si ragiona per antinomie, evidentemente). Stabilire dei nessi mi sarebbe risultato affannoso, un po’ tirato per i capelli. Tanto più se ci aspetta, così com'è probabile, che dal dato storico si sia da subito nella condizione di ricavare una qualche morale civile, possibilmente non "banale". Credo che nella scuola italiana, a partire dal ministero, si sia ingenerato un equivoco che riassumerei nella convinzione che oramai ciò che tutti chiamano Shoah abbia un elevato grado di autoevidenza (ovvero una comprensibilità pressoché immediata e autonoma) e che da ciò si possa ricavare un insegnamento valido per tutti. L'uno e l'altro pressupposto, a mio modo di vedere, non si danno poiché la rilevanza – nonché l’impatto – di un oggetto storico per qualsiasi società è una costruzione collettiva, che varia nel corso del tempo così come in funzione dei soggetti ai quali ci si rivolge. Il libro della Arendt, in fondo, ci porta anche a questo genere di considerazioni, soprattutto laddove esso si sofferma sull’elemento fondamentale nel civile convivere, tanto più per una società di massa, quello della permanenza del senso della responsabilità individuale all’interno della infinita rete di relazioni e di pressioni alle quali ognuno di noi è sottoposto. Il nesso che l’autrice istituisce tra questa e la libertà, come condizione della mente e come espressione del grado di emancipazione individuale, un nesso che viene spezzato dai totalitarismi politici e culturali, trova nella vicenda dello steminio nazista (e fascista) degli ebrei una sorta di cartina di tornasole. Ma per l’appunto, la Shoah da sé non spiega molto di tutto ciò, a meno che non si abbia una grande pratica di essa, conoscendola e accettandone la sua impronta in quanto prisma di lettura di rilevanti aspetti della contemporaneità. La stessa cosa può dirsi del pensiero di Hannah Arendt. Sono sincero se dico che avrei piuttosto usato qualche passo di Primo Levi de I sommersi e i salvati, un vero e proprio breviario dei tempi correnti. Dopo di che il brano della filosofa ci incammina verso un approccio peculiare, non ordinario, alla modalità con la quale si pervenne all’implementazione della decisione di sterminare le comunità ebraiche europee, cogliendo il nesso, soprattutto da un punto di vista amorale, che nelle nostre società vige in misura perdurante tra modernità e barbarie. In altre parole, non solo una cosa non nega l’altra ma ci sono strozzature nel percorso evolutivo delle società in cui l’eliminazione fisica diventa un’ipotesi non solo auspicabile ma anche praticabile. Non è vero, malgrado quanto pensassero i philosophes dell’Età dei Lumi, che la ragione sia l’antidoto alla ferocia. Quest’ultima non si lega mai all’ignoranza in quanto tale bensì all’utilità, nozione molto praticata in società per così dire razionaliste più che raziocinanti (e quindi ragionevoli). Zygmunt Bauman ce l’ha raccontato con il suo celebre saggio sulla Shoah come esito della modernità medesima e non come fatto ad essa eccentrico. D’altro canto il concorso delle tecnostrutture nella formazione del percorso politico che portò allo sterminio, ovvero dello stesso processo decisionale che sfociò in scelte così tragiche, era fondamentale nel Terzo Reich. Da questo punto di vista ai nostri occhi la specificità del genocidio ebraico riposa in una duplice chiave di lettura, laddove da un lato si pone la questione dell’intreccio tra intenzione ideologica, in sé non da subito intelligibile, e sua traduzione in gesti congruenti e consequenziali, secondo un processo che è stato di radicalità cumulativa; dall’altro chiama in causa l’imprescindibile centralità dello Stato moderno nella realizzazione delle pratiche dell’omicidio di massa, soprattutto quando questo offre non solo gli strumenti concreti ma anche e soprattutto quel bene prezioso che è la legittimazione amministrativa e politica all’assassinio sistematico. Soffermarmi, così come il ministero chiedeva ai candidati, sulla “pianificazione” e sulla “realizzazione” di questo tragico progetto mi impone, allora, di domandarmi quale sia la vera natura dello Stato-nazionale nella contemporaneità. Nato per offrire riconoscimento e protezione esso può trasformarsi nel principe delle tenebre quando fonda la cittadinanza sulla selezione e l’esclusione. E allora, tanto per fare ancora un rimando a un pensiero che si intreccia inconsapevolmente a quello di Arendt, penso che Max Weber, qualche decennio prima, aveva già capito molto della genealogia del male.

Pagine Ebraiche, agosto 2012

pilpul
Bianco e nero
Anna SegreA mezzogiorno in questa stagione sulla tomba di Herzl non c'è molta gente, solo una famiglia israeliana; mi fanno tenerezza le spiegazioni del padre ai bambini, sufficientemente chiare per il mio ebraico. Poi cerco la tomba di Rabin ma fatico a trovarla: non è indicata da nessuna parte in nessun modo, neppure nella cartina che ho preso all`entrata. Arrivo persino a dubitare di essere nel posto giusto, eppure mi pareva proprio di ricordare che fosse sul monte Herzl a Gerusalemme. Finalmente dopo un po' di giri la trovo: non c`è dubbio che sia lui, insieme a sua moglie Leah, pietra bianca e nera (ricordo di averla vista in fotografia), ma vicino non c`è nessuna indicazione particolare. Dopo un po' arriva anche la famigliola israeliana e la madre chiede quale sia la tomba di Rabin: mi prendo la soddisfazione di averla trovata prima di loro e indicarla, ma il padre mi delude: "Bianca e nera, proprio come lui" commenta secco, e passa oltre senza dire niente ai bambini, per soffermarsi a lungo poco più in là sulla tomba di Golda Meir. Mi domando se la reticenza del papà israeliano - e dei cartelli - sia dovuta soltanto alla divergenza di opinioni sul valore politico dell`operato di Rabin, o non ci sia anche un po' di imbarazzo per le circostanze del suo assassinio. Certo per raccontare ai bambini chi lo ha ucciso, come e perché non bastano le spiegazioni in bianco e nero, buoni e cattivi, noi di qua e i nemici di là. Forse non a tutti fa piacere ricordare che il cattivo che lo ha assassinato era uno di noi.

Anna Segre, insegnante

notizieflash   rassegna stampa
Nuovi rapporti di collaborazione
e amicizia fra Israele e Angola
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Visita in Israele del ministro degli Esteri angolano, Georges Rebelo Chikoti. Obiettivo della missione diplomatica il rafforzamento della cooperazione bilaterale, particolarmente sviluppata in campo agricolo e in quello della formazione. Il Presidente israeliano, Shimon Peres, in occasione del colloquio con Chikoti ha elogiato il lavoro del governo angolano, affermando di seguire "da vicino lo sviluppo economico, la stabilità nel paese e il processo elettorale attualmente in corso".

 
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