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12 agosto 2012 - 24 Av 5772
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alef/tav
Benedetto Carucci Viterbi Benedetto
Carucci
Viterbi,
rabbino

"Rav Yosef ha detto: se una persona ha compiuto un precetto secondo l'insegnamento della scuola di Shammai è come se non avesse fatto nulla" (Tb Berachot 11a, il Daf di oggi); anche quando, se fatto di proposito per attenersi all'opinione di Shammai, questa può essere in accordo parziale con quella di Hillel. Secondo Rav Yosef, la cui opinione non è però unanimemente recepita dai decisori di halakhah successivi, una volta stabilito che la regola da seguire è quella espressa da Hillel - forse perché più facilitante? forse perché Hillel era più umile e accogliente? - agire secondo l'insegnamento di Shammai si configurerebbe come adempimento di un precetto attraverso una trasgressione. Le discussioni sono importanti, così come la molteplicità di opinioni. Ma alla fine deve emergere un agire comune e condiviso.


David
Bidussa,
storico sociale delle idee


David Bidussa
Tutti ci ricorderemo sempre di E.T. la creatura che unisce in sé la simpatia, e l’estraneità di un alieno che non deve fare paura, ma restare diverso, lontanissimo.
Spielberg racconta spesso che per realizzarlo, Carlo Rambaldi aveva unito i volti di Einstein e di Hemingway. Un bambino con un volto segnato dal tempo, come quello di un vecchio, che non doveva fare paura. Un volto alieno, e allo stesso tempo arcaico.
Rambaldi ha sempre negato e diceva che si era ispirato al muso di un gatto himalayano visto di fronte e  a un vecchio quadro dipinto in gioventù. “Un dipinto cubista, dove avevo raffigurato delle lavandaie con il collo allungato”.
Non sapremo mai se l’extraterrestre più famoso del mondo del cinema risulta figlio di un gatto e del cubismo italiano o se, invece, è la somma di tanti altri volti noti dove vecchiaia e espressione infantile si incrociano o coabitano.
Ma in ogni caso risulta sicuramente l’essere meno alieno che il cinema ci abbia proposto e che la cultura abbia prodotto.
E’ così che abbiamo imparato che gli estranei non sono di per sé i nemici.
Grazie Carlo.

davar
Qui Locarno - Memoria viva, identità e grande spettacolo
Il Pardo premia chi non rinuncia a porsi domande
La chiave del dilemma europeo, la relazione fra l'identità germanica e quella ebraica. La Memoria viva. Il grande cinema fatto di racconto, di avventura e sentimento. I diecimila di Locarno, che sotto miliardi di stelle colmano una delle più belle piazze salotto d'Europa e in queste notti d'agosto la maggiore sala cinematografica del mondo, decidono secondo i canoni della democrazia svizzera, senza lasciare deleghe. Per la giuria popolare della sessantacinquesima Mostra internazionale del film, il grande festival cinematografico del Pardo, che mantiene il baricentro sulla produzione indipendente, sulle culture minoritarie e sui film al riparo dalle massificazioni commerciali, il verdetto è chiaro. E' il tedesco Lore, realizzato in coproduzione con Gran Bretagna e Australia da Cate Shortland e interpretato da Saskia Rosendhal e Kai Malina a conquistare il Gran premio del pubblico.
Durante gli ultimi giorni della guerra in Germania, un gruppo di bambini si appresta ad attraversare il paese in macerie per raggiungere la nonna, a circa novecento chilometri in direzione nord. I loro genitori, nazisti delle SS, sono stati arrestati dagli Alleati. Lore, la sorella maggiore, si prende cura dei fratellini. Il viaggio da un capo all'altro della Germania distrutta e occupata li metterà a confronto con la realtà e le conseguenze delle azioni perpetrate dai genitori.
Lungo il tragitto incontrano Thomas, un giovane rifugiato, ebreo o forse preteso tale, carismatico e intrigante che risveglia in Lore sentimenti contrastanti, un misto di repulsione e desiderio. Pietrificata dalla paura, per riuscire a sopravvivere la ragazza dovrà imparare a fidarsi di quello che le è sempre stato descritto come il peggior nemico.
Straordinaria la riuscita di una produzione che ha utilizzato mezzi limitati per tentare il salto nel grande spettacolo, grande prova per i giovanissimi interpreti. Le ferite dell'Europa tornano alla luce attraverso un viaggio verso la consapevolezza e la resa dei conti, l'accettazione e la passione, l'inspiegabile distruzione e la necessaria ricostruzione.
Al banco di prova del Festival, come è ormai consuetudine da molti anni, anche le nuove prove della produzione cinematografica d'Israele.
Locarno ha consacrato quasi tutti i grandi nomi della cinematografia israeliana e anche quest'anno la giuria del concorso Cineasti del presente dedicato ai registi più giovani ha riservato un premio speciale al Not in Tel Aviv di Nony Geffen.
Intellettualistico, manierato (e ricco di citazioni colte, a cominciare dal bianco e nero, dalla cinematografia Nouvelle Vague, in particolare dal Godard scapestrato del 1960 di Fino all'ultimo respiro – A bout de souffle), quasi irritante nel suo bisogno di provocare ad ogni costo, Geffen, che è alla sua prima prova nel mondo del lungometraggio, insiste sulle scia dell'iperautocriticismo cui il cinema israeliano ci ha ormai da tempo abituati. In Not in Tel Aviv un insegnante di liceo frustrato perde il lavoro e decide di portare tutti quanti alla rovina insieme a lui. Sull’arco di pochi giorni, rapisce una giovane studentessa, si mette in contatto con una vecchia fiamma, perdona un amico di lunga data, uccide sua madre, si mette contro un gruppo di femministe, litiga con una star del cinema, fa arrabbiare la polizia e sovverte le soffocanti convenzioni della noia quotidiana.
Una prova in cui i critici hanno mostrato di credere anche grazie al ritmo che Geffen è comunque riuscito a imprimere alla sua folle corsa durante tutto il film e all'incanto che i tre giovani interpreti (oltre allo stesso Geffen, che sa stare abilmente su entrambi i fronti della cinepresa, brillano Yaara Pelzig e Romy Aboulafia), ma che faticherà a convincere facilmente chi conosce l'Israele reale.
Ancora meno convincente, eppure tagliente come una lama il provocatorio corto The Pit di Itamar Lapid, apparso nel concorso internazionale Pardi di domani. Sedici minuti che fanno male, ma cinematograficamente ben giocati, per raccontare la disperazione dei lavoratori clandestini immigrati in Israele e sfruttati in un cantiere edile e la risoluzione violenta di un gruppo di giovanotti della buona borghesia israeliana ideologizzati fino all'estremo che si improvvisano brigatisti dei giorni nostri e tentano di fare giustizia con le proprie mani.
Nel caos urbano di Tel Aviv, due giovani radicali decidono di aiutare un gruppo di operai stranieri cui sono negati i più basilari diritti civili. Attoniti, scrutano il cantiere in cui si svolgono i misfatti, un grande scavo che si presenta come un vuoto inserito in mezzo alle strade più trafficate della città.
Solo pochi spunti fra le centinaia di novità apparse sulla scena locarnese e destinate a segnare la nuova stagione cinematografica. Solo per segnalarne ancora un paio il brillante Ruby Sparks di Jonathan Dayton e Valerie Faris, che dopo aver messo a segno proprio a Locarno il Little Miss Sunshine del 2006 tornano alla carica con un compendio di fascino e spirito, fra amore e letteratura, del cinema americano che non rinuncia a pensare e per di più si avvalgono di una sceneggiatrice e di un'interprete incantevole come la giovanissima Zoe Kazan (nipotina del mitico Elie).
Sul fronte di una ricerca identitaria fortemente intellettualistica che riesce tuttavia a far nascere dal rigore lo spettacolo, l'austriaco Museum Hours, diretto dall'americano Jem Cohen. Il mitico Kunsthistorisches Museum di Vienna diventa il misterioso crocevia da cui un guardiano e una enigmatica visitatrice partono per l’esplorazione delle loro vite, della città e dei modi in cui l’arte riflette e dà forma al mondo. Difficile e emozionante, come tanto di quello che Locarno offre. Con lunghi scrosci di applausi di un pubblico che riafferma come sia possibile fare cinema e grande spettacolo con piccoli mezzi e senza rinunciare a porsi domande.

Guido Vitale - twitter @gvitalemoked

pilpul
Davar Acher - L'importanza di non tacere
Ugo VolliMa ha senso “fare il tifo per Israele” dalle tribune, o fuor di metafora, scrivere e parlare per lo Stato ebraico stando in Italia, in Francia, negli Stati Uniti, insomma dovunque salvo che nel campo dove la partita si gioca davvero, cioè in Eretz Israel? Non sarà una pratica appena rilevante sul piano psicologico dell'incoraggiamento alle squadre, o magari senza neanche quell'effetto: un puro sfogo della passione, come quando si fa il tifo da casa davanti alla televisione e ti sentono solo i vicini, che magari vogliono dormire e non gradiscono? E' una domanda seria che non può evitare di porsi chi in questa attività investe parecchio tempo, energia e passione. Volendo sviluppare un'attività ebraica, non sarebbe meglio studiare i testi della nostra tradizione, come gli intellettuali ebrei fanno da millenni, o in senso più laico e “moderno” occuparsi di storia, di antropologia, di arte o di cucina ebraica, lasciando che che lo Stato di Israele pensi da sé alla propria sicurezza, come riesce a fare con successo dalla sua fondazione o anche prima?
Sarà l'illusione del tifoso che pensa di poter influenzare la partita col proprio desiderio, ma io credo che operare per difendere Israele nel mercato delle idee, fare quel lavoro che si è a lungo definito hasbarà (comunicazione, informazione - ma sembra che il termine non vada più di moda), farlo dalla diaspora, dall'Italia, su queste pagine sia utile, e anzi essenziale. Provo a spiegare perché. In primo luogo, naturalmente, noi ebrei della diaspora non siamo puri spettatori fuori dalla partita. Il rapporto fra antisemitismo e demonizzazione di Israele è circolare e ci coinvolge: è l'”odio antico” contro gli ebrei che provoca l'ostilità assolutamente fuori misura che Israele incontra in buona parte dell'opinione pubblica internazionale; ed è il rancore antisraeliano ad alimentare ulteriormente l'antisemitismo. Difficile ignorare questo nesso per gli ebrei della diaspora. O accettano di condannare Israele, come fu per esempio chiesto agli ebrei italiani da fonte autorevolissima pochi giorni prima dell'attentato alla sinagoga di Roma in cui fu ucciso il piccolo Gay Taché, o incombe loro l'obbligo di continuare a spiegare ai loro concittadini, giorno dopo giorno, perché Israele ha ragione ed è giusto stare dalla sua parte.
In secondo luogo, nel mondo contemporaneo, la guerra è in buona parte comunicazione, le armi si muovono solo dopo un fuoco di sbarramento di idee e di parole; spesso i fatti sono provocati apposta per essere “notiziabili”, cioè per produrre una reazione dell'opinione pubblica. Questa regola generale è particolarmente vera per Israele: flottiglie e attentati destinati a suscitare reazioni, marce della terra e Giornate della Nabkah, calunnie sulle “colonie”, sulle armi israeliane o su progetti fantascientifici per distruggere le Moschee di Gerusalemme, manifestazioni e scontri degli “attivisti” internazionali, tutta un'attività senza rilievo militare diretto ma di forte impatto comunicativo serve a produrre eventi che possano essere rimproverati a Israele e a sostenere la sua criminalizzazione. Israele in questa guerra della comunicazione combatte male e a fatica: essendo una democrazia pluralista con equilibrio dei poteri e dominio della legge, non può mentire, tramare, organizzare crimini come i suoi nemici governati da dittature. Non eredita come gli arabi (e il mondo cattolico che in questo assomiglia loro) una millenaria letteratura d'odio né gli apparati propagandistici nazisti e comunisti che sono appannaggio dei suoi nemici in Europa. Inoltre la mentalità israeliana è in buona parte ancora quella sabra che fa da sé, bada ai fatti e non alle chiacchiere, non crede di dover dimostrare nulla a nessuno, ha uno spirito aperto o se vogliamo una fiducia un po' ingenua nella volontà degli altri di riconoscere le cose come sono.
Il risultato di questa situazione, cui vanno aggiunti altri fattori negativi come la potenza dei petrodollari o l'antica ostilità cristiana contro gli ebrei, è uno stato dell'opinione pubblica in cui la colpevolezza di Israele nel conflitto mediorientale è un fatto scontato che non occorre dimostrare e così la moralità di aiutare i suoi nemici. Hamas, Hizbullah, Fatah, i terroristi salafiti ecc. sono spesso giustificati dall'opinione pubblica in gesti che non sarebbero certamente accettati dall'Ira o dall'Eta o dai tibetani o da qualunque altro movimento nazionalista o rivoluzionario proprio perché diretti contro Israele. Boicottaggi e altre manifestazioni di odio sono proposte e realizzate solo contro lo Stato ebraico, in mezzo a tutti i conflitti che dilaniano il mondo. Insomma vi è uno schieramento anti-israeliano largamente maggioritario a livello globale, che ha il carattere ormai di un pregiudizio, cioè precede e sostituisce il giudizio sui fatti. Qualunque cosa accada - la rivolta in Siria, i lanci di missili da Gaza e le successive rappresaglie, perfino gli attentati più sanguinosi come quello ultimo in Bulgaria - sono presentati come colpa di Israele. La stampa nella sua grande maggioranza e soprattutto nei suoi settori di sinistra che si autodefiniscono di élite (Le Monde e Il Pais, Il Guardian e il New York Times, in Italia Republica) alimenta questo pregiudizio con una disinformazione sistematica. Vi sono settori del mondo ebraico che per interesse o per ideologia, o anche solo per l'illusione di deviare da sé la pressione di quest'odio, fanno il possibile per unirsi al coro o per cercare una posizione “al di sopra delle parti”, che è di sostanziale complicità. Continueranno senza dubbio anche loro ad essere oggetto di antisemitismo, ma intanto fanno danno: “se lo dicono anche loro” che Israele ha torto, le sue colpe devono certamente essere evidenti.
Si può ignorare questa situazione? Non credo che questo sia possibile né per Israele né per l'ebraismo, senza ricadere almeno in parte in quest'ultima forma di complicità.  Anche essendo forte sul piano tecnologico economico e militare, avendo magnifici risultati interni e una forse temporanea ma notevole tranquillità ai confini, Israele non può permettersi di ignorare l'odio che lo circonda e non può non cercare di controbattere, mostrando i fatti che documentano il suo buon diritto. E gli ebrei della diaspora devono partecipare a questo sforzo in prima fila, se non vogliono collaborare alla propria stessa futura rovina. Non possiamo permetterci il lusso di tacere. Non solo per generosità, amore, attaccamento; ma semplicemente perché è un fatto che gli ebrei sono responsabili l'uno per l'altro, e soprattutto perché siamo considerati come tali dai nostri nemici. Qualunque cosa faccia Israele verrà rinfacciata a tutto il popolo ebraico; chiunque vorrà ferirlo potrà colpire noi. Dunque è necessario combattere la guerra della propaganda, denunciare le falsità diffuse dai nostri nemici, spiegare quel che la stampa tace. E' necessario mostrare le ragioni di Israele, spiegare pazientemente quel che accade, comunicare le realizzazioni dello Stato ebraico e il suo carattere democratico. Non si tratta di fare il tifo, ma di comunicare, spiegare, chiarire, fare controinformazione. Parlando alla popolazione generale, prima di tutto, ma anche chiarendo le cose al nostro interno, per fornire argomenti ed evitare che si diffonda quel fenomeno della complicità coi nostri nemici che non è una tentazione permanente, oggi più che mai.
Questo non significa intervenire nel dibattito interno israeliano o pretendere dall'estero dove effettivamente “si vede meno” di dirigere la politica israeliana. Chi ha intenzione di farlo farebbe certamente bene innanzitutto a trasferirsi lì. Ma proprio per questo è necessaria una comunicazione non certo acritica ma sempre positiva, che accolga le ragioni di Israele così com'è e non come uno può legittimamente sognare che sia. Il messianesimo, l'ideale di una perfezione etica collettiva è una nobile tradizione culturale e religiosa del nostro popolo e così l'aspra critica dell'insufficienza e del peccato; ma non è certamente questa oggi la comunicazione utile da diffondere nel mondoi. Si tratta invece di segnalare tutto quel che c'è di buono (ed è tantissimo) in Israele, tutti i pericoli e gli attentati che la stampa internazionale non descrive (e sono tantissimi anche loro), tutta la funzione positiva dal punto di vista democratico che Israele compie nella sua regione, tutti i pregiudizi e le menzogne che lo circondano.
Non è poco, richiede un impegno di documentazione e di comunicazione decisamente faticoso e difficile. Siamo in tanti in tutto il mondo che dedichiamo a questo sforzo tempo ed energie-  tanti ma molto meno dei professionisti dell'odio verso Israele (e dei dilettanti che li seguono). Sarà un lavoro inadeguato, a tratti avrà un tono un po' troppo polemico o stridulo. Non bisogna illudersi di poter condizionare direttamente l'azione dei governi, o conquistare la maggioranza dell'opinione pubblica. Ma rompere l'unanimità, il luogo comune della condanna di Israele sì, far circolare l'informazione che manca, esporre i dati e i fatti che sono nascosti, smentire le calunnie: questo sì, è possibile e necessario. Dunque per favore, non diteci che dovremmo starcene zitti e lasciare che la propaganda islamista (o comunista o neonazista, sono molto simili) dipinga Israele come l'origine di tutti i mali del mondo. Tacere oggi, non partecipare alla guerra dell'informazione sarebbe peggio di un peccato, sarebbe un errore.

Ugo Volli - twitter @UgoVolli

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Stelle cadenti a Mitzpe Ramon
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Pioggia di stelle cadenti ieri sera nel sud del Negev. Nella cittadina di Mitzpe Ramon, costruita a 860 metri di altezza sul crinale del cratere Ramon, sono arrivati per l’occasione centinaia di appassionati e curiosi. “Avremo tra le 30 e le 50 stelle cadenti all’ora” aveva promesso la professoressa Diana Laufer del Dipartimento di Geofisica e Scienze planetarie dell’Università di Tel Aviv.
 
L'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane sviluppa mezzi di comunicazione che incoraggiano la conoscenza e il confronto delle realtà ebraiche. Gli articoli e i commenti pubblicati, a meno che non sia espressamente indicato il contrario, non possono essere intesi come una presa di posizione ufficiale, ma solo come la autonoma espressione delle persone che li firmano e che si sono rese gratuitamente disponibili. Gli utenti che fossero interessati a offrire un proprio contributo possono rivolgersi all'indirizzo desk@ucei.it  Avete ricevuto questo messaggio perché avete trasmesso a Ucei l'autorizzazione a comunicare con voi. Se non desiderate ricevere ulteriori comunicazioni o se volete comunicare un nuovo indirizzo e-mail, scrivete a: desk@ucei.it indicando nell'oggetto del messaggio “cancella” o “modifica”. © UCEI - Tutti i diritti riservati - I testi possono essere riprodotti solo dopo aver ottenuto l'autorizzazione scritta della Direzione. l'Unione informa - notiziario quotidiano dell'ebraismo italiano - Reg. Tribunale di Roma 199/2009 - direttore responsabile: Guido Vitale.