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14 agosto 2012 - 26 Av
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Roberto
Della Rocca, rabbino
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A proposito degli interrogativi posti da
Dario Calimani nel suo alef/tav della scorsa settimana, si
possono fare alcune considerazioni. Non sempre ci è interdetto
menzionare a un Ghèr, proselita,
il suo passato e il suo percorso. Da un lato i nostri Maestri sono
molto attenti alle difficoltà di ordine" (Shemòt,
22; 20), ingiunzione che il Tanà devé Eliahu Rabbà, 27, interpreta
come: "Non opprimerlo con le
parole... non dirgli: ieri eri idolatra... e hai ancora la carne di
maiale tra i denti, e tu adesso vuoi parlare con me?”. La Torah
ci impone costantemente di destinare un affetto e un amore speciali al
convertito. I Maestri hanno fatto tutto ciò che era in loro potere per
evitare che il convertito all’ebraismo potesse sentirsi escluso o messo
al margine dalla comunità ebraica. Il convertito non deve mai sentirsi
inferiore agli altri ebrei. Parimenti, un Ghèr non dovrebbe sentirsi
neppure superiore facendo pesare alla comunità gli sforzi che la sua
scelta comporta. Basti pensare all'uso della parola "bà", "viene",
nella frase "gher shebà lehitgajer",
"un proselita che viene a convertirsi...", frase che i Maestri
adoperano per ribadire il concetto che deve essere lo stesso convertito
a dare inizio alla propria conversione e che il suo desiderio di far
parte del popolo ebraico deve essere spontaneo. L'uso dell'espressione
"gher scebà lehitgaier....", anzichè "goy" o "nochrì'" , un gentile, uno straniero (...che viene a
convertirsi...), che ritroviamo in tutte le fonti rabbiniche per
designare coloro che si trovano nella fase precedente alla conversione,
lascia intendere che il convertito sincero è considerato come ispirato
dall'ebraismo anche prima di convertirsi. I Maestri arrivano ad
affermare che "sebbene il convertito
non sia stato personalmente presente ai piedi del Sinai, il suo Mazal
era là...", secondo quanto afferma Rashì, in Meghillah 3
a. Il termine "mazal" indica qui il doppio spirituale che nel mondo
celeste è stato assegnato a ogni essere umano. I Maestri del
Talmùd, per descrivere questa rinascita del convertito, adoperano
l'espressione "Ghèr shenitgaier
kekatan shenolad damè...", "chi è diventato un proselita è come un
bimbo appena nato..." (Yevamòt, 22a). Per questo motivo,
ultimato il bagno, il convertito riceve un nuovo nome accompagnato
dall'indicazione "ben Avraham Avinu",
se uomo, "bat Avraham Avinu",
se donna, "figlia/o di Abramo nostro
padre". In questo caso assistiamo viceversa a una
pubblicizzazione del percorso e dell’identità del Ghèr.
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Dario
Calimani, anglista
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Bisogna riconoscere che anche il dubbio è
a suo modo una forma di fede, e non certo la meno formativa. A volte si
risolve in un witz, e allora sa tanto di saggezza raggiunta. Saggezza,
non conoscenza.
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Sport
- Coniugare impegno, passione e identità
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"Torah a pugni stretti” recitava il titolo
di pagina 36 del primo numero di Pagine Ebraiche. Era il mese di
novembre del 2009 e la redazione si era trovata per la prima volta alla
difficile scelta su quali temi sviluppare nelle pagine di sport. Sport
ed ebraismo, cosa potevano mai avere in comune? Sembrava quasi la
barzelletta sull’importanza dell’elefante e il problema ebraico. Eppure
è interessante constatare come una vita ebraica intensa e un
incredibile talento sportivo convivano in tanti atleti. Pagine Ebraiche
iniziava un lungo percorso di storie e aneddoti attraverso lo
straordinario esempio del pugile Yuri Foreman (nella foto), autore di
un'impresa non da poco: primo studente di yeshivah a vincere il titolo
di campione del mondo super welterweight della World Boxing
Association. Immigrato dalla Bielorussia in Israele dopo la caduta del
Muro di Berlino, Foreman aveva poi scelto di trasferirsi a New York per
realizzarsi pienamente nella boxe. Mantenendo però l’aspirazione, una
volta appesi i guantoni al chiodo, di diventare rabbino. Sembra che gli
studi siano a buon punto. Lo sport è spesso capace di contagiare le
persone più inaspettate. Ha suscitato per esempio grande curiosità e
anche qualche polemica l'istituzione del Maccabi Mea Shearim, squadra
di basket del quartiere haredì più famoso di Israele, che tra le sue
fila annovera addirittura il nipote del leader sefardita rav Ovadia
Yosef, Yonatan. Insieme a lui a indossare una volta alla settimana la
casacca scura arrotolando le peyot (i riccioli ai lati del viso) dietro
le orecchie, altri sei studenti di yeshiva, impegnati nella sfida di
conciliare la vita di studio con la pallacanestro. Una missione non
sempre facile (“Alcuni venendo a sapere del nostro passatempo ci
considerano in modo diverso”), ma con un obiettivo preciso: “Abbiamo
deciso di dimostrare una volta per tutte che gli haredim sanno anche
giocare a basket”. Sono esempi illuminanti per tanti bambini e ragazzi
che in tutto il mondo sognano di affermarsi nello sport senza per
questo rinunciare a una piena affermazione della propria identità. Come
la piccola Naomi Kutin, che a dieci anni è la campionessa della sua
categoria di sollevamento pesi, oltre a essere una brillante
studentessa della Yeshivat Noam di Paramus, in New Jersey. Alcuni mesi
fa, Naomi è stata capace di far registrare il nuovo record mondiale
della categoria: 97 libbre (44 chilogrammi) contro avversarie decenni
più vecchie di lei. Successi che si sono ripetuti anche nelle scorse
settimane. “E’ un po’ strano avere più forza degli adulti intorno a te”
il placido commento della bambina. Che è sostenuta con grande
entusiasmo dalla sua famiglia, che si riconosce nell’ebraismo Modern
Orthodox. Di sabato, in osservanza dello Shabbat, Naomi non partecipa
alle gare, né si allena, perché questo contrasterebbe con lo spirito
del riposo. A scuola, al pari delle sue compagne, indossa una gonna
nera lunga fino al ginocchio e maniche che coprono i gomiti. Durante le
sessioni di training a casa invece una divisa colorata con calzettoni
turchesi. Gli insegnanti e i compagni seguono le sue imprese con
calore, raccogliendo tutti gli articoli che parlano di lei. Negli Stati
Uniti, casi di atleti a tutti i livelli che osservano lo Shabbat o
altre festività religiose sono sempre più frequenti. Spesso le squadre
o le federazioni tentano di venire loro incontro, anche se non è sempre
possibile. Come è accaduto lo scorso anno ad Amalya Knapp, sette anni e
campionessa di ginnastica artistica, che ha dovuto rinunciare alle
finali dei campionati dello Stato del New Jersey. “La mamma mi ha detto
che certe volte nella vita devi fare delle scelte”, la sua riflessione.
Certo l’auspicio è che si arrivi almeno a evitare situazioni
imbarazzanti come quella che ha coinvolto il calciatore israeliano Itay
Shechter durante una partita dei preliminari di Champions League contro
il Red Bull Salzburg. Dopo aver segnato il gol che valeva la
qualificazione del suo Hapoel Tel Aviv, ha esultato indossando una
kippah e si è ritrovato un cartellino giallo sventolato sotto il naso
dal direttore di gara.
Rossella Tercatin -
twitter @rtercatinmoked (Pagine
Ebraiche agosto 2012)
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Il dramma di Taranto
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Chiude
o non chiude? E, se chiude, che fine faranno le migliaia di lavoratori
con le loro famiglie? E, se non chiude, che come vivranno i cittadini
di Taranto, subissati di polveri tossiche e soggetti a sviluppare
tumori in percentuali drammatiche? Nella vicenda dell’Ilva, dagli
sviluppi incerti, si manifesta tutto il dramma della modernità.
Colpisce il tenore del ragionamento: quasi tutti paiono convinti che la
fabbrica debba continuare a produrre per garantire gli operai, purché
si proceda a una qualche forma di bonifica. Ma questo argomento si
fonda su un ricatto potente: se si ferma Taranto finisce l’industria
italiana, rimpiazzata dai giganti emergenti senza diritti e senza
leggi. Colpisce perché nessuno pensa a quegli operai cinesi, indiani,
ucraini, che si ammaleranno per aver lavorato negli altoforni, e che
non potranno curarsi perché la sanità pubblica nei loro paesi non
funziona come la nostra. Ormai quasi nessuno si preoccupa dei poveri
della Terra (il cosiddetto “terzomondismo”), e si preferisce fare finta
di niente. Come avvenne per la Fiat di Pomigliano: tutti presi a
discutere sulle condizioni di lavoro imposte dall’azienda, ci siamo
dimenticati delle 5000 famiglie ridotte in povertà dalla chiusura
speculare della fabbrica Fiat in Polonia. Occupiamoci dunque del dramma
di Taranto, sapendo che questo riverbera le contraddizioni e le
ingiustizie di tutto il mondo. E di fronte a un conflitto tra diritti
così terribile, facciamoci guidare dal buon senso. Il Gruppo Riva
fattura oltre dieci miliardi di euro l’anno. Lo Stato ha già messo sul
piatto più di 300 milioni. Ci facessero vedere un piano di bonifica
credibile, controllabile da enti locali e sindacati. Si può certamente
fare e i proprietari non andranno sul lastrico.
Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas - twitter @tobiazevi
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notizie
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rassegna
stampa |
Il Lollapalooza arriva a Tel Aviv
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la rassegna |
Anche
Israele avrà il suo Lollapalooza festival. L'appuntamento è per
l'estate del 2013 a Tel Aviv. Quella israeliana sarà la quarta
incarnazione annuale della celeberrima rassegna rock statunitense dopo
l'appuntamento nella sede centrale di Chicago e le due date latine a
Santiago del Cile e San Paolo. Inedita la collocazione temporale: per
venire incontro alle esigenze di chi osserva il riposo dello Shabbat il
festival si svolgerà dal martedì al giovedì invece che nel canonico
fine settimana.
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Moltissimo
rilievo ha sulla stampa di oggi l'iniziativa della comunità ebraica
romana di contestare pacificamente le “passeggiate da turista” del
criminale nazista Erich Priebke, con il relativo pericolo di fuga
(Evangelisti sul Messaggero, Piattelli sul Corriere, savelli su
Republica, notizie non firmate su molti altri giornali).
Ugo
Volli twitter
@UgoVolli
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L'Unione
delle Comunità Ebraiche Italiane sviluppa mezzi di comunicazione che
incoraggiano la conoscenza e il confronto delle realtà ebraiche. Gli
articoli e i commenti pubblicati, a meno che non sia espressamente
indicato il contrario, non possono essere intesi come una presa di
posizione ufficiale, ma solo come la autonoma espressione delle persone
che li firmano e che si sono rese gratuitamente disponibili. Gli utenti
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