Laura
Quercioli Mincer,
slavista
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Voi
mi dite: "Siamo stanchi di stare con i bambini". Avete ragione. E
dite ancora: "Perché dobbiamo abbassarci al loro livello. Abbassarci,
chinarci, piegarci, raggomitolarci". Vi sbagliate, non questo ci
affatica, ma il doverci arrampicare fino ai loro sentimenti.
Arrampicarci, allungarci, alzarci in punta di piedi, innalzarci. Per
non ferirli.
(Janusz Korczak, Varsavia 1878, Treblinka 1942)
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È
un appuntamento con la storia, un treno da prendere al volo perché è
arduo immaginare quando passerà nuovamente in Alta Galilea. Pochi
giorni ancora e l'Hapoel Kyriat Shmona, la matricola terribile del
calcio israeliano, trionfatrice a sorpresa della passata edizione della
Ligat Ha'al (il massimo campionato professionistico nazionale), si
giocherà l'accesso alla fase ai gironi della Champions League nel
doppio spareggio eliminatorio con i bielorussi del Bate Borisov. Una
sfida da vivere in apnea per gli uomini allenati da Gili Landau, in
sella al destriero Hapoel dallo scorso giugno, che arriva dopo due
turni dentro o fuori superati con qualche brivido (nell'ordine contro
gli slovacchi dello Zilina e contro gli azeri del Baku) e che
rappresenta l'ultima reale insidia – ma dal punto di vista degli
accoppiamenti poteva andare decisamente peggio – per fissare il nome
del club nella leggenda.
Nata 11 anni fa grazie al profetico uomo d'affari Izzy Sheratsky
(“Pochi anni e lotteremo per il titolo”, disse tra l'ironia collettiva
il giorno della presentazione ufficiale) e approdata in rapido volgere
di tempo dalla quarta divisione al palcoscenico delle big, l'Hapoel
Kiryat Shmona è una squadra unica nel suo genere. Prima ancora di
essere autrice di un miracolo calcistico che ha pochi eguali nel mondo
è infatti un mirabile esempio di come nello sport molto spesso si
celino gli anticorpi più efficaci per fronteggiare le situazioni anche
più estreme. Come quelle che quotidianamente si vivono a Kiryat Shmona,
estremo confine settentrionale di Israele, uno dei luoghi simbolo del
complicato presente mediorientale col suo carico giornaliero di razzi
esplosi dagli Hezbollah del vicino Libano. Sheratsky puntava proprio a
questo: a vincere sul campo, e le sue prime parole da presidente non
lasciavano spazio a dubbi, ma soprattutto a regalare un'opportunità di
aggregazione alla città intera, 22mila abitanti sempre in sospeso tra
la drammatica opzione 'restare o andare via'. Missione doppiamente
compiuta: accolto con notevole interesse e curiosità dall'opinione
pubblica, oggi l'Hapoel ha svestito i panni di squadra simpatia per
indossare quelli più ambiti e impegnativi di top team. Di pari passo è
andata l'opera di coinvolgimento - grandi e piccini, calciofili e
allergici al pallone guariti a suon di goal e promozioni - tanto che
gli spalti del pur minuscolo Municipal Stadium (appena 5mila posti a
sedere, in Italia una capienza da club semidilettantistico) sono quasi
sempre pieni di tifosi, calore ed entusiasmo.
Da mercoledì si cercherà di alzare l'asticella di un grado ulteriore.
Andata a Borisov, ritorno sei giorni dopo in Israele. Una settimana per
scrivere pagine mai lette da queste parti. Una settimana per capire se
il sogno di vedere Messi, Cristiano Ronaldo, Rooney e compagnia
calciante dalle parti di Kiryat Shmona si rivelerà un'effimera
illusione estiva o la squisita consapevolezza di un autunno da
protagonisti.
Adam Smulevich - twitter @asmulevichmoked
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Hassidim in mostra
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A
World Apart Next Door-Glimpses into the Life of Hasidic Jews è il
titolo di una mostra in corso all’Israel Museum di Gerusalemme, fino al
1 dicembre 2012.
La mostra si ripropone di far conoscere, attraverso oggetti,
fotografie, filmati, aspetti della cultura hassidica che forse non sono
noti al grande pubblico. Alcune peculiarità del mondo hassidico
affascinano, altre lasciano forse perplessi (in particolare spicca
l’assenza delle donne, nonostante una sala dedicata specificamente a
loro: se non erro l’unica immagine recente è una donna velata a un
matrimonio; la cultura hassidica è presentata come un fenomeno
sostanzialmente maschile). Quello che colpisce, più delle spiegazioni,
è l’attualità dei filmati e delle foto (spesso molto belle), quasi
tutti risalenti a meno di dieci anni fa. Non si parla dei libri di I.B.
Singer e di un mondo scomparso, ma di una cultura viva e vegeta, che
riguarda centinaia di migliaia di persone. A volte qualcuno tende a
dire che i hassidim sono rimasti al XVIII o al XIX secolo. In realtà
vivono nel XXI secolo con la consapevolezza di vivere nel XXI secolo
nel modo in cui ritengono si debba vivere nel XXI secolo. Se poi la
loro cultura appare lontana e alcuni suoi aspetti destano qualche
perplessıtà questo è un altro discorso. Sottovalutarli è comunque un
errore che la mostra aiuta a non commettere.
Anna
Segre, insegnante
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Gerusalemme
- Arte e solidarietà
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la rassegna |
Si
chiude in queste ore a Gerusalemme il festival annuale Hutzot Hayotzer,
uno delle più importanti manifestazioni internazionali dedicate
all'artigianato equo e solidale. Quaranta i paesi in questa 38esima
edizione tra cui alcune significative new entry come il Messico.
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