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21 agosto 2012 - 3 Elul 5772
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Roberto Della Rocca
Roberto
Della Rocca,
rabbino

Il Maharàl di Praga nella sua opera Netivòt Olàm, Netìv ha tochacha 1, ci indica che chi evita di ammonire il proprio prossimo mette in pericolo il valore della persona e della società in cui vive. Per il Maharàl  l'omissione del precetto dell'ammonimento equivale all'adulazione.
L’adulazione è peggiore della menzogna perché talvolta si dice una bugia perché costretti da alcune circostanze mentre l’adulatore sceglie deliberatamente di trasformare una situazione in qualcosa di completamente altro. Come far passare una persona poco onesta per una persona giusta.
Non sempre le belle parole e la dolcezza sono utili ad aiutare e a costruire.
Dario
 Calimani,
 anglista



Dario Calimani
Da un po' di tempo si è preso a usare e ad abusare della formula 'odio di sé ebraico'. Ogni dissenso, ogni posizione che non sia in linea con una certa specifica 'corrente di pensiero' viene definita odio di sé. Ci si chiede: è venuta meno la fantasia? Ed è corretto ricondurre ogni diversa idea a odio di sé dell'ebreo? Cos'è, una messa all'indice di uno a opera dell'altro? O è un modo di distinguere l'ebreo buono dall'ebreo cattivo? E rivolgersi reciprocamente l'accusa è l'unico modo di annullare il senso di questa facile, offensiva e odiosa analisi? A chi giova? A chi accusa forse, per sentirsi giusto fra i giusti e in linea con la giusta lettura dell'ebraismo? O giova all'immagine di libera dialettica che dovrebbe caratterizzare la nostra cultura? Giova alla soluzione di un conflitto? O forse all'immagine che l'ebraismo dà di sé al mondo - argomento cui sembra tanto sensibile chi sta evidenziando questo discrimine retorico/psicologico? Anni fa, a chi giudicava la politica di Israele vivendo nella diaspora si diceva: "Perché non vieni a vivere in Israele e parli da qui?" Ora che molti intellettuali israeliani dissenzienti vengono attaccati violentemente da chi se ne sta seduto in poltrona dalle nostre parti, comincio a condividere il senso della domanda. Forse chi sostiene da qui la necessità di una guerra contro l'Iran lo fa perché vive al sicuro. E se non va in Israele è perché non sopporta certi ebrei di là: è forse anche questo 'odio di sé'?

davar
The Economist - L'ebraismo è "vivo e in buona salute"
Alive and well, vivo e in buona salute. Così il prestigioso settimanale inglese The Economist ha definito l’ebraismo e il popolo ebraico nel suo speciale Judaism and The Jews pubblicato alla fine del mese di luglio. Un report a 360 gradi sulla vita ebraica in Israele e nella Diaspora che è stato commentato da autorevoli voci dell’ebraismo italiano sul numero di Pagine Ebraiche di settembre attualmente in distribuzione, dalla storica Anna Foa al demografo Sergio Della Pergola.
Pubblichiamo qui di seguito il primo articolo dello speciale, nella versione italiana di Ada Treves. La versione integrale dell'articolo è consultabile sul sito www.moked.it.

L’ebraismo sta vivendo un inaspettato revival, dice David Landau. Ma, principalmente sull’argomento Israele, ci sono profonde divisioni, sia di carattere religioso che politico.

 L’ebraismo è in ottima salute, sia in Israele, dove risiede ora il 43 per cento degli ebrei, sia nella Diaspora. Anche gli ebrei in quanto Stato sono in ottima salute. Pur con tutti i loro problemi, gli israeliani sono la quattordicesima popolazione al mondo per felicità, prima di francesi e britannici, secondo un recente rapporto sulla felicità globale commissionato dalle Nazioni Unite. Nella Diaspora la vita ebraica non è mai stata così libera, prospera e priva di minacce.
In America un ebreo osservante, il senatore Joseph Lieberman, è stato nel 2000 candidato alla vicepresidenza e, con Al Gore come candidato presidente, era quasi riuscito a ottenere la nomina. Il suo ebraismo non solo non è stato un ostacolo, ha dichiarato, ma al contrario ha avuto un effetto positivo su quegli elettori cristiani che prendono la propria religione sul serio. Joseph Lieberman e sua moglie Hadassah “sognavano una grande sukkah” (una sorta di capanna coperta di rami in cui gli ebrei consumano i pasti durante Sukkot, la festa del raccolto) nel giardino della residenza del vicepresidente. “Abbiamo avuto la sensazione che saremmo potuti essere noi”. Se la corsa verso la Casa Bianca fosse andata avanti “Sarei stato osservante anche lì.”
“In America essere ebrei è cool – dice J.J. Goldberg, scrittore – Un tempo le persone famose si cambiavano il cognome per nascondere l’identità ebraica. Ora vanno in televisione a raccontare proprio di come cercano di dare una forte identità ebraica ai propri figli, ebrei per metà. Prendete [l’attrice] Gwyneth Paltrow. Suo padre è discendente di rabbini, sua madre è una protestante. E lei scrive nel suo blog sul cibo quali sono le sue ricette kosher preferite per il seder [la cena-preghiera familiare in cui si celebra Pesach, la festa primaverile]. Il seder è popolare fra i non ebrei. Anche il bar mitzvah [la maggiorità religiosa] è diventato chic. I bambini lo vedono in televisione, vedono i loro amici che lo festeggiano – e lo vogliono anche loro”.
Anche nelle più piccole comunità della diaspora gli ebrei prosperano, nonostante in nessun luogo ci sia esattamente la stessa sensazione di appartenenza completa che si ha in America. In Russia e Ucraina, dove l’ebraismo e il sionismo hanno subito repressioni sotto il comunismo, gli ebrei sono importanti nel mondo degli affari. La filantropia ebraica sta ricostruendo la vita nelle comunità per coloro che hanno scelto di restare invece di emigrare in Israele o all’ovest.
Inoltre Israele e la diaspora ebraica sono allineati, con forza e lealtà. Gli ebrei della diaspora, pur generalizzando, amano e si prendono cura di Israele. Lo sostengono contro i nemici, sia reali che percepiti, danno supporto ai suoi governi e patiscono i suoi critici.
Nulla di tutto questo era prevedibile solo qualche decina di anni addietro. Hitler aveva spazzato via un terzo degli ebrei. Un millennio di civilizzazione ebraica nell’Europa centrale e orientale era stata rasa al suolo. Fortunatamente per la sopravvivenza dell’ebraismo la “soluzione finale” nazista era stata preceduta da un susseguirsi di pogrom attraverso l’allora impero zarista che era iniziato una sessantina di anni prima, spingendo varie ondate di ebrei a emigrare verso ovest. Al momento in cui Hitler colpì, circa sei milioni di ebrei erano al sicuro nell’America del Nord e del Sud, in Gran Bretagna e più di tre milioni vivevano nell’Unione Sovietica.
L’educazione e l’osservanza religiosa tradizionale nell’Europa dell’Est erano sulla difensiva già da 150 anni, da quando l’emancipazione in alcune parti della regione aveva aperto i cancelli dei ghetti e scosso la tradizione degli shtetl (piccole comunità ebraiche). Ora la vecchia vita era stata annientata, insieme a molta della cultura ebraica moderna, liberale. Le comunità sefardite del nord Africa e del levante, a lungo minoritarie nell’ebraismo, guadagnarono così una nuova rilevanza numerica. Insieme ai tristemente pochi sopravvissuti dell’Europa occupata dai nazisti, diventarono il nucleo della popolazione del nuovo stato di Israele.

The Economist, Special Report: Judaism and the Jews, 28 luglio 2012
(versione italiana di Ada Treves twitter @atrevesmoked)


Giornata della cultura ebraica - Appuntamento nel Triveneto
Domenica 2 settembre la Giornata europea della cultura ebraica coinvolgerà oltre sessanta località in Italia. Tema scelto per l’edizione 2012 l’umorismo ebraico, capofila della rassegna la città di Venezia. Impegnate nella Giornata saranno ovviamente anche le altre comunità ebraiche del Triveneto, Padova e Verona, e poi Trieste.
Proprio a Trieste gli appuntamenti si svolgeranno nel segno delle celebrazioni dei cent’anni della sinagoga cittadina, il Tempio monumentale di via San Francesco, dove una mostra di immagini d’epoca e contemporanee sull’edificio promette di offrire ai visitatori forti suggestioni, dopo quelle già raccontate dalla grande festa dello scorso primo luglio.
La cultura ebraica mitteleuropea invece sarà protagonista a Verona, dove il professor Riccardo Mauroner si intratterrà col pubblico per raccontare Le voci e i colori dell'umorismo ebraico nel pensiero di Freud. Nel corso della serata previsti anche momenti di lettura a cura di Andrea Ranzato e proiezioni di alcune opere di Kafka, Michelstaedter e altri grandi della Mitteleuropa ebraica. A rendere omaggio al filo conduttore della giornata, l’umorismo ebraico, sarà invece lo spettacolo Shanà Tovà – Canti e racconti del witz ebraico firmato da Alexandra Wilson con la partecipazione del Quadrivium Ensemble.
Il riso ebraico andrà in scena anche a Padova dove il mattatore della Giornata sarà David Parenzo con il suo talk show Ridere per ridere. Musica, immagini e filmati si intrecceranno nel più classico dei format televisivi. Sul palco accanto al giornalista, il rabbino capo rav Adolfo Locci a commentare brani della Torah e del Talmud incentrati sulla risata, l'attore Eugenio De Giorgi, che reciterà alcuni passi tratti da Il lamento di Portnoy dello scrittore statunitense Philip Roth, e infine l'autore satirico del Fatto Quotidiano Stefano Disegni.
Concerto di musica klezmer anche nel Cortile di Palazzo Trissino a Vicenza.
Il programma completo su www.ucei.it/giornatadellacultura.


pilpul
Umorismo e autoironia
Tobia Zevi​Mi pare interessante la discussione sviluppatasi sul tema del cosiddetto "umorismo ebraico", a cui quest'anno è stata consacrata la Giornata della cultura ebraica (domenica 2 settembre). Da quanto ho capito sono emerse due posizioni: da un lato c'è chi sostiene che il witz, il luogo comune su di sé, l'auto-ironia, siano in realtà tentativi dell'ebreo europeo di farsi accettare da una società pregiudizialmente antisemita, o comunque diffidente nei confronti di questa comunità. In sostanza questo umorismo sfrutterebbe il pregiudizio antisemita (avidità, furbizia, ecc.) facendolo proprio, senza stigmatizzarlo come meriterebbe e preludendo in tal modo al cosiddetto "odio di sé" (categoria molto usata che io considero intellettualmente misera e abbastanza detestabile). Dall'altra parte c'è invece chi sostiene che, in condizioni storicamente avverse, l'auto-ironia fosse l'unica chiave per non lasciarsi irretire dall'ostilità circostante, una sorta di vaccino contro la depressione e l'apatia. Ora, ritengo che entrambe le posizioni esprimano delle suggestioni interessanti. Ma penso che vada sottolineato un altro aspetto: l'auto-ironia contiene in sé l'elemento della flessibilità, una delle caratteristiche dell'epoca contemporanea. Anziché affrontare - senza speranza - i propri nemici a viso aperto, gli ebrei della Diaspora diedero vita a un'elaborazione culturale che ne garantì, pur tra mille tragedie, la sopravvivenza. Una tradizione culturale che faceva perno sui testi sacri, sul rispetto delle norme, sulla loro interpretazione e anche su un filone comico-popolare, che rimescolava pregiudizi esterni e pregiudizi interni. Non è da escludere che in questa operazione vi fosse anche il desiderio di compiacere qualche pulsione antisemita, ma rimane il fatto che gli ebrei sono sopravvissuti nella storia per la loro creatività, per la loro religione, per la propria capacità di produrre pensiero senza essere ancorati a nessun luogo. In questa costruzione tutta virtuale leggo una capacità predittiva del nostro tempo. Non è certo l'unica via, ma non sono proprio queste qualità immateriali a essere esaltate nella nostra società 2.0?

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas - twitter @tobiazevi

notizie flash   rassegna stampa
Imprenditori alla scoperta di Israele
  Leggi la rassegna

Un gruppo di giovani imprenditori provenienti da India, Nuova Zelanda, Brasile e Sudafrica hanno visitato Israele in un viaggio promosso dalla Social Entrepreneur Exchange israeliana. I partecipanti, tra i venti e i trent’anni, hanno avuto la possibilità di partecipare a incontri e conferenze incentrate su vari aspetti dell’imprenditoria giovanile e sulle opportunità per far crescere i settori più deboli della società, organizzati con la collaborazione dell’Università ebraica di Gerusalemme.




 

In una rassegna molto scarsa di notizie su Israele (e ce ne sarebbero, ma nessun giornale parla per esempio del riarmo egiziano del Sinai, condotto col pretesto di combattere il terrorismo, ma mettendo in campo sistemi d'arma come i missili antiaerei che possono essere diretti solo contro Israele), è interessante leggere alcuni commenti e analisi.


Ugo Volli twitter @UgoVolli

















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