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22 agosto
2012 - 4 Elul 5772 |
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David
Sciunnach,
rabbino
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“…
non fate in questo modo …” (Devarìm 12, 4). Il Rebbe di Kotzk nel
commentare questo verso vuole insegnare a non agire “in questo modo” in
modo istintivo, nella routine, solo per uscir d’obbligo. Bensì dobbiamo
agire con consapevolezza dando un valore alle azioni che compiamo
quotidianamente, siano esse verso Dio, siano esse verso il nostro
prossimo.
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Davide
Assael,
ricercatore
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Nell’ultima
settimana si è molto parlato di libertà. Oltre alle libertà negate in
Siria, le cronache politiche hanno messo molto in evidenza la condanna
subita dal gruppo punk, Pussy Riot, in Russia, per aver improvvisato
una messa anti-Putin nella Chiesa del Cristo Redentore a Mosca. D’altra
parte, da quella zona del mondo rimproverano il trattamento riservato a
Julian Assange dalle diplomazie occidentali, come a dire che è più
facile vedere la pagliuzza nell’occhio dell’altro che la trave nel
proprio. In effetti, non credo che sarebbe gradito un simile show nel
Duomo di Milano o a S. Pietro. Ma, allora, davvero la democrazia non è
altro che un cambiamento nominale privo di qualunque sostanza?
Semplicemente, ognuno ha i propri nemici. Oppure, dovremmo concludere
che la democrazia non coincide con la libertà per tutti? E chi decide
il limite? Forse, è giunto il momento che a fianco ad uno sforzo
politico si accompagni un impegno delle classi intellettuali;
considerate le contraddizioni a cui sono giunti i vecchi termini, urge
trovarne di più aderenti ai nostri tempi.
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Siria - La storia di una comunità salvata
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“Non
ci sono parole per descrivere le atrocità che vengono compiute in
Siria. Non c’è nessuna considerazione per la vita”. I commenti alle
notizie dal Medio Oriente che scorrono sulla televisione del salotto di
Judy Feld Carr, ebrea di Toronto nata nel 1939, di professione
insegnante di musica, sei figli, tredici nipoti, potrebbero essere
quelli di chiunque. Ma Judy nelle vicende della Siria non è chiunque.
Per quasi trent’anni della sua vita, solo apparentemente ordinaria, si
è occupata di contrabbandare fuori dal paese oltre tremila ebrei, in
una saga degna del miglior romanzo, ricordata negli scorsi giorni dal
Times of Israel.
Tutto ebbe inizio a metà degli anni ’70. Una donna ebrea originaria di
Aleppo che viveva a Toronto decise di tornare in patria a trovare il
fratello rimasto laggiù. Imprigionata, riuscì in qualche modo a
rientrare in Canada. Portando nascosta nella biancheria una lettera,
che consegnò alla Feld Carr “Una lettera che mi sarei aspettata ai
tempi della Shoah – ricorda la professoressa – Era stata scritta da tre
rabbini della comunità ‘I nostri figli sono i tuoi figli. Tiraci fuori
da qui’ ricordo che diceva”.
Ci vollero due anni per far fuggire la prima persona, dietro pagamento
di un vero e proprio riscatto. Il Canada non aveva un’ambasciata a
Damasco, quindi fu difficile trovare il modo di corrompere gli
ufficiali siriani che potevano procurare i documenti di espatrio. Quel
primo rabbino siriano scappato era già stato imprigionato e torturato,
ed era malato terminale di cancro. Grazie a Judy, realizzò il sogno di
bere un caffè in Israele con la madre 97enne. Poi espresse un altro
desiderio “Porta via dalla Siria mia figlia”. E così la canadese si
diede da fare per la ragazza, che all’epoca aveva diciannove anni (oggi
vive a Bat Yam ed è nonna). E
così uno dopo l’altro, con il sostegno economico della comunità
canadese, Judy, senza mai mettere piede in Siria, ha fatto scappare
3328 ebrei sui circa 4600 che vivevano laggiù (la quasi totalità di
restanti riuscì a fuggire con mezzi propri o con l’aiuto di Israele).
Nel 2001, non rimanevano che poche decine di persone e la Feld Carr
dichiarò conclusa la sua missione “Non ho mai chiesto a nessuno di
partire, erano gli ebrei stessi che mi facevano pervenire le loro
richieste di aiuto. A scegliere di rimanere sono state più che altro
persone anziane”. Per 28 anni, l’opera di Judy, è rimasta “il segreto
meglio tenuto della storia ebraica”. Nell’ultimo decennio la sua opera
le è valsa diversi riconoscimenti. Solo poche settimane fa, il
presidente israeliano Shimon Peres l’ha insignita della Presidential
Award of Distinction, medaglia che onora “coloro che hanno fornito un
eccezionale contribuito allo Stato d’Israele o all’umanità, attraverso
le proprie capacità, servigi, o in qualsiasi altra forma". Nella stessa
sera, la salvatrice era stata invitata dalla regina Elisabetta
d’Inghilterra a ricevere la Diamond Jubilee Medal, ritirata poi da una
delle figlie. Eppure Judy continua a guardare alla sua impresa con
modestia. Con la maggior parte delle persone che ha salvato non è mai
entrata in contatto diretto (“Insisterebbero per offrirmi cene lussuose
e doni, anche senza poterselo permettere, e non è quello che voglio”).
Ma commentando ancora quello che sta succedendo in Siria oggi c’è un
pensiero che non riesce a togliersi dalla testa. “Non posso pensare a
cosa sarebbe successo con una comunità di tremila persone da usare come
ostaggio…”.
(nell'immagine in alto i bambini della scuola Maimonide di Damasco nel 1991, sotto Judy Feld carr)
Rossella Tercatin twitter @rtercatinmoked
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Aleppo svela il suo codice segreto
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Da
mesi la battaglia che sta sconvolgendo la Siria ha trovato uno dei suoi
teatri più aspri ad Aleppo, nell’antico centro che per il suo valore
culturale l’Unesco ha dichiarato patrimonio mondiale dell’umanità.
Nella città della Siria settentrionale, per secoli uno dei principali
scali commerciali dell’area mediorientale, la comunità ebraica custodì
gelosamente il prezioso manoscritto destinato a ispirare Maimonide, il
famoso Codice di Aleppo. Al libro di Matti Friedman ispirato alla sua
misteriosa vicenda, Pagine ebraiche dedica la sezione di cultura del
numero di settembre attualmente in distribuzione.
Il
Dan Brown del caso lo abbiamo, si chiama Matti Friedman. Magari un
produttore milionario ingaggerà il solito Nicholas Cage/Harrison
Ford/Tom Hanks nel ruolo dell'investigatore a spasso nel tempo. Perché
il Codex Aleppo, il codice più importante dell'ebraismo, ha tutti gli
ingredienti per conquistare gli appassionati del settore: una città
antica e travagliata, Aleppo, ora cuore della ribellione contro Assad.
La nascita di Israele con le conseguenze che ne derivano e un grande
protagonista che di storie complicate se ne intende: il popolo ebraico.
Tutto con una spruzzata di misticismo, paura, diavolerie e credenze
maturate nel tempo, come se il tempo potesse aggiungere oltre alla
coltre di polvere una patina di magia. Il Codice di Aleppo è un testo
masoretico compilato da un gruppo di saggi guidati dalla famiglia Ben
Asher, è il più antico, completo e accreditato testo della Bibbia
ebraica e si trova attualmente all'Israel Museum di Yerushalaim. Ma
ritorniamo ai Ben Asher: nel 930 vengono compilati ventiquattro libri
sacri e il Codex, che da Tiberiade viene portato a Yerushalaim. Nel
1099 durante la crociata guidata da Goffredo di Buglione il codice
viene preso e torna grazie al riscatto pagato dalla fiorente comunità
ebraica di Fustat, vicino al Cairo. Nel dodicesimo secolo Maimonide se
ne serve per il suo Mishne Torah e nel quattordicesimo secolo un suo
erede si trasferisce ad Aleppo e lo porta con sé. Per seicento anni il
codice resterà nella città siriana in una piccola cripta scavata nella
roccia e miti e misteri cominceranno asbocciare e fiorire numerosi. Se
una donna guardava il testo poteva rimanere incinta, ma la vera
preoccupazione che suscitava un timore reverenziale in tutti gli ebrei
di Aleppo riguardava la maledizione. E qui qualche editore o produtture
drizzerà le antenne: perché chiunque rubi o venda il manoscritto
incorrerà in una terribile maledizione. Pensavamo di esserne esenti, ma
anche noi abbiamo il nostro personale Il nome della rosa.
L'avvertimento minaccioso al riguardo si può trovare anche all'inizio
del codice stesso. Ma come arriva il prezioso Codice di Aleppo in
Israele? Perché mancano duecento preziosissime pagine, circa il 40 per
cento del corpus? Sono state rubate? Il ladro incapperà nella
maledizione? Queste e altre domande sono il punto di partenza di Matti
Friedman, l'autore di The Aleppo Codex con l'evocativo sottotitolo: A
True Story of Obsession, Faith, and the Pursuit of an Ancient Bible, e
del lungo articolo di Ronen Bergman per il New York Times. Dopo
secoli di immobilità e grande cura da parte della comunità ebraica di
Aleppo, nel 1935 il sionista Yitzhak Ben-Zvi cerca di convincere la
comunità che il posto più sicuro sia la nascente Israele e tramite
Yitzhak Shamosh cerca di portarvelo contro il volere degli ebrei di
Aleppo. L'impresa fallisce e la maledizione pende minacciosa. Nel
novembre del 1947 le Nazioni Unite si dichiarano favorevoli alla
nascita di uno Stato ebraico. I paesi arabi in risposta scatenano
l'inferno. Le numerose comunità ebraiche sono in pericolo, ebrei
siriani in primis. Il Codex è nell'occhio del ciclone, la storia
racconta che lo shammash Asher Baghdadi lo abbia salvato tra le fiamme
e le ceneri del tempio. Il governo siriano intanto capisceil valore
inestimabile del manoscritto e vuole venderlo a qualche ricco mercante,
la comunità di Aleppo fa credere che sia stato distrutto dall'incendio.
Il trasferimento del codice in Israele sembra ormai indispensabile e
Ben-Zvi, divenuto il secondo premier israeliano non intende mollare la
presa. Per la giovane Israele c'è bisogno del legame con il passato, il
paese si deve riappropriare della storia dei padri. A questo punto
entra in scena un nuovo personaggio, piuttosto ambiguo per la verità.
Incoronato e condannato a tempi alterni, salvatore ma anche
profondamente enigmatico: Murad Faham, fu lui il prescelto per
riportare a casa la corona, così viene chiamato il Codex. Nonostante
maledizioni, governo siriano e maldicenze, Faham arriva vittorioso a
Haifa. Ma qui si apre un nuovo grande interrogativo, il mistero dei
misteri. Perché il vecchio Codex Aleppo, sicuramente provato dal
viaggio, è in grande forma, ma privo di duecento preziosissime pagine.
E c'è chi giura che quelle pagine in Israele ci siano arrivate. Allora
chi è il ladro? E la maledizione? Sembra quasi di rileggere storie
italiane di qualche decennio fa, con una nebbia che avvolge chiunque
cerchi di fare chiarezza. Con agenti segreti, mercanti avidi, studiosi
appassionati e uomini ossessionati. E qui di storie bisbigliate o
riferite pubblicamente ce ne sono per tutti i gusti. Una di quelle più
singolari riguarda il ricchissimo Edmond Safra. Amnon Shamosh, fratello
di Yitzhak del quale avete letto alcune righe sopra, ha scritto un
romanzo intitolato Michel Ezra Safra and Sons, trasposto poi in un
telefilm che è negli anni '80 è stato il Dallas israeliano. La serie
finiva con il patriarca della famiglia che salvava il Codice di Aleppo
e lo portava a Nizza. Il cognome era una scelta casuale ma Safra
convocò Shamosh e gli offrì una somma ingente per cambiare il cognome
dei protagonisti (una di quelle scene da film in cui lui mostra il
libretto degli assegni all'altro e dice con voce autoritaria:"Scrivi tu
la cifra").
Rachel Silvera, Pagine Ebraiche, settembre 2012 twitter @RachelSilvera2
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Giornata della cultura ebraica - Facciamoci una risata
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Immaginiamo
una sit-com: Sara, la protagonista, riceve una visita. Due bizzarri
ospiti annunciano a suo marito che presto avrà un figlio. Strane
modalità; i due lavorano forse nel laboratorio di analisi a cui si è
rivolta Sara? Ma no! Sara ha quasi cento anni – novanta per la
precisione - e non si sognerebbe nemmeno di partorire un figlio alla
sua età. E all’annuncio non le resta che ridere. Reazione che la
maggior parte di noi avrebbe in una situazione simile. Però non è una
sceneggiatura per una sit-com: è la Bibbia che ci racconta questo
episodio. Esattamente al capitolo 21: la prima volta che si parla di
riso della storia (almeno di quella ebraica). E come avrebbe potuto
chiamarsi il nascituro se non con un nome nella cui radice stessa
compare il verbo ridere? Isacco, il secondo dei tre patriarchi
dell’ebraismo, è un nome che in italiano suona come serio ed
impegnativo (corrispondente alle storie bibliche a lui legate);
significa invece “riderà”. E nei Salmi (2:4) troviamo “Colui che
risiede in cielo ride” (Salmi 2:1 Perché si agitano i popoli e le
nazioni meditano cose vane? 2: insorgono i re della terra, i principi
si consigliano fra di loro contro il Signore e contro il suo unto? 3:
liberiamoci i loro lacci, gettiamo da noi i loro legami. Colui che
risiede in cielo ride. Il Signore si fa beffe di loro”).
E non è forse detto al capitolo 3 dell’Ecclesiaste "Ciascuna cosa ha la
sua stagione e ogni azione sotto il cielo ha il suo tempo (…) tempo di
piangere, e tempo di ridere.”
E con antecedenti del genere che cosa avremmo potuto trovare nel Talmud
(il massimo testo di riferimento dell’ebraismo) se non un sorriso di
Dio? Si affronta la questione del dove si fonda l’autorità per una
decisione di carattere normativo. Il problema viene formulato in modo
molto particolareggiato e complesso (T.B. Babà Metzia, 59 b). E’ un
brano piuttosto noto (è del 2010 l’interessante “Il forno di Akhnai”
dedicato da Joseph Bali, Vicky Franzinetti e Stefano Levi Della Torre
per i tipi della Giuntina). Si discute della kasheruth di un forno a
serpentina e sulle posizioni di illustri Maestri dell’epoca: Rabbì
Eliezer e la maggioranza (rappresentata da Rabbì Yehoshua). Ma spetta
alla maggioranza o a una voce celeste, (una sorta di megafono divino,
che rappresenta appunto la voce, e quindi l’opinione, di D-o) di
stabilire la norma? La sorprendente conclusione è che la Torah non è in
cielo e che una volta consegnata all’uomo è lui che ne deve determinare
confini e modalità. Ma la conclusione ancora più fulminante è quella
che ci si palesa alla fine del capitolo; E’ D-o stesso a commentare “I
mie figli mi hanno battuto”. E mentre lo dice sorride! Chi racconta
quest’ultima parte del racconto è Elyahu Ha-navì, il profeta Elia,
fonte degna di fede, che secondo la Bibbia stessa (2 Re, 2:11) era egli
stesso asceso in cielo in un turbine.
Ed è sempre lui, Elia, presente in una storia che più di ogni altra
dovrebbe illuminarci, su quale è l’attitudine ebraica verso l’umorismo:
nel Talmud e precisamente nel trattato di Taanit, (22A) è narrato che
mentre Elia si trova nel mercato di Be-lefet insieme a Rabbì Berokà,
quest’ultimo gli chiede (in quello che presumiamo essere un luogo assai
affollato) chi delle persone che sono lì avrà parte nell’Olam Ha-bà, il
mondo a venire. Dopo avere indicato una certa persona e aver discusso
su di essa Elia indica solo altri due personaggi: sono due “Badhanim”,
persone che vanno in giro a divertire e rasserenare chi è triste. E che
intervengono quando vedono due persone in lite tra di loro: vanno lì e
mettono la pace. Sorprendente e illuminante insegnamento!
Ed è il Talmud stesso a registrare che uno dei grandi saggi, Rabbah,
iniziava sempre le sue lezioni con una storiella per attrarre
l’attenzione degli studenti. (Pesachim 117a, Shabbat 30b).
Ma come spiegare la logica talmudica se non con una storiella?: Un uomo
va da un rabbino e gli chiede di spiegargli cosa è il Talmud. “Bene.”,
dice il rabbino, “Ma prima rispondimi a questa domanda: se due uomini
salgono dentro un caminetto e uno viene fuori pulito e l’altro sporco,
chi dei due si laverà?” “Quello sporco” risponde l’uomo. E il rabbino:
No, perché uno vede l’altro: quello sporco guardando il compagno
penserà di essere pulito, mentre quello pulito guarderà il compagno, lo
vedrà sporco e correrà a lavarsi”. Ed ora un’altra domanda: "Se due
uomini salgono dentro un caminetto e uno viene fuori pulito e l’altro
sporco, chi dei due si laverà?” L’uomo sorride e risponde: “Ma me lo
hai appena detto tu: l’uomo che è pulito si laverà perché pensa di
essere sporco”. "No," dice il rabbino, "Se l’uomo che è rimasto pulito
si guarda, saprà che non si deve lavare, analogamente l’uomo pieno di
fuliggine guarderà se stesso e si laverà!". Ed ora un’altra domanda.
"Se due uomini salgono dentro un caminetto e uno viene fuori pulito e
l’altro sporco, chi dei due si laverà?”. E l’uomo risponde: Ma, non so,
rabbino, dipende dal punto di vista. Potrebbe essere sia l’uno che
l’altro. E il rabbino: “Come potrebbero due spazzacamini salire in un
comignolo e scendere uno pulito e uno sporco? Entrambi sarebbero
sporchi e entrambi dovrebbero lavarsi!”. L’uomo ormai piuttosto confuso
dice: “Ma rabbino mi hai fatto tre domande uguali e mi hai fornito tre
diverse risposte! Cosa è una specie di barzelletta?” E il rabbino:
Figlio mio, no, non è una barzelletta. Questo è il Talmud!”.
L’umorismo ebraico inteso in senso più moderno, forse nasce proprio
nelle pieghe nascoste del Talmud: con esso condivide i processi logici
più che i contenuti. La logica improbabile e a volte paradossale che
accompagna lo svolgimento della discussione talmudica, le
argomentazioni talvolta molto sottili e fuori dal “senso comune” sono
caratteristiche che hanno molto in comune con il guizzo, il witz, e
anche con le battute che ritroviamo nei registi provenienti da
Hollywood, da Lenny Bruce a Mel Brooks, a Woody Allen. Ma anche in
diversi comici e autori nostrani: da Aldo De Benedetti (purtroppo
spesso dimenticato autore di commedie che hanno unito l’Italia in una
risata nel periodo detto dei “telefoni bianchi” ed il cui nome dalla
promulgazione delle leggi razziali fino alla fine della guerra non poté
più comparire nei titoli) a Davide Croccolo, a Franca Valeri, tanto per
restare in un passato recente. Nel mondo variopinto dell’umorismo
ebraico, in particolare nel mondo mitteleuropeo, trovano posto varie
figure tipiche e talvolta surreali, come se fossero appena uscite da un
dipinto di Marc Chagall; il rabbino miracoloso, il sensale di
matrimoni, l’uomo d’affari, l’accattone, il nullafacente, come in un
caleidoscopio mescolano le loro vite e rendono colorati e multiformi il
villaggio e le storie che vi sono contenute. Formano una specie di
tradizione orale che, passando di bocca in bocca, si arricchisce di
nuovi contenuti e diventa quasi mito. Sono gli stessi personaggi che
dal surreale mondo favolistico divengono frequentemente i protagonisti
delle storielle ebraiche.
E d’altra parte - secondo alcuni Maestri - mettere in pratica le
miztvot con gioia è una delle qualità essenziali che dovrebbero
contraddistinguere l’ebreo. In Giobbe (8: 21) non è forse scritto "D-o
riempirà la vostra bocca di riso e le vostre labbra con canti di gioia”?
L’umorismo e il riso fanno parte di un progetto di più ampio respiro:
la gioia. “Il mondo è pieno di persone tristi perché va tutto per il
verso sbagliato”, ma il grande insegnamento di Nachman di Brezlaw, è
“ma va loro tutto per il verso sbagliato perché sono tristi! “
Secondo il Baal Shem Tov (il “fondatore” del chassidismo) l’umorismo è
quella cosa che conduce la mente da uno stato di coscienza ristretta ad
uno di coscienza espansa: una persona in tale stadio percepisce la
totalità del Creato che è intorno a lui. E quando è l’umorismo il mezzo
attraverso il quale siamo trasportati da un luogo di coscienza
ristretta ad uno di coscienza espansa, il riso è la nostra reazione a
questo vertiginoso processo. E – sempre per restare nella tradizione
ebraica-scomodiamo perfino lo Zohar - il più importante libro della
tradizione mistica ebraica - dal quale apprendiamo che se non ci fosse
uno spirito umoristico non potrebbe esserci la vera saggezza e che
dovrebbe essere responsabilità di ciascuno mettere in pratica tale
insegnamento . (Zohar, Volume 3, Folio 47b).
Consolati da tanta saggezza non ci resta che ridere, magari facendo
ancora una riflessione sul proverbio yiddish “Quello che un sapone fa
per il corpo, una risata fa per l’animo”.
Sira Fatucci
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Elezioni e gruppi religiosi
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Ho
letto con grande interesse l’articolo di Stephen Richer, sul numero di
agosto di Pagine Ebraiche, in cui si analizzano le percentuali del voto
ebraico nelle elezioni presidenziali americane, a partire dal 1928 fino
al giorno d’oggi, e si espongono, con precisione e lucidità, le ragioni
della persistente preferenza per i candidati democratici, anziché
repubblicani (ragioni che Richer sintetizza nei seguenti quattro punti:
1. timore della destra religiosa cristiana; 2. diritti civili; 3.
progressismo sociale; 4. laicità).
È interessante notare, al riguardo, che il ruolo della religione (come
elemento attivo e determinante dei comportamenti sociali e politici dei
cittadini) è stato sempre molto influente nella storia americana, e
che, soprattutto nell’Ottocento, ci sono state forti spinte a favore
della costruzione degli Stati Uniti come un Paese dichiaratamente
“cristiano”. Una tale concezione, ovviamente, avrebbe significato
un’automatica emarginazione di tutte le minoranze religiose, e
principalmente di quella ebraica (teniamo presente l’immigrazione
islamica e asiatica è un fenomeno più recente), ed è stata
comprensibilmente avversata, sul piano culturale e giuridico, dagli
ebrei americani, come anche da tutti quei gentili che, con diverse
motivazioni, hanno ritenuto importante difendere gli ideali di laicità
propugnati dai Padri Fondatori (la cui idea di divinità – pur molto
presente e determinante – era di stampo essenzialmente
giusnaturalistico, nel senso di un Dio di tutti gli uomini, trasversale
a tutte le fedi religiose [“nature’s God”, “Dio della natura”, si legge
nella Dichiarazione d’Indipendenza]). E uno dei motivi principali, a
mio avviso, secondo cui la concezione confessionale dello Stato non ha
prevalso, oltre a tali resistenze, è stata la molteplicità e la
rivalità delle diverse Chiese protestanti, che, in ragione delle loro
differenze e divisioni, non hanno mai fatto “fronte comune” in tale
direzione. L’assenza di un unico papa, in America, è stato di grande
aiuto nel contrasto alle reiterate interferenze delle Chiese nella
sfera civile. Il valore di laicità, tradizionalmente, è generalmente
stato più sentito e difeso dai democratici, e ciò spiega la preferenza
degli elettori ebrei americani, ma sarebbe ingeneroso asserire che esso
sia stato sempre trascurato dai repubblicani, al cui interno le
posizioni sono spesso state articolate, a volte contrastanti. Com’è
noto, inoltre, i partiti americani hanno un natura molto diversa da
quelli europei, in quanto connotati da scarsa rigidità ideologica e
burocratica e grande fluidità e mobilità elettorale (si tratta, in
pratica, di grandi apparati elettorali, funzionanti per lo più in
prossimità delle tornate elettorali).
Ma un dato significativo, emergente dall’analisi di Richer, è come il
sostegno a Israele non appaia tra le motivazioni degli orientamenti
elettorali, e questo in quanto, per grande fortuna, la simpatia e
l’amicizia verso il piccolo alleato appare un valore molto sentito
dalla generalità dei politici e dell’elettorato (non solo ebraico)
statunitense. Tale circostanza è un fattore prezioso per la sicurezza
d’Israele, che ha alla sua base molteplici spiegazioni, ma che non va
dato per scontato, né considerato irreversibile. È importante perciò, a
mio avviso, che la natura ‘bipartisan’ dell’appoggio a Israele sia
preservata come un valore in sé, al di là delle specifiche posizioni
assunte, di volta in volta, da questo o quel Presidente. Non mi
tranquillizzerebbe un Presidente molto “filosionista” con un’opinione
pubblica fredda, distaccata o, addirittura, ostile.
Un’ultima osservazione. Usando categorie “europee”, si potrebbe dire
che gli ebrei americani votano, prevalentemente, “ a sinistra”. Nel far
ciò, beati loro, non hanno mai dovuto confrontarsi con le sofferenze e
le lacerazioni che hanno afflitto tanti ebrei europei, minacciati di
scomunica, negli anni passati, dalla Chiesa comunista, che, in America,
non c’è mai stata. Un’altra assenza (oltre quella del Vaticano) da cui
la democrazia americana ha tratto consistente beneficio.
Francesco
Lucrezi, storico
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Calcio - Champions League
Kiryat Shmona in campo stasera
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La
squadra Kiryat Shmona si giocherà stasera a Minsk l’accesso alla fase
ai gironi della Champions League nel primo incontro del doppio
spareggio eliminatorio con i bielorussi del Bate Borisov.
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Come già scriveva ieri Ugo Volli
su queste colonne, anche oggi non sono molte le notizie da riportare
dopo la lettura dei giornali. Ma questo avviene anche perché notizie di
primo piano non sono riportate dagli inviati.
Emanuel Segre Amar
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incoraggiano la conoscenza e il confronto delle realtà ebraiche. Gli
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