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  22 agosto 2012 - 4 Elul 5772
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david sciunnach
David
Sciunnach,
rabbino 


“… non fate in questo modo …” (Devarìm 12, 4). Il Rebbe di Kotzk nel commentare questo verso vuole insegnare a non agire “in questo modo” in modo istintivo, nella routine, solo per uscir d’obbligo. Bensì dobbiamo agire con consapevolezza dando un valore alle azioni che compiamo quotidianamente, siano esse verso Dio, siano esse verso il nostro prossimo.

 Davide 
Assael,
ricercatore



davide Assael
Nell’ultima settimana si è molto parlato di libertà. Oltre alle libertà negate in Siria, le cronache politiche hanno messo molto in evidenza la condanna subita dal gruppo punk, Pussy Riot, in Russia, per aver improvvisato una messa anti-Putin nella Chiesa del Cristo Redentore a Mosca. D’altra parte, da quella zona del mondo rimproverano il trattamento riservato a Julian Assange dalle diplomazie occidentali, come a dire che è più facile vedere la pagliuzza nell’occhio dell’altro che la trave nel proprio. In effetti, non credo che sarebbe gradito un simile show nel Duomo di Milano o a S. Pietro. Ma, allora, davvero la democrazia non è altro che un cambiamento nominale privo di qualunque sostanza? Semplicemente, ognuno ha i propri nemici. Oppure, dovremmo concludere che la democrazia non coincide con la libertà per tutti? E chi decide il limite? Forse, è giunto il momento che a fianco ad uno sforzo politico si accompagni un impegno delle classi intellettuali; considerate le contraddizioni a cui sono giunti i vecchi termini, urge trovarne di più aderenti ai nostri tempi.

davar
Siria - La storia di una comunità salvata
“Non ci sono parole per descrivere le atrocità che vengono compiute in Siria. Non c’è nessuna considerazione per la vita”. I commenti alle notizie dal Medio Oriente che scorrono sulla televisione del salotto di Judy Feld Carr, ebrea di Toronto nata nel 1939, di professione insegnante di musica, sei figli, tredici nipoti, potrebbero essere quelli di chiunque. Ma Judy nelle vicende della Siria non è chiunque. Per quasi trent’anni della sua vita, solo apparentemente ordinaria, si è occupata di contrabbandare fuori dal paese oltre tremila ebrei, in una saga degna del miglior romanzo, ricordata negli scorsi giorni dal Times of Israel.
Tutto ebbe inizio a metà degli anni ’70. Una donna ebrea originaria di Aleppo che viveva a Toronto decise di tornare in patria a trovare il fratello rimasto laggiù. Imprigionata, riuscì in qualche modo a rientrare in Canada. Portando nascosta nella biancheria una lettera, che consegnò alla Feld Carr “Una lettera che mi sarei aspettata ai tempi della Shoah – ricorda la professoressa – Era stata scritta da tre rabbini della comunità ‘I nostri figli sono i tuoi figli. Tiraci fuori da qui’ ricordo che diceva”.
Ci vollero due anni per far fuggire la prima persona, dietro pagamento di un vero e proprio riscatto. Il Canada non aveva un’ambasciata a Damasco, quindi fu difficile trovare il modo di corrompere gli ufficiali siriani che potevano procurare i documenti di espatrio. Quel primo rabbino siriano scappato era già stato imprigionato e torturato, ed era malato terminale di cancro. Grazie a Judy, realizzò il sogno di bere un caffè in Israele con la madre 97enne. Poi espresse un altro desiderio “Porta via dalla Siria mia figlia”. E così la canadese si diede da fare per la ragazza, che all’epoca aveva diciannove anni (oggi vive a Bat Yam ed è nonna).
E così uno dopo l’altro, con il sostegno economico della comunità canadese, Judy, senza mai mettere piede in Siria, ha fatto scappare 3328 ebrei sui circa 4600 che vivevano laggiù (la quasi totalità di restanti riuscì a fuggire con mezzi propri o con l’aiuto di Israele). Nel 2001, non rimanevano che poche decine di persone e la Feld Carr dichiarò conclusa la sua missione “Non ho mai chiesto a nessuno di partire, erano gli ebrei stessi che mi facevano pervenire le loro richieste di aiuto. A scegliere di rimanere sono state più che altro persone anziane”. Per 28 anni, l’opera di Judy, è rimasta “il segreto meglio tenuto della storia ebraica”. Nell’ultimo decennio la sua opera le è valsa diversi riconoscimenti. Solo poche settimane fa, il presidente israeliano Shimon Peres l’ha insignita della Presidential Award of Distinction, medaglia che onora “coloro che hanno fornito un eccezionale contribuito allo Stato d’Israele o all’umanità, attraverso le proprie capacità, servigi, o in qualsiasi altra forma". Nella stessa sera, la salvatrice era stata invitata dalla regina Elisabetta d’Inghilterra a ricevere la Diamond Jubilee Medal, ritirata poi da una delle figlie. Eppure Judy continua a guardare alla sua impresa con modestia. Con la maggior parte delle persone che ha salvato non è mai entrata in contatto diretto (“Insisterebbero per offrirmi cene lussuose e doni, anche senza poterselo permettere, e non è quello che voglio”). Ma commentando ancora quello che sta succedendo in Siria oggi c’è un pensiero che non riesce a togliersi dalla testa. “Non posso pensare a cosa sarebbe successo con una comunità di tremila persone da usare come ostaggio…”.
(nell'immagine in alto i bambini della scuola Maimonide di Damasco nel 1991, sotto Judy Feld carr)

Rossella Tercatin twitter @rtercatinmoked

Aleppo svela il suo codice segreto
Da mesi la battaglia che sta sconvolgendo la Siria ha trovato uno dei suoi teatri più aspri ad Aleppo, nell’antico centro che per il suo valore culturale l’Unesco ha dichiarato patrimonio mondiale dell’umanità. Nella città della Siria settentrionale, per secoli uno dei principali scali commerciali dell’area mediorientale, la comunità ebraica custodì gelosamente il prezioso manoscritto destinato a ispirare Maimonide, il famoso Codice di Aleppo. Al libro di Matti Friedman ispirato alla sua misteriosa vicenda, Pagine ebraiche dedica la sezione di cultura del numero di settembre attualmente in distribuzione.

Il Dan Brown del caso lo abbiamo, si chiama Matti Friedman. Magari un produttore milionario ingaggerà il solito Nicholas Cage/Harrison Ford/Tom Hanks nel ruolo dell'investigatore a spasso nel tempo. Perché il Codex Aleppo, il codice più importante dell'ebraismo, ha tutti gli ingredienti per conquistare gli appassionati del settore: una città antica e travagliata, Aleppo, ora cuore della ribellione contro Assad. La nascita di Israele con le conseguenze che ne derivano e un grande protagonista che di storie complicate se ne intende: il popolo ebraico. Tutto con una spruzzata di misticismo, paura, diavolerie e credenze maturate nel tempo, come se il tempo potesse aggiungere oltre alla coltre di polvere una patina di magia. Il Codice di Aleppo è un testo masoretico compilato da un gruppo di saggi guidati dalla famiglia Ben Asher, è il più antico, completo e accreditato testo della Bibbia ebraica e si trova attualmente all'Israel Museum di Yerushalaim. Ma ritorniamo ai Ben Asher: nel 930 vengono compilati ventiquattro libri sacri e il Codex, che da Tiberiade viene portato a Yerushalaim. Nel 1099 durante la crociata guidata da Goffredo di Buglione il codice viene preso e torna grazie al riscatto pagato dalla fiorente comunità ebraica di Fustat, vicino al Cairo. Nel dodicesimo secolo Maimonide se ne serve per il suo Mishne Torah e nel quattordicesimo secolo un suo erede si trasferisce ad Aleppo e lo porta con sé. Per seicento anni il codice resterà nella città siriana in una piccola cripta scavata nella roccia e miti e misteri cominceranno asbocciare e fiorire numerosi. Se una donna guardava il testo poteva rimanere incinta, ma la vera preoccupazione che suscitava un timore reverenziale in tutti gli ebrei di Aleppo riguardava la maledizione. E qui qualche editore o produtture drizzerà le antenne: perché chiunque rubi o venda il manoscritto incorrerà in una terribile maledizione. Pensavamo di esserne esenti, ma anche noi abbiamo il nostro personale Il nome della rosa. L'avvertimento minaccioso al riguardo si può trovare anche all'inizio del codice stesso. Ma come arriva il prezioso Codice di Aleppo in Israele? Perché mancano duecento preziosissime pagine, circa il 40 per cento del corpus? Sono state rubate? Il ladro incapperà nella maledizione? Queste e altre domande sono il punto di partenza di Matti Friedman, l'autore di The Aleppo Codex con l'evocativo sottotitolo: A True Story of Obsession, Faith, and the Pursuit of an Ancient Bible, e del lungo articolo di Ronen Bergman per il New York Times. Dopo secoli di immobilità e grande cura da parte della comunità ebraica di Aleppo, nel 1935 il sionista Yitzhak Ben-Zvi cerca di convincere la comunità che il posto più sicuro sia la nascente Israele e tramite Yitzhak Shamosh cerca di portarvelo contro il volere degli ebrei di Aleppo. L'impresa fallisce e la maledizione pende minacciosa. Nel novembre del 1947 le Nazioni Unite si dichiarano favorevoli alla nascita di uno Stato ebraico. I paesi arabi in risposta scatenano l'inferno. Le numerose comunità ebraiche sono in pericolo, ebrei siriani in primis. Il Codex è nell'occhio del ciclone, la storia racconta che lo shammash Asher Baghdadi lo abbia salvato tra le fiamme e le ceneri del tempio. Il governo siriano intanto capisceil valore inestimabile del manoscritto e vuole venderlo a qualche ricco mercante, la comunità di Aleppo fa credere che sia stato distrutto dall'incendio. Il trasferimento del codice in Israele sembra ormai indispensabile e Ben-Zvi, divenuto il secondo premier israeliano non intende mollare la presa. Per la giovane Israele c'è bisogno del legame con il passato, il paese si deve riappropriare della storia dei padri. A questo punto entra in scena un nuovo personaggio, piuttosto ambiguo per la verità. Incoronato e condannato a tempi alterni, salvatore ma anche profondamente enigmatico: Murad Faham, fu lui il prescelto per riportare a casa la corona, così viene chiamato il Codex. Nonostante maledizioni, governo siriano e maldicenze, Faham arriva vittorioso a Haifa. Ma qui si apre un nuovo grande interrogativo, il mistero dei misteri. Perché il vecchio Codex Aleppo, sicuramente provato dal viaggio, è in grande forma, ma privo di duecento preziosissime pagine. E c'è chi giura che quelle pagine in Israele ci siano arrivate. Allora chi è il ladro? E la maledizione? Sembra quasi di rileggere storie italiane di qualche decennio fa, con una nebbia che avvolge chiunque cerchi di fare chiarezza. Con agenti segreti, mercanti avidi, studiosi appassionati e uomini ossessionati. E qui di storie bisbigliate o riferite pubblicamente ce ne sono per tutti i gusti. Una di quelle più singolari riguarda il ricchissimo Edmond Safra. Amnon Shamosh, fratello di Yitzhak del quale avete letto alcune righe sopra, ha scritto un romanzo intitolato Michel Ezra Safra and Sons, trasposto poi in un telefilm che è negli anni '80 è stato il Dallas israeliano. La serie finiva con il patriarca della famiglia che salvava il Codice di Aleppo e lo portava a Nizza. Il cognome era una scelta casuale ma Safra convocò Shamosh e gli offrì una somma ingente per cambiare il cognome dei protagonisti (una di quelle scene da film in cui lui mostra il libretto degli assegni all'altro e dice con voce autoritaria:"Scrivi tu la cifra").

Rachel Silvera, Pagine Ebraiche, settembre 2012 twitter @RachelSilvera2

Giornata della cultura ebraica - Facciamoci una risata

Immaginiamo una sit-com: Sara, la protagonista, riceve una visita. Due bizzarri ospiti annunciano a suo marito che presto avrà un figlio. Strane modalità; i due lavorano forse nel laboratorio di analisi a cui si è rivolta Sara? Ma no! Sara ha quasi cento anni – novanta per la precisione - e non si sognerebbe nemmeno di partorire un figlio alla sua età. E all’annuncio non le resta che ridere. Reazione che la maggior parte di noi avrebbe in una situazione simile. Però non è una sceneggiatura per una sit-com: è la Bibbia che ci racconta questo episodio. Esattamente al capitolo 21: la prima volta che si parla di riso della storia (almeno di quella ebraica). E come avrebbe potuto chiamarsi il nascituro se non con un nome nella cui radice stessa compare il verbo ridere? Isacco, il secondo dei tre patriarchi dell’ebraismo, è un nome che in italiano suona come serio ed impegnativo (corrispondente alle storie bibliche a lui legate); significa invece “riderà”. E nei Salmi (2:4) troviamo “Colui che risiede in cielo ride” (Salmi 2:1 Perché si agitano i popoli e le nazioni meditano cose vane? 2: insorgono i re della terra, i principi si consigliano fra di loro contro il Signore e contro il suo unto? 3: liberiamoci i loro lacci, gettiamo da noi i loro legami. Colui che risiede in cielo ride. Il Signore si fa beffe di loro”).
E non è forse detto al capitolo 3 dell’Ecclesiaste "Ciascuna cosa ha la sua stagione e ogni azione sotto il cielo ha il suo tempo (…) tempo di piangere, e tempo di ridere.”
E con antecedenti del genere che cosa avremmo potuto trovare nel Talmud (il massimo testo di riferimento dell’ebraismo) se non un sorriso di Dio? Si affronta la questione del dove si fonda l’autorità per una decisione di carattere normativo. Il problema viene formulato in modo molto particolareggiato e complesso (T.B. Babà Metzia, 59 b). E’ un brano piuttosto noto (è del 2010 l’interessante “Il forno di Akhnai” dedicato da Joseph Bali, Vicky Franzinetti e Stefano Levi Della Torre per i tipi della Giuntina). Si discute della kasheruth di un forno a serpentina e sulle posizioni di illustri Maestri dell’epoca: Rabbì Eliezer e la maggioranza (rappresentata da Rabbì Yehoshua). Ma spetta alla maggioranza o a una voce celeste, (una sorta di megafono divino, che rappresenta appunto la voce, e quindi l’opinione, di D-o) di stabilire la norma? La sorprendente conclusione è che la Torah non è in cielo e che una volta consegnata all’uomo è lui che ne deve determinare confini e modalità. Ma la conclusione ancora più fulminante è quella che ci si palesa alla fine del capitolo; E’ D-o stesso a commentare “I mie figli mi hanno battuto”. E mentre lo dice sorride! Chi racconta quest’ultima parte del racconto è Elyahu Ha-navì, il profeta Elia, fonte degna di fede, che secondo la Bibbia stessa (2 Re, 2:11) era egli stesso asceso in cielo in un turbine.
Ed è sempre lui, Elia, presente in una storia che più di ogni altra dovrebbe illuminarci, su quale è l’attitudine ebraica verso l’umorismo: nel Talmud e precisamente nel trattato di Taanit, (22A) è narrato che mentre Elia si trova nel mercato di Be-lefet insieme a Rabbì Berokà, quest’ultimo gli chiede (in quello che presumiamo essere un luogo assai affollato) chi delle persone che sono lì avrà parte nell’Olam Ha-bà, il mondo a venire. Dopo avere indicato una certa persona e aver discusso su di essa Elia indica solo altri due personaggi: sono due “Badhanim”, persone che vanno in giro a divertire e rasserenare chi è triste. E che intervengono quando vedono due persone in lite tra di loro: vanno lì e mettono la pace. Sorprendente e illuminante insegnamento!
Ed è il Talmud stesso a registrare che uno dei grandi saggi, Rabbah, iniziava sempre le sue lezioni con una storiella per attrarre l’attenzione degli studenti. (Pesachim 117a, Shabbat 30b).
Ma come spiegare la logica talmudica se non con una storiella?: Un uomo va da un rabbino e gli chiede di spiegargli cosa è il Talmud. “Bene.”, dice il rabbino, “Ma prima rispondimi a questa domanda: se due uomini salgono dentro un caminetto e uno viene fuori pulito e l’altro sporco, chi dei due si laverà?” “Quello sporco” risponde l’uomo. E il rabbino: No, perché uno vede l’altro: quello sporco guardando il compagno penserà di essere pulito, mentre quello pulito guarderà il compagno, lo vedrà sporco e correrà a lavarsi”. Ed ora un’altra domanda: "Se due uomini salgono dentro un caminetto e uno viene fuori pulito e l’altro sporco, chi dei due si laverà?” L’uomo sorride e risponde: “Ma me lo hai appena detto tu: l’uomo che è pulito si laverà perché pensa di essere sporco”. "No," dice il rabbino, "Se l’uomo che è rimasto pulito si guarda, saprà che non si deve lavare, analogamente l’uomo pieno di fuliggine guarderà se stesso e si laverà!". Ed ora un’altra domanda. "Se due uomini salgono dentro un caminetto e uno viene fuori pulito e l’altro sporco, chi dei due si laverà?”. E l’uomo risponde: Ma, non so, rabbino, dipende dal punto di vista. Potrebbe essere sia l’uno che l’altro. E il rabbino: “Come potrebbero due spazzacamini salire in un comignolo e scendere uno pulito e uno sporco? Entrambi sarebbero sporchi e entrambi dovrebbero lavarsi!”. L’uomo ormai piuttosto confuso dice: “Ma rabbino mi hai fatto tre domande uguali e mi hai fornito tre diverse risposte! Cosa è una specie di barzelletta?” E il rabbino: Figlio mio, no, non è una barzelletta. Questo è il Talmud!”.
L’umorismo ebraico inteso in senso più moderno, forse nasce proprio nelle pieghe nascoste del Talmud: con esso condivide i processi logici più che i contenuti. La logica improbabile e a volte paradossale che accompagna lo svolgimento della discussione talmudica, le argomentazioni talvolta molto sottili e fuori dal “senso comune” sono caratteristiche che hanno molto in comune con il guizzo, il witz, e anche con le battute che ritroviamo nei registi provenienti da Hollywood, da Lenny Bruce a Mel Brooks, a Woody Allen. Ma anche in diversi comici e autori nostrani: da Aldo De Benedetti (purtroppo spesso dimenticato autore di commedie che hanno unito l’Italia in una risata nel periodo detto dei “telefoni bianchi” ed il cui nome dalla promulgazione delle leggi razziali fino alla fine della guerra non poté più comparire nei titoli) a Davide Croccolo, a Franca Valeri, tanto per restare in un passato recente. Nel mondo variopinto dell’umorismo ebraico, in particolare nel mondo mitteleuropeo, trovano posto varie figure tipiche e talvolta surreali, come se fossero appena uscite da un dipinto di Marc Chagall; il rabbino miracoloso, il sensale di matrimoni, l’uomo d’affari, l’accattone, il nullafacente, come in un caleidoscopio mescolano le loro vite e rendono colorati e multiformi il villaggio e le storie che vi sono contenute. Formano una specie di tradizione orale che, passando di bocca in bocca, si arricchisce di nuovi contenuti e diventa quasi mito. Sono gli stessi personaggi che dal surreale mondo favolistico divengono frequentemente i protagonisti delle storielle ebraiche.
E d’altra parte - secondo alcuni Maestri - mettere in pratica le miztvot con gioia è una delle qualità essenziali che dovrebbero contraddistinguere l’ebreo. In Giobbe (8: 21) non è forse scritto "D-o riempirà la vostra bocca di riso e le vostre labbra con canti di gioia”?
L’umorismo e il riso fanno parte di un progetto di più ampio respiro: la gioia. “Il mondo è pieno di persone tristi perché va tutto per il verso sbagliato”, ma il grande insegnamento di Nachman di Brezlaw, è “ma va loro tutto per il verso sbagliato perché sono tristi! “
Secondo il Baal Shem Tov (il “fondatore” del chassidismo) l’umorismo è quella cosa che conduce la mente da uno stato di coscienza ristretta ad uno di coscienza espansa: una persona in tale stadio percepisce la totalità del Creato che è intorno a lui. E quando è l’umorismo il mezzo attraverso il quale siamo trasportati da un luogo di coscienza ristretta ad uno di coscienza espansa, il riso è la nostra reazione a questo vertiginoso processo. E – sempre per restare nella tradizione ebraica-scomodiamo perfino lo Zohar - il più importante libro della tradizione mistica ebraica - dal quale apprendiamo che se non ci fosse uno spirito umoristico non potrebbe esserci la vera saggezza e che dovrebbe essere responsabilità di ciascuno mettere in pratica tale insegnamento . (Zohar, Volume 3, Folio 47b).
Consolati da tanta saggezza non ci resta che ridere, magari facendo ancora una riflessione sul proverbio yiddish “Quello che un sapone fa per il corpo, una risata fa per l’animo”.

Sira Fatucci

pilpul
Elezioni e gruppi religiosi
Francesco LucreziHo letto con grande interesse l’articolo di Stephen Richer, sul numero di agosto di Pagine Ebraiche, in cui si analizzano le percentuali del voto ebraico nelle elezioni presidenziali americane, a partire dal 1928 fino al giorno d’oggi, e si espongono, con precisione e lucidità, le ragioni della persistente preferenza per i candidati democratici, anziché repubblicani (ragioni che Richer sintetizza nei seguenti quattro punti: 1. timore della destra religiosa cristiana; 2. diritti civili; 3. progressismo sociale; 4. laicità).
È interessante notare, al riguardo, che il ruolo della religione (come elemento attivo e determinante dei comportamenti sociali e politici dei cittadini) è stato sempre molto influente nella storia americana, e che, soprattutto nell’Ottocento, ci sono state forti spinte a favore della costruzione degli Stati Uniti come un Paese dichiaratamente “cristiano”. Una tale concezione, ovviamente, avrebbe significato un’automatica emarginazione di tutte le minoranze religiose, e principalmente di quella ebraica (teniamo presente l’immigrazione islamica e asiatica è un fenomeno più recente), ed è stata comprensibilmente avversata, sul piano culturale e giuridico, dagli ebrei americani, come anche da tutti quei gentili che, con diverse motivazioni, hanno ritenuto importante difendere gli ideali di laicità propugnati dai Padri Fondatori (la cui idea di divinità – pur molto presente e determinante – era di stampo essenzialmente giusnaturalistico, nel senso di un Dio di tutti gli uomini, trasversale a tutte le fedi religiose [“nature’s God”, “Dio della natura”, si legge nella Dichiarazione d’Indipendenza]). E uno dei motivi principali, a mio avviso, secondo cui la concezione confessionale dello Stato non ha prevalso, oltre a tali resistenze, è stata la molteplicità e la rivalità delle diverse Chiese protestanti, che, in ragione delle loro differenze e divisioni, non hanno mai fatto “fronte comune” in tale direzione. L’assenza di un unico papa, in America, è stato di grande aiuto nel contrasto alle reiterate interferenze delle Chiese nella sfera civile. Il valore di laicità, tradizionalmente, è generalmente stato più sentito e difeso dai democratici, e ciò spiega la preferenza degli elettori ebrei americani, ma sarebbe ingeneroso asserire che esso sia stato sempre trascurato dai repubblicani, al cui interno le posizioni sono spesso state articolate, a volte contrastanti. Com’è noto, inoltre, i partiti americani hanno un natura molto diversa da quelli europei, in quanto connotati da scarsa rigidità ideologica e burocratica e grande fluidità e mobilità elettorale (si tratta, in pratica, di grandi apparati elettorali, funzionanti per lo più in prossimità delle tornate elettorali).
Ma un dato significativo, emergente dall’analisi di Richer, è come il sostegno a Israele non appaia tra le motivazioni degli orientamenti elettorali, e questo in quanto, per grande fortuna, la simpatia e l’amicizia verso il piccolo alleato appare un valore molto sentito dalla generalità dei politici e dell’elettorato (non solo ebraico) statunitense. Tale circostanza è un fattore prezioso per la sicurezza d’Israele, che ha alla sua base molteplici spiegazioni, ma che non va dato per scontato, né considerato irreversibile. È importante perciò, a mio avviso, che la natura ‘bipartisan’ dell’appoggio a Israele sia preservata come un valore in sé, al di là delle specifiche posizioni assunte, di volta in volta, da questo o quel Presidente. Non mi tranquillizzerebbe un Presidente molto “filosionista” con un’opinione pubblica fredda, distaccata o, addirittura, ostile.
Un’ultima osservazione. Usando categorie “europee”, si potrebbe dire che gli ebrei americani votano, prevalentemente, “ a sinistra”. Nel far ciò, beati loro, non hanno mai dovuto confrontarsi con le sofferenze e le lacerazioni che hanno afflitto tanti ebrei europei, minacciati di scomunica, negli anni passati, dalla Chiesa comunista, che, in America, non c’è mai stata. Un’altra assenza (oltre quella del Vaticano) da cui la democrazia americana ha tratto consistente beneficio.

Francesco Lucrezi, storico

notizie flash   rassegna stampa
Calcio - Champions League
Kiryat Shmona in campo stasera

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La squadra Kiryat Shmona si giocherà stasera a Minsk l’accesso alla fase ai gironi della Champions League nel primo incontro del doppio spareggio eliminatorio con i bielorussi del Bate Borisov.

 

Come già scriveva ieri Ugo Volli su queste colonne, anche oggi non sono molte le notizie da riportare dopo la lettura dei giornali. Ma questo avviene anche perché notizie di primo piano non sono riportate dagli inviati.



Emanuel Segre Amar

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