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10 ottobre
2012 - 24 Tishrì 5773 |
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David
Sciunnach,
rabbino
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“Il
Signore disse: la terra germogli …”. (Bereshit 1, 11 ) Ci fa notare il
Gaon Rabbì Eliauh di Vilna che nel acronimo della parola tadsce –
germogli, si possono trovare le iniziali di tre parole: Din – giudizio,
Shalom - pace e Emet – verità. In questo è accennato ciò che viene
espressamente insegnato dal Grande Rabbì Shimon ben Gamliel nel
trattato di Avòt (1, 18) “su tre cose il mondo si poggia: sul giudizio,
sulla giustizia e sulla pace”.
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Davide
Assael,
ricercatore
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Al di là delle
comprensibili tattiche politiche, sono davvero inquietanti le parole
che il premier greco Samaras ha rilasciato al quotidiano tedesco
Handelsblatt. Con le prospettive di crescita economica più vicine al
2020 che al 2010, l’Europa rischia davvero il ritorno di estremismi
nazionalistici capaci di minare alla base il progetto inaugurato dai
padri fondatori nel dopoguerra. E non credo sia faziosità partitica,
per un ebreo, denunciare questo rischio ed indicare chiaramente quali
siano partiti o movimenti in netto contrasto con l’etica ebraica,
che nella sua problematicità, mantiene come nucleo originario quel
rispetto dell’Altro che si è posto alla base dello sviluppo, in senso
democratico, dell’Occidente. Nessuno dice che un ebreo debba aderire a
una prospettiva liberale o socialista, o chissà quale altra. Ma sulla
ferma condanna di partiti xenofobi (dove, per coerenza, va compresa
anche l’islamofobia) e razzisti, mi pare si dovrebbe essere tutti
d’accordo. Se non altro per non contraddire l’istinto universale di
autoconservazione.
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30 anni - Con Napolitano per la Memoria e la democrazia Gadiel Gaj Taché rompe il silenzio nel nome del fratellino |
“Molte
volte avrei voluto intervenire nelle ricorrenti cerimonie di
commemorazione. Avrei voluto gridare al mondo la mia tristezza, la
disperazione che attanagliava tutta la mia famiglia e la rabbia per una
giustizia mai arrivata. Tuttavia, ogni volta mi rinchiudevo in me
stesso, assistevo alla cerimonia e poi tornavo a casa e sfogavo le mie
emozioni scrivendo e suonando. Oggi le cose sono cambiate. Forse perché
crescendo ci si rende conto di quanto sia importante conservare la
memoria di eventi così tragici. Oggi sento il dovere di essere qui in
qualità di testimone perché adesso sono cosciente che tocca a me fare
in modo che il ricordo di Stefano non si dissolva nella nebbia della
storia”. A parlare, in uno dei momenti più intensi della cerimonia
svoltasi questa mattina in sinagoga in occasione del 30esimo
anniversario dell'attentato al Tempio Maggiore di Roma, è un emozionato
e commosso Gadiel Gaj Taché. Le sue parole, “di testimone” e allo
stesso tempo “di sopravvissuto” all'attacco, pronunciate alla presenza
del Capo dello Stato Giorgio Napolitano, risuonano in memoria del
fratellino caduto sotto i colpi del terrorismo palestinese, Stefano Gaj
Taché, e sono accolte con lunghi applausi dalle molte centinaia di
persone raccolte al Portico d'Ottavia. Ad affermare tra gli altri
la vicinanza delle istituzioni il presidente del Senato Renato
Schifani, il presidente della Camera Gianfranco Fini, i ministri
Annamaria Cancellieri e Andrea Riccardi, il sindaco Gianni Alemanno, il
presidente della Provincia Nicola Zingaretti e la governatrice
dimissionaria della Regione Lazio Renata Polverini. Con loro anche gli
ambasciatori d'Israele in Italia e presso la Santa Sede Naor Gilon e
Zion Evrony. Prima dell'ingresso in Tempio, per tutti, una silenziosa
sosta di fronte alla lapide che ricorda il piccolo Stefano. La
cerimonia si apre con un filmato che riporta a quelle ore drammatiche e
con le note di Yerushalaim Shel Zahav, tra le canzoni di speranza più
significative per il popolo ebraico. A introdurre gli interventi Ruben
Della Rocca, assessore con delega ai rapporti istituzionali della
Comunità ebraica di Roma. “A trenta anni di distanza, la sua
prestigiosa presenza qui con noi per commemorare Stefano Gaj Tachè –
spiega il presidente Riccardo Pacifici rivolgendosi a Napolitano – ci
commuove profondamente. Proprio lei che ha accolto la richiesta dei
familiari di inserirlo tra le vittime italiane degli anni bui del
terrorismo, un'iniziativa per cui ringrazio l'amico Pierluigi Battista
del Corriere della Sera per la sua campagna di sensibilizzazione. Siamo
orgogliosi di averla con noi oggi'”. Da Pacifici anche un invito al
Capo dello Stato a dissipare “le ombre” e “i dubbi” che ancora
gravitano attorno a quei fatti e a proseguire, sulla scia di quanto
fatto dall'ex ministro degli Esteri Franco Frattini, per favorire
l'estradizione dalla Libia dell'unico colpevole ad oggi con un volto,
Osama Abdel El Zomar. “Perché quel giorno, e sottolineo solo quel
giorno, non vi era la presenza delle forze dell'ordine di fronte alla
sinagoga. È forse vero, come abbiamo letto da più parti – si chiede –
che siamo stati anche noi vittime del cosiddetto Lodo Moro, noi come
altre vittime in Italia e all'estero?”. “Quel bambino – afferma il
presidente dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Renzo Gattegna
– fu certamente una vittima del terrorismo e se molto abbiamo insistito
perché questo fosse riconosciuto non è solo per un atto di giustizia ma
anche per riaffermare i valori che ci uniscono”. Gli ebrei, insieme a
tutti coloro che in Italia si riconoscono nei valori democratici, dice
ancora il presidente dell'Unione, hanno visto in quel gesto criminale
"un concentrato di tutto ciò che di più barbarico la mente umana
potesse concepire". L'uso di bombe e armi da guerra contro civili
inermi, la violazione di un luogo sacro nel quale si era appena
celebrata una festività dedicata ai bambini, il disprezzo per la vita
umana e l'intenzione di colpire indiscriminatamente. “Quei fatti –
prosegue soffermandosi sul pesante clima politico di quegli anni –
denunciarono la mistificazione di chi voleva falsificare e deformare la
storia. Come lei stesso, presidente, indicò con grande lucidità usando
parole per noi indimenticabili: 'Antisionismo significa negazione della
fonte ispiratrice dello Stato ebraico, delle ragioni della sua nascità,
ieri, e della sua sicurezza oggi, al di là dei governi che si alternano
nella guida di Israele. No all'antisemitismo anche quando esso si
traveste da antisionismo'”. “Caro presidente – conclude il rabbino
capo di Roma rav Riccardo Di Segni – conosciamo e apprezziamo il suo
impegno a garanzia delle Istituzioni e per questo non dubitiamo che
comprenda le nostre angosce e le nostre perplessità come ebrei e
cittadini italiani. Il luogo sacro dove ci troviamo fu costruito per
festeggiare l'inizio di una nuova era, la conquista di una cittadinanza
dignitosa. Purtroppo gli eventi hanno contraddetto queste speranze,
trasformandolo in un monumento alla sofferenza. Ma questo luogo, che ha
accolto le visite di due papi, e che è sempre più affollato nelle
riunioni di preghiera e di studio, è anche simbolo di fedeltà, di
dialogo e di apertura. E' con questo spirito che accogliamo oggi la sua
visita, per quanto siano dolorosi i ricordi che l'hanno determinata”. Sul
palco sale infine una giovane studentessa romana, Martina Campagnani,
che si dice sicura di come i semi gettati in questi anni nelle numerose
classi che hanno partecipato al premio letterario intitolato alla
memoria di Stefano continueranno a dare frutti "tra i migliori".
Adam Smulevich - twitter@asmulevichmoked

Leggi l'intervento del presidente della Comunità ebraica di Roma, Riccardo Pacifici
 Leggi l'intervento del presidente dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, Renzo Gattegna
 Leggi l'intervento del rabbino capo di Roma, Rav Riccardo Di Segni
 Leggi l'intervento di Gadiel Gaj Taché
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Libri e ferite |
Recentemente
recatomi, per partecipare a un congresso, a Oxford, ho avuto modo di
trascorrere un po’ di tempo, nelle more dei lavori congressuali, in
diverse librerie della ridente cittadina universitaria, da ammirare non
solo per l’imponente patrimonio bibliografico a disposizione (a volte
da fare invidia alle migliori biblioteche pubbliche, con centinaia di
migliaia di volumi di ogni tipo, nuovi e usati, sistemati con grande
ordine e razionalità), ma anche per l’estrema comodità dell’accoglienza
riservata ai visitatori, con comode poltrone dove si può restare
indisturbati a leggere per ore e ore. In tutte le librerie, non
mancava l’angolo dedicato al “Middle East”, nel quale, per rispetto
alla “par condicio” (i britannici ci tengono a queste cose), figuravano
volumi sia di autori arabi e palestinesi che ebrei e israeliani. Gli
scaffali deputati a offrire il punto di vista israeliano, però, erano
quasi tutti pressoché completamente occupati dagli innumerevoli volumi
pubblicati da Ilan Pappé, che, lasciato Israele (dove, a suo dire, si
sentiva perseguitato dall’ambiente accademico e culturale) per il Regno
Unito, è diventato, Oltremanica, un’indiscussa star, andando a
ricoprire molteplici incarichi di alto prestigio (quali Direttore del
Centro Europeo di Studi sulla Palestina, dell’Exeter Center di Studi
Etno-politici ecc.). Evidentemente preso da nostalgia per la lontana
madrepatria, in Inghilterra Pappé non fa altro che scrivere di Israele,
dedicando al tema una serie di libri che sono dei veri e propri
capolavori di equilibrio, moderazione, obiettività: tutti volti a
descrivere l’orrore del ‘muro’, la brutalità dei soldati israeliani, la
mostruosità della “pulizia etnica”, la violenza dei coloni, la crideltà
della repressione ecc. I proiettili israeliani, spiega Pappé, fanno
male, feriscono, uccidono. Forse Pappé non nega che anche gli altri
proiettili siano nocivi, non so dire, non ne parla mai. I libri
hanno tutti belle copertine colorate: ne ricordo uno, in particolare,
con una serie di soldatacci israeliani, armati fino ai denti, uno dei
quali guarda sorridente (ma sembra un sorriso beffardo, cattivo…) un
povero bambinello palestinese. Sui risvolti di copertina, l’autore è
sempre presentato come: “il maggior storico del mondo sul conflitto
israelo-palestinese”, “il più coraggioso degli studiosi israeliani”,
“l’unico che dice la verità” ecc. ecc. Dopo avere sfogliato le
pagine degli innumerevoli libri di Pappé, il lettore, se non si è
ancora stancato, può quindi passare alle pagine degli studiosi
palestinesi, che dicono, ovviamente, le stesse cose (probabilmente in
tono un po’ più moderato, non so, onestamente non ci sono arrivato, la
visone dei volumi di Pappé mi prendeva troppo tempo). Questo è il
quadro del Medio Oriente offerto al lettore inglese. E a questo punto,
ovviamente, si dovrebbe passare a parlare del tema del “Selbsthass”,
l’“odio di sé” di cui più volte, con svariate argomentazioni, si è
trattato su queste pagine. Ma confesso che è un argomento che mi mette
a disagio, dal momento che mi sembra presupporre una sorta di “obbligo
fedeltà” alle proprie origini, al proprio popolo, alla propria nazione.
E può diventare, in ogni caso, un discorso ambiguo, scivoloso, dai
connotati vagamente razzisti. Se la libertà è il valore supremo, si può
odiare anche la propria patria? E si può impedire di farlo? La Corte
Suprema degli Stati Uniti, in una famosa sentenza, ha stabilito che si
può bruciare la bandiera americana, perché essa, proprio in quanto
simbolo della libertà, concede anche la libertà di bruciarla. Pappé
esercita la sua libertà di odiare, di bruciare la sua (o ex sua)
bandiera. Non so, e in fondo non mi interessa, se si tratti di un “odio
di sé”, quel che è certo è che, per esprimere il suo sentimento, lo
studioso calpesta disinvoltamente i più elementari parametri
dell’obiettività storiografica. Parafrasando il detto, “amica veritas,
sed magis amicum odium”.
Francesco
Lucrezi, storico
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rassegna
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Napoli - Storie di ebraismo e Unità
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la rassegna |
Si
inaugura questo pomeriggio al Museo del Mare di Napoli la mostra "Gli
ebrei sotto il Regno sabaudo - Combattenti, Resistenza, Shoah". Curata
da Gianfranco Moscati, la mostra – omaggio al recente
Centocinquantenario di Unità italiana – si sviluppa su 26 pannelli,
stampati a colori su supporti fotografici e sarà aperta al pubblico
fino al primo novembre.
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Elezioni
anticipate in Israele. Ad annunciarle, ieri sera in conferenza stampa,
il premier Benjamin Netanyahu. Si andrà alle urne all'inizio del
prossimo anno anticipando di alcuni mesi il voto previsto per ottobre.
“Ho terminato le mie consultazioni – ha affermato Netanyahu – e non
pare possibile fare approvare dalla Knesset un bilancio responsabile.
Questo non lo posso accettare...
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L'Unione
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incoraggiano la conoscenza e il confronto delle realtà ebraiche. Gli
articoli e i commenti pubblicati, a meno che non sia espressamente
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