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16 gennaio 2013 - 5 Shevat 5773
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David
Sciunnach,
rabbino
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“Affinché
racconti alle
orecchie di tuo figlio e del figlio di tuo figlio …” (Shemòt 10, 2). Ci
insegnano i Maestri che in solo due parti della Torà si trova la parola
ulmàan - affinché: la prima volta all’inizio di questa Parashà, e la
seconda nella Parashà di ‘Ekev (Devarìm 11, 2) dove è detto: “Affinché
prolunghiate i vostri giorni sulla terra …”. Questa coincidenza ci
vuole insegnare che chiunque si occupa degnamente dell’educazione dei
propri figli e dei propri nipoti, ottiene in ricompensa una lunghezza
di giorni sulla terra.
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Davide
Assael,
ricercatore
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"Per me Orbàn ha
sempre rappresentato la forza della giovinezza positiva e il
peggio che potrebbe capitare al vostro paese è di non approfittare
della sua forza". Il giudizio è di Silvio Berlusconi, ma è datato 2002.
Vedendo dove è andato a finire il nazionalismo magiaro di Orbàn e
tenuto fermo il giudizio dell’opposizione ungherese, che individua in
Berlusconi stesso il modello politico di Orbàn, in quanto ebreo
italiano mi sento di chiedere rassicurazioni, a cominciare dai miei
connazionali ebrei che, legittimamente si riconoscono nel PDL. Per ora,
il giudizio su Orbàn non è mai stato rettificato, si spera nel futuro.
Ѐ ovvio che analogo criterio deve valere per tutte le forze politiche.
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Qui Firenze - Dopo i
testimoni |
Memorie, storiografie e
narrazioni della deportazione razziale. Tematiche che sono il
baricentro del convegno internazionale Dopo i testimoni, appuntamento
tra i più densi e prestigiosi rivolto in questi giorni agli studiosi
del nazifascismo e della Shoah. Ad aprire il convegno, curato
dall'Istituto Storico della Resistenza con il patrocinio della Regione
Toscana (coordinamento scientifico e organizzativo di Marta Baiardi,
Alberto Cavaglion e Simone Neri Serneri), una riflessione a cinque voci
sull'aspetto specificamente storiografico. Nell'intervento di Robert
Gordon (Cambridge University) un articolato quadro sulle reti nazionali
e transnazionali nella ricezione della Shoah con particolare attenzione
al "caso Italia". Consapevolezza, responsabilità, consapevolezza delle
responsabilità: temi affrontati molto chiaramente in un percorso
interpretativo ricco di riferimenti storici, giuridici, artistici e
linguistici. Marcello Flores dell'Università degli studi di Siena ha
successivamente riassunto il dibattito che, tra chi si occupa di
genocidio, ha avuto luogo e continua a svolgersi attorno alla Shoah,
mentre Wolfgang Benz - del centro studi sull'antisemitismo di Berlino -
ha focalizzato la sua relazione sull'eroismo di quanti, a rischio della
propria vita, scelsero di mettere in salvo i perseguitati dai loro
aguzzini e dai problemi storiografici connessi a queste coraggiosi
azioni. Sulle "derive" della Memoria si è invece soffermato Georges
Bensoussan (Memoriale de la Shoah di Parigi). Il suo orizzonte di
riferimento, partendo dalla Francia, è stato ampliato all'Occidente e
anche al mondo arabo. "In Occidente - racconta con parole amare - la
trivializzazione della Shoah si rovescia in odio per la vittima
diventata oggi, come si sente dire, un assassino: lo Stato di Israele".
La colpevolezza post-Shoah dell'Occidente trova pertanto nella causa
palestinese, afferma lo storico transalpino, "la sua valvola di sfogo".
A chiudere gli interventi mattutini la testimonianza di Michele
Sarfatti, direttore del CDEC-Centro di documentazione ebraica
contemporanea di Milano, che ha ricostruito l'approccio della
storiografia internazionale sulla Shoah italiana nel quarantennio che
va dal 1946 al 1986. L'arco temporale preso in esame è oggetto di
un'indagine dello stesso Sarfatti che prende avvio con gli scritti di
Cecil Roth e si conclude con un saggio in lingua inglese di Liliana
Picciotto. "Tranne pochissimi casi - osserva Sarfatti - la grande
maggioranza degli storici stranieri ha sottovalutato, o svalutato o
addirittura annullato le responsabilità italiane". La sensazione,
prosegue, è che molti di essi fossero interessati a Mussolini "non
tanto per la sua esperienza autonoma di concretizzazione fascista e
antisemita", quanto per utilizzarlo "come semplice pietra di paragone
con Hitler e solo col fine di rendere più grave la posizione di
questi". I lavori della prima giornata di studi riprenderanno nel
pomeriggio (sessione 'Memorie nazionali') sotto la presidenza del
professor Gordon. Al tavolo dei relatori Anna Foa, Enzo Collotti, Maria
Ferretti, Emiliano Perra e Christoph U. Schminck-Gustavus.
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“Senza Israele
ecumenismo impossibile”
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"Israele e le chiese hanno
bisogno l'uno delle altre e perciò sono in un rapporto di reciproca
dipendenza. Un vero ecumenismo senza Israele non è possibile". Ad
affermarlo il cardinale Walter Kasper, presidente emerito del
Pontificio Consiglio per la Promozione dell'Unità dei Cristiani, nella
prefazione al volume Gesù Cristo e il popolo ebraico parzialmente
riportata dall'Osservatore Romano oggi in edicola. La base per il
dialogo, secondo l'autorevole uomo di Chiesa, risiede nel rispetto e
nel reciproco apprezzamento nell'alterità. “Proprio a causa del mutuo
rispetto e apprezzamento – scrive – nel nuovo clima di fiducia si è
generato un obiettivo primario che deve essere quello di ridurre
concretamente vecchie incomprensioni e sviluppare possibili approcci
per comprendere le posizioni dell'altro”. Un percorso di avvicinamento
che non è sempre stato possibile, come ammette lo stesso Kasper, per
via dell'accesa ostilità dimostrata in varie circostanze dalle società
cristiane. E se la Shoah non può essere attribuita al cristianesimo in
quanto tale "visto che aveva anche chiare caratteristiche
anti-cristiane", tuttavia un anti-ebraismo teologico cristiano ha
contribuito lungo i secoli in tal senso incoraggiando, sottolinea, "una
diffusa antipatia per gli ebrei, così che un antisemitismo motivato
dall'ideologia razziale ha preso il sopravvento in questo modo
terribile, mentre la resistenza contro l'oltraggiosa e inumana
brutalità non raggiunse l'ampiezza e la chiarezza attese".
Kasper individua nella Nostra aetate un momento fondante e
irrinunciabile nella nuova fase di incontro e comprensione tra le due
identità religiose. "Fondamentale – rileva – è il riconoscimento delle
radici ebraiche del cristianesimo e la sua eredità ebraica. Sulla base
di tali radici ed eredità comuni, come disse Giovanni Paolo II durante
la sua visita alla sinagoga romana il 13 aprile 1986, l'ebraismo non è
esterno ma interno al cristianesimo; il cristianesimo ha una relazione
unica con esso. Questa dichiarazione ha annullato l'antico
anti-ebraismo".
Adam Smulevich
twitter @asmulevichmoked
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Inter e Bologna hanno ricordato Arpad
Weisz Moratti e Stramaccioni: “Una figura che colpisce” |
“Ricordare Arpad Weisz per
noi non è un fatto incidentale. Weisz è parte integrante e fondamentale
della storia dell’Inter, abbiamo proposto iniziative in passato e
vogliamo fare altrettanto in futuro”. Così il presidente dell’Inter
Massimo Moratti ha commentato la scelta di dedicare il quarto di finale
di Coppa Italia all’allenatore ebreo ungherese che tanto vinse con
l’allora Ambrosiana e con il Bologna negli anni Trenta e fu poi
cacciato dall’Italia e deportato ad Auschwitz, dove morì. “Un grande
innovatore, un esempio di serietà, che ha regalato gioie ai tifosi, ma
il cui valore va molto al di là di questo, per la tremenda tragedia che
ha colpito lui e la sua famiglia”. Al termine dell’incontro, a
rivolgere un pensiero a Weisz per la redazione del Portale dell’ebraismo
italiano è stato anche l’attuale tecnico dell’Inter Andrea Stramaccioni
“Una figura per me molto affascinante, sono rimasto colpito da ciò di
cui mi ha parlato il presidente. Ho chiesto di ricevere il libro per
avere maggiori approfondimenti”. Parole che arrivano dopo una partita
emozionante, iniziata proprio con la dedica a Weisz (calciatori e
direttore di gara sono entrati in campo indossando una t-shirt con la
foto del mister e una scritta “No al razzismo, per Arpad Weisz”) e
risolta solo dopo 120 minuti di colpi di scena: dal 2-0 interista
firmato Guarin e Palacio, al 2-2 del Bologna a pochi minuti dal 90° (a
segno Diamanti e Gabbiadini), e
poi al gol risolutivo di Andrea Ranocchia proprio all’ultima azione dei
tempi supplementari.
Mancano pochi giorni al Giorno della Memoria, quando l’anno scorso una
targa per l’allenatore ungherese fu apposta nel foyer della tribuna
d’onore dello stadio che porta il nome di quel Giuseppe Meazza che
proprio Weisz scoprì. E di fronte a quella targa, prima del match, i dirigenti
dell’Inter e del Bologna, i sindaci Giuliano Pisapia e Virginio Merola
si sono ritrovati (alla presenza tra gli altri del vicepresidente
dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Roberto Jarach e dei
rappresentanti dell’associazione W il calcio, prima promotrice
dell’iniziativa) per scambiarsi due maglie, nerazzurra e rossoblù, con
un nome, Weisz e un numero 18. Scelto dall’Inter perché nella
tradizione ebraica il 18, scritto con le lettere chet e iod,
corrisponde alla parola chai, vita. Un messaggio che lo sport ha
davvero l’opportunità di veicolare al grande pubblico e specialmente ai
giovani: la Memoria di ieri, per dire no al razzismo di oggi.
Rossella Tercatin twitter @rtercatinmoked
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Qui Milano - Il figlio dell’altra, fra umanità e disperazione |
“Abbiamo
già avvertito i tuoi genitori, stanno arrivando”, dice Yassin. “Quali?”
è l’insolita risposta di Joseph, sdraiato su un letto d’ospedale. E non
perché sia in stato confusionale, ma perché effettivamente non sa più
chi siano i suoi genitori. I due personaggi sono infatti i protagonisti
del film Il figlio dell’altra, della regista ebrea francese Lorraine
Lévy, proiettato ieri sera in anteprima al cinema Anteo di Milano. La
Comunità ebraica, che ha organizzato l’evento riempiendo una sala da
quattrocento posti, ha devoluto tutto il ricavato ai movimenti
giovanili. La trama del film riscopre e ricontestualizza in una
cornice nuova e ardita un tema che è un grande classico della
letteratura, lo scambio di bambini nella culla. Al momento della visita
medica per iniziare il servizio militare, i genitori del diciottenne
israeliano Joseph scoprono che il ragazzo non è il loro vero figlio,
bensì quello di una coppia palestinese che vive a Gaza e ha cresciuto
lì il loro bambino, Yacine. Un errore dell’ospedale di Haifa dove le
due madri hanno partorito contemporaneamente nel 1991, dovuto al panico
causato da un’evacuazione durante la guerra del Golfo. “Vuoi
dire che io sono l’altro… e che l’altro sono io?”, chiede Joseph non
appena riceve la notizia. Una domanda rivolta a se stesso, alla madre,
ma anche al pubblico, per cercare se non di risolvere, quanto meno di
comprendere il conflitto dalle molte facce che costituisce la vera
trama del film. È un conflitto di sentimenti, legato all’amore
che i genitori provano per entrambi i figli, diverso ma altrettanto
intenso, rappresentato dalle due madri che proprio attraverso
quest’ultimo riescono da subito a trovare il modo di comunicare.
Ideologico, legato invece alla guerra e all’odio da essa generato,
identificabile certamente anche in qualche inevitabile cliché, ma che
nella scena che raffigura i due padri seduti al sole al tavolino di un
bar senza scambiarsi una parola e senza nemmeno guardarsi, si manifesta
in tutta la sua semplice violenza. Più che in qualsiasi sparatoria, più
che in qualsiasi acceso dibattito, perché almeno in quei casi uno
scambio avviene. Ma soprattutto è un conflitto interiore, che si
sviluppa nei due ragazzi. Joseph, musicista e sognatore, cresciuto
negli agi di Tel Aviv, che non ha nessuna voglia di iniziare il
servizio militare. Yacine, vissuto nella problematica Striscia di Gaza,
appena diplomato a Parigi, pronto a iniziare gli studi di medicina.
Questioni identitarie, religiose, politiche. Questa vita è veramente la
mia? Ebreo o musulmano? Israeliano o palestinese? È possibile che io
sia quello che ho sempre pensato essere l’esatto opposto di me? Ma
la lezione che Lorraine Lévy vuole fondamentalmente trasmettere è
in realtà molto semplice. Il film è intriso da uno speranzoso
umanesimo, nel senso che vuole mostrare che nonostante le differenze
politiche, religiose e culturali, le persone alla fine sono persone. E
questo emerge nell’amicizia sincera che nasce fra Joseph e Yacine,
nient’altro che due giovani alla ricerca di se stessi, due diciottenni
che scoprono di non sapere chi sono e si ritrovano ad avere più cose in
comune che in contrasto. Un meraviglioso ma non scontato né melenso
messaggio di ottimismo, senza dubbio. Allo stesso tempo però è
impossibile non avvertire, di sottofondo, anche un tenebroso senso di
disperazione, nel senso etimologico di perdita di speranza. Perché in
realtà il conflitto fra queste due famiglie, che restano la
rappresentazione simbolica marcata e inequivocabile dei due universi a
cui appartengono, quello israeliano e quello palestinese, viene
affrontato e parzialmente si risolve solo e soltanto per un capriccio
del destino, una circostanza totalmente casuale. Mai si sarebbe pensato
altrimenti di abbattere quel muro, ideologico ma anche reale, che viene
tante volte inquadrato in tutta la sua altezza. E alla fine, è questo
il vero conflitto raccontato da Il figlio dell’altra, l’alternanza fra
speranza e disperazione, che sta alla base di tutti gli altri, e non a
caso è il solo che non si risolve. Lasciando lo spettatore a meditare
sul suo destino insieme ai due protagonisti: “Se avessi potuto
scegliere, cosa avresti voluto essere?” chiede Joseph a Yacine. “James
Bond”.
Francesca Matalon twitter @MatalonF
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Ticketless
- Il Po gelato |
 Quante volte si attraversa
il Po, viaggiando in treno da Torino a Ferrara (o viceversa)? A seconda
del tragitto scelto, tre volte, forse di più. Quando mi capita di fare
questo viaggio in prossimità del 27 gennaio, Giorno della Memoria, mi
perseguita una doppia memoria letteraria, quella del Po gelato.
L’ultima volta che si è verificato il fenomeno fu nel 1929. La foto qui
a fianco, trovata in rete (ma bisognerebbe fare un’indagine più
(accurata), è stata scattata in Polesine nel gennaio del 1929. In
quell’inverno Primo Levi era un bambino di dieci anni, Giorgio Bassani
di anni ne aveva tredici. E’ curiosa la simmetria fra due scrittori,
che s’ignorarono in vita, ma conservano lo stesso ricordo di quel
gelido inverno. Nel cap. VI di “Lida Mantovani”, la seconda delle
“Storie ferraresi”, si legge: “Nessuno ha certo dimenticato l’inverno
del 1929. Per trovare un inverno simile bisognava rifarsi al 1903,
quando il Po aveva gelato…”. Nel 1929, né Bassani né Levi potevano
immaginare il Po insanguinato: la loro fantasia era dominata dalla
felicità infantile del gioco sul ghiaccio. Un doppio ricordo gioioso,
che ci riconcilia con la vita nel Giorno in cui ogni anno siamo
chiamati, talvolta con fatica, a commemorare. Quando ritorno a casa e
attraverso il Ponte Isabella ogni ogni anno, in queste settimane,
guardo l’ansa del fiume in direzione del Monviso, là dove nasce. Ogni
anno cado vittima di un’illusione ottica: vedere uno dei personaggi più
straordinari del racconto inaugurale del “Sistema periodico” (“Argon”).
Magnavigàia, ossia Zia Abigaille, che “da sposa era entrata in Saluzzo
a cavallo d’una mula bianca, risalendo da Carmagnola il Po gelato”.
Alberto
Cavaglion
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Famiglie
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Il problema del matrimonio
tra omosessuali, e segnatamente della possibilità che le coppie dello
stesso sesso possano ricevere figli in adozione, è tornato
prepotentemente, in questi giorni, al centro dell’attenzione
dell’opinione pubblica in Francia e in Italia, a seguito,
rispettivamente, dell’annunciata introduzione, da parte del governo di
Hollande, di una riforma normativa in tale direzione, e di una sentenza
della nostra suprema Corte di Cassazione (la quale, relativamente a una
specifica situazione di contenzioso tra genitori, afferma che, in linea
di principio, la resistenza contro l’affidamento dei minori a coppie
dello stesso sesso rappresenterebbe una forma di ingiustificato
pregiudizio, che, in quanto tale, non può essere avallato e sostenuto
sul piano giuridico). I commenti e le prese di posizione, ovviamente,
si sono moltiplicati, riproponendo la consueta spaccatura tra fronti
opposti, variamente schierati a difesa dei valori della famiglia
‘tradizionale’ (che sarebbero minacciati dal riconoscimento, a vario
titolo, di altre forme di unione) o a favore dell’estensione dei
diritti civili a categorie di persone che risulterebbero ancora, in
vario modo, discriminate. Tale dibattito ha avuto un’importante
ricaduta anche sul terreno delle riflessioni in materia di etica
ebraica, a seguito di un documento elaborato dal Gran Rabbino di
Francia, Gilles Bernheim, che ha avuto un’ampia risonanza mediatica - è
stato ripreso anche dall’Osservatore Romano -, dando avvio a un’ampia e
articolata discussione, ripresa anche da questo portale. Il Rav,
partendo dall’importanza di una costruzione della società su basi
etiche, denuncia una presunta deriva edonista e utilitaristica che
corroderebbe il mondo d’oggi, nel quale l’imperativo dominante sarebbe
quello di riuscire, in qualche modo, a “ottenere ciò che si desidera”.
“Nell'ambito pubblico – afferma Bernheim – i due termini che dominano
il discorso contemporaneo sono l'autonomia e i diritti, che si
conformano con lo spirito del mercato, privilegiando la scelta e
scartando l'ipotesi secondo la quale esisterebbero dei fondamenti
oggettivi che consentono di effettuare una scelta piuttosto che
un'altra”. Nel caso specifico dell’adozione dei bambini da parte di
coppie omosessuali, in particolare, esisterebbe “il rischio
irreversibile di una confusione delle genealogie”, con l’annullamento
dell’idea di paternità e maternità (sostituite da una più generica
parentalità), e lo spostamento del bambino da soggetto a oggetto “al
quale ognuno avrebbe diritto”. Il tutto con un concreto pericolo per lo
stesso istituto del matrimonio - la cui legittimità, “quale istituzione
riconosciuta dalla società come buona per il suo equilibrio e la sua
perennità”, verrebbe fatalmente cancellata – e in nome di “una
permissività molto forte che deriva dalla mancanza di coraggio,
dall'incertezza e dall’indifferenza”.
Innanzi alle parole di un illustre e venerabile rabbino, mi pongo
sempre in posizione di attenzione, ascolto, umiltà. Se queste parole
riguardano l’interpretazione di qualche aspetto della Legge mosaica,
non mi permetto mai confutarle (pur sentendomi naturalmente libero, in
nome del grande insegnamento di libertà che è alla radice
dell’ebraismo, di aderire, eventualmente, a un’altra interpretazione di
diverso tenore). Ma quando esse trattano di problemi generali di etica
e di convivenza civile, credo che sia non solo lecito, ma anche
doveroso esternare, quando appaia necessario, il mio dissenso. Nel caso
di specie, non ho mai capito perché il desiderio di genitorialità,
quando manifestato da una coppia ‘normale’, venga sempre benedetto ed
elogiato come un segno di generosità, altruismo, amore, mentre, quando
manifestato da una coppia omosessuale, diventi capriccio, consumismo,
egoismo. Non ho mai capito perché per un bambino sia meglio crescere da
solo, piuttosto che in una famiglia disposta a dargli amore,
protezione, sicurezza. Non ho mai capito perché due persone dello
stesso sesso non possano essere degli ottimi genitori. Soprattutto, non
ho mai capito la retorica della famiglia ‘normale’ come automatico
paradiso, e di quella ‘irregolare’ come luogo di errore e deviazione.
Quante persone sono state cresciute da genitori soli, nonni, zie,
sorelle, precettori? Quante ne conosce ciascuno di noi? Sono tutti
venuti su male? E le belle famigliole di papà, mamma e bambini, sono
davvero tutte così perfette? Se, al loro interno, ci sono violenze o
incesti, o, quanto meno, litigi o incomunicabilità, urla o silenzio,
basta la loro ‘normalità’ a farne un esempio da seguire, un nobile
presidio di valori morali?
Francesco
Lucrezi, storico
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notizie
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rassegna
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Israele
- La danza del ventre sconfigge ogni conflitto
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la rassegna |
Saranno oltre 950 danzatrici
provenienti sia da Israele sia da 30 altre nazioni di tutto il mondo, a
prendere parte al Festival internazionale di danza del ventre che si
svolgerà da oggi al 19 gennaio ad Eilat. Clou dell'evento - spiega il
sito Ynet - sarà l'arrivo di danzatrici del ventre e maestri dai "paesi
arabi che non hanno paura di venire in Israele e far vibrare i lori
fianchi per la pace". Dalla Turchia, dall'Egitto, dalla Giordania: la
danza del ventre sembra non conoscere confini né conflitti.
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La radice e i rami
selvatici. È significativa l'immagine biblica usata dall'arcivescovo
Walter Kasper, presidente emerito del Pontificio Consiglio per la
Promozione dell'Unità dei Cristiani, per definire i rapporti tra
ebraismo e cristianesimo nell'introduzione al volume Interrogativi per
la teologia di oggi pubblicata dall'Osservatore Romano.
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L'Unione
delle Comunità Ebraiche Italiane sviluppa mezzi di comunicazione che
incoraggiano la conoscenza e il confronto delle realtà ebraiche. Gli
articoli e i commenti pubblicati, a meno che non sia espressamente
indicato il contrario, non possono essere intesi come una presa di
posizione ufficiale, ma solo come la autonoma espressione delle persone
che li firmano e che si sono rese gratuitamente disponibili. Gli utenti
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