se
non visualizzi correttamente questo messaggio, fai click
qui
|
23 gennaio 2013 - 12 Shevat 5773
|
|
 |
|
|
|
 |
David
Sciunnach,
rabbino
|
“Allora cantò Moshè, insieme ai
figli d’Israele…” (Shemòt 15, 1). Approfondisce l’Admor, Rabbì
Yehudà Leib di Gur, conosciuto per il suo commentario come
Sefat Emèt, che i figli d’Israele cantarono la Shiràt ha-yàm - la
cantica sul mare, poiché ottennero nella medesima situazione due grandi
doni spirituali, che sono: “il timor di Dio e la fede in Dio”. Difatti
il testo dice: “Il popolo temette Dio e credette in Dio e in Moshè suo
servo” (Shemòt 14, 31). Allora sì che c’era ragione di cantare!
|
|
Davide
Assael,
ricercatore
|
|
Pochi giorni fa leggevo una dichiarazione di un
politico (non importa di che partito), che, in riferimento alle
elezioni lombarde dichiarava, “Abbiamo già vinto, ormai non si fanno
più neanche i sondaggi”. Con un tono molto simile a quello di una sfida
a calcetto fra amici. Ce n’è poi uno, davvero straordinario, che non
perde occasione per ricordare come la Germania debba accollarsi i
nostri debiti e stare zitta. Poi, se le ridiamo i soldi bene, se no,
amen. Ed il soggetto in questione scrive sul tema libri in serie, con
tanto di qualifica “I” e “II”, in stile Rambo e Rocky. Ce n’è altri,
invece, che hanno permesso a qualcuno di candidarsi alle primarie del
proprio partito, per poi farlo escludere da una commissione di saggi,
che, non si capisce come mai non sia stata attivata all’origine. Uno,
poi, davvero fuori classifica, che, condannato e pluri-inquisito,
esclude altri perché, udite udite, hanno problemi con la giustizia.
Salvo poi spiegare che sono dei perseguitati e che non li candida
perché gli farebbero perdere consenso. Quando si dice la chiarezza! C’è
poi quello che definisce il proprio movimento ecumenico, così da poter
imbarcare fascisti dichiarati (ancora con queste ideologie!). E’ sempre
quello che ha fatto della democrazia interna il proprio faro, salvo
escludere chi non si allinea a lui e al suo amico coi boccoli grigi,
quello che prevede che entro il 2050 esisterà la democrazia del web, ma
passando per guerre e pestilenze che ridurranno la popolazione mondiale
di quattro o cinque miliardi di persone; insomma, la politica come
fonte di speranza. A conti fatti, questa campagna elettorale abbassa
ulteriormente la soglia minima di decenza. E non è un problema solo
italiano, ma di tutto l’Occidente. Anche le elezioni israeliane non
hanno fatto eccezione. Mi si dirà, “Amico, è la democrazia!” E qui
rispondo con le parole di un altro candidato: “Ehi ragazzi, ma siam
pazzi?!”.
|
|
|
Israele - Lo spettro dell’ingovernabilità |
“È
nudo”. A fornire, con tagliente ironia, una fotografia dell’esito di
quelle che dovevano essere le elezioni più scontate della storia
d’Israele è il grande vignettista Michel Kichka di cui Pagine ebraiche
di febbraio attualmente in distribuzione presenta il nuovo libro “Ce
que je n'ai pas dit à mon père” (Seconda generazione. Quello che non ho
detto a mio padre - Dargaud). Ispirandosi alla favola del re
nudo, Kichka ritrae il vincitore annunciato Benjamin Netanyahu, uscito
ridimensionato dalle urne, con l’immagine del suo alleato Avigdor
Lieberman a tentare di nascondere la notizia della sua debolezza. Nel
frattempo i tre leader di centro-sinistra, Shelly Yachimovich del
Labor, Yair Lapid di Yesh Atid e Tzipi Livni di Hatnua, gridano la
verità. A reggere il mantello di Netanyahu, il suo ex pupillo e ora
rivale (ma probabilmente anche indispensabile alleato) Naftali Bennett
di Habayit Hayehudi che svela invece la sua prospettiva “E’ nullo”. A
indicare come, nel fare da puntello a una eventuale coalizione di
destra, rappresenterà un forte condizionamento per Netanyahu. Già
perché mentre sono state scrutinate oltre il 99 per cento delle schede
(risultati complessivi Likud-Beytenu 31 seggi, Yesh Atid 19, Labor 15,
Shas e Habayit Hayehudì 11, United Torah Judaism 7, Hatnua e Meretz 6,
i tre partiti arabi Ta’al, Balad e Hadash 5, 4 e 3, Kadima 2), il
risultato è un sorprendente pareggio. E dietro la notizia che, nel
complesso, le formazioni che vengono considerate di destra (inclusi i
partiti religiosi) e quelle considerate di sinistra (inclusi i partiti
arabi) hanno ottenuto 60 seggi ciascuna, si cela lo spettro
dell’ingovernabilità, che incombe sui tentativi già in corso di formare
alleanze di governo. Un processo che formalmente potrà iniziare
soltanto fra una settimana, quando gli esiti ufficiali verranno
comunicati al presidente Shimon Peres, il quale, salvo ulteriori colpi
di scena, affiderà l’incarico a Netanyahu . Già oggi è tuttavia
possibile tracciare alcuni punti fermi: lo straordinario successo di
Yair Lapid, che è andato oltre ogni aspettativa, l’insuccesso di
Netanyahu, che se nella precedente Knesset poteva contare su 42
parlamentari tra Likud e Beytenu, oggi ne ha soltanto 31,
l’affermazione, anche se meno potente delle aspettative, del punto di
riferimento politico degli insediamenti Habayit Hayehudì. “La mia
previsione è una piattaforma formata da Likud-Beytenu, Yesh Atid e
Habayit Hayehudì, cui eventualmente potrebbe aggiungersi Kadima, e
secondariamente Shas – spiega Sergio Della Pergola, demografo
dell’Università di Gerusalemme – Una coalizione del genere avrebbe i
numeri per governare dal punto di vista aritmetico. La verità è che
questa legge elettorale è oggi drammaticamente inadeguata per un paese
avanzato, con problemi complicati da gestire che richiedono un governo
stabile. Anche se storicamente ricordiamo un’altra situazione simile,
quando nel 1984 Yitzhak Shamir e Simon Peres diedero vita a un governo
di coalzione Labor-Likud, basato su un patto di ‘rotazione’: fu primo
ministro Peres per due anni, poi toccò a Shamir”. La difficoltà di
Netanyahu viene messa in luce dal professore anche sotto un altro punto
di vista “Per arginare l’emorragia dei voti verso Bennett, Bibi ha
presentato candidati ancora più a destra di lui. Per di più,
nell’ambito dei 31 seggi conquistati, solo 20 fanno riferimento al
Likud, gli altri sono di Yisrael Beytenu. E non è escluso che presto o
tardi decidano di dare nuovamente vita a una formazione parlamentare
autonoma, come aveva promesso Lieberman prima delle elezioni”. “Penso
che i più clamorosi sconfitti di questa tornata elettorale siano i
sondaggisti – fa notare il semiologo Ugo Volli – Questo è un segno
dell’incredibile vitalità della democrazia israeliana, che rifiuta di
farsi ingabbiare in schemi precostituiti. Yair Lapid ha condotto una
campagna elettorale un po’ obamiana, vicina alle esigenze di quella
classe media laica e moderna di tipo americano. Il suo grande risultato
rappresenta un’affermazione dei temi sociali ed economici come
interesse forte degli israeliani, a discapito della scelta di
Netanyahu, evidentemente sbagliata da un punto di vista strategico, di
puntare sulla politica estera, e di quella di Tzipi Livni di spendersi
sui negoziati di pace. Emerge però anche una profonda polarizzazione
del paese”. “Ciò che caratterizza queste elezioni in modo
abbastanza trasversale è l’esigenza di andare oltre determinate
rivendicazioni dell’ebraismo haredì. Questo è a mio parere il punto in
comune tra Yair Lapid e Naftali Bennett, i leader usciti vittoriosi
dalle urne: pur nella loro estrema diversità, laico Lapid e datì
Bennett, entrambi hanno fatto un punto della loro offerta politica la
volontà di arruolare nell’esercito anche i haredìm e di ridimensionarne
l’influenza nel paese” il commento della giornalista Anna Momigliano. Nonostante
l’estrema frammentazione del Parlamento un dato emerge in modo
positivo, secondo Sergio Della Pergola: con tutte le sue debolezze, il
sistema israeliano è stato capace di produrre due leader nuovi, giovani
e preparati, al di là di come la si pensi a proposito delle loro idee.
Anche se, denuncia il demografo “dietro al volto fresco di Bennett, si
nascondono candidati con posizioni estremiste e impresentabili,
complice la legge elettorale dalle liste bloccate. Bisognerà vedere se
Bibi dimostrerà di essere un bravo politico, capace di mantenere in
piedi un governo eterogeneo di fronte alla sfide che lo attendono,
prima di tutto una dolorosa legge di bilancio da approvare entro giugno
- conclude - La mia previsione è che questa Knesset non durerà quattro
anni”.
Rossella Tercatin twitter @rtercatinmoked
|
|
Israele - Un
pareggio a sorpresa |
Le elezioni legislative del
22 gennaio sono sfociate in un pareggio fra la destra e la sinistra
ognuna delle quali detiene oggi 60 seggi alla Knesset. La grande
sorpresa di queste elezioni è stata la strepitosa vittoria di Yair
Lapid, che ha ottenuto 19 seggi con una lista di sconosciuti, ed è lui
stesso una novità nel campo politico. Il suo programma consiste nel
favorire i ceti medi: adottando la terminologia italiana, si potrebbe
dire che ha fondato un partito qualunquista. Appena resi noti i
risultati delle proiezioni, il premier attuale Netanyahu gli ha
telefonato per congratularsi con lui. Non si sa per ora con chi Lapid
si alleerà, ma molto probabilmente sceglierà il campo di Netanyahu.
Questi, in declino, ha ottenuto solo 31 seggi insieme a Lieberman e non
è chiaro con quali formazioni vorrà coalizzarsi per raggiungere la
maggioranza. La sinistra è spezzettata in tre partiti: quello di Shelly
Yachimovich, laburista, con 15 seggi, quello di Tzipi Livni (che ha
candidato tra gli altri gli ex capi del Labor Peretz e Mizna) con 6
seggi, e quello di Zahava Gal On, Meretz, che ha raddoppiato i suoi
seggi raggiungendo i 6 deputati. Queste tre formazioni non sono
riuscite a mettersi d’accordo prima delle elezioni, né tra di loro, né,
tanto meno, con Lapid. Dubito che ci riescano ora. Si profila quindi un
governo capeggiato da Netanyahu con l’appoggio di Lapid e forse di
Tzipi Livni nonché del partito religioso Shas. Un governo simile è
possibile, ma a costo di forti pressioni interne in contrasto fra di
loro. Se Netanyahu mantiene la linea dura nei confronti di Abu Mazen,
difficilmente un ministro degli Esteri, forse Livni, riuscirà a trovare
un terreno di intesa coi Palestinesi. Ciò è vero anche nella politica
sociale che, come hanno dimostrato le manifestazioni popolari,
dell’estate 2011, preoccupano la maggioranza della popolazione. Certo è
troppo presto per fare previsioni sulla formazione del prossimo governo
ma è evidente che sarà difficile e laboriosa.
La partecipazione al voto è stata vicina al 70 per cento e i risultati
sono sorprendenti. Essi esprimono il desiderio di un cambiamento
radicale, ma non forniscono sufficienti elementi per realizzarlo,
almeno per ora.
Sergio
Minerbi, diplomatico
|
|
Qui Caserta - L'infamia delle persecuzioni |
Inaugurata
questa mattina alla Reggia di Caserta la mostra 1938-1945 La
persecuzione degli ebrei in Italia organizzata dal Ministero
dell'Interno e dalla Prefettura in occasione del Giorno della Memoria.
Allestita nei vecchi appartamenti reali, la mostra – basata
sull'omonima esposizione sugli eventi nazionali realizzata dalla
Fondazione Centro di documentazione ebraica contemporanea Cdec di
Milano e già presentata a Torino e Venezia – è arricchita da uno
specifico focus sulla persecuzione nel casertano e in Campania
realizzata in collaborazione, tra gli altri, con la Soprintendenza per
i beni culturali, l'Archivio di Stato e la Comunità ebraica di Napoli.
Quest'ultima oggi rappresentata dal suo presidente Pierluigi Campagnano
che – con grande emozione – nel
guidare il folto pubblico presente attraverso gli spazi espositivo ha
ricostruito i passaggi essenziali della vita della kehillah partenopea
negli anni più duri e fornito spiegazioni inerenti ai numeri e alle
storie della deportazione. Nel suo intervento – pronunciato prima
del taglio del nastro tricolore – Renzo Gattegna, presidente
dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, ha voluto ricordare vari
momenti di quel settenato d'infamia tra cui la promulgazione della
legislazione antiebraica del 1938 specificando come il giusto attributo
da legare a quell'atto persecutorio sia più propriamente “razzista” e
non “razziale”. Dal presidente dell'Unione sono poi giunte parole di
elogio per l'impegno congiunto di comunità ebraiche e istituzioni per
la diffusione di una cultura della Memoria consapevole in tutta la
società italiana. Tra gli appuntamenti presi in esame il viaggio ad
Auschwitz-Birkenau e Cracovia degli scorsi giorni e la firma, in quella
circostanza, di due importanti dichiarazioni con i ministri Profumo e
Fornero. Michele Sarfatti, direttore del Cdec, ha quindi illustrato le
specificità della mostra nella parte di competenza dell'istituto
milanese. Il percorso storico a cura di Alessandra Minerbi, come è
stato ricordato, offre un quadro vasto e complesso su quelli che furono
i meccanismi alla base della persecuzione. La stessa complessità che
Sarfatti, nel rivolgersi alla giovane platea, ha chiesto agli studenti
casertani nello sforzo di affrontare questo buio periodo storico
lontano da qualsiasi semplificazione e cliché. Vi fu infatti chi
collaborò alla macchina liberticida e chi vi si oppose. La cosa più
importante, ha esortato, è scavare a fondo e cercare di capire con
cognizione di causa gli ingranaggi del meccanismo. “Si tratta di una
storia che va conosciuta e compresa. Soltanto con la consapevolezza –
ha infatti affermato – si può costruire la base per un rifiuto netto
del razzismo, dei pregiudizi, delle intolleranze in genere”.
Interventi, tra gli altri, anche del sindaco di Caserta Pio Del Gaudio,
del sottosegretario Saverio Ruperto in rappresentanza del ministro
Cancellieri, del sottosegretario del prefetto Carmela Pagano e del
sovraintendente Raffaella David. Col taglio del nastro l'inizio della
visita in Galleria Palatina. Una mostra di altissimo profilo e
spessore, racchiusa in uno degli scenari più suggestivi dell'Italia dei
palazzi e dei mille tesori architettonici.
Adam Smulevich twitter@asmulevichmoked
|
|
La Memoria della salvezza e il lavoro del CDEC
|
Il
CDEC (Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea) è riuscito a
determinare ad oggi la sorte di 8.886 ebrei salvatisi durante il
periodo 1943-1945. L’obiettivo che ci si era posti 4 anni fa di trovare
i nomi di tanti salvati quanti sono state le vittime della Shoah è
stato, proprio in questi giorni, pienamente raggiuntoe superato. Con
una ricerca di storia sociale di larghissimo respiro e con appositi
finanziamenti di enti, di fondazioni bancarie e difondazioni private,
uno staff di ricercatori ha effettuato 650 interviste a ultraottantenni
in tutta Italia, ha selezionato 210 libri di memorie, ha sondato
migliaia di documenti. Ha raccolto così una vasta documentazione sul
fenomeno della salvezza dei circa 33mila ebrei ritrovatisi vivi in
Italia nel 1945 dopo la bufera degli arresti e delle
deportazioni. Si hanno ora i nomi di quei salvatiche si sono
potuti ottenere a distanza di tanti anni, i loro dati anagrafici, il
racconto della loro vicenda. Naturalmente, non si tratta di tutti i
salvati, gli ottimi risultati raggiunti sono da considerare un campione
dell’intero insieme. Ma, cosa molto importante: si hanno anche i nomi
dei generosi non ebrei che, per impegno umanitario, sociale, religioso
si sono prestati a soccorrerli. Chi ha aperto la propria casa, chi ha
ricoverato in strutture ospedaliere, chi in istituti religiosi, chi ha
accompagnatoalla frontiera settentrionale con la Svizzera, chi ha
guidato al di là delle linee di guerra al Sud, chi ha prestato denaro,
chi ha procurato documenti falsi. La ricerca, che può considerarsi la
più avanzata su questo argomento in Europa, sarà pubblicata
dall’editore Mursia nei prossimi anni. Avremo così, accanto a Il libro
della Memoria, anche il libro Memoria della salvezza.
Liliana Picciotto, storica Fondazione Centro di documentazione ebraica contemporanea
|
|
Qui Roma - Sfide del lavoro e contributo ebraico |
Prende
come riferimento il Talmud ed estratti di pensiero dei grandi Maestri
il rabbino capo di Roma, rav Riccardo Di Segni, per elaborare da una
prospettiva ebraica l'argomento “Formazione, Giovani e Lavoro” scelto
dalla Fondazione Aises – International Academy for Social and Economic
Development – come tema di un intenso confronto svoltosi ieri a Palazzo
Montecitorio. L'appuntamento, giunto alla terza edizione, vede
confrontarsi nella Sala Regina, la stessa sala dove è solennemente
ricordata con una targa l'infamia delle Leggi Razziste ministri,
economisti, esperti di lavoro e di formazione. Con loro anche due
rappresentanti del mondo religioso, oltre al rav Di Segni monsignor
Lorenzo Leuzzi, vescovo ausiliare di Roma – per una comprensione a 360
gradi che, spiega il presidente di Aises Valerio De Luca, “non può
prescindere dalla centralità rappresentata nelle nostre società da
aspetti etici, morali, spirituali”. Citando il Talmud (trattato
Kiddushin) il rav si sofferma sui doveri del padre verso il
figlio, in primis quello di insegnargli un lavoro. Perché, come hanno
commentato alcuni Maestri, il padre che non insegna al proprio figlio
un lavoro “è come se gli insegnasse a rubare”. Il mondo del lavoro è
profondamente cambiato da allora e con esso l'intera società di
contorno ma il tema della formazione resta comunque, in ambito ebraico,
una pietra miliare. “L'ebraismo – ha affermato il rav – insegna il
rispetto fondamentale per lo studio. Un principio irrinunciabile che ha
attraversato i secoli, un vero e proprio approccio religioso verso i
libri e verso la logica”. Nel suo intervento rav Di Segni, riprendendo
il filo di un discorso apertosi lo scorso anno con Ettore Gotti
Tedeschi, ha quindi voluto lanciare un appello alla fiducia, a fare
figli, a cementificare nell'unità familiare la speranza di un futuro
migliore. Edith Anav, responsabile Aises per il dialogo interreligioso,
aveva precedentemente parlato di scommessa sui giovani “come urgenza di
una società che vuole sostenere uno sviluppo sostenibile”. E allora
questo il suo interrogativo: come può ognuno di noi, ciascuno nella
propria area di competenza, dare un contributo a questa sfida?
“Coerenza e credibilità, è questo che i giovani si aspettano da noi”.
Denso e ricco di stimoli l'intero incontro. A partire dagli interventi
dei due ministri più direttamente coinvolti nelle tematiche oggetto di
confronto: Francesco Profumo, ministro dell'Istruzione, dell'Università
e della Ricerca; ed Elsa Fornero, titolare del Lavoro e delle Politiche
Sociali. E se il primo ha invitato a una profonda trasformazione del
sistema stesso dell'istruzione alla luce di un mercato del lavoro che
guarda sempre più all'Europa e al mondo intero, la seconda ha invitato
a ridurre la distanza tra formazione e ingresso nella sfera
professionale per poi rivolgere un accorato appello affinché concordia
e cooperazione tra tutte le parti in causa possano contribuire alla
costruzione di maggiori opportunità per i giovani. Ad intervenire anche
Paolo Annunziato, direttore generale del Consiglio Nazionale delle
Ricerche, e Luigi Abete, presidente di Bnl Italia.
a.s.
|
|
Melamed - Un voto per la scuola |
Marco
Rossi Doria, sottosegretario all’Istruzione ed ex maestro elementare,
ha pubblicato qualche giorno fa sulle pagine de La Stampa un intervento
molto duro su come la politica sembri aver abbandono la scuola, anche
nella presente campagna elettorale. Ciononostante nelle sue parole sono
evidenti l’entusiasmo, la passione e anche l’ottimismo quando,
descrivendo i risultati di una sua inchiesta sullo stato della scuola
in cui ha intervistato docenti e dirigenti di tante scuole, scrive:
“Emergeva una scuola competente e battagliera.
Che s’interroga sul
futuro educativo del Paese. E che innova nonostante le difficoltà. Cose
concrete…”. Tutte cose concrete, e belle, ed entusiasmanti, che però
vanno a scontrarsi con il fatto che la scuola italiana è stata
indebolita da un disinvestimento culturale e politico che si è tradotto
in tagli per 8,4 miliardi di euro nel triennio 2008-2011. Come ricorda
ancora il sottosegretario si tratta di una cesura fortissima nella
storia d’Italia: mai prima, né in periodi economicamente difficili né
nei momenti della crisi e della ricostruzione erano stati tolti così
tanti soldi al sistema scolastico. Anche dal punto di vista prettamente
economico sono scelte in controtendenza, perché sia il pensiero
economico socialdemocratico che quello liberale riconoscono
nell’istruzione sia il principale fattore coesione sociale e di
discriminazione positiva a favore di chi parte da una posizione
svantaggiata che la prima leva per una crescita equilibrata e duratura
e per l’uscita dalle crisi. E le parole di Marco Rossi Doria
diventano quasi un appello quando dichiara “Ora è assolutamente vitale
riprendere una seria politica di investimento. Ci vuole una stagione
capace di produrre un’inversione di tendenza, un cambio di rotta.
Bisogna, infatti, passare dalla logica della spesa a quella
dell’investimento. Non c’è Paese al mondo che affronti questa crisi
tagliando i fondi per il sapere.
Si tratta, insomma, di operare una
sostanziale innovazione nel paradigma con il quale l’Italia guarda alla
sua scuola e discutere del come reperire le risorse necessarie.
Significa anche restituire a docenti e alunni la possibilità di
guardare al domani della propria comunità con fiducia e speranza, non
doversi trincerare nella difesa e nel mantenimento di quel che c’è e
progettare il futuro attraverso nuove e più avanzate proposte.
Ecco
perché questa campagna elettorale deve parlare da subito di scuola.” Una
campagna elettorale deve essere capace di guardare avanti, partendo da
un appoggio forte e chiaro al sistema scolastico, non può lasciare
l’impressione di avere perso di vista il futuro. La posizione del
sottosegretario all’Istruzione Marco Rossi Doria è sicuramente
rilevante anche per la realtà ebraica italiana tutta, soprattutto visto
che è da tempo in corso un vivace dibattito sul futuro delle sue
istituzioni culturali e formative, un dibattito che tocca temi
essenziali sia per l’identità sia ebraica che, più in generale, per le
minoranze. E allora bisogna appropriarsi delle parole del
sottosegretario: “In questi giorni sento una fortissima urgenza: che si
parli di scuola, di com’è, di come deve diventare. In modo positivo e
dunque riparativo e innovativo. E rispettoso e dunque partendo da quel
che già si fa.”
Ada Treves, twitter@atrevesmoked
|
|
Qui Roma - Clemente Mimun, Pippo Baudo e la maestra
|
Grande partecipazione al
Pitigliani per la presentazione del libro del direttore del tg5
Clemente Mimun, Ho visto cose. Questo è il secondo incontro, nato dalla
collaborazione di Delet e Assessorato ai giovani con il Centro di
Cultura Ebraica e Ugei, che verte intorno ad alcuni personaggi di
spicco del giornalismo italiano. Dopo Paolo Mieli e Mimun seguirà a
breve Claudio Pagliara. A moderare Fabio Peugia, sostenuto dai giovani
della Comunità. La serata è stata un amarcord in ricordo dei bei (e
meno belli) tempi andati, con alcune chicche irrinunciabili su
personaggi della storia italiana. A ravvivare i toni, la presenza di
Pippo Baudo. "Averla come ospite è più o meno come avere Cavour,
Mazzini...", scherza Perugia. "Sì, ma io sono ancora vivo", tende a
sottolineare il pimpante Baudo. Emozionante l'incontro tra Mimun e la
sua morah delle elementari Emma Alatri. "Clemente era uno spirito
libero, vivace, con le idee chiare e sopratutto testardo" lo descrive
commossa. "Lei è stata davvero una maestra come non ce ne sono più -
risponde lui- ricordo ancora che al mio bar mitzvah, non avendo le
possibilità di comprare un abito adatto, è andata lei stessa a
cercarmelo. Se non ci fosse stata quando sono arrivato in classe,
sperduto e francofono, non ce l'avrei mai fatta." Tra il Pippo
nazionale, il presidente della Comunità ebraica Riccardo Pacifici e la
maestra più amata di sempre, la serata dedicata a Mimun è stata
un'amalgama riuscita di scoop e confidenze tra amici. Tanto che la
solitudine da numero uno, da lui raccontata nel libro, si è fatta
sentire un po' di meno.
Rachel Silvera
|
|
Qui Roma - Le leggi razziste e la persecuzione
|
Presentato
questa mattina a Roma nella Sala Alessandrina dell'Archivio di Stato,
il volume digitale Le leggi razziali e la persecuzione degli ebrei a
Roma. 1938-1945, a cura di Silvia Haia Antonucci Pierina Ferrara, Marco
Folin, Manola Ida Venzo, consultabile anche online sui siti
www.mumeloc.it/archivio-multimediale/testi/,
www.romaebraica.it/archivio-storico-ascer/,
www.archiviodistatoroma.beniculturali.it. All'iniziativa che
rappresenta solo una di quelle organizzate per celebrare il Giorno
della Memoria da parte dell'Archivio Storico della Comunità ebraica di
Roma sono intervenuti Massimo Bassan assessore responsabile
dell'archivio comunitario, il direttore dell'archivio di Stato, Eugenio
Lo Sardo, Paolo Masini Consigliere di Roma Capitale. Il presidente
della Fondazione Museo della Shoah Leone Paserman (nell'immagine a
fianco) ha rivolto un saluto al pubblico seduto in sala. L'Archivio di
Stato di Roma partecipa alla celebrazione del Giorno della Memoria
anche con un'altra iniziativa aperta contestualmente questa mattina:
l'esposizione di documenti originali dell'epoca fra i quali gli atti
riguardanti don Pietro Pappagallo, il sacerdote che, imprigionato per
aver aiutato ebrei e partigiani, morì nell'eccidio delle Fosse
Ardeatine. La sua figura ispirò il personaggio del sacerdote
interpretato da Aldo Fabrizi in Roma città aperta di Roberto
Rossellini, ma anche le circolari originali inviate dalla Direzione
generale per la demografie e la razza che ribadivano i molti divieti
rivolti agli ebrei.
|
|
Qui Bologna - I Giusti per gli ebrei dell'Emilia Romagna
|
In
occasione dell'inaugurazione della Mostra “I Giusti tra le nazioni. I
non ebrei che salvarono gli ebrei in Emilia Romagna, 1943-1945”, che si
è svolta al Museo di Bologna, il Consigliere dell'Unione delle Comunità
Ebraiche Italiane David Menasci ha pronunciato il seguente discorso:
Come
consigliere dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane sono lieto di
portarvi il saluto in rappresentanza del presidente, Renzo Gattegna,
che in questi giorni è impegnato in un viaggio istituzionale ad
Auschwitz con i Ministri dell’Istruzione Profumo e con il Ministro
della Giustizia Severino. Accompagnano oltre centocinquanta giovani di
scuole superiori di tutta Italia, che stanno partecipando a una delle
iniziative che più hanno contribuito, alla conoscenza di ciò che è
stato, ed all’approfondimento delle tematiche della Memoria della Shoah. Saluto
le autorità civili, militari, religiose, i cittadini, il Rabbino capo,
il Presidente e i rappresentanti della Comunità ebraica di Bologna, gli
amici del Museo Ebraico. Il
Giorno della Memoria, da quando è stato istituito nel 2000, ha
contribuito fortemente alla conoscenza di quanto tragicamente avvenuto
solo pochi decenni fa nel cuore del continente allora culturalmente ed
economicamente più avanzato. Molte iniziative istituzionali nazionali
sono in Italia coordinate dal “Comitato di Coordinamento per le
Celebrazioni in Ricordo della Shoah” della Presidenza del Consiglio dei
Ministri - al cui tavolo siede anche l’Unione delle Comunità Ebraiche
Italiane – che svolge un importante ruolo di “armonizzazione” delle
principali iniziative, per evitare il rischio che si sovrappongano e
per suggerire le tematiche sulle quali confrontarsi e da approfondire. L’educazione
e la diffusione dei valori morali che ci provengono dalle riflessioni,
dallo studio e dalla conoscenza della Shoah, rappresentano l’aspetto
più profondo e importante del Giorno della Memoria. Per questo ogni
anno il ministero dell’Istruzione indice, in collaborazione con
l’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, il concorso “I giovani
ricordano la Shoah”, al quale partecipano circa quindicimila ragazzi
l’anno, quindi più di 150mila ad oggi. In
questi anni abbiamo ripetutamente visto rialzare la testa del mostro,
vuoi del revisionismo, vuoi dell’antisemitismo, vuoi del nazismo
mascherato anche sotto le bandiere di stati e nazioni che ancora oggi
ripropongono slogan criminali verso gli ebrei in tutto il mondo. Il
nostro compito oggi è molto importante, i testimoni dell’orrore ci
stano lasciando; è compito nostro, di noi ebrei, di noi superstiti, o
figli di superstiti, di noi europei democratici ed antifascisti non
permettere il riemergere dell’odio con particolare attenzione anche
alle forme che oggi possono apparire le più innocue. Il nostro rabbino
dice che ogni giorno dovrebbe essere il Giorno della Memoria, come per
l’educazione dei figli ogni giorno, ogni occasione è buona per educare
ed insegnare. Il messaggio per il futuro che scaturisce da tale dramma
è che la Shoà dovrebbe essere la guida alla costruzione del nostro
avvenire. Primo Levi, ha scritto in una delle sue opere più memorabili:
“Se capire è impossibile, conoscere è necessario”. Lo studio di ciò che
è stato, il favorire un approccio culturale attivo da parte dei
giovani, che vivono per fortuna in un’epoca storica in cui il rispetto
per la diversità, per la dignità dei singoli e per i diritti umani sono
considerati ormai patrimonio comune, è molto importante. Quest’anno
molte manifestazioni in Italia sono incentrate proprio sul coraggio di
ribellarsi a ordini negativi, a imposizioni ingiuste. Ricorre infatti
il settantesimo anniversario della rivolta nel ghetto di Varsavia, che
vide gli ebrei guidati da Mordechai Anilevich ribellarsi contro
l’oppressione nazista: una ribellione disperata ed orgogliosa, contro
un nemico enormemente più forte, che stava tentando di cancellare
dall’Europa una delle culture in essa più radicate. Quest’anno la
proposta del Museo Ebraico di Bologna è di grande interesse, incentrata
su “I Giusti tra le nazioni. I non ebrei che salvarono gli ebrei in
Emilia Romagna, 1943-1945”, cinquantadue persone che misero a rischio
la vita propria e dei propri cari per salvare quella di ebrei
perseguitati. L’Emilia Romagna è una regione particolarmente sensibile
al tema, vista anche la grande partecipazione che in questo territorio
si ebbe alla Resistenza: e quest’anno il nostro pensiero va in
particolare a coloro i quali ebbero il coraggio, la coscienza e la
forza di ribellarsi. I Giusti tra le Nazioni, i partigiani, i ribelli
dei ghetti e anche dei campi di concentramento e di sterminio sono
persone che con il loro coraggio ci hanno trasmesso il valore morale
del non accettare ciò che è profondamente ingiusto. Per
questo ringrazio tutti voi per essere qui oggi: con la vostra presenza,
testimoniate che la Memoria di quanto è avvenuto solo pochi decenni fa
è ancora viva.
|
|
Qui Venezia - Mondo giuridico e persecuzioni
|
In occasione della
tredicesima edizione del Giorno della Memoria l’Ateneo Veneto propone
alcuni appuntamenti di approfondimento per ricordare e onorare la
memoria delle vittime della Shoah e delle persecuzioni razziste. Il
primo ieri sera con la presentazione del libro di Giovanni Acerbi “Le
leggi antiebraiche e razziali italiane e il ceto dei
giuristi” a cui sono intervenuti gli avvocati Paolo Gnignati,
Adriano Vanzetti e Renato Alberini, coordinati dal
giornalista Paolo Navarro Dina e introdotti dal vicepresidente
dell’Ateneo Veneto, Silvio Chiari alla presenza dell’autore. Numerosi
sono stati gli studi e i contributi dedicati alla normativa degli anni
1938-1945, ma il libro di Acerbi si propone di analizzare, in
particolare le 'leggi della vergogna' che, muovendo dalla negazione
radicale di quelle regole basilari e punto di partenza della
legislazione di ogni paese civile, hanno scosso le fondamenta
dell'ordinamento giuridico italiano dell'epoca. Leggi al servizio dello
Stato, proposte e scritte da giuristi di regime, disponibili a tradurre
in un linguaggio tecnico le direttive del partito.
“Il tema del Giorno della memoria, che affrontiamo in questi giorni, è
il tema della scelta - afferma l’avvocato Paolo Gnignati - poiché in
questa giornata siamo spinti a ricordare non solo le vittime, ma chi
con la propria scelta si oppose. Ai giuristi in particolare l’atrocità
intrinseca della normativa in materia di razza doveva risultare
immediata ed evidente. Una legge che assume i connotati di torto
legalizzato se messa a confronto con la legge n.211 del 20 luglio 2000,
istitutiva del Giorno della Memoria, che appare come una forma di
contrappasso normativo tanto diversi sono i valori
proposti”.
Il libro di acerbi ci mostra come l’introduzione delle leggi razziali
presenti dal punto di vista tecnico un momento di rottura definitiva
con i principi di legalità che il ceto dei giuristi, sebbene anche solo
da un punto di vista formale, aveva cercato di coltivare anche nel
periodo fascista. D’altra parte l’introduzione a livello regolamentare
e la sua completa applicazione venne promossa dalla stessa operosità,
in negativo, di molti giuristi, che contribuirono, a volte,
all’inasprimento delle condizioni oltre tali normative.
I motivi di questo atteggiamento sono identificabili certo nella
corrispondenza con un’ideologia di regime, ma anche nell’opportunismo,
visto che con l’applicazione di tali norme si sarebbero liberate
posizioni lavorative e cattedre universitarie di rilievo, assegnate in
precedenza ad avvocati e professori appartenenti alla “razza” ebraica.
Una parte della legislazione razziale fu introdotta attraverso atti
amministrativi, che non avrebbero potuto essere introdotti se non con
una legge ordinaria com’era a quei tempo lo statuto albertino: norme
come il divieto di villeggiatura, di possedere apparecchi radio, di
accesso pubblici archivi e biblioteche, che incidevano nella vita
quotidiana e nell’intimo di ogni discriminato.
“Lo statuto albertino, considerata una forma di costituzione
flessibile, – spiega l’Avvocato Adriano Vanzetti – era, sì frutto dei
valori di libertà e uguaglianza rivendicati durante i moti del ’48, ma
era pur sempre una legge ordinaria e come tale poteva essere modificata
da un’altra legge ordinaria di pari livello”. Oggi, la costituzione
italiana è invece definita rigida, una legge ordinaria se in contrasto
con una norma di rango costituzionale che va ad incidere sui
principi fondamentali della prima parte della costituzione, può essere
disapplicata dal magistrato o sollevata la questione di
costituzionalità da parte dell’avvocato che deve applicarla. Se
ritenuta poi infondata può essere rimessa la questione alla corte
costituzionale che dovrà decidere se quella norma è in conflitto con i
principi costituzionali.
Con la legge del 29 giugno 1939 agli ebrei venne vietato l’esercizio
libero delle professioni: giornalista, medico-chirurgo, avvocato,
procuratore, patrocinatore legale e molte altre. Ad eccezione dei
giornalisti, tutti i professionisti, avvocati compresi, dovevano essere
iscritti ad elenchi speciali ed esercitare la loro professione solo per
soggetti appartenenti alla razza ebraica, rifiutando qualsiasi
collaborazione a livello professionale tra ebrei e non ebrei. Norme che
scossero violentemente la professione forense in Italia dove erano
presenti 554 avvocati ebrei iscritti agli albi, su un numero totale
estremamente ridotto rispetto a oggi.
L’atteggiamento degli italiani di fronte a tali provvedimenti
fu caratterizzato da una profonda indifferenza, la sommaria conoscenza
odierna delle leggi razziali rientra in un processo di rimozione
collettiva della memoria, di destrutturazione del ricordo di un passato
recente. Un errore è ritenere le leggi razziali un terribile episodio
di smarrimento della ragione da parte di una casta limitata e ridotta
di gerarchi giunti alla fine della loro ventennale esperienza
dittatoriale. Avvenimenti storici da ritenere estranei alle abitudini
nostrane in linea con il falso mito del bravo italiano e del cattivo
tedesco. Il razzismo e l’intolleranza, invece, naquero e crebbero
attraverso atti e gesti quotidiani ai quali i più si rassegnarono.
Sulla questione del bravo italiano è intervenuto anche l’avvocato
Renato Alberini, scopertosi figlio di madre ebrea solo dopo la guerra,
che non giustificando assolutamente il comportamento di chi
volontariamente decise di collaborare con il fascismo, ha sottolineato
come si vivesse in una dittatura che si era profondamente radicata e
che aveva avuto una presa fortissima sull’opinione pubblica, spesso
ignara di ciò che stava succedendo: “Si poteva pretendere dall’uomo
comune – si chiede Alberini – di rinunciare alla propria vita in favore
di una minoranza della popolazione che fino al giorno prima era parte
integrante della società?”. Eppure, ha continuato Alberini, ci furono
persone che si opposero, come Mario Rotondi, grande liberale, direttore
de “La rivista di diritto privato” dove in una recensione del 1944,
parlando delle leggi razziali, affermò che fossero una legislatura che
disonorava profondamente la professione
Michael
Calimani
|
|
|
Ticketless - Il ponte sette
luci
|
 La foto qui accanto non
spaventa soltanto il normale viaggiatore in treno. L’ha scattata Aldo
Pavia e l’ho ritrovata in un bel libro letto in questi giorni, sulla
biografia di Pino Levi Cavaglione. Lo hanno scritto Lidia Maggioli e
Antonio Mazzoni (Edizioni Metauro, pref. di Pupa Garribba). Il libro
prende il titolo dal ponte situato lungo la linea Roma-Formia (“Il
ponte sette luci”), fatto saltare dai partigiani nella notte fra il 20
e il 21 dicembre 1944. L’attentato produsse più di 400 vittime. A
questo episodio si è ispirato Nanni Loy per un film di successo, “Un
giorno da leoni” (1961). Ho letto il libro perché la Resistenza ebraica
è un tema che mi appassiona, ma anche per ragioni private. Da tempo
cercavo notizie su questo coraggioso personaggio che porta (quasi) il
mio cognome. Abbiamo antenati comuni nella Acqui ebraica
dell’Ottocento. I miei antenati, rimasti nel Piemonte
infranciosato, conservarono, la grafia antica avignonese (les melons de
Cavaillon…). Gli antenati di Pino scendendo a Genova aggiunsero una –e
per italianizzarsi meglio. Fra questi Emma Cavaglione, la mamma di
Pino, morta con il marito ad Auschwitz. La prima cosa da dire è che la
scelta di Pino è fra quei casi, unici, ma non rari, di giovani che
scelsero di diventare partigiani in conseguenza della deportazione dei
genitori. Si scopre poi da questo libro che il diario di Pino,
“Guerriglia nei castelli romani”, fu nel 1945 inserito da Pavese (il
suo giudizio lusinghiero è riprodotto qui dai due autori) nel catalogo
Einaudi che due anni dopo rifiuterà “Se questo è un uomo”. Come Primo
Levi, anche Pino Levi pose fine in modo drammatico alla sua vita,
suicidandosi nel 1971. Le righe che scrisse, poco prima di morire, per
l’ultima edizione del diario (Il melangolo), fanno venire i brividi
alla schiena. Mi sono sempre molto interrogato, in questi anni, sul
tema della violenza e ho criticato coloro che, parlando di Resistenza,
sono soliti distinguere una violenza buona e una violenza cattiva. La
violenza è violenza e basta. In guerra gli individui si trasformano,
quale che sia la parte cui appartengono. Pino Levi Cavaglione fu per
tutta la vita segnato dall’episodio del Ponte sette luci: “Io ho
lottato perché sentivo di non avere più riparo nel passato, né garanzia
né impegni; perché volevo vendicare mia madre e mio padre e le
innumerevoli vittime dei tedeschi e dei fascisti. Se gli italiani non
avessero provato un brivido di sdegno alle notizie delle uccisioni di
massa (…) non vi sarebbe stata quella rottura del normale equilibrio
fra il pensiero e l’azione dalla quale fermentò l’iniziativa omicida
senza remissione e senza scampo, indispensabile per il combattimento.
Ma oggi tutto è avvolto nelle nebbie del passato. Io stesso, che non
avevo mai sparato prima e non ho più sparato dopo il 1944 ad alcun
essere vivente, io stesso considero il Pino di allora un uomo diverso,
e a me ormai del tutto estraneo. La mia speranza e l’impegno sono oggi
rivolti a far sì che l’odio dell’uomo verso l’uomo scompaia per sempre”.
Alberto Cavaglion
|
|
Funerali |
Non tutti, si sa, vivono
bene la vecchiaia. Chi, in particolare, ha avuto una giovinezza intensa
e avventurosa, non si rassegna a passare le giornate ai giardinetti o a
portare a spasso il cane, e si ostina a rivivere l’eroico passato,
rendendosi, talvolta, un po’ tedioso e ripetitivo agli occhi di
familiari e conoscenti (“mamma, ma il nonno quella storia me l’ha già
raccontata tante volte, forse si è un po’ rimbambito?” “ma che dici
tesoro, ti vuole tanto bene…”). Sono riflessioni che mi sono venute
alla mente nel leggere la malinconica cronaca dei funerali del
brigatista Prospero Gallinari, con la pittoresca partecipazione di
alcuni suoi anziani compagni d’armi, ritratti tutti insieme, nonostante
gli acciacchi dell’età, a cantare l’Internazionale col pugno chiuso.
Qualcuno ha pensato di poggiare sul feretro un qualche simbolo del
glorioso passato. Si è cercata, così, qualche pistola o qualche mitra,
ma non se ne trovavano più. L’idea di un’arma giocattolo è stata
scartata come poco dignitosa. Uno ha portato una bandiera con la stella
a cinque punte, ma si è obiettato che appariva troppo commovente, a
molti spuntavano le lacrime. Finché si è trovata, in un cassetto, una
vecchia bandiera palestinese, un po’ lacera, e questo ha messo tutti
d’accordo, cosicché il carceriere di Aldo Moro ha compiuto l’ultimo
viaggio avvolto dai colori della Palestina. Poveri brigatisti. Dati i
problemi dell’età, da molti anni non leggono più i giornali. Ai loro
tempi, la bandiera palestinese era simbolo di fiero antagonismo, di
lotta al sistema, e chi la sventolava incuteva terrore ai nemici
borghesi. Nessuno ha spiegato loro che, in questi anni, quella bandiera
è diventata una sorta di amuleto portafortuna, gioiosamente esibita a
destra, al centro e a sinistra, da chierichetti e finanzieri, suore e
boy-scout, maestre d’asilo e brigadieri. E’ stato l’esecutivo del
compassato Senatore Monti, dalla linea non esattamente brigatista, a
votare a favore del riconoscimento dello Stato di Palestina da parte
delle Nazioni Unite.
Poveri brigatisti. Un tempo facevano tremare, riempivano i
telegiornali, provavano l’ebbrezza di sparare alla schiena a poliziotti
e magistrati. E sono finiti compagni di lotta del governo dei
Professori e dei banchieri.
Francesco
Lucrezi, storico
|
|
Il kibbutz e il futuro |
“Una cooperativa, senza
sfruttatori e senza sfruttati. Una comune» L'iscrizione sulla pietra e
il patto che suggellava non sono riusciti a celebrare il centenario. In
un articolo del 18 gennaio scorso, Davide Frattini descrive con
tristezza la fine di un’esperienza esclusivamente israeliana e lo fa
con una tale empatia e con una tale sicurezza che decine di amici e
conoscenti che hanno visitato Israele e hanno avuto la fortuna di
trascorrere persino qualche ora in un kibbuz, mi hanno scritto
allarmati e preoccupati. Sasa, il mio kibbuz in Galilea, è un po’ più
giovane di Degania: il 14 Gennaio ha compiuto solo 64 anni ma la festa
di compleanno la celebreremo fra una settimana e ci saranno, secondo la
nostra ben radicata tradizione, canti ebraici e americani (per dare
onore ai nostri primi pionieri di Chicago, Milwaukee, New York e dal
Canada), brani musicali eseguiti dai ragazzi del Liceo del Kibbuz,
dialoghi tratti dall’archivio sulle storie e le avventure dei primi
anni e naturalmente una cena sontuosa a base di manicaretti da tutto il
mondo cucinati dalle famiglie della comunità secondo la rispettiva
provenienza.
Poi la sera si aprirà il Moadon, punto di incontro dei chaverim - i
membri del kibbuz e ci saranno i turni alla sala da pranzo, alla
mungitura e ai pascoli e molti di questi turni saranno eseguiti anche
da studenti che ora vivono a Tel Aviv, a Gerusalemme o a Beer Sheva, da
professori che insegnano in qualche università o college in Israele,
dal capo della fabbrica e dal segretario del Kibbuz (che è una sorta di
sindaco). Questo succede a Sasa, a Bar Am e a Iron, a pochi chilometri
da qui, fondati anch’essi nel ’49 che contano circa 200 membri votanti
all’assemblea e altri 250-300 persone tra bambini, studenti e ragazzi
di leva ma anche a Mishmar HaEmek, un kibbuz vicino a Haifa, che fu
fondato nel 1922 da ragazzi del Movimento Hashomer Hazair della Galizia
e conta oggi 1170 persone.
E’ vero, molti kibbutzim sono stati privatizzati, sono stati
sballottati e travolti da crisi idealistiche e problemi economici, ma
da qui a dire che il kibbuz è finito... Sono 80 i kibbutzim che ancora
sono completamente comunitari. Frattini riporta una frase di Yossi
Sarid: “Non si sono mai più ripresi, malgrado il loro contributo
incomparabile alla fondazione e alla difesa del Paese».
Come non si sono mai più ripresi?
Dieci anni fa Sasa era arrivato allo stremo delle forze: le 3000
tonnellate di mele che producevamo, coglievamo e iscatolavamo ogni
anno, il latte, tra i migliori di Israele, il cotone e gli agrumi non
bastavano per mantenere 80 famiglie. Assemblee su assemblee. 170
milioni di dollari di debiti verso le banche. Pensioni dei membri
annullate, ma tutti i giorni ci si incontrava alla sala comune per
scambiarsi le idee, si continuava a lavorare di lena. Ogni festa e
ricorrenza, perlomeno una al mese (noi ebrei siamo stati premiati dal
Signore con tante feste da riguardare, forse per compensare tutte le
vicissitudini che sconvolgono a volte le nostre vite e per darci la
voglia di andare avanti!!!) venivano celebrate con spettacoli, canti,
danze, organizzati dai membri del kibbuz di tutte le età. Non ci siamo
dati per vinti.
Siamo riusciti a ritirarci su dalle ceneri come l’araba fenice! Nel
giro di pochi anni le due fabbriche: Plasan di blindatura di veicoli
contro il terrorismo e SasaTech di materiali di pulizia ecologici, ci
hanno permesso di ricreare il futuro comune: ingrandire la sala da
pranzo e attrezzarla contro i terremoti (siamo in zona sismica
oltretutto), ristrutturare tutti gli spazi comuni, allargare il cerchio
degli studi fino al master e al dottorato, creare un asilo sperimentale
musicale, aggiungere nuovi indirizzi al Liceo Anna Frank: che ora offre
ai giovani dell’Alta Galilea anche l’opportunità di una maturità in
musica e teatro oltre all’artistica, tecnologica, classica, fisica e
matematica.
I nostri figli vogliono provare a mettersi in gioco e scegliere il loro
futuro: noi abbiamo lasciato la città, la famiglia, un posto sicuro per
seguire un ideale...I giovani hanno il diritto di scoprire da soli il
valore del tesoro nel quale sono nati e cresciuti. Tutto il buono e il
bello che hanno respirato fin dai primi momenti di vita. Spesso seguono
il compagno o la compagna che hanno conosciuto durante il servizio
militare o durante gli studi e si sistemano in città. Non sempre questo
tipo di vita è adatto a tutti. Anche per la mia famiglia, tanti anni
fa, era incomprensibile che io lasciassi Roma, una casa dove c’era di
tutto e molto di più, per andare a correre su un trattore e cogliere
mele e kiwi, a fare teatro con ragazzi ebrei, arabi, disabili,
disagiati, anziani e di culture diverse...
Non mi preoccupa il fatto che non c’è nessun politico che viene dalla
società kibbuzzistica, alle elezioni. I kibbutzim sono l’1 per cento
della società israeliana. Non abbiamo bisogno a tutti i costi di
politici! Sarei piu preoccupata se non ci fossero piu’ educatori,
artisti, professori, fisici, agricoltori, terapisti, ingegneri...
Tranquilli! Siamo ancora qua!
Discutiamo a tutte le assemblee, a volte riusciamo a convincere gli
altri e a volte no. Ma questa è la democrazia. E finché ci saranno
interrogativi, dibattiti e votazioni c’è la speranza che si possa
cambiare qualcosa...e se non è in questo giro, basta aspettare!
Angelica
Edna Calò Livne
|
|
notizie
flash |
|
rassegna
stampa |
Qui Roma - Brundibar, un'opera per non dimenticare
|
|
Leggi
la rassegna |
Sarà
rappresentata questa sera a Roma al Teatro Nazionale alle 19 l'Opera
Brundibar. L'evento è organizzato dalla Comunità ebraica di Roma in
collaborazione con il Teatro dell'Opera nell'ambito delle iniziative
per celebrare il Giorno della Memoria.
|
|
Perde
terreno la destra di Benjamin Netanyahu e Avigdor Lieberman: nelle
elezioni per il rinnovo della Knesset, il parlamento israeliano, la
coalizione conservatrice non ottiene la maggioranza e si ferma a 60
seggi su 120.
|
|
|
L'Unione
delle Comunità Ebraiche Italiane sviluppa mezzi di comunicazione che
incoraggiano la conoscenza e il confronto delle realtà ebraiche. Gli
articoli e i commenti pubblicati, a meno che non sia espressamente
indicato il contrario, non possono essere intesi come una presa di
posizione ufficiale, ma solo come la autonoma espressione delle persone
che li firmano e che si sono rese gratuitamente disponibili. Gli utenti
che fossero interessati a offrire un
proprio contributo possono rivolgersi all'indirizzo desk@ucei.it
Avete ricevuto questo
messaggio perché avete trasmesso a Ucei l'autorizzazione a comunicare
con voi. Se non desiderate ricevere ulteriori comunicazioni o se volete
comunicare un nuovo indirizzo e-mail, scrivete a: desk@ucei.it
indicando nell'oggetto del messaggio “cancella” o “modifica”. © UCEI -
Tutti i diritti riservati - I testi possono essere riprodotti solo dopo
aver ottenuto l'autorizzazione scritta della Direzione. l'Unione
informa - notiziario quotidiano dell'ebraismo italiano - Reg. Tribunale
di Roma 199/2009 - direttore responsabile: Guido Vitale.
|