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30 gennaio 2013 - 19 Shevat 5773
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David
Sciunnach,
rabbino
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“E senti Yitrò, sacerdote di
Midian, suocero di Moshè …” (Shemòt 18, 1). Ha detto il grande Rebbè di
Kotzk: “Yitrò sentì ciò che udirono anche moltissime altre persone, ma
fu l’unico a giungere alle giuste conclusioni; alcuni sentirono, ma non
ascoltarono, poiché ciò di cui vengono a conoscenza si ferma alle loro
orecchie, senza raggiungere il cuore e l’anima.” Yitrò invece senti e
comprese ciò che era stato detto.
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Davide
Assael,
ricercatore
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Ho trovato molto bella l’intervista a Claudio
Magris di Guido Vitale pubblicata sull’ultimo numero di Pagine Ebraiche. In particolare, mi è molto piaciuta la diagnosi, assai
controcorrente, per cui la crisi europea dipenda dalla perdita di “un
sano senso di ipocrisia”. Mi pare una brillante definizione del
tentativo di civiltà europeo, che, aprendo ad un’ottica universalista,
si incammina nel difficile tentativo di contenere pulsioni territoriali
e identitarie legittimate, invece, in altri progetti sociali. È pur
vero che, spesso, l’Europa si dimentica che l’origine di questo
percorso è ebraica e che nessuno come l’ebraismo ha affrontato il tema
della sublimazione delle pulsioni profonde dell’animo umano. Ed è anche
vero che serve a poco “ricordare” se poi, in Paesi membri dell’Unione,
si rimuove la matrice ebraica con progetti di legge per l’abolizione
della kasherut o con sentenze giuridiche che paragonano la brìt milà a
una mutilazione. Meglio restare sanamente “ipocriti”, facendo finta che
alterità e differenze di ogni tipo non diano fastidio. Abbiamo tutti
provato, in questi giorni, quale brutta sensazione provochi la perdita
di ipocrisia nelle classi politiche.
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Il genocidio, le responsabilità |
27 gennaio, Giorno della memoria: gli italiani comuni e il genocidio
1943-45 Che cos’è e come si produce un genocidio? Possiamo e forse
dobbiamo chiedercelo domandandoci anche se è sufficiente quello
che ricordiamo e come lo ricordiamo e anche che cosa sia questo senso
di saturazione che la ricorrenza istituzionale talora già provoca.
Proviamo allora ad introdurre qualche interrogativo nuovo sul piano
storico. Può essere utile la categoria di genocidio per interpretare la
Shoah in Italia, la partecipazione italiana alla deportazione e allo
sterminio degli ebrei nel 1943-45, settant’anni dopo l’avvio delle
deportazioni? Da alcuni anni la migliore storiografia sull’Olocausto è
in crescente rapporto con quella sui genocidi (dagli Armeni alla
Cambogia; dal Ruanda alla ex Jugoslavia): ciò ha consentito di
comparare e allo stesso tempo di meglio contestualizzare e definire più
precisamente la "singolarità storica di Auschwitz". E anche di gettare
nuova luce sui diversi contesti e le particolari dinamiche nazionali in
cui la “Soluzione finale” si consumò: comparare significa non
assimilare ma mettere in luce le specificità. Circa venticinque anni
fa, sulle pagine del Corriere della Sera, lo storico del fascismo
Renzo De Felice dichiarava l’Italia, con formula divenuta notoria, al
fuori del "cono d’ombra dell’Olocausto". Questa posizione, pure ancora
largamente accreditata anche presso gli storici e certamente nel senso
comune, è difficilmente sostenibile oggi, nel discorso storico e
persino in quello pubblico --- se il Giorno della memoria, istituito
con legge dello Stato italiano nell’anno 2000, ha un senso. La prima e
più pesante smentita di quella frase di De Felice – che per la
precisione escludeva responsabilità non solo italiane, ma persino dello
stesso fascismo in quegli eventi (“Il fascismo italiano è al riparo
dall’accusa di genocidio”, diceva) – venne già pochi anni con la
pubblicazione, nel 1991, del monumentale Libro della Memoria, curato da
Liliana Picciotto per la Fondazione CDEC, cioè l’elenco e le notizie
sulla sorte individuale dei quasi 8 mila ebrei vittime italiane della
Shoah. Quel libro conteneva, inoltre, il computo preciso degli arresti
di ebrei compiuti da italiani nel 1943-45. Gli stessi dati furono
valorizzati, nel 1995, dal piccolo e influente libro di David Bidussa,
dedicato precisamente a decostruire sul piano storico il mito del
bravo italiano, anche a partire dalla mera contabilità numerica (ma è
più difficile mettere in discussione i numeri) di una storia italiana
che aveva prodotto, nella sua fase più cupa - quella del fascismo
estremo e del collaborazionismo di Salò -, non solo persecuzione dei
diritti, ma diretta partecipazione italiana allo sterminio. Fin dal
1988, le ricerche di Michele Sarfatti sul razzismo mussoliniano e poi
quelle su fascismo ed ebrei fino alla Shoah, assieme a tutta la
stagione di studi avviata allora (e che ancora prosegue) sulla via
italiana all’antisemitismo, si erano nel frattempo incaricati di
riscrivere una vicenda che certamente non nacque in Italia solo nel
1938, su istigazione tedesca, come qualcuno ancora sostiene, né può
essere ridotta a quella che anche di recente è stata chiamata (in modo
riduttivo) "nazificazione" del fascismo italiano. E basterebbe in
proposito rivolgere la propria attenzione, come da tempo gli storici
vanno facendo, alla storia del colonialismo italiano – anche prima del
fascismo - per capire subito che noi italiani non abbiamo alcun bisogno
di maestri o modelli quando vogliamo usare la violenza. Che cosa
aggiunge, tuttavia, contestualizzare oggi le deportazioni degli ebrei
italiani nel 1943-45, l’arresto e l’imprigionamento di migliaia di
giovani, donne, vecchi, bambini, nella storiografia internazionale sui
genocidi? Innanzitutto gli storici concordano oggi che i genocidi non
avvengono esclusivamente in contesti coloniali o ex - coloniali, o
comunque in territori di conquista; né possiamo immaginarli solo in
luoghi lontani, per diversi motivi, da quelli a noi più familiari
(Cambogia o Ruanda; o anche il confine armeno-turco o il regime titino
in disfacimento e il nascente conflitto inter-etnico della Jugoslavia
nel post-89). Esiste infatti un rapporto intrinseco tra intimità e
genocidio: il genocidio colpisce, infatti, i vicini della porta accanto
- quindi può riguardare, riguarda tutti noi - come ha mostrato tra gli
altri Jan T. Gross, nel suo libro I carnefici della porta accanto
(2001), dedicato al massacro degli ebrei di Jedwabne da parte dei
propri concittadini polacchi nel 1941, prima dell’arrivo dell’occupante
nazista (ancora più icastico il titolo originale: Neighbours, vicini).
Ma in Italia, si dirà, non è avvenuto nessun massacro, almeno per mano
italiana. È
generalmente vero per quanto riguarda l’eliminazione fisica di massa
per fucilazione – come nella prima fase della Shoah in Europa Orientale
(raccontata ad esempio da Christopher Browning in Uomini comuni, 1996)
– o per lo sterminio industriale nelle camere a gas, nel cuore e
comunque per mano della civilissima Europa (giudaico)-cristiana.
Tuttavia gli storici dei genocidi – ad esempio, tra gli altri, Donald
Bloxham, oppure Jacques Semelin - ci hanno anche spiegato che, specie
in un contesto bellico, già l’identificazione, l’arresto, la
separazione di un gruppo su base etnica, religiosa, sociale o di
qualsiasi altro criterio (non trascuriamo le condizioni fisiche e
mentali, uno dei primi criteri della politica eliminazionista che diede
avvio alla Shoah in Europa), per non parlare della loro detenzione in
campi di prigionia e la consegna nelle mani di “volenterosi carnefici”
o anche di “boia da scrivania” (stile Eichmann), costituiscono di per
sé atti genocidari. Questi atti riguardarono chiaramente decine,
centinaia, forse migliaia di italiani, che parteciparono all’ideazione,
all’organizzazione e alla realizzazione, su base politica, burocratica
o di polizia, della “Soluzione finale del problema ebraico” in Italia
nel 1943-45, dopo che la RSI aveva dichiarati gli italiani ebrei
“stranieri” e “nemici”. A decine, gli italiani comuni, nella polizia,
nelle forze armate, tra i volontari del rinato partito fascista e anche
tra cittadini comuni, semplici collaborazionisti e delatori (come ha
raccontato Mimmo Franzinelli nell’opera di più autori, La Shoah in
Italia, 2011), si alzarono una mattina qualsiasi dell’autunno 1943, o
dell’inverno, o dell’estate 1944, si fecero la barba, o si rifecero il
trucco (non mancarono le donne carnefici direttamente coinvolte),
bevvero il proprio caffè, salutarono la famiglia, e uscirono a dare la
caccia agli ebrei – cioè i proprio vicini “della porta accanto”, i
propri compagni di banco, i propri colleghi (i propri amici?) – a
sequestrarne le proprietà, ad incarcerarli, a trasferirli in un campo
di transito, a consegnarli, infine, in mano tedesca. Avviandoli così
non verso “ignota destinazione” ma, consapevolmente, a morte certa
(cioè che ha iniziato a mostrare, di nuovo, Liliana Picciotto nel suo
L’alba ci colse come un tradimento, 2011). Sebbene sia doveroso
ricordare le migliaia di italiani che salvarono i propri concittadini
ebrei, le storie individuali degli italiani comuni che parteciparono al
genocidio – un processo che per molti versi prese avvio almeno
dall’autunno 1938, sebbene i suoi sviluppi non fossero già inscritti
nelle “leggi razziali”, e quindi riguardò migliaia di “carnefici”
italiani – la storia dell’Italia dentro il cono d’ombra dell’Olocausto
deve ancora essere scritta. Per questo ricordiamo il Giorno della
Memoria e – lo scrivo da storico innanzitutto ai miei colleghi storici
– non è stato ancora sufficiente, settant’anni dopo quegli eventi, o
anche solo dodici anni dopo quella legge di memoria, per mostrarci
l’urgenza e la necessità di scrivere quella storia. La storia degli
italiani “comuni” e il genocidio: la nostra storia.
Simon Levis Sullam, storico
Simon
Levis Sullam insegna Storia contemporanea all’Università Ca’ Foscari,
Venezia. E’ autore, tra l’altro, de L’archivio antiebraico (Laterza
2009) e tra i curatori della Storia della Shoah (UTET 2006-2010).
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Israele - Il governatore della Banca d'Israele lascia l'incarico |
Il
Governatore della Banca centrale, la Bank of Israel, Stanley Fisher si
è dimesso improvvisamente martedì sera senza spiegare al pubblico i
motivi che lo hanno spinto alle dimissioni. Egli rimarrà al suo posto
fino al prossimo mese di giugno. Il momento da lui scelto, non poteva
essere peggiore. Il governo ha scoperto qualche settimana fa di avere
un deficit di bilancio importante, circa 40 miliardi di shekel. Proprio
adesso Israele aveva bisogno di una persona onesta e competente che
gode della fiducia di tutti i tecnici della finanza pubblica, alla
guida della Banca centrale. Qualcuno sussurra che il momento scelto
alla vigilia della formazione del nuovo governo indica che Fisher
potrebbe aspirare a diverntare il ministro degli Esteri di Israele, ma
l`interessato non ha confermasto questa
supposizione. Nell`incertezza causata dalle recenti elezioni
legislative, Fisher era un`isola di sobria stabilità, logica, giudizio
equilibrato e rinomanza internazionale, scrive il quotidiano “The
Marker” stamane. Fisher gode della stima dei professionista della
finanza e del pubblico ed è un personaggio raro nella politica
israeliana. Permane un grande punto interrogativo sulle ragioni che lo
hanno spinto a questo passo. È
certo che tali ragioni non sono un complimento per la classe dirigente
israeliana ma piuttosto un ammonimento e un invito alla serietà.
Sergio Minerbi
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Milano - Poca partecipazione e vivace dibattito in assemblea |
L’assemblea
della Comunità ebraica di Milano ha approvato il bilancio preventivo
2013, ma un dato emerge chiaramente dalla riunione appositamente
convocata dal presidente Walker Meghnagi: sono stati pochissimi gli
iscritti a partecipare (in sala circa la metà dei presenti era
costituita dai consiglieri comunitari, cui si sono aggiunti la maggior
parte dei consiglieri milanesi dell’Unione delle Comunità Ebraiche
Italiane: il vicepresidente Roberto Jarach, l’assessore alle scuole
Raffaele Turiel, Milo Hasbani, Sara Modena, Giorgio Mortara, Guido
Osimo, Giorgio Sacerdoti). Raffaele Besso, assessore al Bilancio, ha
aperto il confronto con la sua relazione. I numeri presentati
fotografano una situazione economica difficile per la Comunità del
capoluogo lombardo, che già da anni si trova in uno stato di grave
deficit strutturale, cui si aggiunge un disavanzo da gestione ordinaria
previsto in oltre due milioni e 150 mila euro, parzialmente compensato
dal risultato pronosticato per la gestione straordinaria, che riduce il
passivo del risultato d’esercizio a poco meno di un milione di euro.
Besso ha offerto una panoramica complessiva delle cifre dietro alla
vita comunitaria, dai servizi religiosi alla protezione civile, dalla
scuola, alla comunicazione e ai servizi sociali. In generale ha
sottolineato come il bilancio preventivo 2013 sia stato redatto
rigorosamente partendo da quello consuntivo 2012 (che verrà presentato
nelle prossime settimane) in cui sono stati registrati alcuni aumenti
inattesi dei costi. Di qui l’impegno, nei prossimi mesi, a portare
avanti azioni trasversali finalizzate all’ottimizzazione della
struttura organizzativa, con la creazione di un impianto per il
controllo della gestione e di una centrale di acquisto. Tra i vari
interventi dei consiglieri, l’assessore alla Casa di Riposo Claudio
Gabbai ha fatto notare come non a caso quello di cui si occupa è
l’unico settore in cui opera la Comunità davvero in attivo, in quanto
istituzione che rappresenta un punto di riferimento davvero per tutti,
al di là delle differenti appartenenze geografiche o ideologiche, e ha
suggerito che sia questa la direzione da percorrere per risolvere i
problemi, economici e non solo, che si trova ad affrontare l’ebraismo
milanese. Grande attenzione da parte dei presenti, che hanno avanzato
varie richieste di chiarimenti. Tra le altre cose è stato spiegato come
l’aumento complessivo dei costi del personale rispetto all’anno 2011
sia dovuto all’entrata a regime di cinque risorse inserite in organico
negli anni passati, puntualizzato che la Comunità di Milano è in
contatto costante con l’UCEI e con il ministero per capire come gli
immobili della Comunità, e in particolare scuola e Casa di riposo, si
pongono rispetto alla questione Imu, e messo inevidenza l’impegno per
migliorare la qualità di insegnamento della scuola attraverso un
progetto per valutare gli insegnanti che è allo studio in
collaborazione con l’Università di Milano Bicocca. A prendere la parola
è stato anche il vicepresidente UCEI Jarach. In un intervento piuttosto
duro, ha fatto notare che, poiché il bilancio presentato prevede che
parte significativa delle entrate sia reperita attraverso bandi e
progetti di fund raising, esso appare non rispettare nella sostanza il
criterio di pareggio necessario per l’approvazione da parte dell’UCEI
(in mancanza di elementi concreti che supportino la possibilità di
raggiungere effettivamente quelle somme). Ha inoltre sottolineato come
il disavanzo sia aumentato moltissimo rispetto a quelle che erano state
le sue previsioni da presidente della Comunità (incarico che
haricoperto fino a giugno) e che la scarsa partecipazione abbia reso
poco significativa l’approvazione del bilancio da parte dell’assemblea
(che è avvenuta con il suo voto contrario e l’astensione di circa un
quarto dei presenti). Rassicurazioni sono arrivate da Besso, che ha
spiegato di essere in contatto costante con l’assessore UCEI al
Bilancio Noemi Di Segni, e dal presidente della Comunità Meghnagi che
ha garantito “Questo Consiglio sta lavorando con grandissimo impegno
per risolvere tutti i problemi, compresi quelli legati al bilancio. Ci
troviamo nel mezzo di una difficile trattativa con gli uffici fiscali
per cifre ben superiori a quelle di cui stiamo parlando oggi. Abbiamo
fiducia che tutto andrà per il meglio”. Su un punto si sono trovati
tutti d’accordo: al di là delle cifre, sarà necessario un grande
impegno volto ad aumentare la coesione e la partecipazione alla vita
comunitaria, perché da lì passa il futuro della kehillah milanese.
Rossella Tercatin twitter @rtercatinmoked
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Melamed -
#questannoalMIUR |
Non
si lascia sviare Marco Rossi-Doria, sottosegretario all’Istruzione ed
ex maestro elementare, che aveva recentemente denunciato – con un
intervento pubblicato sulle pagine de La Stampa
– come la politica sembri aver abbandonato la scuola. A pochi giorni di
distanza ecco che la sua segreteria inizia un capillare lavoro di
diffusione tramite web e social network di un bilancio di mandato
intitolato Quest’anno al MIUR, che diventa immediatamente anche un
hashtag su twitter. Si tratta di una sorta di riassunto delle
attività istituzionali realizzate dal novembre 2011 ad oggi, e
nell’introduzione il sottosegretario ribadisce quali sono stati i
principi che hanno guidato il suo lavoro: “Per quanto riguarda il
lavoro che ho più seguito direttamente - in base alle deleghe
affidatemi dal Ministro Profumo - ho cercato di sviluppare un’idea di
scuola frutto di tutti questi anni di esperienza e confronto con le
migliori pratiche. La scuola deve cambiare, lo ripetiamo da tempo. Deve
saper essere contemporanea, innovarsi in base ai cambiamenti della
società. Deve essere personalizzata, per rispondere ai bisogni
educativi di ciascuno. Deve essere inclusiva e non perdere nessuno per
strada. E infine deve essere una vera e propria comunità educante, in
grado di trasmettere principi e valori fondanti della società
democratica e di sviluppare pienamente la persona in crescita. È su
questa idea di fondo che ho lavorato, dalle indicazioni nazionali
all’integrazione, dal contrasto alla dispersione scolastica allo
sviluppo dell’autonomia.” Per ognuna delle parole chiave scelte per
sintetizzare i suoi obiettivi, ossia puntare a una scuola che sia
“contemporanea”, “personalizzata”, “inclusiva” ed “educante” viene
fatto, nel corso dello slide show, un resoconto dei risultati ottenuti
e vengono forniti dati concreti ed elementi di approfondimento.
Nell’introduzione
Marco Rossi-Doria ammette che il bilancio ovviamente non può essere
soltanto positivo: “il tempo è stato tiranno, pochi mesi di gestione
del sistema più complesso e articolato del Paese bastano soltanto per
poche e selezionate scelte. La durissima condizione dei conti pubblici
ha inoltre frenato molto la capacità di azione, costringendoci a
guardare soprattutto alle emergenze e ad astenerci da quelle riforme in
profondità di cui la scuola ha davvero bisogno.” Ma, prosegue poco
oltre, “Nella scuola italiana c’è professionalità, impegno,
innovazione. È su queste forze che si potrà contare, e sono queste
forze che andranno finalmente valorizzate, mano a mano che l’Italia
uscirà dalle difficoltà. Teniamolo presente. E non smettiamo mai di
discutere e confrontarci su come costruire una nuova stagione per la
scuola italiana.”
E le parole “Non c’è futuro senza scuola”,
pronunciate praticamente tutte le volte che nelle comunità ebraiche
italiane si affronta l’argomento istituzioni scolastiche, non devono
diventare solo uno slogan ripetuto molte e molte volte. Non guasta
ricordarlo in questo periodo di campagna elettorale, perché non sia
solo il sottosegretario uscente all’Istruzione Marco Rossi-Doria a
cercare di tenere viva l’attenzione su un dibattito che deve restare
centrale nei programmi di chiunque voglia guidare una Comunità ebraica
o, non dimentichiamolo, un Paese.
Ada Treves twitter@atrevesmoked
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“Educazione migliore
risposta all'odio” |
È
arrivato ieri a Birkenau il Treno della Memoria organizzato dalla
Regione Toscana su impulso di Ugo Caffaz e con l'appoggio delle
principali realtà istituzionali e associative locali. Davanti al
monumento internazionale del campo di sterminio, assieme ai Testimoni
Andra e Tatiana Bucci e a Marcello Martini, giovane staffetta
partigiana che sopravvisse a Mauthausen, sono state recitate alcune
preghiere per onorare la memoria di tutte le vittime della Shoah. Prima
del momento di raccoglimento un corteo aperto dagli striscioni contro
l'odio e contro il negazionismo portati dai ragazzi delle scuole
toscane, con le chiarine di Firenze e i gonfaloni della Regione,
dell’Associazione deportati e di alcuni Comuni e Province. “È stata una
cerimonia davvero emozionante – afferma Sara Cividalli, presidente
della Comunità ebraica di Firenze – e mi fa molto piacere che tanti
ragazzi abbiano provato un’esperienza così significativa e toccante
sulla loro pelle. Educare le nuove generazioni al ricordo ci aiuterà a
contrastare il razzismo e le discriminazioni”.
In tutta Toscana
proseguono intanto le attività per la Memoria. A Livorno riunione
solenne del Consiglio regionale con omaggio a Isacco
Bayona, ultimo Testimone livornese da poco scomparso. La Comunità
ebraica, tra le varie iniziative, ha voluto poi sottolineare il
coraggio dei Giusti tra le nazioni piantando, in onore degli ultimi
riconosciuti tali in città (Mario Canessa, i coniugi Lidia e Giovanni
Gelati), tre ulivi davanti al Tempio di piazza Benamozegh. E contro il
revisionismo storico degli ultimi giorni hanno ottenuto riscontro sulla
principale testata giornalistica locale, Il Tirreno, alcuni documenti
inediti sulla macchina persecutoria del fascismo portati alla luce da
Comunitando, blog di “cose ebraiche” curato dall'ex consigliere UCEI
Gadi Polacco. A Grosseto inaugurata nel fine settimana una mostra
dedicata alla figura di Anna Frank tra fotografie, immagini, citazioni
e riproduzioni documentarie.
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Qui Roma - La casa di tutti gli ebrei italiani |
“Dobbiamo lavorare per
essere sempre più un'unica famiglia che lavora per il bene
dell'ebraismo italiano e di tutte le Comunità”. Questo, nelle parole
del vicepresidente dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Giulio
Disegni, assessore con delega al personale, lo spirito che ha animato
la riunione dei dipendenti UCEI svoltasi ieri pomeriggio nella sede di Lungotevere Sanzio. Presenti all'incontro,
volto ad approfondire l'impegno, le sfide, le specifiche aspettative
dei direttori di dipartimento e del personale, anche il presidente
dell'Unione Renzo Gattegna e l'assessore al bilancio Noemi Di Segni.
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Ticketless - Il cono d’ombra |
 Calato
il sipario sul 27 gennaio, ogni anno sono inseguito da un incubo. Mi
sveglio d’improvviso, gli occhi sbarrati. Sogno di essere prigioniero
dentro un cono. L’ombra del professor De Felice mi rincorre urlando:
“Fuori, e vedi di sparire anche dalla mia ombra”. I luoghi comuni
storiografici turbano i miei sonni, perché in Italia tendono a
ripetersi come un disco rotto: fra l’altro ho un ricordo molto
gradevole di un pranzo a Roma con il Professore, che non aveva il
fascino di un attore di Cinecittà, ma non era Dracula. Il suo libro mi
capita di riaprirlo spesso, vi imparo sempre qualcosa, anche se nel
frattempo la ricerca è andata avanti. Questo ritornello del cono
proprio non mi persuade. Le cifre parlano chiaro: di tutti i paesi che
hanno subito l’occupazione tedesca, l’Italia si situa dopo la Danimarca
e la Finlandia. È
il terzo paese con la più bassa percentuale di vittime dello sterminio.
Se si considera che la maggior parte degli ebrei erano residenti nella
parte della penisola dove più a lungo durò l’occupazione nazista, su
quel 17.3 % bisognerebbe ragionare con più serenità, lasciando da parte
gli accanimenti postumi contro il Professore. La percentuale è comunque
spaventosa, ma come insegna Mario Pirani nella sua autobiografia,
lecito dire che, forse, poteva andare anche peggio. Fuori del cono
d’ombra del nazismo s’è visto di tutto, un arcobaleno di atteggiamenti,
dal nero delle delazioni, alla pietas di un fascista di Salò. Fuori del
cono d’ombra s’è visto innanzitutto un viluppo di odio e di amore.
Giacomo Debenedetti, come gli odierni detrattori del Professore,
non vedeva altro che lacrime e sangue. Faticava a spiegargli che cosa
fosse quel viluppo di odio e di amore il dolcissimo Umberto Saba delle
Scorciatoie, che vado subito a rileggermi appena mi riprendo
dall’incubo annuale di fine gennaio.
Alberto Cavaglion
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La Memoria e i rapporti con
la Chiesa
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Anche quest’anno, come
sempre negli ultimi tempi, sono stato invitato a partecipare a un paio
di incontri commemorativi in occasione del Giorno della Memoria. A
entrambe le manifestazioni, tra i vari relatori, è stato invitato anche
un ecclesiastico. Due persone serie e preparate, che hanno espresso
parole di sincera esecrazione per quanto accaduto e di sentita
vicinanza al popolo ebraico. In entrambe le occasioni, però, il
dibattito si è inceppato quando è stata sfiorata la questione del ruolo
svolto dal Vaticano durante quegli anni, perché i due ecclesiastici, a
differenza di alcuni degli altri presenti, non solo rifiutavano di
riconoscere la benché minima ombra nell’operato di Pio XII, ma ne
rappresentavano l’azione in termini di totale eroismo e abnegazione,
mostrandosi decisamente offesi che qualcuno, per puro pregiudizio e
malevolenza, osasse mettere in discussione un dato di fatto tanto
evidente e incontestabile.
Tale situazione su ripete immancabilmente, come un copione fisso, e
mette decisamente a disagio. Altre volte, ci si trova a litigare tra
relatori che hanno idee diverse – a volte anche radicalmente
contrapposte – sull’oggetto della discussione (per esempio, sulla
questione mediorientale). Il dibattito può svolgersi civilmente o può
anche degenerare, ma ognuno si sente libero, in genere, di dire la
propria. In queste situazioni, invece, è diverso, giacché tutti i
relatori, per lo più, vorrebbero esprimere una comunanza di intenti, un
sentimento di unità e di comune impegno civile. Se il dibattito non
tocca un determinato argomento, questo sentimento appare integro, e si
ha l’idea che gli uomini di oggi siano davvero schierati, in modo
unitario, a difesa dei valori di umanità e tolleranza. Se, invece,
l’argomento tabù viene toccato, sia pure in modo marginale,
l’incantesimo si spezza.
Che fare, quindi? Parlarne o non parlarne? Meglio forse non toccare il
punto spinoso, per cementare questa unità di intenti, per sentirsi, o
apparire, uniti? O piuttosto affrontarlo in modo aperto, per cercare di
fugare ombre, equivoci, retropensieri? Nel primo caso, ci si sente
ipocriti, pavidi, falsi. Facciamo finta di andare d’accordo, ma
sappiamo che non è davvero così. Nel secondo, si appare indelicati,
divisivi, dal momento che si urta la sensibilità di persone che
vorrebbero esserti amiche, e che tu sembri invece volere respingere, o
mettere in difficoltà (oltre tutto, in modo gratuito e inutile, poiché
c’è l’assoluta certezza che, da quella parte, non verrà mai la benché
minima correzione di giudizio).
Che fare? Non so rispondere. So solo porgere un’altra domanda: la
Chiesa è un’istituzione umana (sia pure, per chi ci crede, ispirata da
Dio), fatta da uomini, calata nella storia? E quindi soggetta
anch’essa, come tutto ciò che è umano e storico, a errore, debolezza,
contraddizione? O è sempre, in ogni suo atto, a qualsiasi livello,
divina, perfetta, infallibile? E’ nel tempo, o fuori dal tempo? Se è
fuori dal tempo, fuori dalla storia, allora analizzarne i comportamenti
storici in un pubblico dibattito è del tutto fuorviante e inopportuno,
come lo sarebbe dibattere su una verità di fede, con un credente che la
difende e un non credente che cerchi di smascherarne la falsità:
sgradevole, intollerante, offensivo. Se è nel tempo, nella storia,
perché dovrebbe essere al di sopra di qualsiasi umano giudizio? Può
esistere, nella storia, qualcosa di perfetto, assoluto, sovrumano,
metastorico?
Francesco
Lucrezi, storico
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Storie - Salvare dal macero “Il nazismo e i lager”
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Salvare
dal macero un libro può essere un'operazione intelligente di Memoria.
Tanto più se quel volume è "Il nazismo e i Lager" di Vittorio Emanuele
Giuntella, l'opera di un grande storico che conobbe l’esperienza
concentrazionaria come internato militare (la legge istitutiva del
Giorno della Memoria, com’è noto, riguarda non solo la Shoah, ma anche
i deportati politici e gli internati militari). Tra le tante iniziative
del Giorno della Memoria in tutta Italia, voglio quindi segnalare per
la sua originalità quella promossa dal Museo Storico della Liberazione
di via Tasso e dal suo battagliero presidente Antonio Parisella. Quello
stesso Museo sulle cui mura, il 27 gennaio scorso, alcuni neofascisti
hanno scritto ignobili frasi negazioniste, del tipo “Shoah, solo
falsità e menzogne” e “Israele boia” (detto per inciso, al solito,
nessuna traccia è stata finora trovata dei responsabili). L’obiettivo è
quello di salvare le ultime 1000 copie del libro di Giuntella,
"condannate" alla distruzione dal distributore. Un saggio che, secondo
Parisella, “costituisce uno dei classici della letteratura
concentrazionaria, come ‘I sommersi e i salvati’ di Primo Levi. La
prima e fondamentale messa a fuoco di tutte le implicazioni politiche e
sociali - dentro e fuori i Lager - dell'organizzazione della
persecuzione e dello sterminio. Come per Primo Levi, il Lager emerge
pienamente come il luogo dove - con maggiore efferatezza e
concentrazione di violenza - il nazismo realizzava il suo modello di
organizzazione sociale che intendeva costruire fuori dei Lager ovunque
in Europa”. Quest'anno ricorre il centenario della nascita di
Vittorio Emanuele Giuntella e il Museo, non essendo abilitato ad
operazioni commerciali, grazie al contributo di alcuni amici ha deciso
di fare omaggio di copie del volume a coloro che faranno - nella sede
di via Tasso - una sottoscrizione minima di 15 € (prezzo di copertina
24 €). L’iniziativa ha avuto un grande successo e il 26 e il 27
gennaio le copie a disposizione del Museo sono andate esaurite. Presto
ne arriveranno altre. Intanto Parisella rivolge “un appello a
biblioteche, istituti, musei, scuole, associazioni perché - nei
prossimi mesi - promuovano analoghe iniziative per far conoscere il
libro e diffonderlo”. Mario Avagliano twitter @Marioavagliano
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Un minuto di silenzio per non dimenticare
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la rassegna |
Un
minuto di silenzio su tutti i campi del torneo Csi in cui militano
formazioni del Maccabi. È accaduto domenica scorsa, Giorno della
Memoria, su impulso del presidente del Maccabi Italia e consigliere
dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Vittorio Pavoncello.
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L’emozione del presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane
Renzo Gattegna nella cerimonia di celebrazione del Giorno della Memoria
al Quirinale insieme a Giorgio Napolitano per l’ultima volta è
raccontata dal Corriere della Sera, che riporta anche il retroscena
della reazione del Colle alle parole di Berlusconi su Mussolini, a
firma di Marzio Breda.
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L'Unione
delle Comunità Ebraiche Italiane sviluppa mezzi di comunicazione che
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