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7 marzo 2013 - 25 Adar 5773
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alef/tav
elia richetti Elia
Richetti,
presidente dell'Assemblea rabbinica italiana
 

Nel narrare le offerte che ogni ebreo ha portato per la costruzione e il montaggio del Mishkàn, il Tabernacolo mobile, la Torah riferisce che “Weha-mela’khà hayethà dayyàm le-khol ha-mela’khà la-‘assòth othàh we-hothèr”, “il materiale era sufficiente per tutta l’opera per realizzarla, e ne avanzava”. In questa affermazione è nascosta una contraddizione: o il materiale era sufficiente, ossia nel quantitativo giusto, non poteva avanzarne; e viceversa, se avanzava, non poteva essere solo sufficiente. Alcuni Maestri risolvono questa contraddizione facendo un’importante considerazione, che a mio avviso potrebbe essere applicata anche ai giorni nostri e nelle nostre Comunità, con riferimento al nostro rapporto con le istituzioni ebraiche. Se le offerte per il Mishkàn fossero state solo “sufficienti”, di misura, di fatto non sarebbero state sufficienti a livello spirituale. Sarebbe mancata la possibilità della manifestazione della presenza divina, la percezione della Shekhinà. Infatti, ognuno avrebbe potuto legittimamente gloriarsi che grazie alla sua offerta si rendeva possibile la costruzione del Mishkàn. E la superbia è qualcosa che impedisce alla Shekhinà di manifestarsi, come è detto: “È aborrito da D.o qualunque superbo di cuore”. Se invece avanza qualcosa dalle offerte e questo qualcosa non è strettamente necessario, ognuno può giustamente domandarsi se è la sua offerta che non viene utilizzata, che è considerata irrilevante. Ciò dispone a un atteggiamento di umiltà, che si concilia con la manifestazione della Shekhinà. Pertanto il quantitativo delle offerte, benché sovrabbondante, è esattamente sufficiente per raggiungere la meta. E nelle nostre Comunità? Anche qui, l’atteggiamento di chi fa il minimo indispensabile, l’atteggiamento di chi sa che quanto fa è strettamente necessario per realizzare le mete prefissate è superbo ed egoistico, perché ognuno può dire “se non ci fossi io, non si realizzerebbe”; questo non porta alla percezione di fare qualcosa di importante e sacro per tutti. Solo se facciamo di più, e lo facciamo domandandoci sempre se non è superfluo, se lo facciamo con la sensazione di fare anche se non è necessario, allora abbiamo la possibilità di realizzare qualcosa di sacro, che realmente ci può portare a un livello superiore.


Sergio
Della Pergola,
Università Ebraica
di Gerusalemme


Sergio Della Pergola
A lungo molti Italiani, e molti ebrei tra loro, hanno contestato l'ingerenza della Chiesa nella vita civile e politica dell'Italia. Uno dei punti fondanti del dissenso concerneva l'influenza da parte delle gerarchie ecclesiastiche sulle le scelte politiche dei cittadini, influenza operata a distanza dai pulpiti e dai confessionali, ma senza un coinvolgimento diretto nelle istituzioni elettive. Oggi questa tenebrosa presenza autoritaria a distanza ricompare in Italia in una forma nuova, forse laicizzata nei contenuti ma non emendata nella sua sostanziale antidemocraticità. La lunga ombra grigia di sua Eminenza Grillo si estende sui 163 deputati e senatori del Movimento 5 Stelle ai quali sembra voler negare il libero arbitrio comunicando con loro e con il resto del mondo da cangianti luoghi lontani anziché da una trasparente conferenza stampa, e comunque senza il suffragio di un'elezione personale. Abbiamo visto nella storia più di una volta un piccolo ciarlatano (o un pazzo?) iniziare giochi più grandi di lui che poi hanno trascinato e travolto un intero paese nel disastro. Questa volta il pericolo è per ora virtuale ma sembra destinato a crescere. Nel giudicare da parte ebraica, il minimo che si possa esigere è che i medesimi alti metri di misura etica – o come scrive Dario Calimani, quei pochi "goccini di sensibilità etica in più" che si suppone provengano dalla matrice ebraica – che sono stati richiesti ad alta voce nei confronti di un eventuale compagno di viaggio Berlusconi, vengano applicati anche nei confronti di un eventuale compagno di viaggio Grillo. È tragico subire due pesi e due misure, è ancora peggio applicarli agli altri.

davar
Yom HaTorah - Nel nome di rav Raffaele Grassini
Torna l’appuntamento con Yom HaTorah, la giornata dedicata allo studio organizzata dal Dipartimento educazione e cultura dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane per il prossimo 10 marzo. Tema di questa seconda edizione l’interrogativo Si può indovinare il futuro?. Nell’occasione verrà reso omaggio alla figura rav Raffaele Grassini, rabbino, shochet e sofer delle Comunità ebraiche di Trieste e Venezia scomparso nel 1992 all'età di 40 anni. "Il modo leggero con cui sapevi affrontare i problemi, il tuo sorriso e la tua ironia - scrive il rabbino capo di Napoli rav Scialom Bahbout (nella foto) - sono il modo migliore per ricordare te e la tua opera". Leggi

Israele - Ultima chiamata per formare il governo
In Israele proseguono i negoziati per dare vita alla maggioranza di governo. Mentre il tempo a disposizione di Bibi Netanyahu si assottiglia sempre di più, alcuni nodi sembrano lentamente avviarsi verso una soluzione. Leggi

Venezuela - L'opposizione candida Capriles
Ha radici ashkenazite e sefardite il candidato presidente dell'opposizione venezuelana. Enfant prodige della politica sudamericana, Henrique Capriles, 41 anni a luglio, è la speranza di quanti - in Venezuela e nel mondo intero - sperano in un cambio di rotta dopo il lungo periodo chavista. Un auspicio condiviso dalla comunità ebraica, che in questi anni ha più volte denunciato comportamenti ostili e negligenti nel silenzio generale. Leggi

Qui Firenze - La risorsa del turismo
L'Italia ebraica è una miniera di tesori artistici e culturali. La sfida è quella di saperle valorizzare congiuntamente: Comunità, addetti ai lavori, referenti istituzionali. Molte le opportunità come ribadito ieri nel corso di un confronto svoltosi ieri a Firenze. Ad intervenire, tra gli altri, il presidente della Comunità ebraica Sara Cividalli, il rabbino capo Joseph Levi, l'assessore alla cultura Enrico Fink e il presidente dell'Opera del Tempio Renzo Funaro. Leggi

pilpul
Il lungo viaggio di Primo Levi e chi ignora la Storia
E dopo Silvio Berlusconi venne la neoeletta “grillina” Roberta Lombardi. Dopo che lui disse, il Giorno della Memoria, che «... dentro questa alleanza ci fu l'imposizione della lotta e dello sterminio contro gli ebrei quindi il fatto delle leggi razziali è la peggiore colpa di un leader, Mussolini, che per tanti altri versi invece aveva fatto bene» arriva lei a rivalutare il «primo fascismo». Posizioni ignoranti della Storia e quindi miserabilmente strumentali o abissalmente viscerali, condivise – temo – da molti, troppi. Di tutto ciò non avrei però più parlato se non avessi letto un libro di Frediano Sessi appena uscito da Marsilio, Il lungo viaggio di Primo Levi. Una lettura che mi impedisce di tacere la rabbia e lo sgomento verso chi ancora ha l'impudicizia di sostenere certe tesi. Sessi ci racconta come si arriva alla gelida notte tra il 12 e il 13 dicembre del '43, quando un rastrellamento della milizia fascista arresta in valle d'Aosta la piccola banda partigiana affiliata a Giustizia e Libertà e di cui fanno parte Primo Levi, Luciana Nissim, Vanda Maestro. Ci racconta come Primo, Luciana e Vanda arrivano alla Resistenza, come sono traditi, e anche perché Levi di tutto questo parlò così poco.

Stefano Jesurum, giornalista

L'idea impossibile del blocco monolitico
A leggere i commenti di alcuni opinionisti su questa rubrica pare quasi che il rapporto che intercorre tra il rabbinato italiano e quello israeliano sia simile a quello che c’è tra la Grecia e l’Europa. Un ente commissariato o sotto tutela, a cui di fatto è impedito di prendere decisioni in assoluta libertà. Siamo insomma sull’orlo del default perché Rav Amar (o chi per lui) ha semplicemente riconosciuto che la sua libertà è importante quanto la nostra. Cioè, che lui è il Capo Rabbino d’Israele (sefardita) e come tale decide su ciò che avviene nel proprio paese. Sì, perché ciò che è avvenuto non è un divieto ad esercitare nei confronti di alcuni rabbini né tantomeno una scomunica, quanto l’idea che alcuni atti, specialmente in casi delicati e complessi come le conversioni, debbano rispondere ad adeguati standard accettati da Israele se si pretende che da Israele vengano riconosciuti. Insomma nessuno scandalo, quanto una necessità di avere parametri condivisi non solo con l’Italia, bensì con tutti i paesi dove ci sono ebrei al mondo. Per questo penso che l’ingerenza non ci sia, ma che anche nel caso un’interdipendenza ci fosse non ci sarebbe nulla di cui preoccuparsi. Immaginare un ebraismo italiano come un blocco monolitico, indipendente dal resto del mondo ebraico e da Israele, non è né lungimirante, né tantomeno intelligente. Una situazione così complessa può invece diventare un’opportunità per l’ebraismo italiano di ripensare se stesso. Si riparta dalle parole di Rav Amar per riflettere sul nostro operato; consapevoli che una riflessione sul nostro stato non indebolirà certo le nostre Comunità, ma al massimo le renderà più forti.

Daniel Funaro

notizie flash   rassegna stampa
Roma - L'arte di vivere la salute
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Si parlerà di alimentazione tra scienza, ebraismo e kabbalah al Palazzo della Cultura in occasione dell'incontro odierno 'L'arte di vivere la salute' organizzato dal Centro di Cultura ebraica nell'ambito del percorso di formazione Progettiamo insieme. Ad intervenire rav Gianfranco Di Segni, Daniela Abravanel, Sabrina Coen, Alessia D'Angelo e Monica Germani. L'incontro avrà inizio alle 20.30.
 

Le parole di sconcerto del presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Renzo Gattegna a proposito della “colpevole e inaccettabile mancanza di conoscenza storica della vera natura del fascismo fin dalle sueorigini” dimostrata dalla classe politica vengono ampiamente riprese dal Corriere della Sera. Dopo le dichiarazioni dell’ex premier Silvio Berlusconi e del neo-capogruppo alla Camera del Movimento 5 Stelle Roberta Lombardi, un nuovo caso sono le parole del sottosegretario uscente all’Economia Gianfranco Polillo che in un’intervista radiofonica ha elencato quelle che a suo dire sono state “le cose buone fatte dal fascismo prima del 1935”.
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