A Istanbul vince il sindaco del pluralismo
Imamoglu volto d’una Turchia diversa
“Certamente, questa vittoria – spiega Loui Fishman, esperto di Medio Oriente – è un momento di svolta nella storia turca. Ma nonostante l’ottimismo dello slogan della campagna elettorale di Imamoglu, ‘Andrà tutto bene’, anche i suoi sostenitori irriducibili sanno che c’è una lunga strada da percorrere”. Secondo Fishman, “Il messaggio d’Imamoglu di speranza e la capacità di catturare i cuori e le menti non solo degli elettori laici fedeli al Partito Popolare Repubblicano (CHP) ma anche del partito nazionalista Iyi, e di un numero crescente di elettori dell’AKP (il partito di Erdogan) disaffezionati, e non ultimi dei curdi del Partito Democratico dei Popoli è stata la chiave della vittoria”.
L’oggi 49enne Imamoglu, moderatamente religioso ed apprezzato anche dai laici, non era – racconta il Guardian – una figura politicamente nota a livello nazionale, non fino alle elezioni a sindaco di Istanbul. Prima di entrare in politica a livello locale una decina di anni fa, ha lavorato nell’impresa di costruzioni di famiglia. Nel 2008 si è unito al Chp e nel 2014 è stato eletto presidente del consiglio del distretto borghese di Beylikduzu a Istanbul. “La sua strategia in campagna elettorale di basso profilo in marzo si è costruita sulla fiducia che aveva già guadagnato tra gli elettori come amministratore competente e dalla mentalità aperta”, spiega il Guardian. Ora dovrà confrontarsi con i diversi problemi della città, che Jack descrive come la New York di Turchia: “non è la capitale ma è il cuore pulsante del Paese. I giovani vogliono viverci ma, a causa della grave situazione economica del paese, Istanbul risulta cara per i locali. C’è un problema di sovrapopolamento di alcune aree, un traffico esasperante, una corruzione diffusa”. “Il mercato immobiliare in città deve ripartire – sottolinea il membro della Comunità ebraica – e deve essere ampliata la rete metropolitana”. Problemi di cui Imamoglu è consapevole (rispetto al traffico ha dichiarato che costruirà altri 400 chilometri di metro) e di cui ha parlato in un’intervista prima del voto al giornale ebraico turco Salom (che intervistato anche Yildirim e si è dovuto difendere dalle accuse di aver fatto propaganda per Imamoglu). “Oggi, il 60 per cento di Istanbul dice che se ne avesse la possibilità, emigrerebbe perché è infelice. Non abbiamo garantito abbastanza istruzione a 350 mila giovani di questa città. […] Non siamo stati in grado di creare istituzioni educative sufficienti a garantire un buon futuro. Non siamo stati in grado di portare le donne di questa città alla vita sociale, né abbiamo spianato la strada per il loro impiego. Questa città è stata annegata nel traffico, in cemento, priva di aree verdi e parchi. Posso elencare molti altri esempi della mancanza e dei bisogni. – le parole di Imamoglu a Salom – Ma so che Istanbul è consapevole dei problemi e delle soluzioni. Sa che coloro che hanno governato per 25 anni hanno danneggiato questa città. Il management e i manager di nuova generazione sono esigenti. Lasciatemi essere chiaro, soddisferemo queste richieste”.
La comunità ebraica (che conta circa 15mila iscritti), sottolineano dall’interno, lo ha votato in massa, con persone arrivate da Israele, dalla Spagna, dal Portogallo, dall’Italia apposta per votare. “Nel primo discorso dopo la vittoria di marzo, lungo e molto bello, Imamoglu ha ricordato che sarà il sindaco di tutta la città, e ha esplicitamente citato tutte le minoranze, curdi, armeni, ebrei.. sottolineando che ogni minoranza può trovare un garante in lui. Gli ebrei turchi così come tutti coloro che credono in lui sperano sarà lui il volto del cambiamento di un paese che deve rialzarsi e sconfiggere l’autoritarismo di Erdgogan”.
In una sua lettera pubblicata dal Washington Post, Imamoglu ha spiegato che: “La vera resilienza richiede il superamento delle divisioni attraverso il dialogo e la consultazione con i cittadini, una lezione applicabile ben oltre la Turchia. Il pluralismo non è il nostro nemico, né qui a casa nostra né nel mondo esterno. Dobbiamo abbracciarlo e sfruttare la forza che la diversità porta con sé”.
Vorrei cogliere un elemento curioso nelle accuse di Cavaglion a proposito del supposto immobilismo dei rabbini italiani. Egli afferma che "tutto rimane sempre bloccato in un sempiterno ritorno dell’uguale. […] Decidere di non decidere è stato ed è purtroppo prassi corrente".
Noi rabbini italiani di oggi veniamo accusati in alcuni casi dell’esatto contrario, cioè di aver assunto posizioni più rigorose rispetto al passato rompendo in questo modo con una secolare tradizione (ammesso e non concesso che ciò sia vero).
In un’assemblea comunitaria a Milano una ventina di anni fa, un noto esponente della sinistra laica disse, spiritosamente, che lui voleva non la rivoluzione ma la restaurazione, cioè un ritorno al passato quando i rabbini italiani erano più facilitanti.
Siamo immobili o facciamo scelte che non piacciono?
Se non ci fosse l’ostacolo della conoscenza linguistica, consiglierei a tutti l’ascolto (molto semplice via web) di alcune trasmissioni della rete radiofonica dell’esercito israeliano Galei Tzahal (letteralmente “le onde dell’esercito”). Si tratta di un canale che definirei “laico”, non nel senso di “non religioso” (cosa che per altro non è), ma per il fatto che tratta in maniera decisamente libera dei principali argomenti della politica, della cultura e finanche della difficile situazione militare di un paese che è pur sempre in guerra come Israele. Per limitarmi alle ultime settimane (spesso caratterizzate da dibattiti politici molto accesi dopo la convocazione delle elezioni anticipate) ho potuto ascoltare un’intervista molto interessante a David Grossman a poca distanza da altre ad alcuni leader della destra come Ayelet Shaked o Avigdor Liberman, seguite da un’intervista a un generale a riposo che criticava pesantemente alcune pratiche operative interne dell’esercito.
A volte ho l’impressione che tra la memoria della Shoah e quella della Resistenza ci sia una sorta di proporzionalità inversa: più si parla dell’una meno si parla dell’altra. Sarà colpa del fatto che la Resistenza è troppo spesso considerata come patrimonio di una sola parte politica, sarà perché viene spesso citata a sproposito (dai proPal ai noTav), sta di fatto che non è sentita come un valore che accomuna tutti gli italiani e che dunque debba essere trasmesso alle prossime generazioni. Non so se si tratti di una causa o di una conseguenza, ma credo che uno dei contesti in cui il pessimo stato di salute di cui gode la memoria della Resistenza è più evidente sia quello scolastico: per il Giorno della Memoria si organizzano attività, si guardano film, si invitano testimoni, si fanno ricerche, ecc. Non tutto sempre ineccepibile, certo, ma qualcosa comunque si fa.
La parashà che leggeremo questo Shabbat, narra nella sua quasi totalità il drammatico episodio dei dodici esploratori inviati dal popolo a visitare in avanscoperta la terra promessa.
La storia è famosa ed ha un finale triste: tutto il popolo, a causa della maldicenza fatta sul Paese da dieci dei dodici, viene punito con la permanenza per quaranta anni nel deserto prima di poter entrare nella terra di Israele.
Rashì si domanda che nesso vi sia tra la fine della scorsa parashà e quella in questione.
A proposito della foto che circola in questi giorni dell’annegamento di un uomo salvadoregno e di sua figlia nel Rio Grande nella speranza di raggiungere gli Stati Uniti, su un celebre quotidiano italiano viene scritto “che papa è se fa crepare la figlia? Clandestino del Salvador fa annegare la figlia”.
La parola “clandestino” denota già nel linguaggio corrente un non-umano, un (s)oggetto privo di una storia e di un’identità, in definitiva qualcuno che viola le leggi e i nostri sacri confini per turbare la nostra tranquillità. Un disturbatore e un criminale al tempo stesso, il quale nell’appartenenza a queste categorie dovrà necessariamente essere anche un idiota e poi un malvagio che nell’attraversamento di un fiume porta volontariamente la propria prole alla morte.