Se non leggi correttamente questo messaggio, clicca qui      16 Agosto 2019 - 15 Av 5779
Tu Beav, una festa che parla d'amore

Il 15 di Av, che quest'anno cade il 16 agosto, nella tradizione ebraica è una festa ancora poco nota al di fuori d'Israele: "Tu Beav", e' considerata la festa dell’amore, dei fidanzamenti e della gioventù. Le sue radici sono bibliche e veniva celebrato ai tempi del Santuario per poi rimanere a lungo dimenticato.
La festa è citata esplicitamente nella Mishnah: “Per Israele non esistevano giorni più lieti del 15 di Av e del giorno di Kippur, in cui le fanciulle di Gerusalemme uscivano con abiti bianchi presi in prestito per non far arrossire le più povere. Tutti i vestiti andavano sottoposti al bagno di purificazione. Le fanciulle di Gerusalemme uscivano a danzare nelle vigne. E che cosa dicevano? 'Giovane, alza i tuoi occhi e guarda bene quello che scegli. Non posare gli occhi sulla bellezza, ma bada alla famiglia. Cosa falsa è la grazia; vanità è la bellezza. Solo la donna temente di Dio è degna di lode' (Prov. 31,20 – Ta’anit IV, 7)”.
Tu Beav cade tra Tisha Beav, un momento di lutto e riflessione per ricordare la distruzione del Tempio, e l'inizio delle principali festività ebraiche: è quindi un giorno che simbolicamente fa da ponte tra la distruzione e rinnovamento. "È una festa gioiosa, - sottolinea la Presidente dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Noemi Di Segni - poco celebrata nella Diaspora ma che in Israele ha trovato nuova vita, con eventi organizzati in tutto il paese, nelle case degli israeliani come in piazza". Secondo alcune fonti, la festa corrisponde alla celebrazione annuale del giorno in cui venne rimosso il divieto di sposarsi fra appartenenti a tribù diverse o del giorno in cui cessò il divieto di sposare le figlie della tribù di Beniamino. Da qui, il legame con il tema dell'amore.
Come spiega rav Yisrael Meir Lau, rabbino capo di Tel Aviv e già rabbino capo ashkenazita d'Israele, ci sono diversi eventi positivi collegati a Tu Beav. Il 15 di Av corrisponde, ad esempio, all'espiazione del peccato degli “esploratori”. La storia è nota: dieci dei dodici esploratori mandati da Mosé in avanscoperta in Eretz Israel, tornarono dalla missione dicendo che era una terra impossibile da conquistare e scatenarono il panico tra il popolo. A seguito di questo incidente, il Signore decretò che la nazione ebraica sarebbe rimasta nel deserto per 40 anni, e che a nessuna persona di 20 o più di 20 anni uscita dall’Egitto sarebbe stato permesso di entrare in Israele. “Ogni Tisha BeAv in quei 40 anni - ricorda rav Lau - chi aveva raggiunto l'età di 60 anni morì: 15.000 ogni Tisha BeAv”. Quando si avvicinò l'ultimo dei quaranta 9 di Av passati nel deserto, gli ultimi 15mila si prepararono alla morte. Arrivata la data però non accadde nulla, così pensarono di aver sbagliato il conteggio. Aspettarono un altro giorno, e un altro ancora fino a quando apparve la luna piena in cielo: allora si resero conto che era il 15 del mese di Av, Tisha B'Av era passato e il Signore non li aveva puniti con la morte. Anzi aveva perdonato dal peccato degli esploratori il suo popolo, che istituì il 15 di av come giorno di festa.
Rispetto al ruolo delle donne, su Pagine Ebraiche rav Luciano Caro proponeva invece un'interpretazione significativa di Tu Beav. “Si è visto che il 15 di Av le fanciulle uscivano a ballare, presumibilmente in cerchio, vestite di bianco. Il termine 'Av' designa un mese dell’anno ebraico, ma è composto dalle prime due lettere dell’alfabeto: Alef Bet. Da notare che nell’alfabeto ebraico la quindicesima lettera è la Samekh, che ha la forma di un cerchio ed evoca pertanto la danza in circolo, nella quale tutti i danzatori si possono guardare l’un l’altro e si trovano tutti in situazione di uguaglianza”. Un bel modo per rivendicare una volta di più l'uguaglianza delle donne con l'aiuto della tradizione e in un giorno di gioia dedicato agli innamorati. In Israele, in Italia, come in tutto il mondo.
E può essere anche un modo per riscoprire le proprie radici, ricorda la presidente UCEI. Per chiedere ai propri genitori o nonni come si sono incontrati, come le loro storie si siano intrecciate". Alcune emittenti israeliane hanno scelto questa strada facendo parlare figli e nipoti che riportano alla luce teneri spaccati famigliari: c'è chi racconta della nonna che si innamorò del nonno ascoltandolo alla radio raccontare di Torah; chi, attraverso delle lettere di 30 anni prima alla madre e i social network oggi, è riuscita a rintracciare il padre costretto a rimanere in un villaggio in Etiopia e di cui si erano perse le tracce dopo la prematura scomparsa di lei; chi riscopre la figura del nonno, mai conosciuto, tramite le missive – in italiano – scritte alla moglie e in cui, a pochi giorni dalla Guerra dei sei giorni, chiede delle sue scarpe militari. Piccole finestre sul passato dei singoli che raccontano i tanti volti d'Israele: lingue diverse che si intrecciano in un unico paese, parlando d'amore e d'affetto. E come scrive la cantante Naomi Shemer nella sua Tilbeshi Lavan – Vesti in bianco – citando il testo del midrash su Tu Beav: “Quest'estate vesti in bianco/ Immagina pensieri luminosi / Potresti ricevere una lettera d'amore / Forse faremo delle scelte / Io sceglierò te e tu sceglierai me”.

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Uguaglianza a Tu Beav
Passato il momento del grave lutto del 9 di Av: la perdita della propria identità di popolo, il Tempio di Gerusalemme, la Terra di Israele, bisogna andare avanti. Gli ebrei non si fermano a piangere su ciò che è accaduto, ma cercano di andare avanti e ricostruire ciò che è possibile, ad ogni costo. Oggi è Tu be'Av - il 15 del mese di Av - un giorno particolarmente gioioso, secondo quello che ci raccontano i maestri della mishnà:
"Non vi erano giorni più belli per i figli di Israele che il 15 di Av e di Yom ha Kippurim" (Mishnà Ta'anit 4)
In questa giornata, che ci viene ricordata dalla mishnà, nonostante il Tempio non esista più, è rimasto un ricordo indelebile di essa. È narrato dalla mishnà che le ragazze da marito cantavano e suonavano per le strade di Gerusalemme, rivolgendosi ai loro coetanei, chiedendogli di degnarle di uno sguardo per innamorarsi di loro e sposarle per formare nuove famiglie in mezzo al popolo ebraico.
Alberto Sermoneta, rabbino capo di Bologna
Теснота, la vicinanza
Capita talvolta, se si è fortunati, di vedere un film di nicchia riuscito a intrufolarsi in circuiti cinematografici generalisti. In un caldo pomeriggio agostano a Milano ho visto Tesnota (“vicinanza” in russo). È l’opera prima del giovanissimo regista Kantemir Balagov: accolta in maniera entusiasta dalla critica, ha ricevuto anche importanti riconoscimenti internazionali. Nel complesso non riesco a unirmi al coro delle esaltate recensioni: probabilmente perché non sono un esperto e quindi mi sfuggono elementi formali e riferimenti culturali. Mi spiego: il film di frequente procede con estrema lentezza e a volte il filo conduttore si perde, la fotografia è intrigante, tuttavia non vengono fornite informazioni preziose che sono indispensabili allo spettatore per capire il contesto.
Gadi Luzzatto Voghera, direttore Fondazione CDEC
L’arte di preoccuparsi
Preoccuparsi non è così facile come sembra. Non perché manchino i motivi, naturalmente, quelli non scarseggiano mai. Ma proprio per questo bisogna fare attenzione a non esagerare: preoccuparsi di tutto è come non preoccuparsi di niente; se un campanello di allarme suona in continuazione nessuno ci fa più caso. Per esempio i politici all’opposizione che protestano sempre nello stesso modo e con i medesimi toni - che si tratti di una manovra economica, della TAV sì o no, di razzismo, di atteggiamenti di disprezzo verso le istituzioni, di veri e propri pericoli per la democrazia - non riescono a trasmettere al pubblico la preoccupazione neanche quando questa è ampiamente giustificata.
Anna Segre
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La civiltà mediterranea
“Atene e Gerusalemme, diffondendosi lungo tutto il perimetro del Mediterraneo, hanno fondato, con il concorso delle loro culture filosofiche e religiose, la civiltà del mondo occidentale. Il pensiero greco, quello ebraico, quello cristiano e quello musulmano sono occidentali sin dalle origini. Oggi, però, le religioni monoteistiche si sono diffuse in tutto il mondo. Hanno dovuto perciò diversificarsi e adattarsi a diverse mentalità, continuando però a contrapporsi con i propri dogmi rispettivi e specifici. […] Di fronte alle minacce che su di esse fa pesare la modernità, riusciranno a trovare la via, se non dell’unità, almeno di una ricoperta degli ideali comuni che le animano e dei valori che, da tutte condivisi, costituiscono la loro forza e la loro originalità? Accetteranno di difenderli e di diffonderli insieme, dopo un così lungo sforzo parallelo di riflessione e di meditazione, che rimane ineguagliato e la cui patria d’origine fu il bacino del Mediterraneo?”. 
Francesco Moises Bassano
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