YOM HAATZMAUT 5780 - I FILM CHE INQUADRANO UN PAESE INTERO
Cinema d'Israele, un racconto identitario
In questi giorni di riaperture e di ripartenze il settore culturale si interroga sul suo futuro: quando potranno riaprire i cinema, i teatri, le sale concerti, i musei? Al momento non sono in cima all'agenda del governo, ma non possiamo permetterci di dimenticarli, di lasciarli indietro. La produzione culturale è parte della nostra identità, racconta chi siamo stati, cosa siamo oggi e chi saremo domani. E per questo, nei giorni in cui festeggiamo il 72esimo compleanno d'Israele, vorrei dedicare un pensiero al cinema israeliano e alla sua storia, profondamente legata alla nascita del giovane Stato.
La genesi del cinema israeliano va ricercata negli anni precedenti alla fondazione dello Stato, in quanto tutte le istituzioni, dall’Accademia fino ai supermercati cooperativi furono creati sotto il Mandato Britannico (1920-1947). Tra le prime strutture dal carattere solidale e nazionale ricordiamo la Kuppat Holim (Cassa dei Malati), un servizio di assistenza medica e sanitaria ideato e realizzato nel 1911 da Berl Katznelson, uno dei padri fondatori del Sionismo. Nel 1920 fu fondata la società Solel Bone, azienda di costruzioni attiva nel settore pubblico e privato e nel 1923, Pinhas Rotenberg, militante tra le fila dei gruppi armati di Zeev Jabotinsky, istituì la prima centrale Elettrica in Eretz Israel, aiutato dalla famiglia Rothschild e appoggiato dal ministro inglese alle Colonie, Winston Churchill.
La città di Tel Aviv nacque nel 1909 e nella prima boulevard Herzl sorgeva ormai dal 1905 il bell’edificio del Ginnasio Herzliya, simbolo del sistema educativo e dell’importanza che i padri fondatori conferivano all’istruzione nel nuovo insediamento urbano collocato sulle dune lungo il Mediterraneo. La seconda fase istituzionale fu gestita dalle strutture pre-statali e l’Agenzia Ebraica, organizzazione appartenente al Congresso Mondiale Ebraico, fu riconosciuta ufficialmente nel 1929.
Lo sviluppo della demografia in Terra di Israele si divideva tra i centri agricoli - in particolare nei kibbutz e nelle cooperative agricole - e i centri urbani e borghesi di Haifa, Tel Aviv e Gerusalemme. Le immigrazioni dall’Europa segnate dall’avvento del nazifascismo portarono nella Palestina mandataria una popolazione colta e pragmatica, capace di gestire le nuove industrie e organizzare centri accademici di altissimo livello. Nel 1925 nacque l’università di Gerusalemme e a Haifa, la città degli immigrati arrivati dalla Germania di Hitler, nello stesso anno fu inaugurato il Politecnico, il Tecnion, un centro di eccellenza tecnologica.
Quell’angolo di mondo, non ancora riconosciuto dalle nazioni, era un gran consumatore di cultura; nel 1931 giunse dall’Unione Sovietica la compagnia teatrale Habima che scelse come sede fissa la città di Tel Aviv, dove operavano già HaOhel (la Tenda), teatro dallo stampo socialista educativo e dedito al pubblico proletario e HaKumkum (Il bollitore), gruppo dal carattere satirico e politico, oltre a diversi cori per adulti e ragazzi e a svariate formazioni musicali, tra cui la rinomata Orchestra di Rishon Letzion fondata nel 1899. Nel 1933 aprì i battenti il Conservatorio di Gerusalemme e nel 1936 Arturo Toscanini, fuggito dall’Italia fascista, diresse a Tel Aviv la neonata Palestine Orchestra formata da Bronislaw Huberman.
È in questa atmosfera che cominciò a muovere i primi passi anche l’espressione cinematografica; nel dicembre 1932, nel cinema Eden, pronunciato in ebraico “sinema”, tutti i notabili della piccola Tel Aviv si radunarono per assistere alla proiezione del primo lungometraggio dal titolo Oded Hanoded, ovvero Oded il vagabondo. Si tratta di un film muto in bianco e nero in cui il giovane Oded va in gita con i compagni di classe e, distratto dalla bellezza dei paesaggi, si perde tra le colline brulle. Nello smarrimento geografico incontra uno scienziato tedesco intontito dal sole cocente e un gruppo di beduini dall’aspetto esotico, che all’inizio si dimostrano minacciosi, ma alla fine della storia si rivelano amichevoli e leali, tanto da salvare il ragazzino e il nuovo immigrante tedesco.
Il film riscosse un gran successo a Haifa e a Gerusalemme e fu proiettato nelle grandi sale e in occasione di serate culturali nei villaggi e nei kibbutz. Il pubblico amava ammirare i paesaggi e gli animali della propria terra e si identificava con il piccolo eroe “sabra”, l’antagonista della figura diasporica e smarrita dell’emigrante tedesco.
Alla fine del film, Oded viene acclamato come eroe dai suoi coetanei e questo per gli spettatori costituiva l’immagine del “nuovo ebreo”, venerata dalla società di pionieri in Palestina in quanto simbolo del vero nativo israeliano, capace di affrontare l’avventura, generoso con gli indigeni beduini e ben inserito nel collettivo del kibbutz. Il budget era piuttosto scarso, ma il cameraman H. D. Halachmi e il produttore Natan Axelor, venuti dalla Russia, stavano fissando il primo tassello importante del cinema israeliano.
Negli anni ‘50 e ’60 l’establishment israeliano riconobbe, con un buon sostegno economico, l’importanza della “Settima arte” e nel 1955 uscì il classico israeliano, Collina 24 non risponde, girato dal famoso regista inglese Thorold Dickinson con la sceneggiatura del canadese Peter Frye, che in seguito sarebbe diventato un importante riferimento culturale in Israele. Si trattava di un film patriottico in inglese, con protagonisti cosmopoliti: un ufficiale irlandese, un avventuriere americano, un ex nazista, un sabre ruspante e una bella ragazza combattente nel movimento clandestino per la liberazione di Israele. Il film ebbe un successo notevole in Israele e all’estero, ma questo non fu sufficiente a segnare un cambiamento nella produzione locale piuttosto provinciale, con tocchi etnici e umoristici come nella pellicola Fortuna, di Menachem Golan (1964). I film erano costruiti su stereotipi: i portatori del messaggio patriottico e sionistico appartenevano all’élite ashkenazita, mentre i racconti degli ebrei di origine araba tendevano a ridicolizzare la loro cultura e la loro integrazione nella nuova e dinamica società locale.
Le cose cambiarono con Salah Shabati di Ephraim Kishon del 1964, ma il filone della cosiddetta produzione burekas, “film alla napoletana, con stile Bollywood”, resistette fino agli anni ’80, portando la critica moderna a riconoscere solo dopo decenni di produzione sia la qualità culturale sia la capacità di queste pellicole di creare un ponte, seppur in modo virtuale e conflittuale, tra la popolazione israeliana proveniente dal mondo arabo e le loro radici orientali.
Negli anni ’80 la letteratura israeliana divenne un porta bandiera della cultura locale e il mondo entrò in contatto con l’eccellenza letteraria di Israele, da Shai Agnon fino a David Grossman. Il cinema raggiunse la sua espressione più raffinata e universale solo dopo il 1990, con film sulla memoria della Shoah come Sotto l’albero Domim (1994) di Gila Almagor o storie sulla società ultra religiosa come Kadosh di Amos Gitai (1999), che segnò anche l’inizio della sua importante produzione cinematografica (seguiranno Kippur nel 2000 e Donna Grazia nel 2018).
Quando si festeggia la cultura di uno stato che ha appena 72 anni si tende forse a “riassumere” ed elencare i momenti buoni e quelli difficili. Oggi i film israeliani sono senza dubbio un’espressione di eccellenza perché sono interessanti, stimolanti e variegati nella scelta di genere e stile, e senz’altro validi dal punto di vista tecnico. La nuova generazione di cineasti uscita dalle accademie e dai college artistici propone film di animazione come Valzer con Bashir (la storia della guerra del Libano raccontata da Ari Folman nel 2008), Ushpizin (racconto ironico e toccante sulla festa di Sukkot a Mea Shearim, per la regia di Gidi Dar, 2004) e In between, in cui la regista Maysaloum Hamouduna racconta la vita quotidiana di tre ragazze israeliane arabe, una musulmana, una drusa e una cristiana (2016).
I film hanno ottenuto premi a Cannes, a Berlino e a Venezia e nomination all’Oscar. Alcuni si possono vedere liberamente su youtube, altri sono visibili sulle diverse piattaforme di streaming online e in questi giorni di Coronavirus allietano un po’ la chiusura forzata in casa.
A proposito di situazione sgradevole, nell’episodio biblico citato nel libro dei Giudici al capitolo 14, Sansone pone il famoso indovinello in cui chiede cosa significa: “Dal divoratore è uscito il cibo e dall’audace è uscito il dolce”.
La spiegazione dice che dalla ferocia del leone, Sansone attinge miele dolcissimo e lo porta ai suoi genitori. In sostanza, a volte una condizione difficile ci permette di trarre qualcosa di buono. Visto che siamo costretti a casa e abbiamo più tempo per dedicarci ai film, scegliamo qualche titolo nell’eccellente produzione israeliana, guardiamolo e non dimentichiamoci dell'importanza del cinema.
La crisi economica avrà effetti importanti sul futuro dell'informazione, ci saranno cambiamenti significativi ma il giornalismo di qualità, come quello messo in campo in queste settimane dai giornali locali, ne uscirà più forte. È una delle valutazioni di Alessandra Ravetta, condirettore di Prima Comunicazione, e ospite dell'ultimo video pilpulcurato dalla redazione di Pagine Ebraiche.
Nell’ultimo numero del mensile - punto di riferimento per chi si occupa di giornalismo e comunicazione -, Ravetta e la sua redazione hanno intervistato 50 direttori di quotidiani italiani per capire come ciascuno di loro stia affrontando la crisi e quali siano le loro paure, prospettive, idee per il futuro. “Prova di forza”, il titolo del numero a indicare la strada per il domani del giornalismo, analizzato nelle sue diverse sfaccettature nell'approfondimento con la redazione UCEI. “Anche i luoghi di lavoro, le redazioni - sottolinea Ravetta - dovranno essere ripensati e lo smart working sarà sempre di più la nostra normalità”. C'è chi si è reso conto delle grandi difficoltà dei giornali, ha raccontato il condirettore di Prima, e ha voluto dare un aiuto economico per sostenerli. Un modo, sottolinea Ravetta, per riconoscere l'importanza vitale dell'informazione.
LA NOTA DELLA COMUNITÀ EBRAICA DI NAPOLI
"Dal Comune, insensibilità e ignoranza"
“La Comunità ebraica di Napoli esprime indignazione e profondo sconcerto nell'apprendere la notizia, pubblicata da alcuni organi di informazione, dello slogan con il quale il Comune di Napoli ha lanciato il suo concerto virtuale "Primo Maggio virtuale: solo il lavoro rende liberi", che richiama la frase che campeggiava all'ingresso del campo di concentramento e di sterminio di Auschwitz”. Lo scrive in una nota la presidente della Comunità ebraica partenopea Lydia Schapirer dopo la vergognosa gaffe dell'assessorato alle Politiche Sociali e al Lavoro del Comune di Napoli, che ha poi cancellato il manifesto in questione. Resta lo sconcerto per l'uso “tanto disinvolto delle parole” che, afferma Schapirer, “rivela superficialità, insensibilità e ignoranza inaccettabili da parte di una rappresentanza istituzionale”. “La Comunità ebraica di Napoli, da sempre impegnata nel dialogo interreligioso e interculturale nel rispetto delle specificità di ciascuno, - conclude la presidente Schapirer - ritiene offensivo per la memoria delle vittime della Shoah e per gli Ebrei la scelta di quell'espressione odiosa e considera l'episodio un esempio pericoloso di come la conoscenza corretta di quel che è stato abbia sempre meno spazio presso certe amministrazioni, evidentemente più avvezze alla banalizzazione degli eventi storici che alla corretta percezione del loro reale significato”.
Primo maggio
Qualche decennio fa la Festa dei lavoratori era un rito laico e fortemente politico che accomunava diverse identità. In essa si rappresentava la grande coesione del movimento dei lavoratori (in realtà sempre diviso in innumerevoli fazioni) che per un giorno si prendeva le piazze esponendo simboli e marciando orgogliosamente verso il “sol dell’avvenir”. Nel dopoguerra anche importanti componenti delle comunità ebraiche aderivano a questa iniziativa. Uomini e donne, giovani e anziani manifestavano assieme ostentando simboli (io nella mia infanzia mi ricordo un nastrino rosso che si appuntava con uno spillo alla camicia) e confluendo nelle grandi piazze delle città italiane.
Se nella parashà di Acharè mot la Torah tratta la kedushà del Cohen gadol nel Bet ha Mikdash, soprattutto nel giorno più sacro dell’anno - Kippur -, in quella di Kedoshìm tratta della kedushà di tutto il popolo di Israele.
Parlare di tutela della salute pubblica è fuorviante: fa pensare ai consueti saggi consigli che continuamente condividiamo e disattendiamo come praticare sport, non mangiare troppi dolci, non bere troppi caffè, insomma cose innocenti e, nella mentalità comune, innocue purché non si esageri. Forse se nel dibattito pubblico chiamassimo le cose con il loro nome e dicessimo sempre chiaramente che si parla di salvare vite umane o – più crudo ma forse più efficace – di limitare il numero dei decessi (che è già altissimo), forse alcuni nostri politici che invocano a gran voce altri principi e valori per contestare le restrizioni che ci vengono imposte in questo periodo farebbero più attenzione a quello che dicono, specialmente quando capiranno che se si assumeranno la responsabilità di un aumento nel numero dei contagi e delle vittime dovranno poi un giorno renderne conto (anche se per la verità su questo non conterei troppo: in Italia tutti hanno la memoria cortissima).
Tra chi propone iniezioni di disinfettante per sconfiggere il Covid-19 e chi invece per cavalcare l’onda della paura legata alla crisi economica torna alla carica chiedendo di “riaprire tutto” si avverte che il sovranismo e populismo ritenuto negli scorsi mesi dormiente è ancora vivo e vegeto. Un “etica della responsabilità” la quale dovrebbe essere parte integrante della politica e dei suoi esponenti è purtroppo come sempre quasi del tutto assente. Forse il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte non potrà essere definito un reale demagogo, non pare ricercare, almeno per il momento, grande consenso popolare come altri che fanno capo a specifici partiti politici, guidato da una squadra di tecnici e scienziati in parte anonimi sostiene di seguire soprattutto la prudenza.
“Vorrei rassicurare chi dopo aver visto il telefilm Unorthodox vuole trarre lezioni affrettate su temi delicati come l’identità e l’assimilazione. Sono donna, ebrea, copro il capo, voto di testa mia. I “poteri” a cui mi sforzo di rispondere sono: la mia coscienza, le regole etiche, sociali, religiose, che nel mio caso corrispondono a quelle della Torah. Sono regole che mi difendono proprio da quei “poteri invisibili”, come i pregiudizi e i luoghi comuni spesso mascherati da una finta laicità, frutto di ignoranza e di ideologia antireligiosa.