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    9 ottobre 2009 - 21 Tishrì 5770  
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Moked - il portale dell´ebraismo italiano
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  Roberto Colombo, rabbino Roberto
Colombo,

rabbino 
“Questa è la benedizione con la quale Moshè, uomo di Dio, benedisse i figli di Israele”. La parte finale del versetto può essere anche tradotta: “con i figli d’Israele”. Si può anche essere un gran Maestro o un capo importante, ma se non si sa stare con la gente comune e scendere tra il popolo non si ha il diritto di dispensare benedizioni.  
Che Simenon sia stato un antisemita, era cosa nota. Noti sono i suoi legami con i collaborazionisti francesi, che gli costarono anche l'avvio di un procedimento giudiziario nel 1945. Noto è anche come, dopo la Liberazione, lo scrittore abbia preferito lasciare per un poco il Paese. Poi, tutto fu perdonato e rimosso, nel grande successo delle sue opere. Anche i documenti ritrovati recentemente e pubblicati da Panorama, nulla aggiungono a questi fatti: lo scrittore fa precedere alla sua richiesta di diritti d'autore l'invio di un certificato di arianità. La data è quella del gennaio 1942, nel luglio sarebbero iniziate le deportazioni. Ma molto più significano per definire l'antisemitismo di Simenon, e per coglierne il senso più generale, le notazioni sparse nei suoi libri. E' un antisemitismo che si compenetra con il mondo che racconta, che gli è suo. Che ne fa parte integralmente, senza frizioni. Gli ebrei avidi e alieni che si delineano hanno come sfondo i grigi della campagna francese, la sua alta borghesia tradizionalista e vandeana, la sua piccola borghesia piena di egoismi e rancori, i contadini chiusi e diffidenti. Leggendolo capiamo il clima che circonda l'Affaire Dreyfus, capiamo le invettive sanguinarie di un Celine, e capiamo anche perché i bambini ebrei nascosti da famiglie "ariane" siano stati in Francia in gran parte obbligati a convertirsi, a differenza che in Italia. Un antisemitismo antidreyfusardo, che non ha smesso di esistere dopo la Shoah, che emerge negli scritti di Simenon anche dopo il 1945, che si è nutrito a lungo di un cattolicesimo chiuso e tradizionalista, di cui ancora emergono chiare le tracce nella Francia profonda delle province.  Anna Foa,
storica
Anna Foa, storica  
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  Simchat Torà - Unitevi alla danza 

Simchat torahGli ebrei occidentali possono provare imbarazzo davanti alle danze estatiche, ma la festa di questo fine settimana è il momento per mettere da parte ogni inibizione.
La scena che si ripresenta ogni anno per Simchat Torà nelle sinagoghe è invariabilmente la stessa. Un gruppo di uomini devoti, con in mano i Sefer Torà, fanno del loro meglio per schivare la bimah su uno sfrenato sottofondo di rumore e bambini fuori controllo. Ai lati stanno gli altri adulti, per la maggior parte genitori e nonni indulgenti.
Alcuni sono leggermente divertiti. Molti sono imbarazzati e non aspettano altro che il termine della funzione. Qualche volta, un danzatore proverà a trascinare uno di questi adulti nelle danze. Molti rifiuteranno educatamente, ma fermamente; alcuni andranno solo per qualche minuto più per simpatia che convinzione. Molto prima dell’ultima hakafah, la folla inizia a rimpicciolirsi perché la gente ha perso interesse. Quando è il momento di leggere la Torà, la sinagoga, adesso mezza deserta e piena di carte di caramelle e bandierine di carta stropicciate, ricorda una festa di compleanno dopo che gli ospiti sono andati via.
Per tanti Simchat Torà non è molto di più di una festa per bambini celebrata quasi come un’aggiunta alle più serie e adulte feste di Rosh Hashanà, Yom Kippur e Sukkot. Ma non c’è nulla d’infantile in Simchat Torà: è un momento di connessione profonda con la Torà e serve da ponte decisivo tra questo primo mese dell’anno ebraico e i successivi undici. Allora perché non riusciamo a dare a questa festa il dovuto? Che cos’è che rende Simchat Torà difficile da prendere seriamente? Penso ci siano due spiegazioni: una fisica e l’altra psicologica.
Quella fisica è che quando giunge Simchat Torà siamo esausti. Rosh Hashanà, Yom Kippur e Sukkot sono una maratona di presenze in sinagoga e (salvo Yom Kippur) di pasti sontuosi. Simchat Torà soffre del fatto di essere alla fine di questa maratona quando l’eccitazione si è esaurita, i livelli di energia sono bassi e la tensione è alta. Ma ciò non spiega interamente la marginalità della festa: per questo credo che ci sia un’altra spiegazione, il fattore psicologico. Istintivamente la danza rituale ci mette in imbarazzo e questa festa è celebrata con danze rituali.
Una danza libera, indisciplinata è una forma di arresa. È una maniera di lasciarsi andare. Quando qualcuno si lascia trasportare dalla danza estatica, entra in una nuova dimensione. Questa permette alla gente di uscire dalle loro vite ordinatamente ordinarie e assumere un’identità nuova, libera e senza inibizioni, anche se soltanto per un momento. Per questo la danza è così emozionante. E così si spiega la scatenata atmosfera delle discoteche. Nella stessa maniera, è il senso d’abbandono e di resa che rende la danza rituale intimidatoria. Arrendersi per lunghe ore alla pulsante musica techno di una discoteca è facile perché non richiede altro che divertirsi. Non c’è niente di serio e dopo aver una bella dormita la vita ritorna normale. Arrendersi ad un’esperienza religiosa, tuttavia, è un’altra cosa perché vuol dire aprirsi a nuove percezioni e bisogni religiosi. Gli ebrei occidentalizzati generalmente non si danno ad espressioni di estatica devozione religiosa. Ci piace essere in controllo e mantenere l’equilibrio emotivo. Tranne che per alcune significative eccezioni, molte sinagoghe non scoppiano esattamente in canti estatici e danze.
Quando, talvolta, un fedele entusiasta supera le sue inibizioni gesticolando od oscillando incontrollabilmente, molti osservatori si sentono a disagio. In verità abbiamo una ricca storia di entusiastica devozione religiosa che qualche volta include danze estatiche. Miriam condusse le donne con canti e danze al Passaggio del Mar Rosso, Re Davide danzò con tutte le sue forze quando portò l’Arca dell’Alleanza a Gerusalemme. Al Tempio, le funzioni quotidiane prevedevano canti e musica. Molto importante era l’intera notte dedicata alle danze estatiche durante Sukkot. Questa esperienza religiosa era così potente che il Talmud credeva conferisse il potere della profezia ai partecipanti. Simchat Torà ci presenta quest’aspetto della nostra tradizione. È un’opportunità meravigliosa di esprimere la nostra identità su un livello puramente emozionale. Ci spinge a lasciare andare le nostre inibizioni e ad abbracciare la Torà, non a un livello intellettuale ma profondo.
Durante Simchat Torà leggiamo il verso da Deuteronomio 33:4 “La Torà che ci ha comandato Mosè è eredità della radunanza di Giacobbe”. Esso illustra il legame che abbiamo con la Torà che non è l’esclusivo campo d’azione di alcuni studiosi, ma l’eredità di ogni ebreo. È la sorgente della nostra vita spirituale e della nostra identità. Danzare con la Torà conferisce piena espressione a questa idea.
La nostra connessione con la Torà trascende tutte le distinzioni intellettuali: durante Simchat Torà non celebriamo studiando la Torà, ma danzando con essa.
Perciò quest’anno abbandonate le vostre inibizioni e danzate. Danzate perché avete la fortuna di appartenere ad un popolo che D-o ha benedetto con la Torà.
E che possiamo tutti arrivare alla profonda realizzazione di quando grande sia questa benedizione.

Rabbi Naftali Brawer - Londra
(versione italiana di Rocco Giansante)



Simchat Torà - Noi e il Libro

Nel giorno che noi ebrei festeggiamo il Libro, la festa della Torà, viene da chiedersi qual'è il posto del libro, più in generale, oggi nella nostra cultura e nel nostro mondo. State attenti, gli ebrei fanno festa non quando hanno ricevuto un aumento di stipendio, o hanno comprato una macchina nuova, ma quando hanno terminato di leggere e studiare un Libro, e si approntano a rileggerlo. Nell'era dell'internet, quante persone leggono un libro? Il libro è ancora il mezzo preferenziale di trasmissione della cultura ? Il famoso rabbino veneziano Leon da Modena diceva che dopo la sua morte, l'unico ricordo che rimarrà di lui saranno i libri che ha scritto, e pertanto si affrettava a scriverne quanti più possibile.‬‬‪‪

Yaakov Lattes



Simchat Torà - Separarsi dall'etrog

EtrogLa festa di Sukkot è ormai agli sgoccioli. Poi sarà il tempo di smontare la Sukkà e abituarsi di nuovo a mangiare in casa, giusto in tempo per evitare i primi freddi.
Per una settimana abbiamo recitato la benedizione sul lulav, costituito da rami di palma, mirto e salice (lulav appunto, hadassim e aravot) legati insieme, che accompagnati dall’etrog, il cedro, rappresentano le arba'ah minim, le quattro specie, che è mizvà scuotere ogni mattina durante Sukkot in direzione dei quattro punti cardinali.
Come ogni anno sorge un dubbio pressante: cosa fare dell’etrog, frutto pregiato e pieno di qualità, ora che la festa è passata?...

L'articolo integrale è disponibile sul Portale dell'ebraismo italiano - moked.it



“Il network prima di Internet”, in una mostra a Bologna
la storia del popolo ebraico e la sua capacità di fare rete


locnadinaSuggestione, Innovazione, multimedialità. E’ su questi presupposti che aprirà la mostra “Il network prima di internet. Personaggi e documenti, visioni e suoni della modernità ebraica nel tempo”, dal 14 ottobre al 6 gennaio nei locali del Museo Ebraico di Bologna; un evento che celebra i dieci anni d’attività del museo che dal 1999, ha proposto ai suoi visitatori un impostazione metodologica fortemente innovativa rispetto alle altre realtà operanti in Italia, presentando, nella sezione permanente del Museo, un viaggio virtuale bilingue (italiano e inglese) sulla storia del popolo ebraico dalle sue origini fino ai giorni nostri e sulla presenza ebraica a Bologna e in Emilia Romagna dal medioevo all'età contemporanea, un percorso suggestivo che si avvale di sussidi audiovisivi, cd-rom e pannelli esplicativi.
La mostra parla di uomini e d’idee, della capacità nel mondo ebraico di “fare rete”, di riuscire ad aggregare pensieri, concetti e intuizioni in un flusso cognitivo uniforme, spesso anticipando le tendenze della società moderna e contemporanea. Attraverso l’utilizzo della computer grafica si è potuto dar voce a personaggi di epoche storiche diverse riunendoli tutti in un corpus visivo e sonoro sospeso, che prescinda dal regolare scorrere del tempo.
Nella prima delle tre sezioni di sviluppo previste dalla mostra, è possibile fruire di un video multimediale, che presenta personaggi di spicco suddivisi in cinque aree di pertinenza: il medico e filosofo Ovadyah Sforno che apre l’area dedicata alla “comunicazione, socializzazione del sapere, la ricerca senza frontiere del sapere” e insieme a lui Theodor Adorno, filosofo, sociologo e musicologo tedesco, e Herbert Marcuse scrittore e filosofo statunitense di origine tedesca.
Dona Gracia Mendes Nasi insieme a Peggy Guggenheim e Nadine Gordimer, introducono le “figure femminili di successo legate alla difesa dei diritti delle minoranze, alla critica dei modelli esistenti, alla lotta per l’emancipazione femminile”, per poi passare ai “personaggi che hanno dato un contributo di rilievo nella cultura, nella politica e nell’economia del loro paese”, come Bob Dylan, all’anagrafe Robert Allen Zimmerman, che con la sua musica sfidò le convenzioni della musica pop, proponendo un vero e proprio modello di controcultura, e Levi Strauss, un immigrante di origine bavarese, che fece dei suoi pantaloni da lavoro, i jeans, uno dei capi d’abbigliamento più conosciuti al mondo.
Simbolo della area dedicata ai “personaggi che con il loro genio hanno modificato la visione del mondo” è Albert Einstein che fu anche ospite dell’università di Bologna nel 1921, accanto allo scienziato troviamo Sigmund Freud, Rita Levi Montalcini e il pittore Marc Chagall, pioniere del modernismo e uno dei più grandi artisti figurativi del ventesimo secolo, infine per l’area dedicata all’”onesta intellettuale e il contribuito alla letteratura mondiale” troviamo ad aspettarci lo scrittore Giorgio Bassani, il fantascientifico Isaac Asimov e lo smarrito e tormentato Franz Kafka.
La mostra prosegue, nella seconda sezione, presentando le cosiddette “Interviste impossibili”. Attraverso tecniche multimediali verranno proposti dialoghi in chat tra un adolescente e i cinque testimoni sopracitati, creando attraverso l’illusione tecnologica, un senso di comunanza tra mondi lontani nel tempo che normalmente non potrebbero entrare in contatto.
Una terza sezione, dedicata principalmente a studiosi e bibliofili, esporrà una serie di volumi di rara importanza, mai esposti in precedenza. Un insieme di 14 libri e un manoscritto risalenti al XV-XVI secolo, provenienti dalle più importanti biblioteche dell’Emilia Romagna. 
L’ebraismo possibile, uno sguardo volto alla contemporaneità, un appuntamento alla scoperta di una cultura, quella ebraica, proiettata sempre più verso le nuove tecnologie senza per questo risultarne schiava.

Michael Calimani



logoSorgente di vita: dalla manna biblica all'Iran 
 
 
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  Fumetto - La storia di Harvey Kurtzman

KurzmannIl 21 febbraio del 1993 moriva Harvey Kurtzman, co-fondatore della rivista satirica Mad insieme a William Gaines. Un personaggio incredibile nella sua storia triste ed entusiasmante allo stesso tempo. Era nato a Brooklyn nel 1924. Durante il servizio militare aveva prestato la sua mano di disegnatore per le riviste Yank e The Army Weekly. Poi nei primi anni cinquanta entra nella EC Comics di Gaines. Inizia il periodo più creativo, emozionante e fantastico per la storia del fumetto di quegli anni. Gaines e Kurtz danno vita insieme Al Feldestein, Wally Woods, e tanti altri a riviste di fumetti come Weird Tales, Crimen SuspenStories, Frontline Combat and Two-Fisted Tales. Queste ultime due in particolare si trasformarono in una ricerca costante e puntuale su storie di guerra, in molti casi documentate su fatti veri.

KurzmannKurtz ama dirigere la produzione in ogni dettaglio, le sue sceneggiature sono molto dettagliate e disegnate. Kurtz realizzava delle bozze disegnate indicando con precisione cosa doveva essere realizzato in ogni vignetta. Un lavoro di altri tempo, anche per l’epoca, diverso dalle tecniche di scrittura che saranno introdotte negli anni successivi da Stan Lee e altri autori di supereroi. Nasce anche Mad, la rivista di satira più famosa e tradotta nel mondo. Le sue copertine hanno ispirato autori come Crumb, futuro collaboratore di Kurtzman.
Quando finisce il sodalizio con Gaines, Kurtzman crea altre due riviste di satira: Humbug e Trump, per poi creare nel 1960 la rivista Help! dove lavoreranno autori come Terry Gilliam e Robert Crumb. In realtà anche questo progetto non avrà fortuna come gli altri e Kurtzman finirà nella corte di Hefner e di Playboy realizzando dal 1965 la serie a fumetti Little Annie Fanny che curerà fino al 1988. Questa sarà la collaborazione più controversa per lo stesso autore, così scrive il critico e giornalista Gary Groth: “le sue collaborazioni con a Playboy furono dannose alla sua creatività. Harvey  aveva una sua dirittura morale  a cui teneva  e che traspariva  dalla visione satirica che aveva della società”.

KurzmannHarvey Kurtzman in realtà non ha mai raccolto veramente quanto seminato in termini produttivi e creativi. Mad fu una fortuna per la EC Comics e Gaines, così come Little Annie Fanny fu un compromesso tra l’esigenza di lavorare e la sua moralità.
Ora Denis Kitchen e Paul Buhle ripercorrono la sua storia creativa in un corposo volume edito dalla Abrams Comicsarts di New York. 240 pagine di foto, bozzetti, storie, testimonianze che raccontano la sua storia. Kurtz probabilmente rappresenta il collegamento più vivo e pregnante dell’umorismo ebraico con il fumetto statunitense. Non ci sono personaggi, neanche il mitico Superman, ad essere stati “riscritti” da Harvey. Il suo umorismo raggiungeva ogni aspetto della vita quotidiana, così come nelle storie di guerra o horror il realismo era tale da essere quasi visionario.
Sfogliando questo libro-enciclopedia si ride, si riflette, si pensa. Perché questo è il dono dell’umorismo... abbattere gli idoli per svelare la realtà.

Andrea Grilli
 
 
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Il mattinale della rassegna stampa pur non presentando notizie di particolare rilievo – laddove i quotidiani sono particolarmente attenti nel seguire le vicende italiane, a partire dalle tensioni politiche e istituzionali di questi giorni – ci offre comunque una sufficiente varietà di temi sui quali confrontarci. Partiamo da quella che un tempo era la terza pagina (adesso in genere occupa la parte centrale del giornale, ossia una posizione sia di cerniera che di sipario, perlopiù collocata tra la cronaca politica e lo sport o il supplemento locale) richiamando l’articolo di Antonello Guerriera, pubblicato da il Riformista, dove si commenta l’assegnazione del premio Nobel per la letteratura a Herta Müller. In questa sede non ci occupiamo dello spessore culturale della vincitrice, poco conosciuta in Italia ma con un curriculum di riconoscimenti e di premi di tutto rispetto. Piuttosto siamo interessati ad un altro ordine di considerazioni, che avanziamo sia pure con le tutte le cautele del caso. Inutile negare, infatti, che le aspettative dei più, fedelmente riprodotte dai borsini dei bookmaker, erano riposte in due nomi di primaria grandezza, quelli di Amos Oz e di Philip Roth. Il primo è tra i capofila dell’«Israeli renaissance», quella sorta di movimento delle idee e dei sentimenti che la letteratura israeliana offre da molti anni al pubblico mondiale; il secondo è, tra le altre cose, il depositario di quel che resta della vulgata aschenazita, che negli Stati Uniti mantiene, pur tra mille ibridazioni, un ceppo robusto e vivace poiché vitale. Altrettanto inutile negare che la selezione del vincitore segua traiettorie che non sono riconducibili al solo talento e al valore intellettuale della sua opera ma anche a considerazioni di opportunità politica. Sta di fatto che i nomi dei “papabili” erano altri. Alla Müller, durante la vigilia, era attribuito un margine di possibilità di 1 a 10, alla pari di Claudio Magris o di Antonio Tabucchi. Di certo sono poi subentrate valutazioni di merito, sia rispetto al contesto socio-culturale che ogni candidato rappresenta sia al modo in cui la sua vittoria sarebbe percepita e vissuta dalla platea internazionale. Non è difficile pensare – quindi -, tanto più nel caso dei candidati israeliani, che abbia avuto la meglio la ragione politica che sconsigliava scelte “scomode”. Peraltro i rapporti tra Gerusalemme e Stoccolma, soprattutto in quest’ultimo anno, si sono fatti particolarmente tesi, a partire dagli articoli dei quotidiani scandinavi, passando per gli attriti in sede Onu, fino ai piccoli ma intensi conflitti diplomatici. Nulla da eccepire sulla vincitrice, germanofona di origine rumena, rappresentante di una letteratura continentale che valorizza il meticciato culturale e la considerazione critica del Novecento (a partire dall’opposizione alla satrapia di Nicolae Ceausescu): i temi che ritornano nella sua scrittura sono l’esilio, la repressione, la violenza; il linguaggio che adotta è quello della metafora; il canone è quello della contaminazione lirica della prosa. Nulla da contestare neanche alla motivazione avanzata dalla giuria, quando si afferma che la Müller «ha tratteggiato il panorama dei diseredati con la concisione della poesia e la schiettezza tipica della prosa». Piuttosto qualche riserva sulle logiche opportunistiche che sembrano avere orientato la decisione. Lo affermiamo non per partito preso o per gusto polemico ma nel nome di una chiarezza che ad altri, evidentemente, fa un po’ difetto. Dopo questo excursus andiamo al pastone della cronaca quotidiana invitando a leggere Salvatore Mazza su l’Avvenire, dove ci parla dell’incontro tra Benedetto XVI e Abu Mazen. Nei giorni scorsi la visita del presidente dell’Autorità nazionale palestinese, passata peraltro piuttosto in sordina, aveva alimentato qualche polemica, soprattutto quando il premier italiano Berlusconi aveva indicato nel blocco degli insediamenti una delle occorrenze immediate e inderogabili. Il Pontefice, per parte sua, ha rinnovato l’invito ad una soluzione «equa e duratura» del conflitto, auspicio tanto condivisibile quanto generico, pensando – evidentemente – al fatto che il suo magistero si trova, al momento, tra due avvenimenti rilevanti, il viaggio in «Terra santa», compiuto lo scorso maggio, e il Sinodo sul Medio Oriente che si terrà nell’autunno del 2010. Che il tutto si stia consumando sotto tono ce lo dice anche Fabio Nicolucci su il Mattino, dove alla crepuscolarità di Abu Mazen fa da corredo la condizione che l’articolista attribuisce alla politica estera del nostro paese, quando definisce Roma come una «capitale periferica e ornamentale». La mancanza di un punto di vista chiaro e condiviso parrebbe così essere il vero nocciolo dell’azione dell’attuale esecutivo, di cui le dichiarazioni del premier, inattese e non comprese, ne sarebbero una confusa manifestazione, poiché quel che si va «praticando [è] un’azione politica oscillante, a tratti contraddittoria e talvolta velleitaria, cioè in definitiva impotente e retorica». Peraltro Barbara Uglietti, su l’Avvenire, parla di un pressing diplomatico su Israele che sarebbe in corso d’opera per parte degli Stati Uniti e del mondo arabo, per condurla di nuovo al tavolo delle trattative. Plausibilissimo, come viene accreditato nell’articolo, che le posizioni in merito siano molto divaricate tra gli esponenti della politica israeliana. Ad un Shimon Peres nettamente favorevole alla ripresa dei colloqui, si contrapporrebbe il ministro degli Esteri Avigdor Lieberman, estremamente scettico. Nel mezzo, infine, si collocherebbe il premier Benjamin Netanyahu, possibilista ancorché non ottimista. Intanto, l’inviato americano in Medio Oriente George Mitchell è di nuovo nella regione. Barack Obama sta cercando di ottenere quello che non è riuscito al suo predecessore, un accordo di ampio respiro che per l’attuale inquilino della Casa Bianca implica l’esistenza, sancita e riconosciuta dalla comunità internazionale, di due Stati. Colei che precedette Mitchell in questo incarico, Condoleeza Rice, fece ben 17 viaggi tra le capitali mediorientali, caldeggiando ipotesi di soluzione non troppo diverse da quella attuale ma raccogliendo ben poco se non nulla. In nodi sono molti ed estremamente difficili da sciogliere. Tra questi si segnalano, ancora una volta, la questione degli insediamenti in Cisgiordania, lo status di Gerusalemme, il controllo e la ripartizione di risorse primarie come l’acqua, il destino definitivo dei figli e dei nipoti di coloro che abbandonarono a suo tempo le terre sulle quali vivevano. A mo’ di esempio basti osservare le polemiche, raccolte da Ilaria De Bonis su Terra, sollevate dalla costruzione a Gerusalemme della linea di tram che dovrebbe collegare i quartieri orientali. La questione di fondo è che non solo il mondo arabo ma anche una parte consistente della comunità internazionale non ha mai riconosciuto la sovranità israeliana sulla città, contestando inoltre la politica dei «fatti compiuti» che avrebbe ispirato i governi che si sono succeduti in Israele dal 1967 ad oggi. Sullo stato della discussione in materia si possono leggere anche gli interventi di Abraham B. Yehoshua su la Stampa e di Laurent Zecchini su le Monde. Marina Verna, sempre per la Stampa, e Mario Dergani, su Libero, commentano invece la notizia offerta dal Pew Forum in Religion & Public Life, che ha lavorato tre anni con una cinquantina di demografi e statistici in 232 tra Stati e Territori, producendo infine una aggiornatissima mappa della popolazione musulmana sul pianeta. I dati che emergono, riportati anche da il Messaggero, indicano che ogni quattro persone una appartiene alla religione islamica, costituendo il 23 per cento dei 6,8 miliardi di individui che abitano attualmente la terra. In numeri netti si tratta di 1.570 milioni, di contro ai 2,25 miliardi di cristiani. La maggiore densità la si ha nel subcontinente indiano (India e Pakistan) e in alcune regioni del sud-est asiatico (a partire dall’area indonesiana). La lettura dei dati scorporati rivela poi molte sorprese, tra cui la “scoperta” che gli insediamenti di musulmani autoctoni sono di antica data. In Europa, ad esempio, più della metà dei residenti è indigena (quindi non immigrata ma originaria del luogo). Da questi elementi derivano considerazioni assortite, per così dire, a partire da quella che indica che la consapevolezza di questo quadro sarebbe alla radice della politica dell’attuale amministrazione americana, così come ci suggerisce Maurizio Molinari, ancora una volta su la Stampa. Finiamo il nostro piccolo percorso riprendendo in mano, ancora una volta, i fili del discorso letterario, ibridato com’è ai fatti della vita. Roberto Festorazzi, su Panorama, commenta la lettera che Georges Simenon spedì, nell’oramai lontano gennaio del 1942, al suo editore, allegandovi il suo certificato di «origine ariana». Se le conclusioni alle quali l’autore dell’articolo perviene possono sembrare eccessive, bollando lo scrittore con un duro giudizio, quello di conclamato antisemitismo, rimane il fatto che Simenon da giovane, del pari a tante donne e a tanti uomini di quegli anni, si riconobbe nel terribile pregiudizio, usandolo anche per il corredo di facili stereotipi nella sua attività letteraria. Peraltro il suo biografo, Pierre Assouline, dopo averne passato al setaccio la produzione giornalistica, contestò al suo biografato le simpatie nei confronti di Hitler. Il fratello minore di Georges, Christian, compromesso con il movimento filonazista Rex, capitanato da Léon Degrelle, fu condannato a morte in contumacia per il reato di collaborazionismo con l’occupante. Polemiche vecchie, astiose e polverose? In parte forse sì, ma indice della permanenza dell’inquietante ombra di quegli anni nella vita di tutti noi.

Claudio Vercelli

 
 
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Alla tv israeliana la testimonianza di un'anziana signora            
"Gheddafi è figlio di madre ebrea e padre musulmano"
Tel Aviv, 9 ott -
Gheddafi ha origini ebraiche. Ad affermarlo un'anziana signora di settantasette anni, Rachel Tammam, di origine libica. Secondo i suoi ricordi il presidente libico sarebbe figlio di sua zia Razale Tammam, ebrea di Bengasi che a 18 anni aveva sposato un musulmano scontrandosi contro la volontà del padre, il commerciante Tammam Tammam) e di fatto tagliando i ponti con i tre fratelli e col resto della famiglia. "Ricordo ancora che Razale abitava a Bengasi nella via Generale Briccola", ha aggiunto Rachel Tammam. Un'altra anziana ebrea di origine libica, Gita Buaron, ha aggiunto che anche dopo il matrimonio Razale "continuò a digiunare il giorno di Kippur". L'ipotesi è stata diffusa in Israele dalla televisione commerciale Canale 2 , non ci sono documenti a conferma dei ricordi dell'anziana sognora Tammam. L'emittente ha aggiunto che voci su una presunta "discendenza ebraica" di Gheddafi sono state diffuse anche in passato, ma mai dimostrate in maniera convincente.  
 
 
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