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L'Unione informa |
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9 ottobre 2009 - 21 Tishrì 5770 |
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alef/tav |
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Roberto
Colombo, rabbino |
“Questa
è la benedizione con la quale Moshè, uomo di Dio, benedisse i figli di
Israele”. La parte finale del versetto può essere anche tradotta: “con
i figli d’Israele”. Si può anche essere un gran Maestro o un capo
importante, ma se non si sa stare con la gente comune e scendere tra il
popolo non si ha il diritto di dispensare benedizioni. |
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Che
Simenon sia stato un antisemita, era cosa nota. Noti sono i suoi legami
con i collaborazionisti francesi, che gli costarono anche l'avvio di un
procedimento giudiziario nel 1945. Noto è anche come, dopo la
Liberazione, lo scrittore abbia preferito lasciare per un poco il
Paese. Poi, tutto fu perdonato e rimosso, nel grande successo delle sue
opere. Anche i documenti ritrovati recentemente e pubblicati da
Panorama, nulla aggiungono a questi fatti: lo scrittore fa precedere
alla sua richiesta di diritti d'autore l'invio di un certificato di
arianità. La data è quella del gennaio 1942, nel luglio sarebbero
iniziate le deportazioni. Ma molto più significano per definire
l'antisemitismo di Simenon, e per coglierne il senso più generale, le
notazioni sparse nei suoi libri. E' un antisemitismo che si compenetra
con il mondo che racconta, che gli è suo. Che ne fa parte
integralmente, senza frizioni. Gli ebrei avidi e alieni che si
delineano hanno come sfondo i grigi della campagna francese, la sua
alta borghesia tradizionalista e vandeana, la sua piccola borghesia
piena di egoismi e rancori, i contadini chiusi e diffidenti. Leggendolo
capiamo il clima che circonda l'Affaire Dreyfus, capiamo le invettive
sanguinarie di un Celine, e capiamo anche perché i bambini ebrei
nascosti da famiglie "ariane" siano stati in Francia in gran parte
obbligati a convertirsi, a differenza che in Italia. Un antisemitismo
antidreyfusardo, che non ha smesso di esistere dopo la Shoah, che
emerge negli scritti di Simenon anche dopo il 1945, che si è nutrito a
lungo di un cattolicesimo chiuso e tradizionalista, di cui ancora
emergono chiare le tracce nella Francia profonda delle province. |
Anna Foa,
storica |
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Simchat Torà - Unitevi alla danza
Gli
ebrei occidentali possono provare imbarazzo davanti alle danze
estatiche, ma la festa di questo fine settimana è il momento per
mettere da parte ogni inibizione. La scena che si ripresenta
ogni anno per Simchat Torà nelle sinagoghe è invariabilmente la stessa.
Un gruppo di uomini devoti, con in mano i Sefer Torà, fanno del loro
meglio per schivare la bimah su uno sfrenato sottofondo di rumore e
bambini fuori controllo. Ai lati stanno gli altri adulti, per la
maggior parte genitori e nonni indulgenti. Alcuni sono leggermente
divertiti. Molti sono imbarazzati e non aspettano altro che il termine
della funzione. Qualche volta, un danzatore proverà a trascinare uno di
questi adulti nelle danze. Molti rifiuteranno educatamente, ma
fermamente; alcuni andranno solo per qualche minuto più per simpatia
che convinzione. Molto prima dell’ultima hakafah, la folla inizia a
rimpicciolirsi perché la gente ha perso interesse. Quando è il momento
di leggere la Torà, la sinagoga, adesso mezza deserta e piena di carte
di caramelle e bandierine di carta stropicciate, ricorda una festa di
compleanno dopo che gli ospiti sono andati via. Per tanti Simchat
Torà non è molto di più di una festa per bambini celebrata quasi come
un’aggiunta alle più serie e adulte feste di Rosh Hashanà, Yom Kippur e
Sukkot. Ma non c’è nulla d’infantile in Simchat Torà: è un momento di
connessione profonda con la Torà e serve da ponte decisivo tra questo
primo mese dell’anno ebraico e i successivi undici. Allora perché non
riusciamo a dare a questa festa il dovuto? Che cos’è che rende Simchat
Torà difficile da prendere seriamente? Penso ci siano due spiegazioni:
una fisica e l’altra psicologica. Quella fisica è che quando
giunge Simchat Torà siamo esausti. Rosh Hashanà, Yom Kippur e Sukkot
sono una maratona di presenze in sinagoga e (salvo Yom Kippur) di pasti
sontuosi. Simchat Torà soffre del fatto di essere alla fine di questa
maratona quando l’eccitazione si è esaurita, i livelli di energia sono
bassi e la tensione è alta. Ma ciò non spiega interamente la
marginalità della festa: per questo credo che ci sia un’altra
spiegazione, il fattore psicologico. Istintivamente la danza rituale ci
mette in imbarazzo e questa festa è celebrata con danze rituali. Una
danza libera, indisciplinata è una forma di arresa. È una maniera di
lasciarsi andare. Quando qualcuno si lascia trasportare dalla danza
estatica, entra in una nuova dimensione. Questa permette alla gente di
uscire dalle loro vite ordinatamente ordinarie e assumere un’identità
nuova, libera e senza inibizioni, anche se soltanto per un momento. Per
questo la danza è così emozionante. E così si spiega la scatenata
atmosfera delle discoteche. Nella stessa maniera, è il senso
d’abbandono e di resa che rende la danza rituale intimidatoria.
Arrendersi per lunghe ore alla pulsante musica techno di una discoteca
è facile perché non richiede altro che divertirsi. Non c’è niente di
serio e dopo aver una bella dormita la vita ritorna normale. Arrendersi
ad un’esperienza religiosa, tuttavia, è un’altra cosa perché vuol dire
aprirsi a nuove percezioni e bisogni religiosi. Gli ebrei
occidentalizzati generalmente non si danno ad espressioni di estatica
devozione religiosa. Ci piace essere in controllo e mantenere
l’equilibrio emotivo. Tranne che per alcune significative eccezioni,
molte sinagoghe non scoppiano esattamente in canti estatici e danze. Quando,
talvolta, un fedele entusiasta supera le sue inibizioni gesticolando od
oscillando incontrollabilmente, molti osservatori si sentono a disagio.
In verità abbiamo una ricca storia di entusiastica devozione religiosa
che qualche volta include danze estatiche. Miriam condusse le donne con
canti e danze al Passaggio del Mar Rosso, Re Davide danzò con tutte le
sue forze quando portò l’Arca dell’Alleanza a Gerusalemme. Al Tempio,
le funzioni quotidiane prevedevano canti e musica. Molto importante era
l’intera notte dedicata alle danze estatiche durante Sukkot. Questa
esperienza religiosa era così potente che il Talmud credeva conferisse
il potere della profezia ai partecipanti. Simchat Torà ci presenta
quest’aspetto della nostra tradizione. È un’opportunità meravigliosa di
esprimere la nostra identità su un livello puramente emozionale. Ci
spinge a lasciare andare le nostre inibizioni e ad abbracciare la Torà,
non a un livello intellettuale ma profondo. Durante Simchat Torà
leggiamo il verso da Deuteronomio 33:4 “La Torà che ci ha comandato
Mosè è eredità della radunanza di Giacobbe”. Esso illustra il legame
che abbiamo con la Torà che non è l’esclusivo campo d’azione di alcuni
studiosi, ma l’eredità di ogni ebreo. È la sorgente della nostra vita
spirituale e della nostra identità. Danzare con la Torà conferisce
piena espressione a questa idea. La nostra connessione con la Torà
trascende tutte le distinzioni intellettuali: durante Simchat Torà non
celebriamo studiando la Torà, ma danzando con essa. Perciò
quest’anno abbandonate le vostre inibizioni e danzate. Danzate perché
avete la fortuna di appartenere ad un popolo che D-o ha benedetto con
la Torà. E che possiamo tutti arrivare alla profonda realizzazione di quando grande sia questa benedizione.
Rabbi Naftali Brawer - Londra (versione italiana di Rocco Giansante)
Simchat Torà - Noi e il Libro
Nel
giorno che noi ebrei festeggiamo il Libro, la festa della Torà, viene
da chiedersi qual'è il posto del libro, più in generale, oggi nella
nostra cultura e nel nostro mondo. State attenti, gli ebrei fanno festa
non quando hanno ricevuto un aumento di stipendio, o hanno comprato una
macchina nuova, ma quando hanno terminato di leggere e studiare un
Libro, e si approntano a rileggerlo. Nell'era dell'internet, quante
persone leggono un libro? Il libro è ancora il mezzo preferenziale di
trasmissione della cultura ? Il famoso rabbino veneziano Leon da Modena
diceva che dopo la sua morte, l'unico ricordo che rimarrà di lui
saranno i libri che ha scritto, e pertanto si affrettava a scriverne
quanti più possibile.
Yaakov Lattes
Simchat Torà - Separarsi dall'etrog
La
festa di Sukkot è ormai agli sgoccioli. Poi sarà il tempo di smontare
la Sukkà e abituarsi di nuovo a mangiare in casa, giusto in tempo per
evitare i primi freddi. Per una settimana abbiamo recitato la benedizione sul lulav, costituito da rami di palma, mirto e salice (lulav appunto, hadassim e aravot) legati insieme, che accompagnati dall’etrog, il cedro, rappresentano le arba'ah minim, le quattro specie, che è mizvà scuotere ogni mattina durante Sukkot in direzione dei quattro punti cardinali. Come
ogni anno sorge un dubbio pressante: cosa fare dell’etrog, frutto
pregiato e pieno di qualità, ora che la festa è passata?...
L'articolo integrale è disponibile sul Portale dell'ebraismo italiano - moked.it
“Il network prima di Internet”, in una mostra a Bologna la storia del popolo ebraico e la sua capacità di fare rete
Suggestione,
Innovazione, multimedialità. E’ su questi presupposti che aprirà la
mostra “Il network prima di internet. Personaggi e documenti, visioni e
suoni della modernità ebraica nel tempo”, dal 14 ottobre al 6 gennaio
nei locali del Museo Ebraico di Bologna; un evento che celebra i dieci
anni d’attività del museo che dal 1999, ha proposto ai suoi visitatori
un impostazione metodologica fortemente innovativa rispetto alle altre
realtà operanti in Italia, presentando, nella sezione permanente del
Museo, un viaggio virtuale bilingue (italiano e inglese) sulla storia
del popolo ebraico dalle sue origini fino ai giorni nostri e sulla
presenza ebraica a Bologna e in Emilia Romagna dal medioevo all'età
contemporanea, un percorso suggestivo che si avvale di sussidi
audiovisivi, cd-rom e pannelli esplicativi. La mostra parla di
uomini e d’idee, della capacità nel mondo ebraico di “fare rete”, di
riuscire ad aggregare pensieri, concetti e intuizioni in un flusso
cognitivo uniforme, spesso anticipando le tendenze della società
moderna e contemporanea. Attraverso l’utilizzo della computer grafica
si è potuto dar voce a personaggi di epoche storiche diverse riunendoli
tutti in un corpus visivo e sonoro sospeso, che prescinda dal regolare
scorrere del tempo. Nella prima delle tre sezioni di sviluppo
previste dalla mostra, è possibile fruire di un video multimediale, che
presenta personaggi di spicco suddivisi in cinque aree di pertinenza:
il medico e filosofo Ovadyah Sforno che apre l’area dedicata alla
“comunicazione, socializzazione del sapere, la ricerca senza frontiere
del sapere” e insieme a lui Theodor Adorno, filosofo, sociologo e
musicologo tedesco, e Herbert Marcuse scrittore e filosofo statunitense
di origine tedesca. Dona Gracia Mendes Nasi insieme a Peggy
Guggenheim e Nadine Gordimer, introducono le “figure femminili di
successo legate alla difesa dei diritti delle minoranze, alla critica
dei modelli esistenti, alla lotta per l’emancipazione femminile”, per
poi passare ai “personaggi che hanno dato un contributo di rilievo
nella cultura, nella politica e nell’economia del loro paese”, come Bob
Dylan, all’anagrafe Robert Allen Zimmerman, che con la sua musica sfidò
le convenzioni della musica pop, proponendo un vero e proprio modello
di controcultura, e Levi Strauss, un immigrante di origine bavarese,
che fece dei suoi pantaloni da lavoro, i jeans, uno dei capi
d’abbigliamento più conosciuti al mondo. Simbolo della area
dedicata ai “personaggi che con il loro genio hanno modificato la
visione del mondo” è Albert Einstein che fu anche ospite
dell’università di Bologna nel 1921, accanto allo scienziato troviamo
Sigmund Freud, Rita Levi Montalcini e il pittore Marc Chagall, pioniere
del modernismo e uno dei più grandi artisti figurativi del ventesimo
secolo, infine per l’area dedicata all’”onesta intellettuale e il
contribuito alla letteratura mondiale” troviamo ad aspettarci lo
scrittore Giorgio Bassani, il fantascientifico Isaac Asimov e lo
smarrito e tormentato Franz Kafka. La mostra prosegue, nella
seconda sezione, presentando le cosiddette “Interviste impossibili”.
Attraverso tecniche multimediali verranno proposti dialoghi in chat tra
un adolescente e i cinque testimoni sopracitati, creando attraverso
l’illusione tecnologica, un senso di comunanza tra mondi lontani nel
tempo che normalmente non potrebbero entrare in contatto. Una
terza sezione, dedicata principalmente a studiosi e bibliofili, esporrà
una serie di volumi di rara importanza, mai esposti in precedenza. Un
insieme di 14 libri e un manoscritto risalenti al XV-XVI secolo,
provenienti dalle più importanti biblioteche dell’Emilia Romagna.
L’ebraismo possibile, uno sguardo volto alla contemporaneità, un
appuntamento alla scoperta di una cultura, quella ebraica, proiettata
sempre più verso le nuove tecnologie senza per questo risultarne
schiava.
Michael Calimani
Sorgente di vita: dalla manna biblica all'Iran |
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Fumetto - La storia di Harvey Kurtzman
Il
21 febbraio del 1993 moriva Harvey Kurtzman, co-fondatore della rivista
satirica Mad insieme a William Gaines. Un personaggio incredibile nella
sua storia triste ed entusiasmante allo stesso tempo. Era nato a
Brooklyn nel 1924. Durante il servizio militare aveva prestato la sua
mano di disegnatore per le riviste Yank e The Army Weekly. Poi nei
primi anni cinquanta entra nella EC Comics di Gaines. Inizia il periodo
più creativo, emozionante e fantastico per la storia del fumetto di
quegli anni. Gaines e Kurtz danno vita insieme Al Feldestein, Wally
Woods, e tanti altri a riviste di fumetti come Weird Tales, Crimen
SuspenStories, Frontline Combat and Two-Fisted Tales. Queste ultime due
in particolare si trasformarono in una ricerca costante e puntuale su
storie di guerra, in molti casi documentate su fatti veri.
Kurtz
ama dirigere la produzione in ogni dettaglio, le sue sceneggiature sono
molto dettagliate e disegnate. Kurtz realizzava delle bozze disegnate
indicando con precisione cosa doveva essere realizzato in ogni
vignetta. Un lavoro di altri tempo, anche per l’epoca, diverso dalle
tecniche di scrittura che saranno introdotte negli anni successivi da
Stan Lee e altri autori di supereroi. Nasce anche Mad, la rivista di
satira più famosa e tradotta nel mondo. Le sue copertine hanno ispirato
autori come Crumb, futuro collaboratore di Kurtzman. Quando
finisce il sodalizio con Gaines, Kurtzman crea altre due riviste di
satira: Humbug e Trump, per poi creare nel 1960 la rivista Help! dove
lavoreranno autori come Terry Gilliam e Robert Crumb. In realtà anche
questo progetto non avrà fortuna come gli altri e Kurtzman finirà nella
corte di Hefner e di Playboy realizzando dal 1965 la serie a fumetti
Little Annie Fanny che curerà fino al 1988. Questa sarà la
collaborazione più controversa per lo stesso autore, così scrive il
critico e giornalista Gary Groth: “le sue collaborazioni con a Playboy
furono dannose alla sua creatività. Harvey aveva una sua
dirittura morale a cui teneva e che traspariva dalla
visione satirica che aveva della società”.
Harvey
Kurtzman in realtà non ha mai raccolto veramente quanto seminato in
termini produttivi e creativi. Mad fu una fortuna per la EC Comics e
Gaines, così come Little Annie Fanny fu un compromesso tra l’esigenza
di lavorare e la sua moralità. Ora Denis Kitchen e Paul Buhle
ripercorrono la sua storia creativa in un corposo volume edito dalla
Abrams Comicsarts di New York. 240 pagine di foto, bozzetti, storie,
testimonianze che raccontano la sua storia. Kurtz probabilmente
rappresenta il collegamento più vivo e pregnante dell’umorismo ebraico
con il fumetto statunitense. Non ci sono personaggi, neanche il mitico
Superman, ad essere stati “riscritti” da Harvey. Il suo umorismo
raggiungeva ogni aspetto della vita quotidiana, così come nelle storie
di guerra o horror il realismo era tale da essere quasi visionario. Sfogliando
questo libro-enciclopedia si ride, si riflette, si pensa. Perché questo
è il dono dell’umorismo... abbattere gli idoli per svelare la realtà.
Andrea Grilli
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rassegna stampa |
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Il
mattinale della rassegna stampa pur non presentando notizie di
particolare rilievo – laddove i quotidiani sono particolarmente attenti
nel seguire le vicende italiane, a partire dalle tensioni politiche e
istituzionali di questi giorni – ci offre comunque una sufficiente
varietà di temi sui quali confrontarci. Partiamo da quella che un tempo
era la terza pagina (adesso in genere occupa la parte centrale del
giornale, ossia una posizione sia di cerniera che di sipario, perlopiù
collocata tra la cronaca politica e lo sport o il supplemento locale)
richiamando l’articolo di Antonello Guerriera, pubblicato da il Riformista,
dove si commenta l’assegnazione del premio Nobel per la letteratura a
Herta Müller. In questa sede non ci occupiamo dello spessore culturale
della vincitrice, poco conosciuta in Italia ma con un curriculum di
riconoscimenti e di premi di tutto rispetto. Piuttosto siamo
interessati ad un altro ordine di considerazioni, che avanziamo sia
pure con le tutte le cautele del caso. Inutile negare, infatti, che le
aspettative dei più, fedelmente riprodotte dai borsini dei bookmaker,
erano riposte in due nomi di primaria grandezza, quelli di Amos Oz e di
Philip Roth. Il primo è tra i capofila dell’«Israeli renaissance»,
quella sorta di movimento delle idee e dei sentimenti che la
letteratura israeliana offre da molti anni al pubblico mondiale; il
secondo è, tra le altre cose, il depositario di quel che resta della
vulgata aschenazita, che negli Stati Uniti mantiene, pur tra mille
ibridazioni, un ceppo robusto e vivace poiché vitale. Altrettanto
inutile negare che la selezione del vincitore segua traiettorie che non
sono riconducibili al solo talento e al valore intellettuale della sua
opera ma anche a considerazioni di opportunità politica. Sta di fatto
che i nomi dei “papabili” erano altri. Alla Müller, durante la vigilia,
era attribuito un margine di possibilità di 1 a 10, alla pari di
Claudio Magris o di Antonio Tabucchi. Di certo sono poi subentrate
valutazioni di merito, sia rispetto al contesto socio-culturale che
ogni candidato rappresenta sia al modo in cui la sua vittoria sarebbe
percepita e vissuta dalla platea internazionale. Non è difficile
pensare – quindi -, tanto più nel caso dei candidati israeliani, che
abbia avuto la meglio la ragione politica che sconsigliava scelte
“scomode”. Peraltro i rapporti tra Gerusalemme e Stoccolma, soprattutto
in quest’ultimo anno, si sono fatti particolarmente tesi, a partire
dagli articoli dei quotidiani scandinavi, passando per gli attriti in
sede Onu, fino ai piccoli ma intensi conflitti diplomatici. Nulla da
eccepire sulla vincitrice, germanofona di origine rumena,
rappresentante di una letteratura continentale che valorizza il
meticciato culturale e la considerazione critica del Novecento (a
partire dall’opposizione alla satrapia di Nicolae Ceausescu): i temi
che ritornano nella sua scrittura sono l’esilio, la repressione, la
violenza; il linguaggio che adotta è quello della metafora; il canone è
quello della contaminazione lirica della prosa. Nulla da contestare
neanche alla motivazione avanzata dalla giuria, quando si afferma che
la Müller «ha tratteggiato il panorama dei diseredati con la concisione
della poesia e la schiettezza tipica della prosa». Piuttosto qualche
riserva sulle logiche opportunistiche che sembrano avere orientato la
decisione. Lo affermiamo non per partito preso o per gusto polemico ma
nel nome di una chiarezza che ad altri, evidentemente, fa un po’
difetto. Dopo questo excursus andiamo al pastone della cronaca
quotidiana invitando a leggere Salvatore Mazza su l’Avvenire,
dove ci parla dell’incontro tra Benedetto XVI e Abu Mazen. Nei giorni
scorsi la visita del presidente dell’Autorità nazionale palestinese,
passata peraltro piuttosto in sordina, aveva alimentato qualche
polemica, soprattutto quando il premier italiano Berlusconi aveva
indicato nel blocco degli insediamenti una delle occorrenze immediate e
inderogabili. Il Pontefice, per parte sua, ha rinnovato l’invito ad una
soluzione «equa e duratura» del conflitto, auspicio tanto condivisibile
quanto generico, pensando – evidentemente – al fatto che il suo
magistero si trova, al momento, tra due avvenimenti rilevanti, il
viaggio in «Terra santa», compiuto lo scorso maggio, e il Sinodo sul
Medio Oriente che si terrà nell’autunno del 2010. Che il tutto si stia
consumando sotto tono ce lo dice anche Fabio Nicolucci su il Mattino,
dove alla crepuscolarità di Abu Mazen fa da corredo la condizione che
l’articolista attribuisce alla politica estera del nostro paese, quando
definisce Roma come una «capitale periferica e ornamentale». La
mancanza di un punto di vista chiaro e condiviso parrebbe così essere
il vero nocciolo dell’azione dell’attuale esecutivo, di cui le
dichiarazioni del premier, inattese e non comprese, ne sarebbero una
confusa manifestazione, poiché quel che si va «praticando [è] un’azione
politica oscillante, a tratti contraddittoria e talvolta velleitaria,
cioè in definitiva impotente e retorica». Peraltro Barbara Uglietti, su
l’Avvenire,
parla di un pressing diplomatico su Israele che sarebbe in corso
d’opera per parte degli Stati Uniti e del mondo arabo, per condurla di
nuovo al tavolo delle trattative. Plausibilissimo, come viene
accreditato nell’articolo, che le posizioni in merito siano molto
divaricate tra gli esponenti della politica israeliana. Ad un Shimon
Peres nettamente favorevole alla ripresa dei colloqui, si
contrapporrebbe il ministro degli Esteri Avigdor Lieberman,
estremamente scettico. Nel mezzo, infine, si collocherebbe il premier
Benjamin Netanyahu, possibilista ancorché non ottimista. Intanto,
l’inviato americano in Medio Oriente George Mitchell è di nuovo nella
regione. Barack Obama sta cercando di ottenere quello che non è
riuscito al suo predecessore, un accordo di ampio respiro che per
l’attuale inquilino della Casa Bianca implica l’esistenza, sancita e
riconosciuta dalla comunità internazionale, di due Stati. Colei che
precedette Mitchell in questo incarico, Condoleeza Rice, fece ben 17
viaggi tra le capitali mediorientali, caldeggiando ipotesi di soluzione
non troppo diverse da quella attuale ma raccogliendo ben poco se non
nulla. In nodi sono molti ed estremamente difficili da sciogliere. Tra
questi si segnalano, ancora una volta, la questione degli insediamenti
in Cisgiordania, lo status di Gerusalemme, il controllo e la
ripartizione di risorse primarie come l’acqua, il destino definitivo
dei figli e dei nipoti di coloro che abbandonarono a suo tempo le terre
sulle quali vivevano. A mo’ di esempio basti osservare le polemiche,
raccolte da Ilaria De Bonis su Terra,
sollevate dalla costruzione a Gerusalemme della linea di tram che
dovrebbe collegare i quartieri orientali. La questione di fondo è che
non solo il mondo arabo ma anche una parte consistente della comunità
internazionale non ha mai riconosciuto la sovranità israeliana sulla
città, contestando inoltre la politica dei «fatti compiuti» che avrebbe
ispirato i governi che si sono succeduti in Israele dal 1967 ad oggi.
Sullo stato della discussione in materia si possono leggere anche gli
interventi di Abraham B. Yehoshua su la Stampa e di Laurent Zecchini su le Monde. Marina Verna, sempre per la Stampa, e Mario Dergani, su Libero,
commentano invece la notizia offerta dal Pew Forum in Religion &
Public Life, che ha lavorato tre anni con una cinquantina di demografi
e statistici in 232 tra Stati e Territori, producendo infine una
aggiornatissima mappa della popolazione musulmana sul pianeta. I dati
che emergono, riportati anche da il Messaggero,
indicano che ogni quattro persone una appartiene alla religione
islamica, costituendo il 23 per cento dei 6,8 miliardi di individui che
abitano attualmente la terra. In numeri netti si tratta di 1.570
milioni, di contro ai 2,25 miliardi di cristiani. La maggiore densità
la si ha nel subcontinente indiano (India e Pakistan) e in alcune
regioni del sud-est asiatico (a partire dall’area indonesiana). La
lettura dei dati scorporati rivela poi molte sorprese, tra cui la
“scoperta” che gli insediamenti di musulmani autoctoni sono di antica
data. In Europa, ad esempio, più della metà dei residenti è indigena
(quindi non immigrata ma originaria del luogo). Da questi elementi
derivano considerazioni assortite, per così dire, a partire da quella
che indica che la consapevolezza di questo quadro sarebbe alla radice
della politica dell’attuale amministrazione americana, così come ci
suggerisce Maurizio Molinari, ancora una volta su la Stampa.
Finiamo il nostro piccolo percorso riprendendo in mano, ancora una
volta, i fili del discorso letterario, ibridato com’è ai fatti della
vita. Roberto Festorazzi, su Panorama,
commenta la lettera che Georges Simenon spedì, nell’oramai lontano
gennaio del 1942, al suo editore, allegandovi il suo certificato di
«origine ariana». Se le conclusioni alle quali l’autore dell’articolo
perviene possono sembrare eccessive, bollando lo scrittore con un duro
giudizio, quello di conclamato antisemitismo, rimane il fatto che
Simenon da giovane, del pari a tante donne e a tanti uomini di quegli
anni, si riconobbe nel terribile pregiudizio, usandolo anche per il
corredo di facili stereotipi nella sua attività letteraria. Peraltro il
suo biografo, Pierre Assouline, dopo averne passato al setaccio la
produzione giornalistica, contestò al suo biografato le simpatie nei
confronti di Hitler. Il fratello minore di Georges, Christian,
compromesso con il movimento filonazista Rex, capitanato da Léon
Degrelle, fu condannato a morte in contumacia per il reato di
collaborazionismo con l’occupante. Polemiche vecchie, astiose e
polverose? In parte forse sì, ma indice della permanenza
dell’inquietante ombra di quegli anni nella vita di tutti noi.
Claudio Vercelli |
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notizieflash |
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Alla tv israeliana la testimonianza di un'anziana signora "Gheddafi è figlio di madre ebrea e padre musulmano" Tel Aviv, 9 ott - Gheddafi
ha origini ebraiche. Ad affermarlo un'anziana signora di settantasette
anni, Rachel Tammam, di origine libica. Secondo i suoi ricordi il
presidente libico sarebbe figlio di sua zia Razale Tammam, ebrea di
Bengasi che a 18 anni aveva sposato un musulmano scontrandosi contro la
volontà del padre, il commerciante Tammam Tammam) e di fatto tagliando
i ponti con i tre fratelli e col resto della famiglia. "Ricordo ancora
che Razale abitava a Bengasi nella via Generale Briccola", ha aggiunto
Rachel Tammam. Un'altra anziana ebrea di origine libica, Gita Buaron,
ha aggiunto che anche dopo il matrimonio Razale "continuò a digiunare
il giorno di Kippur". L'ipotesi è stata diffusa in Israele dalla
televisione commerciale Canale 2 , non ci sono documenti a conferma dei
ricordi dell'anziana sognora Tammam. L'emittente ha aggiunto che voci
su una presunta "discendenza ebraica" di Gheddafi sono state diffuse
anche in passato, ma mai dimostrate in maniera convincente. |
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L'Unione
delle Comunità Ebraiche Italiane sviluppa mezzi di comunicazione che
incoraggiano la conoscenza e il confronto delle realtà ebraiche. Gli
articoli e i commenti pubblicati, a meno che non sia espressamente
indicato il contrario, non possono essere intesi come una presa di
posizione ufficiale, ma solo come la autonoma espressione delle persone
che li firmano e che si sono rese gratuitamente disponibili. Gli
utenti che fossero interessati a partecipare alla sperimentazione
offrendo un proprio contributo, possono rivolgersi all'indirizzo desk@ucei.it per concordare le modalità di intervento.
Il servizio Notizieflash è realizzato dall'Unione delle Comunità
Ebraiche Italiane in collaborazione con la Comunità Ebraica di Trieste,
in redazione Daniela Gross. Avete
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