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7
ottobre
2010 - 29 Tishrì 5771 |
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Riccardo
Di Segni,
rabbino capo
di Roma
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Un
autorevole rabbino israeliano di area sionista, rav Yuval Sherlot, ha
chiesto di dedicare il prossimo Shabbat alla sensibilizzazione sui temi
ecologici. Questo Sabato effettivamente leggeremo la parashà di Noach,
che parla del diluvio e affronta i temi della distruzione, della
responsabilità umana, del rispetto degli esseri viventi (proponendo tra
l'altro icone attualissime come la colomba con il ramoscello d'ulivo e
l'arcobaleno, che sono un nostro "copyright" ma che vengono usate
spesso a sproposito e talora con intenzioni antiebraiche). Quindi ben
venga una sensibilizzazione nelle sinagoghe israeliane sul tema del
rispetto dell'ambiente, con suggerimenti pratici su come riciclare i
rifiuti e non sprecare carta, anche se questa viene usata per stampare
migliaia di foglietti di spiegazione della parashà. Ma tutto questo
induce anche a un'altra riflessione: spesso i rabbini sono costretti a
inseguire correnti e mode culturali per insegnare qualcosa, dimostrando
che una determinata tendenza è conforme alla Torah, o è già stata detta
dalla Torah e così via. Sarebbe invece più opportuno - ma certo molto
più difficile - che siano i rabbini a "fare tendenza".
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Alfredo
Mordechai
Rabello,
giurista
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“Comprendete gli anni di generazione in generazione" (Devarim 32:7).
Ogni generazione ha una propria comprensione della Torah (da un
insegnamento del Chidushé Harim, 1799-1866).
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Israele e noi - A Roma “Per la Verità, per Israele”
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Si
tiene questo pomeriggio alle 18 a Roma, in piazza di Pietra, al tempio
di Adriano, la manifestazione Per la Verità, Per Israele. Fra le
numerose adesioni raccolte dagli organizzatori, anche quelle di José
Maria Aznar, Fiamma Nirenstein, Giuliano Ferrara, Riccardo Pacifici,
Paolo Mieli, Corrado Augias, Nicolai Lilin, Rita Levi Montalcini, Dore
Gold, Bruce Bawer, Fabrizio Cicchitto, Walter Veltroni, Benedetto Della
Vedova, Francesco Rutelli, Giorgio La Malfa, Furio Colombo, Shmuel
Trigano, Toni Capuozzo, Alain Elkann, Ernesto Galli Della Loggia,
Angelo Pezzana, Umberto Veronesi, Lucio Dalla, Giancarlo Loquenzi,
Carlo Panella, Daniele Scalise, Giorgio Israel, Rosa Matteucci, Peppino
Caldarola, David Zard, Anita Friedman, Johanna Arbib. Nel testo
che segue, che appare su Pagine Ebraiche di questo mese di ottobre,
l'onorevole Fiamma Nirenstein, vicepresidente della Commissione Esteri
della Camera e parlamentare del Pdl, illustra i motivi ispiratori
dell'iniziativa.
A partire da questa sera sul Portale dell'ebraismo italiano www.moked.it aggiornamenti e immagini dalla manifestazione.
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Israele e
noi - Nirenstein: "Il mio appello"
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Israele sta attraversando un
periodo di terribili minacce nei confronti della sua stessa esistenza.
E non mi riferisco solo alla minaccia iraniana o ai 40mila missili di
Hezbollah dispiegati nel Libano del Sud davanti a un UNIFIL inerme,
oppure all’acquisizione da parte di Hamas di missili a lungo raggio che
possono raggiungere Tel Aviv. Uno dei maggiori rischi è costituito
dalla campagna di delegittimazione di ogni azione dello Stato di
Israele, della quale siamo testimoni in tutto il mondo. Israele è
sistematicamente condannato dalle istituzioni e dalla stampa
internazionale, qualsiasi cosa faccia: sia che cerchi di difendersi da
attacchi terroristici, che si impegni a cercare di fermare il
rifornimento di armi per Gaza, sia che semplicemente svolga le normali
attività di qualsiasi Paese democratico. Continuamente ci giunge
notizia di un nuovo boicottaggio di istituzioni israeliane, economiche,
accademiche, sportive, artistiche, o della protesta perché a un
determinato festival concorrono artisti israeliani. Il doppio standard
è lo standard regolarmente utilizzato per giudicare Israele: il
Consiglio per il Diritti Umani dell’ONU ha dedicato, dalla sua
istituzione nel 2006, ben tre quarti delle proprie risoluzioni di
condanna a Israele e l’ONU stesso l’80 per cento dei propri atti. Paesi
che
violano i diritti umani, che compiono stermini e pulizie etniche, non
vengono praticamente mai presi in esame. I massimi consessi
internazionali vengono immediatamente convocati per sanzionare
continuamente Israele, cosa che non si è mai vista fare per i massacri
di curdi in Turchia, le crocifissioni di cristiani in Sudan, le
lapidazioni per adulterio e le impiccagioni di omosessuali in Iran.
Questa politica è il frutto delle maggioranze automatiche dell’ONU che
vedono schierarsi assieme il blocco degli ex Paesi non allineati e
quelli dell’Organizzazione della Conferenza Islamica. Il podio dell’ONU
è diventato una tribuna abituale per Ahmadinejad, che da lì pontifica
su Israele definendolo un’”entità sulla via del collasso” ed essere per
questo acclamato e abbracciato dal Presidente dell’Assemblea Generale,
come successe nel 2008 con l’allora presidente Miguel d’Escoto
Brockmann. La delegittimazione di Israele è un’arma del tutto
ideologica, che nulla ha che fare con i fatti della storia. Nel corso
dei decenni si è accompagnata alle più disparate ideologie,
dall’antisemitismo all’antiimperialismo al terzomondismo. Oggi si
affianca al palestinismo, una malattia tipicamente europea, che ha
corrotto ogni decenza di linguaggio. E’ prassi vedere usati termini
come “razzismo” o “apartheid” per riferirsi a Israele. Lo stesso
Mandela dovrebbe protestare perché l’accostamento di Israele con il Sud
Africa che lo incarcerò per 27 anni, è del tutto fuori luogo per un
Paese che strenuamente pratica la democrazia nonostante sia circondato
da terroristi e nemici che lo attaccano in continuazione. La
delegittimazione ha le sue fortezze, soprattutto nelle istituzioni
internazionali, in alcune vaste aree della comunicazione e nelle élite
della sinistra radicale e della destra estrema. L’immenso lavoro
ideologico che le ha costruite cominciò con la visita di Arafat al
Generale Giap in Vietnam nel 1970. Rispondendo alla domanda di Arafat
sul perché la lotta armata palestinese fosse percepita in Occidente
come terrorismo mentre quella vietnamita godesse di un grande sostegno,
Giap disse che il segreto stava nel conquistare le élite e i mass
media, gli intellettuali e i politici, ripetendo in continuazione le
più ardite idee, così come era riuscito a fare il comunismo nonostante
le sue crudeltà e i suoi fallimenti. Ma l’Europa ha dato grandi segni
di comprendere che quel tempo è passato. La delegittimazione di Israele
è andata oltre il segno. L’immediata criminalizzazione della vicenda
della Mavi Marmara, per esempio, è durata giusto il tempo di rendersi
conto che questa nave era stata promossa da un’organizzazione in odore
di terrorismo, l’IHH, che aveva letteralmente preparato un agguato a
Israele e all’opinione pubblica internazionale. La delegittimazione di
massa, la condanna da parte di tutte le élite nei confronti dello Stato
di Israele non funziona e non può funzionare. Ce ne accorgiamo
dall’immenso numero di adesioni di tutte le parti politiche che
pervengono all’iniziativa Per la verità, per Israele che stiamo
organizzando a Roma, al Tempio di Adriano, per il 7 ottobre, dalle
18.30. Si tratta di una manifestazione molto diversa da altre
organizzate nel passato. La presenza bipartisan di personalità che
hanno aderito alla nostra iniziativa e che parteciperanno alla maratona
oratoria, ci incoraggia: dall’ex premier spagnolo José Maria Aznar, che
aprirà la manifestazione, a vari parlamentari europei dei diversi
schieramenti; moltissimi anche i parlamentari italiani, di tutti i
partiti, dal ministro Carfagna a Francesco Rutelli, da Furio Colombo a
Luca Barbareschi, da Fabrizio Cicchitto a Piero Fassino. Tra i
giornalisti alcuni nomi, oltre a Giuliano Ferrara, tra i promotori
dell’iniziativa, Paolo Mieli, Ernesto Galli della Loggia, Tony
Capuozzo, Maurizio Belpietro, Vittorio Feltri, Peppino Caldarola. E poi
personalità come Rita Levi Montalcini e Umberto Veronesi che ci hanno
già mandato un loro messaggio di adesione. Queste adesioni ci dicono
che stare dalla parte di Israele significa sostenere le ragioni della
democrazia, sostenere la cultura della vita contro una cultura di
morte, combattere le culture oppressive e violente contro le minoranze,
le donne, gli omosessuali. La sola formula “pace in cambio di
territori” ha dimostrato la sua inefficacia nel corso degli anni, dopo
Oslo, il Libano e Gaza. Una vera pace duratura, nella quale noi
speriamo e per la quale lavoriamo, non può prescindere dalla garanzia
della fine dell’incitamento all’odio verso Israele e dal riconoscimento
di questo Paese come Stato del popolo ebraico da parte di tutti i suoi
vicini. Anche questa è una verità che è necessario, con coraggio,
affermare. Tutti insieme quindi, in una maratona oratoria: 5 minuti per
raccontare ognuno la sua verità su Israele, un concetto, un ricordo,
una risposta a quanti continuano quotidianamente a denigrare lo Stato
ebraico, per cercare di fare un po’ di luce, per dare un segnale che
anche l’Europa ama Israele e vuole che viva in pace.
Fiamma
Nirenstein, Pagine Ebraiche, ottobre 2010
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Israele e
noi - JCall, confronto vivace, proteste in sala
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Aveva l'obiettivo di
rilanciare il dibattito su Israele all'interno della Comunità ebraica:
il dibattito c'è stato, acceso e veemente. Vigorose proteste hanno
movimentato l'esordio di JCall davanti al pubblico parigino. Il primo
meeting del movimento d'opinione degli ebrei liberal, tenutosi ieri
sera nella sala conferenze del municipio del nono arrondissement, ha
visto gli interventi dei suoi ospiti ripetutamente interrotti da
“provocatori da bar”, come li ha polemicamente definiti Abraham
Yehoshua: una ventina di giovani appartenenti alla Comunità ebraica di
Parigi, in dissenso con i principi ispiratori dell'“appello alla
ragione”, ha insistentemente impedito agli intellettuali sottoscrittori
dell'appello di pronunciare i loro discorsi, fino a quando il
segretario generale di JCall David Chemla si è visto costretto a
invocare l'intervento delle forze dell'ordine. La gendarmerie ha
scortato fuori il gruppo di disturbatori, che nella disapprovazione
generale del pubblico che gridava “dehors! dehors!” (fuori!, fuori!),
ha abbandonato la sala lanciando volantini della Ligue de defense juive
e intonando Am Israel Chai, il popolo d'Israele è vivo.
L'opinione dei detrattori del movimento ebraico pacifista, e l'accusa
che aggressivamente gli hanno lanciato, è che esso collabori con le
forze antisemite alla delegittimazione dello Stato d'Israele.
La tesi sostenuta dagli ospiti della serata, intellettuali firmatari
dell'appello quali Alain Finkielkraut, filsofo ebreo francese, Henri
Weber, deputato socialista, Daniel Cohn-Bendit, leader del partito
Europe ecologie, e Abraham Yehoshua, è che non solo non è vero che il
lavoro di JCall danneggia Israele, né che è dettato da un sentimento
antisionista, ma che è proprio il “profondo amore per Israele a imporre
l'obbligo morale di interessarsi alle sorti del paese, e quindi di
condannare le politiche coloniali scriteriate perpetrate dal suo
governo”, nelle parole di Yehoshua. Il romanziere ha spiegato le
ragioni del suo appoggio a JCall: “Sono qui per rafforzare la
legittimità di questa iniziativa, perché è giusto che il legame tra
Israele e gli ebrei della diaspora si esprima anche attraverso
un'influenza democratica di questi sulle sorti del paese”.
All'inizio della serata Claude Askolovic, giornalista francese,
moderatore della conferenza, ribadisce la natura sionista di JCall.
“Testimoniamo un altro punto di vista ebraico - ha proseguito il
giornalista - e questo è proprio nello spirito del popolo del Talmud,
del dibattito intellettuale”. Il parlamentare francese Henri Weber ha
ricordato come “la maggioranza dei membri del direttivo di JCall - me
compreso - ha un passato nel movimento giovanile dell'Hashomer Hatzair,
che si ispira al sionismo scoutista e socialista, dei pionieri e dei
kibbutznik”.
Nel tentativo di definizione della linea politica di JCall, quasi tutti
hanno esplicitamente fatto riferimento al sionismo. “Il messaggio del
sionismo parla di uno Stato ebraico e democratico”, ha spiegato il
rappresentante dei giovani di JCall, Gerard Angè. L'unico modo perché
Israele non sia costretto a rinunciare ad una di queste due anime,
ebraica o democratica, è la realizzazione del principio 'due popoli,
due stati'. Questo il nucleo dell'Appello alla ragione. Qualunque altra
soluzione - sostengono gli estensori dell'appello - condurrebbe
necessariamente o alla palestinizzazione dello Stato d'Israele, a causa
di una schiacciante disparità demografica, oppure a un regime di
apartheid. “La ragion d'essere di Israele è di dire no al ghetto”. Nel
corso della serata il termine “apartheid” è ricorso numerose volte,
negli interventi di tutti, per delineare lo scenario futuro che JCall
teme. La paura di una deriva destrorsa e razzista della Stato e della
società israeliana è uno dei moventi principali della nascita e
dell'attività di questo movimento d'opinione.
Alain Finkielkraut ha fatto appello a un “sionismo ragionevole, che
comprenda che la sicurezza di Israele va di pari passo con la
costruzione dello Stato palestinese, e che bisogna superare lo status
quo, insopportabile per entrambe le popolazioni”. Il filosofo si è
detto convinto che “l'antisemitismo islamista non sopravviverebbe al
conflitto israelo-palestinese”.
La voce fuori dal coro è stata quella di Daniel Cohn-Bendit,
l'europarlamentare ecologista protagonista del maggio francese del
1968: “Io non sono mai stato sionista - ha dichiarato - la mia identità
è quella di un ebreo della diaspora”. “Ho firmato l'appello alla
ragione - ha proseguito il leader dei verdi - perché credo che la
ragione sia l'unica speranza di porre fine al dolore di due popoli”.
L'europarlamentare è stato protagonista di uno scambio di opinione con
Abraham Yehoshua. “Visionario!”, ha detto il primo al secondo, il quale
esprimeva fiducia nelle trattative in corso tra Bini Netanyahu e
Mahmoud Abbas. “È troppo facile il tuo pessimismo!”, ha risposto lo
scrittore al deputato. Cohn-Bendit ha spiegato come “l'oltranzismo di
alcuni coloni rappresenta un ostacolo difficilmente sormontabile”. La
posizione di Yehoshua è che a costoro vadano proposte due alternative:
“O abbandonare le colonie, oppure rimanere come minoranza ebraica in
uno Stato palestinese - con tutti i diritti che tale stato sarebbe
tenuto a riconoscere, come Israele li riconosce ai suoi cittadini
palestinesi”.
“La pace: io ci credo e la spero”, lo stato d'animo delle persone in
sala, e della gente di J Call, viene riassunto da Henri Weber in una
citazione del politico ebreo Léon Blum, uno dei padri del socialismo
francese: “Lo credo perché lo spero”.
Manuel Disegni
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Qualcuno avverta in
quale tubazione stiamo scorrendo
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Da settimane, gli ebrei
d'Europa sono invisibili, illogici fantasmi di gente viva. Come da
prassi, ogni giorno si ricordano gli ebrei scomparsi nella Shoah, che
però a questo punto del XXI secolo nessuno ha conosciuto, e per una
fatalità reale quanto onirica contano più i morti dei vivi - a questo
servono i figli di Giacobbe, a procurare emozioni. Gli ebrei: rabbia o
lacrime. Malinconia, o disprezzo. Odio o ammirazione. Altrimenti,
niente. Curioso fenomeno: esserci e non esserci. Come spiegare, se non
così, il nulla di notizie sulle bombe al fosforo cadute su Israele, o
il silenzio cannibale che sta ingurgitando il soldato Shalit. Chissà
dove siamo in questo momento. In un postmoderno dramma senza dramma, un
classico dramma anestetico, la recente vita ebraica è inghiottita in
una stanza senza ubicazione che esiste ovunque e farà male al
risveglio.
Il
Tizio della Sera
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notizieflash |
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rassegna
stampa |
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Impegno
israeliano per la libertà
di movimento degli atleti palestinesi
Gerusalemme,
7 ottobre |
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In
un incontro con una delegazione del Comitato Olimpico Internazionale
(Cio) guidata dal presidente, Jacques Rogge, e dal vicepresidente (e
ministro degli Esteri dell'organizzazione), Mario Pescante, il
presidente israeliano, Shimon Peres, ha assicurato il suo "impegno
personale" per una maggiore libertà di movimento degli atleti
palestinesi impegnati in gare internazionali. Reduci da una visita in
Cisgiordania, i dirigenti dello sport olimpico mondiale hanno fatto
tappa in Israele nel quadro di una missione in Medio Oriente dedicata
innanzi tutto al consolidamento del movimento sportivo nella regione e
alla sua promozione quale fattore di dialogo. »
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Chi critica Israele e chi invece lo odia Pierluigi Battista, il Corriere della Sera, 7 ottobre 2010 Stasera
per Israele
Victor
Magiar, Europa, 7 ottobre 2010
Ma
è meglio non dividerci
Riccardo
Calimani, Europa, 7 ottobre 2010
Ciarrapico,
il Pdl si scusa in aula
ma
il senatore disserta la seduta
Francesca
Nunberg, Il Messaggero,
7 ottobre 2010
Priebke,
l'ira della comunità ebraica.
Chiesto
incontro al ministro Alfano
Giachetta
Michela, Dnews Roma,
7 ottobre 2010
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continua
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L'Unione
delle Comunità Ebraiche Italiane sviluppa mezzi di comunicazione che
incoraggiano la conoscenza e il confronto delle realtà ebraiche. Gli
articoli e i commenti pubblicati, a meno che non sia espressamente
indicato il contrario, non possono essere intesi come una presa di
posizione ufficiale, ma solo come la autonoma espressione delle persone
che li firmano e che si sono rese gratuitamente disponibili. Gli utenti
che fossero interessati a offrire un
proprio contributo possono rivolgersi all'indirizzo desk@ucei.it
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