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21
ottobre
2010 - 13
Cheshvan 5771 |
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Riccardo
Di Segni,
rabbino capo
di Roma
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La
domanda retorica non richiede risposta perché in realtà è
un'affermazione ovvia sotto forma di domanda. Nella parashà di questo
shabbat (Wayerà) ci sono almeno ben otto domande retoriche, di cui
cinque sul tema della giustizia, divina e umana. "Il Giudice di tutta
la terra non dovrebbe fare giustizia?" chiede Abramo; gli abitanti di
Sodoma, non propriamente dei fiorellini, chiedono a Lot: "Uno
(straniero) che viene ad abitare può mettersi a giudicare?" Il
paradosso di queste domande retoriche è che per quanto riguarda
la giustizia terrena è vero quello che dicono i Sodomiti, ma
potrebbe essere vero anche il contrario; e per quanto riguarda la
giustizia divina il ragionamento di Abramo (e dopo anche di Avimelekh)
è ineccepibile, solo che noi questa giustizia non riusciamo a
capirla.
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Sergio Della Pergola Università Ebraica
di Gerusalemme
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Mentre in
Italia si dibatte la non semplice questione di quali siano i modi
migliori per tutelare la Memoria di quanto vi è di più intimo e sacro
di fronte all'aggressione dei nostalgici e dei ciarlatani, anche in
Israele è necessaria una periodica riflessione sul significato del
ricordo e sul suo ruolo nella vita civile. L'uccisione del Primo
Ministro Itzhak Rabin, di cui ieri si commemorava il quindicesimo
anniversario, è ancora oggi materia di polemici scambi nei quali si
sentono anche le voci - a dire il vero minoritarie - di chi vorrebbe
dimenticare, scaricare, minimizzare, o addirittura giustificare. Non è
purtroppo sempre chiaro, soprattutto fra i più giovani, se sia stato
ben compreso e assimilato il messaggio profondo che l'attentato alle
istituzioni democraticamente stabilite è un attentato all'esistenza
stessa della convivenza civile. Chi a suo tempo colpì Rabin, colpì di
fatto e mise a rischio l'intero stato israeliano e come tale non merita
sconti, agevolazioni o compassione. Ma l'idea che esista un interesse
ulteriore, superiore a quello espresso attraverso gli strumenti e i
controlli del metodo democratico, permane allo stato latente e
costituisce una minaccia che richiede un capillare lavoro educativo e
un costante stato d'allerta.
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Alessandro Piperno alla seconda, attesa prova Essere ebrei a Roma, sotto il fuoco amico dei ricordi
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Ebrei
di Roma protagonisti del nuovo libro di Alessandro Piperno.
“Persecuzione - Il fuoco amico dei ricordi” (Mondadori editore), che
arriva nelle librerie questo martedì 26 ottobre, è la seconda, attesa
prova del giovane scrittore italiano. Dopo il successo clamoroso di Con
le peggiori intenzioni (solo in Italia ha venduto centinaia di migliaia
di copie), il nuovo libro, pubblicato a cinque anni di distanza
dall'esordio letterario, è ancora ambientato nell'ambiente ebraico
romano e sullo sfondo di una vicenda sconvolgente ne descrive
vividamente le dinamiche sociali e la composizione sociale. Un'opera
di cui le prime critiche annunciano l'intenso valore letterario, che
farà sicuramente discutere e attirerà molti lettori. Sul numero di
novembre del giornale dell'ebraismo italiano Pagine Ebraiche, in
distribuzione la prossima settimana, un articolo di Mariolina
Bongiovanni Bertini dedicato ai suoi studi sull'antiebraismo di Proust
che rende la dimensione di accademico e studioso di letteratura
francese di Piperno e la recensione del nuovo romanzo del critico e
storico Alberto Cavaglion, che lo ha letto per noi in anteprima.
 Alessandro Piperno - Il fuoco amico dei ricordi. Persecuzione
“La
verità è tutto ciò che le immagini non dicono”. Una possibile chiave di
lettura del secondo romanzo di Alessandro Piperno si trova in questa
citazione rabbinica situata a metà circa del libro. La pronuncia un
umile e sottomesso Rav Perugia, che nel libro svolge una parte analoga,
ma meno urticante degli indolenti Rabbini della estrema provincia
americana immortalati nell’ultimo film dei fratelli Cohen. Due
tredicenni saputelli, il protagonista del romanzo Leo Pontecorvo e il
futuro avvocato, che invano cercherà di cavarlo fuori dai guai in cui
si andrà a cacciare, chiedono lumi al Rabbino sull’iconoclastia ebraica. Leo
diventerà un uomo di successo, si occuperà di rare forme di tumori
infantili, un medico e giornalista famoso. E’ un personaggio più
lineare rispetto ai protagonisti del libro di esordio di Piperno. La
vita porterà Leo a un esilio “scarafaggesco” nello scantinato della sua
bella casa all’Olgiata. L’inizio del romanzo è faticoso, ma dalla
seconda parte in poi il lettore non riuscirà ad abbandonare una trama
intensa e coinvolgente. Craxiano fedele al partito, forse non
estraneo agli intrighi politici cui deve una parte della sua fortuna,
ad un tratto, assai prima di Tangentopoli, Leo entra in crisi: si
inceppa qualcosa, forse non è estraneo il ricordo del caso-Achille
Lauro – il destino sembra accanirsi contro di lui. Come per un
imperscrutabile disegno le disgrazie si susseguono una dopo l’altra, si
spezza la serenità famigliare nella quale aveva creduto. Una serie di
scandali lo vede coinvolto prima marginalmente, poi in modo esplicito
fino allo scandalo degli scandali, il tabù infranto: avrebbe sedotto e,
forse violentato, la fidanzatina tredicenne di uno dei suoi due figli.
Arrestato e rinchiuso in carcere per alcuni giorni, la sua casa
perquisita: la televisione e i giornali non fanno che rovinare la sua
privacy, i figli e la moglie torcono il viso da lui. La colpa, che in
un primo tempo, sembra imperdonabile si trasforma in accanimento
giuridico, Leo pensa non a torto di essere vittima di una ingiustizia.
Nel finale kafkiano, come un insetto cacciato dal consorzio civile, Leo
morirà affogato nella cantina-rifugio. Lo ritroverà una domestica dal
nome cinematografico illustre, Telma. Le immagini, come si diceva,
sono una possibile chiave di lettura. Vietate, sì, ma fino a un certo
punto. Anche i nomi dei personaggi hanno un significato nascosto che
rimanda in modo quasi sacrilego a una icona, filmica più che pittorica.
Persecuzione è un romanzo dove l’autore a suo modo mette in pratica
l’insegnamento della tradizione: la verità non coincide con l’immagine.
Un altro episodio rivelatore è la brutta foto di Leo a cavallo, che i
quotidiani sbattono in prima pagina il giorno in cui esplode lo
scandalo. Palesemente non è una immagine vicina al vero. Sono
comunque i disegni che accompagnano il libro a colpire il lettore.
Questo è un libro sobriamente illustrato. Si tratta di poche tavole in
bianco e nero, vere e proprie tavole di fumetti: sono opera di Werther
Dell’Edera e faranno sentire a casa propria il lettore di “Linus” o di
un’altra rivista di fumetti. Un fumetto, non vi è dubbio, noir. Sul
piano tipografico questi disegni sono una sorpresa (come la parola
“continua”, che, alla fine, sostituisce i cinematografici titoli di
coda). Sul piano narrativo il ruolo del “misterioso artefice” dei
disegni ha un valore nascosto, forse più alto. E’ il disegnatore,
quasi, un mistico deus absconditus: quelle scure sue tavole “fanno
paura come fanno paura tutte le cose che non hanno senso”. In
chiave allegorica “il fumettista nell’ombra” credo abbia a che fare con
la domanda che il tredicenne Leo e il suo amico Herrera avevano
formulato al Rabbino Perugia cercando di metterlo in difficoltà: perché
agli ebrei è vietato “farsi immagine”? Dove si nasconde la verità, se
le immagini non riescono a riprodurla nemmeno attraverso la
deformazione del fumetto? Il romanzo fa un uso molto
spregiudicato delle categorie del Tempo. Nei giorni dello scandalo Leo
ripensa a tutta la sua vita, nel finale gli interrogativi sulla natura
del male e della persecuzione diventano opprimenti fino a sopprimere il
protagonista. In questa nuova prova Piperno fa più direttamente
i conti con l’ebraismo e con i temi del romanzo ebraico novecentesco.
Non ci sono solo riferimenti espliciti, troppo scontati, a Philip Roth
(questa volta un Roth mescolato con Nabokov). E’ dominante, fin dal
titolo, la riflessione sulle possibilità annientatrici della memoria
dolente, il cui “fuoco amico” può essere micidiale; sul nesso
verità-storia e verità-vita Piperno sembra qua e là rinviare a Svevo,
oltre che a Kafka, ma sono temi ricorrenti, su cui il saggista e
critico letterario Piperno s’interroga da anni, a partire dal libro su
Proust (e sulla memoria ebraica di recente è ritornato, per esempio,
nel suo interessante dialogo con David Mendelsohn, l’autore de Gli
scomparsi). Piperno è il solo scrittore che affronti, sul piano
sociologico, oltre che letterario, la condizione ebraico-italiana. Roma
è il suo osservatorio privilegiato. Non ha un buon rapporto con
l’ebraismo della capitale, questo si vedeva già dal primo libro. Nuoce
forse l’angolatura aristocratica e direi quasi dannunziana delle
vicende che tratta (qui, in parte, l’idiosincrasia è attenuata dalla
figura della ebrea del ghetto, la fidanzata e poi moglie Rachele). Più
che Zuckermann i personaggi che Piperno mette in scena ci sembrano
degli Andrea Sperelli in fuga dal Portico d’Ottavia (e da se stessi). Rimane
però un fatto: nessuno scrittore ebreo-italiano, nato dopo la Shoah,
meglio di Piperno riesce a ragionare, in forma apparentemente
fumettistica (cioè parodistica) , sul “contenzioso” che ha inasprito la
“microscopica ma agguerrita” comunità romana. Le due concezioni
alternative, che in questo romanzo dividono Leo da Rachele, discendono,
secondo Piperno, dalla “grande pubblicità” ricevuta dagli ebrei dopo le
sconvolgenti notizie sulla deportazioni che incominciarono a
diffondersi negli anni in cui l’autore veniva al mondo. Quella grande
pubblicità, scrive, “disperarono” e al tempo stesso contribuirono a
“ringalluzzire” l’idealtipo. Sono gli in cui si scoprirà “l’esistenza,
in paesi lontani, di ebrei molto più ebrei di lui: rigorosi e
pittoreschi, tragici e brillanti, questi askenaziti – con le loro
friabili, magiche, esoteriche esistenze sempre sull’orlo del disastro –
apparivano mille volte più all’altezza, smisuratamente di più di quanto
l’ebreo romano non si fosse mai sentito, del compito di vittime
sacrificali e di pacifici eroi alla riscossa affibbiato agli ebrei
dalla Storia”. Da questa condizione di inferiorità scaturisce la
solidità psicologica dei due personaggi maggiori e la buona riuscita
del libro. Rachele sviluppa uno spirito di emulazione “tradotto
nell’importazione di un compendio di abitudini e divieti da secoli
scomparsi dalla nostra tradizione”. Leo, per contrasto, incarna il
risultato di una radicalizzazione: fenomeno comune a molte altre anime
laiche e illuministiche della comunità (non solo romana): uno spirito
sarcastico, sconfinante appunto nella iconoclastia, nevrotici modi di
irrisione e insofferenza. Lei dissotterra vecchie tradizioni per
rendere meno confortevole la vita della sua famiglia; lui “fa la conta
di tutti gli ebrei secolarizzati in giro per il mondo che hanno fatto
successo nel cinema, in letteratura, in medicina”.
Alberto Cavaglion
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Arte depredata, il
catalogo è in rete |
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È stato pubblicato online il
catalogo delle opere d'arte depredate dai nazisti agli ebrei nei paesi
occupati. La lista di quadri, sculture, mobili, preziosi e libri,
dispersi da molti decenni e mai riconsegnati ai legittimi proprietari,
è ora a disposizione di tutti, consultabile in una banca dati virtuale.
Il sito (www.errpoject.com), consente di effettuare ricerche avanzate e
molto dettagliate, anche associando il nome del collezionista o del
privato ai titoli delle opere che gli appartennero.
Anche i curiosi possono divertirsi a scoprire quanti Degas erano appesi
alle pareti dei Rothschild di Parigi, che i Bernstein di Bordeaux
possedevano alcuni Pisarro, o che la galleria di David Weil di Neuilly
sur Seine vantava diverse opere di Gericault, Ingres e Picasso. Gli
studiosi invece potranno accedere direttamente ai dati sulla miriade di
capolavori andati perduti.
L'archivio consultabile su internet rientra in un progetto lanciato
dalla Claims Conference, l'organismo che si occupa da mezzo secolo di
garantire i giusti risarcimenti alle vittime del nazismo, in
collaborazione con l'Archivio nazionale degli Stati Uniti, l'Archivio
diplomatico del Ministero degli Esteri francese, l'Archivio federale
tedesco e il Museo-Memoriale dell'Olocausto statunitense.
L'obiettivo è quello di rinvenire le opere smarrite e renderle ai
legittimi proprietari.
I dati d'archivio, provengono in gran parte dalla stessa documentazione
nazista. Il gerarca nazista Alfred Rosenberg, nel 1940, alla guida di
un'apposita squadra, la Einsatzstab Reichsleiter Rosenberg, ideò e mise
in atto un saccheggio culturale su larga scala in tutti i paesi
occupati dalla Wehrmacht. Il ricco bottino fu radunato nei magazzini
del Jeu de Paume, il grande spazio espositivo di Place de la Concorde a
Parigi. Rosenberg predispose una catalogazione minuziosa che riporta la
data di arrivo a Parigi di ogni opera, la famiglia ebraica o la
collezione di provenienza, autore, soggetto, dimensioni. Il tutto
arricchito da numerose fotografie, di grande interesse storico. I
progetti nazisti prevedevano la costruzione di un “Museo del Führer”
nella città di Linz, in cui le più prestigiose tra le opere confiscate
avrebbero trovato “più degna collocazione”.
Dalla fine della guerra, quasi nessuna notizia dell'immenso patrimonio
artistico confiscato dalla squadra di Rosenberg agli ebrei europei,
belgi e francesi soprattutto.
Il database, pubblicato online solo recentemente, è un progetto che già
dal 2004 impegna istituzioni e ricercatori. Mosso dall'esigenza di
risarcire le vittime delle persecuzioni naziste, obiettivo fondante
della Claims Conference, l'Errproject (che mutua il nome dall'equipe
dei predoni, Einsatzstab Reichsleiter Rosenberg) va anche incontro ai
desideri di tanti musei, storici dell'arte, nonché amatori, che
vedranno recuperata una importante parte della ricchezza artistica e
culturale saccheggiata e distrutta dal flagello nazista.
Manuel Disegni
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Qui Milano - Adeissima 2010, Rita conquista il pubblico
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E
si capisce bene, assistendo alla performance di Rita per l’Adeissima
2010, perché è stata votata la migliore voce femminile israeliana di
tutti i tempi durante le celebrazioni per i sessant’anni dello Stato
ebraico. Al Teatro Smeraldo un mix di sensualità, carisma, e acuti
trascinano il pubblico milanese, guidato da una trentina di giovani
israeliani, universitari nel capoluogo lombardo, che hanno ballato e
cantato con Rita ogni singola parola dei suoi pezzi. La serata è stata
anche occasione per ricordare le attività dell’Associazione donne ebree
d’Italia durante l’ultimo anno, un anno un po’ speciale, perché
coincidente con il novantesimo anniversario della nascita della Wizo,
di cui l’Adei è sezione italiana. Un’Adeissima dal sapore un po’
speciale dunque quella del 2010, come ha ricordato il presidente
Susanna Shaki. Adeissima dedicata alla memoria di Berta Sinai, storica
presidente nazionale prematuramente scomparsa. Prima del concerto una
presentazione multimediale ha raccontato il sostegno che la Women
International Zionist Organization dà alle donne e ai bambini in
difficoltà in Israele, come avviene nel centro di Pardes Katz per i
bambini etiopi di recente immigrazione, al quale sono stati devoluti
gli incassi della serata. Poi è arrivato il momento dello show di Rita,
che ha cantato i suoi pezzi più famosi in ebraico, ma è stata
protagonista anche di un omaggio alla grande tradizione operistica
italiana, sfoderando un piccolo repertorio di arie d’opera. E
ricordando poi la sua origine iraniana (Rita è nata a Teheran, e si è
trasferita in Israele solo a otto anni nel 1970), la cantante ha
invitato sul palco sua madre, duettando con lei in persiano in una
esibizione particolarmente apprezzata. Alla fine Rita ha invitato
il pubblico ad alzarsi in piedi e ballare con lei sulle note delle sue
canzoni, invito accolto con entusiasmo da tutto il teatro. Una
serata piena di emozioni quindi, che non ha fatto rimpiangere il terzo
turno di Champion’s League, le cui partite erano in corso di
svolgimento durante il concerto. Nonostante, nel buio della platea,
qualche cellulare di troppo occhieggiasse, specialmente fra i signori…
Rossella Tercatin
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Sognare
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Come tutte le tarde sere della
sua vita che comincia ad attardarsi, a un quarto a mezzanotte Il Tizio
della Sera è a letto e sta per addormentarsi. Prima di dormire, fa il
solito gioco dell'invenzione in modo di piombare nel sonno. Con la
testa abbandonata sul cuscino, lui lascia andar via i pensieri come se
fossero cavalli rimasti senza briglia. Gira la testa e c'è la pace da
trentanni, la gira ancora ed è una pace dappertutto. Si mette di fianco
e sono finite le guerre-placate le tensioni, ed è un'altra la faccia
del mondo. Si gratta un piede e cerimonie festeggiano il compiuto
ritorno alla pace. Dal buio vede riunioni di reduci dall'Afghanistan,
reduci dalle intifade, reduci dalle guerre in Libano. Fa scrocchiare le
giunture sotto le lenzuola e ci sono convegni di vegliardi che a stento
si ricordano come fosse la Prima Guerra del Golfo. Gira di nuovo la
testa sul cuscino e in una città d'Italia c'è una riunione di vecchi
antisionisti, si soffia il naso e quelli sono in un pub - e questa sì
che è un'idea, e ora si divertirà. Sì sì, proprio bene. Spenge la luce
sul comodino e nel pub c'è la musica di Wagner. Starnutisce perché la
mattina ha preso freddo e i veterani brindano con la birra e la birra
trabocca dai boccali e hanno le gote rosse come in un'illustrazione. Lo
stomaco brontola e gli occhi di quelle carogne brillano di commozione,
e ora gli sfessati si sarebbero dissolti senza sapere che sarebbero
scomparsi perché ora lui si sarebbe addormentato. E ormai sta per
addormentarsi, e uno con la birra si alza in mezzo alla tavolata. E'
fra le teste dei reduci e pronuncia le parole di un brindisi: "A quando
riducemmo la Storia a un colabrodo". E c'è un applauso, e ci sono
fischi di approvazione. Nel buio della camera da letto, Il Tizio della
Sera fa un ruttino e quelli della tavolata si girano per vedere chi è
stato. Si alza un altro veterano con un boccale traboccante in mano, e
vorrebbe brindare, e comincerebbe un brindisi. Da sotto le coperte, il
Tizio fa una pernacchia moderatamente lunga, e nella tavolata si fa
silenzio. Qualcuno di quelli urla: "Chi è stato?" . Altri si alzano in
piedi, e hanno i volti congestionati e allontanano bruscamente la sedia
dal tavolo. Uno con la faccia sfregiata e l'elmetto tira fuori
dall'impermeabile una vecchia pistola tedesca. La punta verso il letto,
preme il grilletto. Il Tizio si sfiora la fronte fa e dalla pistola
esce uno schizzo d'acqua. Lo sfregiato guarda stupito la pistola. Il
Tizio della Sera non conosce mezze misure. "Adesso basta - tuona - a
letto". Dalla tavolata, quelli protestano. "Non abbiamo sonno, è
presto". Mugugnano. "Aspetta un pochino". Il Tizio è irremovibile:
"Ragazzi, a letto e senza discussioni". Il proprietario del pub ha un
lungo grembiale e si mette le mani sui fianchi: "Si chiudeeee". Nel
locale, si fa buio. Prima di addormentarsi, in camera da letto spunta
la voce di uno di loro."Laila tov". Un attore della compagnia dei
sogni. Laila tov, ragazzi. Almeno la notte, come ci si
diverte.
Il
Tizio della Sera
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notizieflash |
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rassegna
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Ehud
Barack: "Priorità alla pace
poi il riconoscimento d'Israele"
Gerusalemme,
21 ottobre |
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Leggi la rassegna |
"Chiedere il riconoscimento
(d'Israele quale Stato ebraico) è importante, ma questa cosa non deve
diventare un ostacolo alla realizzazione dei nostri interessi più
importanti, né deve essere sollevata all'inizio del processo
negoziale", queste le parole del ministro della Difesa israeliano Ehud
Barak, in contrasto con le scelte del premier Benyamin Netanyahu. “E’
difficile dividere la terra - ha ammesso -, ma la nostra leadership
deve essere capace di assumere decisioni coraggiose” nonostante “le
evidenti difficoltà politiche”. »
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Saviano: "Un criminale
al soldo dei
sionisti"
Yasha Reibman, Tempi, 21 ottobre 2010
Negazionismo
Mario Pirani, la Repubblica,
21 ottobre 2010
Il
nuovo Piperno, giallo familiare
Alessandro Piperno, il Corriere della Sera,
21 ottobre 2010
Treblinka,
rivolta contro l'orrore
Stajano Corrado, il Corriere della Sera,
21 ottobre 2010
Margherita Sarfatti - L'intellettuale
che
creò e distrusse il mito
Mussolini
MSK, Libero, 21 ottobre 2010
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