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26 ottobre
2010 - 18 Cheshvan 5771 |
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Roberto
Della Rocca,
rabbino
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Si sta
svolgendo in queste ore a Firenze il Forum dei presidi e dei direttori
delle Scuole ebraiche operanti in Italia. Una sorta di think tank
coordinato dal Centro pedagogico del Dec nel quale si ragiona, ormai da
quatttro anni con la guida esperta di Daniel Segre, sui temi più
spinosi e sulle dinamiche che si sviluppano nelle nostre principali
agenzie educative. Alla grave crisi - e non solo ebraica - che da tempo
aggredisce i due principali vettori dell'educazione che da sempre sono
la famiglia e la scuola, nelle nostre comunità, si fa sempre più
evidente un altro problema, la carenza di modelli da emulare. Quali
Maestri da assumere a modello, a cui ispirare il proprio studio e
soprattutto la propria azione? Quanto tempo si dedica alla formazione
degli studenti, alla loro conoscenza, al dialogo formativo con loro?
Quanti sono i Maestri che cercano e che non si fanno cercare e troppo
spesso inutilmente? Dovremmo evitare di puntare troppo il dito sui
nostri discepoli e preoccuparci, viceversa, di formare Maestri che si
rapportano agli altri con la parola calda e viva, e soprattutto che non
si comportino in modo del tutto opposto a ciò che
insegnano.
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Vittorio
Dan
Segre,
pensionato
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Amico era in passato colui cui si poteva senza giustificazioni
confessare di essere andato con una prostituta. Oggi quello a cui si
può confidare senza spiegazioni di credere in Dio.
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Dossier - I falsi dell'odio
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Scienza,
nazionalismi e un tocco esoterico
Così
divampa il mito malato della razza
Il filo del pregiudizio
attraversa i secoli. Pesca dalle scienze naturali e dal nazionalismo.
Non disdegna un tocco esoterico e apprezza sempre la vecchia teoria del
complotto. È quest’intreccio a generare l’ideologia antisemita d’epoca
fascista in una particolare declinazione, che si rivelerà micidiale, in
cui la biologia si unisce all’esoterismo incanalandosi lungo l’alveo
delle teorie cospirazioniste veicolate dai Protocolli dei savi di Sion.
A rintracciare gli argomenti del razzismo italiano ne La difesa della
razza, la rivista pubblicata sotto l’egida del ministero della Cultura
fra il 1938 e il 1943 è Valentina Pisanty, semiologa e ricercatrice
all’università di Bergamo dove insegna filosofia del linguaggio e
semiotica del testo che nel libro La difesa della razza: antologia 1938
- 1943 (Bompiani 2006) propone, attraverso l’analisi dei testi
pubblicati dal periodico, una riflessione storica, culturale e sociale
sul razzismo italiano.
Professoressa
Pisanty, quali sono i leit motiv antisemiti che emergono dalla rivista
La difesa della razza?
Bisogna tener conto dei rapporti complessi tra il razzismo storico e
l’antisemitismo, che si inserisce in una mentalità razzista diffusa.
Nell’epoca della Difesa della razza in Italia si ritrovano
essenzialmente tre filoni: il razzismo biologico, quello nazionalista e
quello esoterico, nel dopoguerra più diffuso sotterraneamente. Il
razzismo biologico, che ha tra i suoi esponenti Giorgio Almirante e i
cosiddetti scienziati razzisti, è dominante in epoca fascista,
soprattutto quando l’Italia adotta politiche ispirate a quelle tedesche
ed è una forma che riaffiora continuamente come visione delle razze
fondate biologicamente e immodificabili. La forma del nazionalrazzismo,
allora sostenuta dalla Chiesa, è quella che ritroviamo tutt’ora
applicata a gruppi minoritari ed è l’idea di un’identità fondata in una
cultura diversa, fissa, sclerotizzata: quasi una seconda natura che
esclude la possibilità d’integrazione. È un approccio che non si
applica tanto agli ebrei quanto a gruppi come i rom. Il filone oggi più
interessante, all’epoca minoritario, faceva capo a Julius Evola e
aggancia l’idea di razza a uno sfuggente substrato mistico che ritiene
vi sia una disposizione ad agire in determinati modi innata, anche se
non agganciata a geni e biologia ma a essenza spirituale. Nel caso
degli ebrei lo spirito atavico li indurrebbe a cospirare contro
l’ordine precostituito e perseguire potere mondiale. Quest’idea della
cospirazione sotterranea è applicata preferenzialmente agli ebrei dai
Protocolli dei savi di Sion in poi.
Per quale
motivo?
Non avendo un territorio loro gli ebrei erano sparsi in tutt’Europa. La
rete delle relazioni era dunque transazionale ed era sufficientemente
inquietante per chi non abituato a questo tipo di contatti. Durante le
persecuzioni, poi, le strategie di sopravvivenza spesso chiamavano in
causa parenti e amici fuori del paese di residenza. A questi dati
oggettivi si sommano ragioni di tipo mitico. Ad esempio il discorso del
capro espiatorio, della minoranza priva di diritti a cui si
attribuiscono colpe per distrarre l’attenzione da problemi reali. C’è
anche una sorta d’invidia che da secoli circonda le comunità ebraiche
in base a una distorta lettura del principio di elezione. Il popolo del
libro, che sosterrebbe di avere un principio d’alleanza con il Signore
e che in forza delle persecuzioni mantiene un principio d’identità e
non subisce il ricatto di un’assimilazione forzata, finisce per
risvegliare l’ostilità di chi non capisce perché questo avviene.
E’ una
visione della storia che ha tratti vagamente paranoici.
I teorici della cospirazione, come i revisionisti oggi, hanno in
effetti una tendenza un po’ paranoide per cui interpretano la storia e
il presente come percorsi da regia occulta che manipola il corso degli
eventi. La chiave del complotto è semplificatoria in una realtà che si
fa sempre più complessa, evita di entrare nei dettagli e assumere
responsabilità.
In che modo
queste correnti si rispecchiano nella rivista che fu portavoce del
fascismo italiano?
Lottano fra loro e fanno capo a diversi gruppi tra cui la
contrapposizione è fortissima, tanto che a un certo punto c’è un vero
scontro tra Evola e Almirante per ottenere i favori del duce. Nella
realtà le diverse visioni possono però intrecciarsi e collaborare.
Qual è il
filone più pericoloso?
Ciascuno dei tre ha dimostrato di essere perfettamente in grado di
giungere alle estreme conseguenze. Il razzismo nazionalista, se tenuto
sotto controllo, corrisponde alle tendenze che tutt’ora ritroviamo e
non esclude a priori che un individuo possa nelle generazioni
assimilarsi. Ciò non lo rende meno peggiore ma offre una chance in più
del razzismo biologico che esclude qualsiasi forma d’integrazione. La
combinazione tra quest’ultimo e il razzismo esoterico ha invece
portato, finora, all’esito storico più drammatico. Il che non esclude
che altre mescolanze non possano rivelarsi altrettanto pericolose.
Qual è il
rischio principale insito nel razzismo biologico?
Ciò che va combattuto è l’idea che i gruppi umani siano caratterizzati
da attributi considerati come immodificabili anche quando sono
positivi. Anche dire che gli ebrei sono molto intelligenti è una forma
di razzismo. Va infatti rifiutata ogni generalizzazione, anche se
proposta in forma leggera o conversazionale, sia che si basi su
presupposti biologici, nazionali e culturali. Generalizzare significa
prevedere i comportamenti degli individui sulla base della loro
appartenenza appiattendone così le individualità. Quando accade siamo
già oltre il confine del pericolo. Se poi un governo, anziché tamponare
in modo responsabile le forme di xenofobia e spiegare le cavalca per
suoi obiettivi politici siamo al razzismo di stato e sappiamo cosa può
accadere.
Veniamo
all’oggi: cosa resta dei pregiudizi antisemiti maturati nel secolo
scorso?
Il negazionismo, che non si regge senza la teoria del complotto. La sua
tesi è infatti che la Shoah non sarebbe mai avvenuta ma sarebbe una
colossale opera di falsificazione attraverso una regia occulta delle
fonti che attestano lo sterminio ebraico. Forse oggi il negazionismo è
la forma più diffusa del cospirazionismo applicato a ebrei. Alla fine
degli anni Settanta e Novanta era molto diffuso in Italia ma è poi
tornato ai margini per trasferirsi nei paesi arabi dove non esisteva
prima che autori europei e statunitensi sentendosi perseguitati in
patria ce lo portassero negli anni Novanta. Il caso più vistoso è
quello di Romain Garaudy che si converte all’Islam e collega
l’antisionismo al negazionismo provocando in Francia uno scandalo
mediatico. Fino ad allora la Shoah era considerata nel mondo arabo una
questione relativa al mondo occidentale: il pensiero diffuso era che
fosse ingiusto scaricare sul Medio Oriente un problema un problema
dell’Occidente.
I Protocolli dei savi di Sion oggi si sono diffusi nel mondo arabo e
anche lì continua a provocare sentimenti d’antisemitismo. Sembrano
un’opera inossidabile al trascorrere del tempo e delle latitudini.
Il meccanismo retorico che ne è alla base è piuttosto elementare.
Quando si vuole delegittimare il nemico e farlo apparire tentacolare e
inaffidabile gli si attribuisce una duplicità. La cosa che colpisce
nelle varie rappresentazioni antisemite è la contradditorietà dello
stereotipo che vede l’ebreo come comunista e capitalista, guerrafondaio
e imbelle, attributi risolti con l’idea dell’ebreo levantino, doppio e
finto. La doppiezza alla fine è individuata non nella contraddizione
del razzista ma nell’ebreo stesso.
In che modo
il pregiudizio razzista si sviluppa oggi in Occidente?
Una volta in Europa gli ebrei erano gli unici immigrati. Il tipo di
razzismo applicato agli altri era di tipo coloniale (l’altro è
inferiore per cui lo conquisto) mentre verso gli ebrei mirava
all’esclusione. Il problema è che oggi si sfruttano persone che stanno
in casa nostra per cui le modalità razziste si sono intrecciate. Adesso
l’immigrato è al tempo stesso materia di sfruttamento e minaccia alla
propria cultura. È molto contradditorio perché si vorrebbe al tempo
stesso sfruttare e allontanare. Ci sono motivi di grave preoccupazione,
ad esempio nei confronti dei rom che essendo il più indifeso dei gruppi
e il meno utile dal punto di vista produttivo è sempre pronto a fungere
da capro espiatorio. Ma non si deve trascurare un altro fenomeno per
cui di tanto in tanto vengono isolati come pericolosi gruppi specifici
e poi reintegrati. Pensiamo a quanto accaduto in anni recenti con gli
albanesi o con i rumeni.
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Qui Firenze - Giovani a confronto con il rav
Carucci Viterbi
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Ripartono le attività del
Centro Giovanile Ebraico di Firenze. Dopo le elezioni per il rinnovo
del Consiglio di fine settembre e la festa inaugurale svoltasi la
scorsa settimana, è iniziato ieri sera il ciclo di incontri Temp(l)i
Moderni, che già dal titolo lascia intendere il filone di confronto tra
tradizione e modernità che verrà seguito nel proseguo degli
appuntamenti. Primo ospite del nuovo anno sociale del CGEF è stato il
rav Benedetto Carucci Viterbi, che davanti a un pubblico composto da
molti giovani e da alcuni “giovani dentro” (l’incontro era aperto a
tutti gli iscritti alla Comunità) è intervenuto sul tema Uomini e
donne: cosa dice veramente la Torà? E cosa fanno veramente gli ebrei?
Partendo dal modello archetipico delle tre coppie patriarcali, Abramo e
Sara (unione fondata sull’amore e sul rispetto), Isacco e Rebecca
(matrimonio come presupposto dell’amore), Giacobbe e Rachele (amore
come presupposto del matrimonio), il rav Carucci Viterbi ha gettato le
basi per un confronto con i presenti che si è protratto per alcune ore,
andando a toccare temi delicati e attuali come omosessualità ed
ebraismo, rapporti sessuali extramatrimoniali e contraccezione. Nel
corso della serata, tra una domanda e l’altra, il rav ha invitato ad
attingere dagli insegnamenti della Torah per trovare una risposta a
molti quesiti della contemporaneità, spiegando come l’approccio più
adatto per interpretare e lasciarsi conquistare dal testo sacro sia
quello di leggerlo come farebbe un bambino, leggerlo quindi
“immaginando di non sapere come va a finire”. Organizzato dal CGEF in
collaborazione con il dipartimento Educazione e Cultura dell’UCEI,
l’incontro col rav Carucci Viterbi verrà seguito nelle prossime
settimane da una serie di appuntamenti, alcuni già definiti altri
ancora da calendarizzare, in cui si affronteranno molti temi dei nostri
tempi declinati dal punto di vista ebraico. In programma per il mese di
novembre la ripresa delle attività di cineforum, un dibattito libero su
un argomento che verrà estratto a sorte tra quelli inseriti nello
“scatolone delle idee” e una visita al Beth HaKnesset fiorentino alla
scoperta di alcuni dettagli e curiosità che non è facile cogliere senza
la guida esperta di un addetto ai lavori.
Adam Smulevich
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Qui Milano - A Tempio aperto
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Galleria Vittorio Emanuele,
uno dei luoghi simboli del capoluogo lombardo. Ogni giorno migliaia di
persone, milanesi e turisti da tutto il mondo, transitano per
l’Ottagono dove i due rami della galleria si incrociano. E lì, attratti
dalle sfavillanti vetrine dello shopping milanese, dimenticano di
alzare lo sguardo. Verso un piccolo tesoro della città e dell’ebraismo
italiano che aspetta al primo piano di uno dei palazzi, la sinagoga
Beth Shlomo.
Proprio con l’intento di far riscoprire una storia fondamentale del
dopoguerra, è stato studiato il ciclo di incontri “A tempio aperto”,
promosso dall’Associazione Amici di Israele e dallo stesso Beth Shlomo
per accogliere la cittadinanza dentro quelle finestre su cui campeggia
la menorah, il candelabro ebraico. Accoglierla e offrire spunti di
riflessione sulla cultura ebraica in tanti suoi risvolti, dalla
filosofia alla narrativa, dallo spettacolo all’umorismo.
Una volta al mese dunque le porte della sinagoga più centrale di Milano
si spalancheranno, a partire da martedì 26 ottobre alle 20.15, quando
interverrà, come ospite d’eccezione, il filosofo Massimo Cacciari,
autore del libro “Io sono il Signore Dio tuo”, che discuterà il tema
del Primo Comandamento insieme a Massimo Giuliani, docente di pensiero
ebraico all’Università di Trento. A moderare il dibattito sarà Davide
Romano, giornalista e segretario generale dell’Adi, nonché curatore del
ciclo “A tempio aperto”.
Negli anni Trenta, con l’avvento di Hitler in Germania e con le
conquiste naziste in mezza Europa, furono molti gli ebrei che trovarono
rifugio in Italia. All’inizio della guerra oltre 1600 ebrei stranieri o
apolidi furono internati nel campo di concentramento di Ferramonti, in
Calabria. Nel campo i prigionieri mantennero un tenore di vita discreto
e riuscirono a condurre un’esistenza ebraica, costituendo una scuola,
un asilo, e soprattutto, una sinagoga. Quando Ferramonti fu liberato
dagli Alleati nel 1943, molti dei prigionieri seguirono la Brigata
ebraica dell’esercito britannico, combattendo al suo fianco nella
conquista della penisola fino a Milano. Proprio a Milano nell’estate
del 1945 fu assegnato alla Comunità ebraica palazzo Odescalchi in via
Unione 5, dove transitarono clandestinamente migliaia di rifugiati
ebrei per poi immigrare in Palestina. In due stanze all'interno
dell'edificio i rifugiati fondarono un Beth Hamidrash (Casa di Studio)
che prese il nome di She'erit Haplita' (il resto dei sopravvissuti) in
ricordo della sua tragica storia. Furono utilizzati gli arredi e i
libri di studio della sinagoga di Ferramonti, nel frattempo trasferita
a Milano dall'Esercito Inglese. Quando pochi anni dopo via Unione 5
chiuse i battenti per divenire sede della Questura, la Sinagoga
continuò a funzionare grazie ad alcuni sopravvissuti che decisero di
rimanere a vivere in città, trasferendosi in un locale vicino,
ma conservando gli stessi arredi utilizzati in via Unione, le
stesse sedie su cui sono ancora impressi i nomi dei primi
frequentatori. Durante gli anni il Beth Hamidrash fu rinominato diverse
volte in memoria di alcuni suoi sostenitori sino all'attuale nome in
ricordo di Sally ( Shlomo ) Mayer. Il Beth Shlomo dunque, con i suoi
arredi provenienti da Ferramonti e da quel primo nucleo storico di via
Unione, rappresenta un luogo di inestimabile valore storico, per
Milano, per la Comunità ebraica, per lo Stato d’Israele. Un luogo che
ora rischia di scomparire per mancanza di fondi, nonostante si stia
cercando un accordo con le autorità cittadine perché riconoscano la sua
valenza a presidio della Memoria. “Nel momento in cui abbiamo saputo
che il Beth Shlomo rischiava lo sfratto, ci siamo offerti di dare una
mano per far conoscere questa meravigliosa sinagoga alla città e agli
stessi ebrei milanesi - conclude Davide Romano - perché ha un enorme
potenziale, ed è molto bella l’idea che venga aperta alla città, come
centro di divulgazione di cultura ebraica”.
Rossella
Tercatin
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E’ antisemita il
documento del sinodo sul Medio Oriente?
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Non sono un vaticanista. Mi
occupo di storia, di antisemitismo, di rapporti fra Santa Sede ed
Israele. Non sono in grado, di conseguenza, di fare una esegesi
teologica, filosofica, linguistica del documento approvato dal sinodo
dei vescovi, ma sono in grado di inquadrarlo e di esprimere una mia
opinione al riguardo.
Il concetto basilare della separazione degli ebrei dal “corpo sano” dei
cristiani in Europa, poi degenerato nelle note persecuzioni, ha avuto
la sua originaria applicazione fin dai primissimi secoli dell’era
cristiana, si è istituzionalizzato attraverso l’ invenzione del ghetto,
ed ha trovato il suo culmine proprio con papa Pio XII nella piena
adesione ai principi ispiratori delle leggi antiebraiche del 1938, a
tal punto che quando Badoglio alla fine del 1943 pensò di abolirle il
papa inviò in missione padre Tacchi Venturi per scongiurare questa
decisione.
Parallelamente e basandosi sulla medesima concezione dei rapporti fra
mondo cattolico e mondo ebraico, la Santa Sede contrastò il sionismo e
la creazione di una patria degli ebrei (in Palestina soprattutto,
essendo quella la “Terra Santa” che fin dalle Crociate doveva essere il
dominio incontrastato della Chiesa). Il mancato riconoscimento
diplomatico dello Stato d’Israele non fu che l’appendice politica di
questa impostazione teologica.
Ugualmente ambiguo fu il salvataggio di molti ebrei (non certamente
10.000, un quarto degli ebrei italiani!) da parte di istituzioni
ecclesiastiche: salviamo le persone, ma non accettiamo la loro fede.
Quanti di questi “salvataggi” furono finalizzati alla conversione dei
salvati? Ricordiamo le direttive papali che suggerivano la conversione
dei bambini ebrei affidati ai cattolici dalle loro famiglie, una
rivelazione che destò scandalo pochissimi anni fa ma che è confermata
da quanto realmente avvenne.
E infine, pur motivato con la volontà di avversare il comunismo, vi fu
l’aiuto fornito dalla Santa Sede ai nazisti in fuga dopo la sconfitta
della Germania, un aiuto massiccio ed indiscriminato che consentì a
molti criminali e responsabili di stragi di sottrarsi alla giustizia.
Questo è un sintetico quadro storico-politico che dovrebbe aiutarci a
trovare una chiave di lettura seria e ponderata del documento del
sinodo dei vescovi sul Medio Oriente. Il documento stesso, tuttavia,
non è facile da decifrare a causa della vaghezza di alcune
affermazioni: una vaghezza voluta, per lasciare aperta una via di fuga
dalle prevedibili accuse che puntualmente arrivano da parte israeliana
ed ebraica.
Vorrei pertanto sottolineare alcuni passi significativi dei
“Lineamenta”, il lavoro preparatorio del sinodo redatto da una
commissione di 7 patriarchi, 2 presidenti di conferenze episcopali e 4
capi dei dicasteri della Curia romana, che ne traccia con meticolosità
le argomentazioni.
Nella prefazione l’arcivescovo Eteroviç afferma che il Medio Oriente,
tutto il Medio Oriente, è “la patria” dei cristiani. Una affermazione
che, accoppiata a quella emersa nella conferenza stampa di
presentazione dei lavori del sinodo, in cui si nega qualsiasi legame
degli ebrei con la Palestina, diventa un accostamento audace non meno
della tesi della sostituzione per la quale – anche questo è stato detto
in tale occasione - Dio avrebbe revocato il suo patto col popolo
ebraico per siglarne uno nuovo coi cristiani.
Al paragrafo 67 del punto C il documento riconosce che “è essenziale
distinguere bene i piani politico e teologico” “per evitare che le
ideologie politiche arrivino ad intaccare” il “legame religioso
esistente tra Giudaismo e Cristianesimo”, ma ciò malgrado questo
documento si avventura in giudizi politici a dir poco contestabili.
L’accesso ai Luoghi Santi “condizionato da permessi militari”, le
“teologie cristiane fondamentaliste” che giustificano “basandosi sulle
Sacre Scritture l’occupazione della Palestina da parte di Israele”,
l’occupazione dei Territori Palestinesi (si noti la differenza con la
precedente accezione di “Palestina”) che è causa dell’ostilità tra il
mondo arabo ed Israele sono passaggi chiave. Ma di una assoluta gravità
è la successiva affermazione al paragrafo 75 del punto E, poi ripetuta
al paragrafo 77, che “la soluzione dei conflitti è nelle mani del Paese
forte che occupa un Paese o gli impone la guerra. La violenza è nelle
mani del forte ma anche del debole,che, per liberarsi, può ugualmente
ricorrere alla violenza a portata di mano”; è compito del buon
cristiano dire la verità ai “forti che opprimono”. Dulcis in fundo, al
conclusivo paragrafo 86 si afferma che “in Medio Oriente esistono
diversi conflitti nati a partire dal focolaio principale che è il
conflitto israelo-palestinese”.
Con parole diverse: in Medio Oriente regnerebbero la pace e la
fraternità se Israele non opprimesse con una ingiusta occupazione la
Palestina. Il terrorismo è un’arma di difesa dei “deboli” contro “la
violenza dei forti”. Il mondo arabo è innocente rispetto a quanto
avviene in quella regione.
E meno male che, come afferma il documento, “è essenziale distinguere
bene i piani politico e teologico”! Se no, cosa avrebbe scritto un
sinodo teologicamente motivato come questo?
Ad onor del vero, una cauta critica nei confronti dell’islam c’è. Nel
mondo islamico i cristiani sono dei non-cittadini in quanto non sono
ammesse religioni diverse da quella musulmana (paragrafo 68); inoltre,
a causa di ciò, l’Islam ha come nemico primo “la modernità” e non
distinguendo fra religione e stato esclude e disconosce la libertà
religiosa e quella di coscienza (paragrafo 84). Ma si tratta di una
critica che si appoggia ad argomentazioni teologiche, non politiche. Da
un punto di vista strettamente politico, per non turbare i rapporti fra
Cristianesimo ed Islam (parafrasando quanto affermato in precedenza sui
rapporti fra Ebraismo e Cristianesimo) il mondo arabo è innocente, anzi
è vittima.
Federico
Steinhaus, Consigliere dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane
(da
Informazione Corretta)
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Dal sinodo un calcio ad
anni di dialogo con gli ebrei
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Per misurare la gravità di
quanto è accaduto nel sinodo dei Vescovi sul medio oriente è
sufficiente un parallelismo storico. Come si comportò la "chiesa del
silenzio" sotto i regimi comunisti che praticavano l'ateismo di stato e
reprimevano la libertà religiosa? Tentò di ingraziarseli emettendo
proclami "anti-imperialisti" nella speranza di ottenere temporanei
vantaggi? Non lo fece, si comportò in modo dignitoso e moralmente
ineccepibile. Oggi, i vescovi cristiani dei paesi islamici hanno
taciuto della tragica realtà in cui vivono i loro fedeli, sottoposti a
persecuzioni, in drammatica diminuzione numerica e privi di libertà
religiosa. Hanno trovato forza solo per condannare Israele. Soltanto il
vescovo libanese Rabula Antoine Beyluni ha osato dire la verità. Ma la
triste immagine di una chiesa che tace delle persecuzioni cui è
soggetta non dice tutto delle conclusioni del sinodo. Colpisce l'elenco
puntiglioso delle colpe di Israele senza alcun riferimento a quelle
altrui; senza neppure trovare il coraggio di chiedere la liberazione di
Gilad Shalit, un gesto umanitario che sarebbe stato il minimo per dei
religiosi. Colpisce il calore con cui ci si è rivolti ai "fratelli"
musulmani, da cui soltanto qualche "squilibrio" e "malinteso" divide, e
la freddezza riservata agli ebrei, con cui esiste un "conflitto
politico". Si, è vero, si è richiamata la "Nostra Aetate" e il dialogo,
ma per concludere con una pesante sentenza: "Non è permesso ricorrere a
posizioni teologiche bibliche per farne strumento a giustificazione
delle ingiustizie". Grossolana gaffe invero, perché il più famoso
ricorso a posizioni teologiche bibliche per giustificare secoli di
persecuzioni fu l'accusa di deicidio e l'arsenale dell'antigiudaismo
cristiano. Un arsenale che gli ultimi due Papi hanno tentato di
smantellare. Con scarso successo, a quanto pare, vista
l'interpretazione che della frase ha dato l'arcivescovo greco-melkita
Cyrille Salim Bustros: "Per noi cristiani non si può più parlare di
Terra Promessa al popolo giudeo". Difatti, "la Terra Promessa è stata
abolita dalla presenza di Cristo che ha stabilito il regno di Dio", il
Nuovo Testamento ha sostituito il "Vecchio" e "non vi è più un popolo
scelto". La svolta che ha segnato, dopo secoli, un nuovo rapporto tra
ebrei e cattolici è stato proprio l'abbandono della "teologia della
sostituzione" - che era il fondamento dell'antigiudaismo cristiano -
secondo cui l'elezione di Israele è stata revocata e sostituita con
quella conferita all'Ecclesia cristiana. Giovanni Paolo II disse che
"chi incontra Gesù, incontra l'ebraismo". Benedetto XVI ricordò, circa
l'elezione ebraica, che "i doni di Dio sono irrevocabili". Significa
che il cristiano ha il diritto di affermare la verità e anche la
superiorità della propria fede, ma deve considerarla come parte di
un'unica rivelazione.
Si dirà che quel vescovo esprimeva un parere personale. Ma, trattandosi
del presidente della commissione che ha redatto le conclusioni, non era
uno che passava di là per caso e le sue tesi hanno avuto larga eco in
un dibattito disseminato di parole spiacevoli. Quindi, la mancanza di
una messa a punto è molto grave. Costui ha anche affermato che "sono
stati portati 4,5 milioni di ebrei e si sono cacciati 3-4 milioni di
palestinesi dalle loro terre in cui avevano vissuto per 1400-1600
anni". A parte la menzogna storica, lascia attoniti la sfrontatezza
morale: mentre si rinnovano i fasti della teologia che giustificò la
reclusione degli ebrei nella "mura" dei ghetti e la "pulizia" della
Spagna con la "cacciata" degli ebrei nel 1492, si osa parlare di
"cacciate", di "muri", di "reclusione" e di "pulizia etnica". In questi
anni difficili c'è chi ha lavorato per avvelenare i rapporti
ebraico-cristiani. Altri hanno tentato in tutti i modi di svilupparli
positivamente a dispetto di tanti ostacoli. Oggi hanno vinto i primi.
E' da augurarsi che in questa vicenda non abbia giocato una stima del
debole peso dell'ebraismo, una piuma di fronte all'islam. Un simile
calcolo sarebbe oltre che cinico, irragionevole. Un cattolico dovrebbe
chiedersi se un calcio ai rapporti ebraico-cristiani valga il piatto di
lenticchie di un'improbabile benevolenza. Ma soprattutto dovrebbe
meditare sulle parole di Ratzinger: "Un congedo dei cristiani
dall'Antico Testamento avrebbe come conseguenza di dissolvere lo stesso
cristianesimo".
Giorgio
Israel
(Da
Il Foglio, 25 ottobre 2010)
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Fedeltà e giuramenti |
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Nelle scorse settimane si è
discusso a lungo sull’opportunità del giuramento di cittadinanza votato
dal governo Netanyahu: secondo la nuova formula per diventare cittadini
ci si dovrà dichiarare fedeli allo stato «ebraico e democratico». La
novità consiste naturalmente nell’esplicita menzione della matrice
religiosa, che alcuni - i ministri laburisti che hanno dissentito dalla
maggioranza dei loro colleghi - hanno letto come una provocazione nei
confronti dei cittadini arabi-israeliani. Chiaramente non ci sono
problemi per gli ebrei che usufruiscono della legge del ritorno in
virtù della loro appartenenza religiosa (seppur basata sul principio di
sangue e non sull’halachà, la legge ebraica).
La questione è evidentemente delicata, e il dibattito in Israele
incredibilmente acceso. L’idea di definirsi in base alla religione può
essere letta come una conseguenza naturale del sionismo, che aspirava a
una patria ebraica, oppure come la sua più compiuta negazione, in
quanto i pionieri dello stato d’Israele erano in gran parte laici - di
destra e di sinistra - e corroboravano la propria epopea con un afflato
nazionalista. Ma se si trattasse soltanto di una controversia culturale
non se ne sarebbe parlato così a lungo.
Il problema è chiaramente politico, e incide su paure profonde di
israeliani e palestinesi: per i primi il timore di perdere la
maggioranza all’interno dello stato d’Israele (senza i Territori) a
causa dell’esplosione demografica degli arabi-israeliani; per gli altri
la sensazione di essere sempre più considerati cittadini di serie B,
con minori diritti. Entrambe le paure hanno dei fondamenti di verità.
Dal punto di vista degli israeliani l’unica soluzione per evitare di
trovarsi in minoranza in casa propria è quella di trovare un accordo
territoriale con i palestinesi e separarsi dagli arabi di Gaza e della
Cisgiordania: come ricorda Sergio Della Pergola l’Israele del futuro
non potrà essere grande, democratico ed ebraico, ma dovrà rinunciare a
una delle tre caratteristiche.
Per questo il giuramento è un errore politico, che sparge solamente
sale su ferite sanguinanti. Se vogliamo che Israele rimanga - come io
vorrei! - uno stato ebraico e democratico, il primo passo da compiere è
fare la pace, non ribadire ciò che, fortunatamente, per adesso già è.
Tobia
Zevi, Associazione Hans Jonas
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Tsad
Kadima: a Beersheva
un nuovo centro educativo
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Sarà inaugurato il 28
ottobre il nuovo centro educativo di Beersheva,
risultato di un progetto realizzato dall'associazione Tsad Kadima che
comprenderà 6 classi di asilo e asilo nido per bambini provenienti da
tutte le popolazioni che abitano la zona del sud di Israele (comprese
città in via di sviluppo e tendopoli beduine del deserto). »
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“Troncare e sopire, sopire e
troncare” e procedere sulla strada segnata. Manzoni conosceva bene il
clero e sapeva quale fosse la sua reazione di fronte alle crisi. E
infatti alla reazione indignata della comunità ebraica e di Israele
allo svolgimento unilaterale e insultante del sinodo vaticano sul Medio
Oriente risponde una decina di pezzi ispirati dal Vaticano, che dicono
che non è successo niente, che si meravigliano della reazione
israeliana, senza smentire né cambiare una virgola dell’attacco a
Israele, al diritto degli ebrei di interpretare la Torah, alla
definizione stessa del popolo ebraico. »
Ugo Volli
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