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12 gennaio 2011 - 7 Shevat 5771
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benedetto carucci viterbi Benedetto Carucci Viterbi,
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Rabbi Menachem Mendel di Kotzk disse una volta alla sua comunità: "Che cosa desidero da voi? Tre cose soltanto: non sbirciare fuori di sé, non sbirciare dentro agli altri, non presumere di sé"
Vittorio Dan
Segre,
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vittorio dan segre


Non conviene perdere tempo invidiando. Abbiamo tutto ciò di cui abbiamo bisogno.
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davar
Qui Roma - Pietre d'inciampo: i nomi, la Memoria 
pietre d'inciampo"Questa è la casa della mia infanzia e queste erano persone che a casa mia non si poteva neanche nominare tanto il loro ricordo procurava dolore ai miei genitori, con queste pietre d'inciampo mi è sembrato di averle riportate a casa" ha detto Sira Fatucci subito dopo che le pietre d'inciampo che ricordavano alcuni membri della sua famiglia  Angelo e Attilio Fatucci, appunto, Teresa  Campagnano e Cesira Della Torre, sono state poste sul Lungotevere Sanzio a Roma, uno dei luoghi che fra oggi e domani vedranno la posa  di 54 nuove pietre d'inciampo, 48 delle quali nel Primo municipio, mentre  le rimanenti in altri quattro municipi di Roma,

pietre d'inciampoil secondo, il terzo, l'undicesimo ed il diciassettesimo, per ricordare, fra itanti,  gli Spizzichino di via Mameli e gli Efrati di via Germanico, i Terracina di via del Tempio, ma anche gli Alatri in via Piemonte e i Bondì Milano in via dei Querceti. Intere famiglie spazzate via durante la furia nazista che oggi ritrovano un segno, un nome proprio lì dove avevano vissuto, grazie alle pietre d'inciampo ideate dall'artista Gunter Demnig che dal 1993 a oggi ha installato ventisettemila pietre d'inciampo in dieci paesi europei.

pietre d'inciampo Il suo lavoro è stato illustrato da Adachiara Zevi, curatrice del progetto, presente questa mattina alla cerimonia in ricordo della famiglia Fatucci insieme al Consigliere Ucei Sandro Di Castro, al presidente del Primo municipio, Orlando Corsetti e ovviamente a Gunter Demnig. L'artista ha posato personalmente i blocchetti di dieci centimetri per dieci rivestiti di ottone sui quali è inciso il nome del deportato i suoi dati anagrafici, la data e luogo di deportazione e, quando nota,  la data di morte nei campi di concentramento.

Il Giorno della Memoria a dieci anni dalla sua istituzione
davar 2Il Palazzo della Cultura ospita questa sera  alle 20.30 un incontro dibattito dal titolo "Una riflessione  sul Giorno della Memoria a 10 anni dalla sua istituzione" cui parteciperanno Furio Colombo, Victor Magiar, Roberto Olla, Leone Paserman, Stefania Buccioli ed Enrico Modigliani. All'argomento Pagine Ebraiche di questo mese dedica un ampio dossier, di cui riportiamo un estratto. (Nell'immagine Felix Nussbaum: “Ritratto di gruppo” 1942 - Berlinische Galerie, Berlino)


Ancora una volta giovedì 27 gennaio l’Italia onorerà il Giorno della Memoria con incontri, mostre, proiezioni e spettacoli. L’undicesima edizione della giornata, istituita con legge dello Stato nel 2000, vedrà la partecipazione delle istituzioni a livello nazionale, regionale e locale e si nutrirà di quel prezioso e capillare lavoro che, da oltre un decennio, vede insegnanti e studenti lavorare al tema della Shoah con ricerche, approfondimenti, incontri con i testimoni e viaggi della Memoria. Non a caso proprio alle scuole è dedicato uno degli appuntamenti centrali della giornata, il concorso nazionale intitolato I giovani raccontano la Memoria, promosso dal ministero dell’Istruzione e della ricerca e dall’UCEI sotto l’Alto patronato del presidente della Repubblica, che vede ogni anno centinaia di bambini e ragazzi cimentarsi con il complesso e delicato tema del ricordo di quanto è stato e dei suoi significati per il futuro. E’ quasi impossibile dare conto delle tantissime manifestazioni che in quest’occasione animeranno il Paese. Come sempre l’appuntamento assumerà a Roma un profilo altamente istituzionale. Ad aprire le celebrazioni sarà, martedì 25, un importante convegno dedicato al tema del falso nell’antisemitismo, organizzato dall’UCEI e dal Comitato di coordinamento interministeriale per il Giorno della Memoria. Nell’incontro si affronterà il ruolo svolto dalle false documentazioni e rappresentazioni nella costruzione del pregiudizio antiebraico e nella sua diffusione in un excursus che dai famigerati Protocolli dei Savi di Sion spazierà fino al web, che oggi rappresenta una delle vie principali di veicolazione del veleno antisemita. Al convegno - di grande attualità anche alla luce del nuovo libro di Umberto Eco, Il cimitero di Praga, che ha riproposto al grande pubblico il tema del falso e dei falsari dell’odio - prendono parte, fra gli altri, la storica Anna Foa; David Meghnagi, direttore del Master di didattica della Shoah all’Università di Roma 3; Milena Santerini, docente di Pedagogia generale all’Università Cattolica; Ernesto De Cristofaro, studioso di storia del diritto dell’Università di Catania e il giornalista Roberto Olla. Il 27 gennaio sarà invece la volta delle commemorazioni ufficiali. Il momento più toccante sarà la premiazione del concorso I giovani raccontano la Shoah, che avverrà alla presenza delle più alte cariche dello Stato. La nona edizione dell’iniziativa, cui partecipano bambini e ragazzi del primo e del secondo ciclo d’istruzione, assume quest’anno un significato particolare alla luce dei 150 anni dell’Unità d’Italia. Il tema proposto alle scuole elementari verte infatti sulla persecuzione che colpì i più piccoli, con un approccio adeguato all’età. Agli studenti delle medie e delle superiori si richiede invece una riflessione più complessa, invitandoli ad approfondire il significato della persecuzione e della perdita di diritti degli ebrei nel quadro più ampio della battaglia risorgimentale e dell’unificazione del Paese che li avevano visti protagonisti e ne avevano sancito l’emancipazione. Sempre a Roma si riproporrà l’esperienza delle Stolpersteiner, le Pietre d’inciampo apposte a ricordo dei deportati davanti alle loro case, in un’iniziativa animata da Adachiara Zevi. Molti gli appuntamenti In programma anche a Milano dove la sera del 26, alla scuola ebraica, la Comunità ebraica e il Dipartimento educazione e cultura UCEI organizzano, in collaborazione con Kesher, l’incontro Riflessioni “in casa” in occasione della Giornata della Memoria - Luoghi della Memoria e Percorsi di identità. Intervengono rav Roberto Della Rocca, direttore del Dec, Sonia Brunetti Luzzati, Haim Baharier, David Bidussa e Michele Sarfatti. Il 27 l’associazione Figli dell’Olocausto proporrà, alla radio e in incontri, le testimonianze di Liliana Segre e Goti Bauer.

Pagine Ebraiche, gennaio 2011

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Viaggio in Italia. Alla scoperta dei luoghi di persecuzione
parole chiareIl carcere di via Tasso a Roma e il campo di Fossoli. La Risiera di San Sabba a Trieste e il campo di Ferramonti. L’Hotel Meina, sul lago Maggiore. Agnone, in provincia di Isernia, luogo di confino politico e l’isola degli Arrusi: San Domino nelle Tremiti dove negli anni del fascismo vennero reclusi gli omosessuali. I siti più emblematici della persecuzione e dello sterminio nazifascista tornano a noi, in tutta loro fisicità, in Parole chiare. Luoghi della memoria in Italia, 1938 – 2010 (Giuntina, 157 pp.). Il libro sarà presentato oggi pomeriggio alle 18 alla Biblioteca Romana, in Piazza dell'Accademia di San Luca.
Nato da un’idea di Lia Tagliacozzo e Sira Fatucci per il Dipartimento informazione e relazioni esterne dell’UCEI diretto da Emanuele Ascarelli e realizzato grazie al Fondo internazionale assistenza alle vittime delle persecuzioni naziste in stato di bisogno, il volume, in libreria a gennaio, propone un lento e appassionato viaggio lungo la penisola nelle parole di sette autori contemporanei. I luoghi dei perseguitati – ebrei, zingari, omosessuali, antifascisti e gente qualunque – sono ritratti in bianco e nero dalle potenti immagini di Luigi Baldelli e raccontati da Fulvio Abbate, Eraldo Affinati, Marco Rossi Doria, Gianfranco Goretti, Ettore Mo, Elena Stancanelli ed Emanuele Trevi. Il risultato è una riflessione che, nella forma del reportage letterario, prende le mosse dall’oggi, dalle figure e dalle situazioni che oggi abitano quei luoghi, per ricostruire le vicende avvenute in quei posti al tempo delle persecuzioni. “La voce flebile che Eraldo Affinati racconta nelle prime righe del contributo a questo libro – scrivono le curatrici Lia Tagliacozzo e Sira Fatucci nella prefazione – chiarisce anche l’intento che ci ha mosse nel pensare e realizzare questo volume. Oggi, spiega la voce ascoltata da Affinati, fiori e alberi crescono nuovamente nei luoghi della persecuzione e dello sterminio”. “Dal canto nostro – proseguono – siamo certe che sia un buon segno: è la vita che nasce di nuovo e si appropria dei luoghi dell’orrore. Siamo certe anche che non tutto possa o debba essere conservato: la vita impone i suoi prezzi e una misura di smemoratezza è, forse, una tassa obbligata. Ma se si lascia che la natura riaffermi il proprio corso senza interrogarci su luoghi tanto segnati non è la vita a vincere ma l’oblio. Non scelta umana, etica, politica, ma il correre distratto degli eventi. Abbandono, non rinascita”.



Sulle tracce di Primo Levi

Fossoli è l’anticamera dell’abisso: il luogo dei congedi definitivi, delle partenze senza ritorno, l’ultimo avamposto di una speranza estrema, poco prima che scompaia del tutto, insieme a quanti ancora la nutrivano. Il giorno del mio arrivo lo splendore del sole all’inizio sembra incongruo, ma con il trascorrere delle ore diventa significativo: sentenzia la vittoria della natura sulla storia, della vita contro la morte. Una voce flebile, ma chiara, sembra risuonare tutto intorno. Chi tende gli orecchi può distinguerla: “Dobbiamo fare in modo che l’erba sui legni non resti vana, alla maniera di un discorso inascoltato; non sia cieca, come le onde che battono sulla scogliera. Altrimenti - lascia intendere questo sussurro misterioso - i fiori e gli alberi cresciuti vicino alle baracche assomiglierebbero al sopruso compiuto al loro interno”. Le giovani guide illustrano le travagliate vicende del famigerato pezzo di terra padana, alla periferia di Carpi. Camminando nei viali in testa ai gruppi in visita, i volontari, spesso giovanissimi, nella tenera dovizia che li contraddistingue, dicono le cose giuste: il campo nasce nel maggio 1942 come carcere per prigionieri di guerra alleati. Funziona così fino all’8 settembre 1943. Dal 5 dicembre, sotto la gestione della Repubblica Sociale, si trasforma in un centro di raccolta per ebrei e oppositori politici. I primi mesi dell’anno successivo entrano in scena le SS tedesche che fondano il campo nuovo. Cominciano ad essere organizzati i convogli delle deportazioni: su quello del 22 febbraio sale Primo Levi. Ascoltiamo tali notizie come se provenissero da una radio scassata: la linea non è buona, il segnale va e viene, spesso s’interrompe, poi riprende. La voce giunge disturbata dal tumulto emotivo. Certe informazioni sono indispensabili e tuttavia a molti di noi paiono ininfluenti. Abbiamo ancora in testa il ricordo indelebile delle prime scene di Se questo è un uomo. L’attacco, formidabile, in cui l’autore rievoca il suo breve soggiorno a Fossoli, vale cento punti secchi nella ruota della vera comprensione, rispetto ai dieci garantiti dagli schemi e dai disegni del campo vecchio (rimasto sotto l’amministrazione repubblichina fino all’inverno del 1944 e quindi chiuso) e di quello nuovo (che, dopo il trasferimento della stazione a Greis, vicino a Bolzano, assumerà l’aspetto di un crocevia temporaneo per lavoratori coatti da inviare nel Reich). Il 19 febbraio era partito, dalla stazione di Carpi, il primo treno diretto a Bergen Belsen. Due giorni dopo nel campo si venne a sapere che un altro carico sarebbe stato fatto nelle ore successive. Bisognava prepararsi per un viaggio di quindici giorni. L’ordine era di tenersi pronti: bambini, vecchi e malati. In seguito a questa drammatica comunicazione, la scansione quotidiana non subì cambiamenti. Tranne piccole, inequivocabili, lancinanti eccezioni. Agli scolari i maestri non assegnarono il compito per il giorno dopo. Le madri prepararono il cibo da portarsi dietro, lavarono i panni e appesero la biancheria infantile ad asciugare sui fili spinati. “E venne la notte, e fu una notte tale, che si conobbe che occhi umani non avrebbero dovuto assistervi e sopravvivere. Tutti sentirono questo: nessuno dei guardiani, né italiani né tedeschi, ebbe animo di venire a vedere che cosa fanno gli uomini quando sanno di dover morire.” La sintassi è strappata. Il dettato prende la forma del singulto. Le lacrime vengono ricacciate in gola. Il testo restituisce come meglio non si potrebbe lo smarrimento, il trauma. Cosa accadde quella notte resta avvolto nel mistero. Il resoconto del giovane chimico si fa secco, avaro, essenziale, ma proprio per questo ancora più evocativo. Bastano poche righe per svelare qualcosa d’innominabile e raccapricciante. “Ognuno si congedò dalla vita nel modo che più gli si addiceva. Alcuni pregarono, altri bevvero oltre misura, altri si inebriarono di nefanda ultima passione" [...]

Eraldo Affinati, Pagine Ebraiche, gennaio 2011

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Leggendaria e le Donne delle Scritture
leggendariaLa rivista Leggendaria dedica un suo numero alle Figure Femminili nella trama patriarcale della Bibbia, si intitola "Donne nelle Scritture" curato da Matilde Passa e Bia Sarasini. Si tratta di uno sguardo femminile sui testi sacri che prende spunto da alcuni libri usciti di recente a cura di teologhe e studiose appartenenti alle varie confessioni religiose o non credenti. Una presentazione della pubblicazione ha luogo oggi a Roma alle 19, alla Libreria Koob a cura anche del centro Pitigliani. Partecipano Ester Di Segni, Giacometta Limentani, Matilde Passa, Bia Sarasini. Coordina Raffaella Di Castro.
Per cortese concessione dell'autrice riprendiamo da questo numero della rivista la recensione di Matilde Passa al libro di Catherine Chalier "Le Matriarche, Sara, Rebecca, Rachele e Lea" edito da La Giuntina .



Sara, Rebecca, Rachele e Lea,la Matriarche, quattro donne, quattro protagoniste dell’elevazione del popolo ebraico. Mogli di Abramo, Isacco, Giacobbe. Tre patriarchi per quattro donne perché Rachele e Lea erano sorelle e questa sorellanza, intessuta di rivalità nelle Scritture, trova nella storia dell’interpretazione ebraica, nei midrash, nella tradizione rabbinica, tante aggiunte da consentire di trasformarla in un rapporto esemplare, di amore e solidarietà. Un esempio di quanto il mondo dell’ebraismo sia capace di ricreare in continuazione la sua storia è il libro “Le Matriarche” di Catherine Chalier, splendidamente tradotto da Orietta Ombrosi che, nella sua nota, arricchisce di profondità un testo già denso di suo. Allieva di Emanuel Lévinas, il filosofo cui appartiene l’idea che “l’etica non è il semplice corollario del religioso, ma è, di per sé, l’elemento nel quale la trascendenza religiosa riceve il suo senso originale”, Chalier rintraccia nei comportamenti delle matriarche un’essenza del femminile che, come dice Lévinas nell’introduzione, “si spinge più in alto” nel senso di “non esistere più in sé, ma essere per l’altro, volere la giustizia –anzitutto il diritto del prossimo – che è amore”.
Indagando nelle vicende di queste donne così complesse, pronte al sacrificio di sé (si veda Sara che rischia di diventare la favorita del faraone per salvare il marito Abramo) ma anche al sotterfugio per imporre la propria volontà (pensiamo a Rachele che inganna il morente Isacco per far benedire Giacobbe al posto di Esaù), attraversando i tanti modi in cui queste storie sono state raccontate nei secoli, Chalier ne estrae una visione talmente salvifica del femminile da lasciarci un compito esaltante ma certamente molto impegnativo: “Sarebbe quindi necessario che il posto di Sara, la giusta, non resti vuoto. A rischio di vedere la vita mortalmente minacciata dal solo dominio della legge della forza cieca, dell’affermazione bruta dell’essere insensibile al rispetto dell’altro e dei suoi diritti. Come se, qualora venisse a mancare uno di questi giusti – di coloro che sanno di essere legati ad altri prima ancora che a se stessi, a lui consacrati – il mondo non potesse che abbandonarsi al culto idolatra della potenza come fine in sé, a quell’abominio che è la beatificazione della legge di natura”.

Matilde Passa

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pilpul
Il dialogo e i sentimenti della gente
Francesco LucreziNel numero di dicembre di Pagine ebraiche, Andrea Yaakov Lattes formula alcune interessanti osservazioni riguardo allo stato dei rapporti tra ebrei e Chiesa Cattolica e alle prospettive del cosiddetto “dialogo ebraico-crstiano”. Dopo avere ricordato alcune posizioni, pesantemente critiche nei confronti degli ebrei, pronunciate, in contesti ufficiali, negli ultimi tempi, da alte autorità ecclesiastiche – compreso il Sommo Pontefice – Lattes segnala, in particolare, le parole del patriarca copto Antonios Naguib, in occasione del recente Sinodo dei vescovi del Medio Oriente, riguardo all’ineluttabilità del carattere missionario del cristianesimo (“essere cristiano vuol dire essere missionario. Non si è cristiani se non si è missionari”), prendendo atto di come esse segnino il definitivo affossamento di decenni di dialogo ebraico-cristiano, perché, “se lo scopo della Chiesa è la ‘missione’, allora non c’è posto per il ‘dialogo’”.
“Di conseguenza – continua Lattes – viene posto un punto interrogativo sull’esistenza e la funzione di tutte le associazioni di amicizia e dialogo ebraico-cristano”, operanti a livello tanto nazionale (SIDIC, SAE, Dialoghi di Camaldoli ecc.) quanto internazionale (International Council of Christians and Jews ecc.), le quali non avrebbero più nessuna ragione di esistere, “a meno che il loro scopo occulto non sia appunto quello di evangelizzare i ‘perfidi giudei’”.
Le considerazioni di Lattes mettono, per così dire, il dito nella piaga, nel momento che evidenziano quello che è un evidente, pesante arretramento della Chiesa Cattolica, a tutti i livelli, rispetto alle conquiste che sembravano raggiunte, col Concilio Vaticano II e nei tre decenni successivi, sul piano del rispetto delle altre fedi, dell’assunzione del principio della libertà di coscienza e di pensiero, dell’accettazione della differenza, dell’amicizia nella diversità, e, infine, del dialogo interreligioso. È purtroppo vero che, di tutte queste conquiste, resta ormai davvero ben poco, come è vero che, se un dialogo ebraico-cristiano ancora esiste, non si capisce bene a cosa esso, nelle intenzioni della Chiesa, possa servire. Che, però, le associazioni di amicizia, nel loro insieme, siano ormai diventate inutili, pare un’esagerazione polemica. Tali organismi, infatti, danno voce, in vario modo, a sentimenti comunque molto diffusi nella base dei fedeli cattolici, la quale, riguardo alla vocazione ‘missionaria’ della Chiesa nei confronti degli ‘infedeli’, non sembra, nella sua grande maggioranza, seguire gli inviti dei vertici ecclesiastici o, almeno, non pare particolarmente interessata al problema. Se, infatti, pregiudizi antiebraici serpeggiano certamente, in vario modo e varia intensità, nell’opinione pubblica cattolica – ma, anche in questo caso, forse meno di quanto non sia riscontrabile nelle alte gerarchie -, è decisamente raro sentir dire, da un “uomo della strada”, che gli ebrei devono “riconoscere Gesù”. Se tale invito (sia pure ‘ridotto’, come si usa oggi dire, “in chiave escatologica”) resta ancora parte integrante del patrimonio teologico della Chiesa, è da ritenere che esso abbia un assai scarso seguito nella coscienza popolare, al pari di alcuni dogmi, quali l’Assunzione in cielo di Maria, l’infallibilità pontificia ecc., di cui nessuno più si cura (per non parlare delle direttive in materia di etica familiare e sessuale).
Insomma, il vertice è probabilmente indietro, su alcune questioni, rispetto ai sentimenti della base. La quale base, però, in forza di una secolare tradizione di rispetto dogmatico, non si pone mai in contraddizione con il magistero ufficiale, limitandosi a non prestare orecchio a interventi ritenuti obsoleti. Non è bene che almeno qualcuno, nell’opinione pubblica cattolica, esprima una sensibilità diversa? E non sarebbe auspicabile che le associazioni di amicizia ebraico-cristiana vedessero crescere il numero dei propri adepti e simpatizzanti, e facessero sentire sempre più forte la loro voce, fino ad essere ascoltate da qualcuno ai “piani alti” della Chiesa?

Francesco Lucrezi, storico

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Lista antisemita - Lerner: " A volte anche gli imbecilli servono"
 
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Il giornalista Gad Lerner ha commentato così la notizia di essere uno dei nomi della lista antisemita comparsa sul forum dell'associazione neonazista 'Storm Front': "Senza alcuna intenzione di chiedere una scorta o altro, colgo l'occasione di notare che a volte anche gli imbecilli servono". Secondo Lerner, l'utilità di questa operazione antisemita sta nel fatto che "a me ricorda come il privilegio mi vincoli al dovere della memoria, a noi ricorda come 70 anni fa in questo paese uno come me non poteva lavorare in tv. Lungi dal fare la vittima - sottolinea Lerner - il ricordarlo aiuta".  
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Nella giornata di oggi i quotidiani iniziano ad accogliere i primi articoli che, avvicinandosi la Giornata della memoria, diventeranno sempre più numerosi e interessanti. Ma se ci si concentra sulla attualità, di sicuro va segnalato quanto troviamo sul Financial Times, scritto da Robert Danin, a lungo capo missione di Tony Blair a Gerusalemme; egli esamina gli indubbi risultati ottenuti dal primo ministro Fayyad, con l’aumento del PIL che sotto il suo governo è stato sempre compreso...  »

Emanuel Segre Amar

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