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4 dicembre 2011 - 8 Kislev 5772
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Benedetto Carucci Viterbi Benedetto
Carucci
Viterbi,
rabbino

Quando preghiamo diciamo: "Poiché tutte le nostre opere buone sono come un niente e i giorni della nostra vita sono vanità alla Tua presenza e la superiorità dell'uomo sulla bestia non c'è, poiché tutto è vanità" (qohelet 3, 19). In che cosa l'uomo è più elevato della bestia? Nel fatto che sa che è un nulla. (rabbi Menachem Mendel di Kotzk)


David
Bidussa,
storico sociale delle idee


David Bidussa
Qualcuno mi ha suggerito che la scena che chiudeva la parashà che abbiamo letto ieri aveva una strana configurazione e che valeva la pena pensarci. Giacobbe che prende tutta la sua famiglia, i suoi averi, tutto il bestiame che possiede e va via dalla casa di Labano “per tornare da Itschaq suo padre in terra di Kena’an”, fugge da una minaccia che avverte incombente non solo su si sé, ma su tutta la sua famiglia, e al contempo si infila nel cono d’ombra di un’altra possibile minaccia, costituita dall’incontro con suo fratello Esav (come puntualmente accadrà nella parashà che leggeremo questa settimana) che non solo non sa come governare, ma nei confronti del quale non sa ancora come comportarsi. Mi sembra che tutto questo non sia altro che una buona metafora della nostra quotidianità. Bisogna affrontare un pericolo per volta e un’emergenza per volta. Non per sprovvedutezza o per superficialità, ma, alla rovescia, per due buone ragioni: 1) per non aver la convinzione di essere padroni del mondo; 2) per non ritenere che l’avversario, o la contrarietà rappresentino solo la negatività. Ogni volta la nuova minaccia ci costringe a riparametrare obiettivi, a trovare delle forme compromissorie per tentare di conseguirli, o almeno di avvicinarvisi e a esercitare la riflessione. Cioè ad essere e a dimostrare di essere vivi. E di non avere un ricettario che ci dà delle risposte. Nella storia chi ha pensato e ha agito in base al principio che “Gott mit uns” non ha mai perseguito progetti di condivisione, né di miglioramento.

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davar
Il ritorno nella terra dei cedri 
Il terzo e ultimo appuntamento del Progetto Meridione per l’anno civile in corso si è svolto a Belvedere Marittimo. Sulla riviera dei cedri, in un albergo inaugurato da pochi mesi, si sono riunite una cinquantina di persone provenienti da numerose città italiane. Qualche giorno di libertà e il convegno ha potuto prendere il respiro adatto a un vero e proprio seminario. All’arrivo, subito la preparazione per uno shabat di grande intensità. Dopo la tefillah e la cena, il professor Dov Maimon, socio anziano del Jewish People Policy Institute, ha tenuto una conferenza sul concetto di kedushah del popolo di Israele e di quanto sia importante oggi per il popolo stesso avere in ogni luogo dei rappresentanti che siano in grado di far capire al mondo circostante la sua reale natura e che possano quindi combattere i pregiudizi. Non va dimenticato che nei luoghi in cui l’ebraismo non è presente con istituzioni strutturate ci sono infatti impostori, che in nome di un presunto e non titolato ebraismo fanno danni alla reputazione dell’intero popolo ebraico. Lo shabat è poi proseguito con il normale programma arricchito da due lezioni sulla parashat hashavua tenute da Sandro Servi (Nehamma Leibowitz sulla parashah) e dallo stesso professor Maimon (la cultura uniforme ai tempi della torre di Babele). A fine shabat Sandro Servi ha tenuto una conferenza sulla formazione della Comunità di Amsterdam (il problema dei conversos, la fondazione di una nuova kehillah, le incisioni di Bernard Picart).
L’indomani, per iniziativa dell’avvocato Cetraro, padrone dell’albergo che ha ospitato il convegno e che ringraziamo per l’accoglienza e per la dedizione a risolvere tutti i problemi legati alla kasherut, ci si è recati all’Accademia del Cedro, distante pochi chilometri dalla sede del seminario. È stata questa l’occasione per i discorsi ufficiali con le autorità politiche della zona, alla presenza del presidente UCEI Renzo Gattegna, del presidente della Comunità ebraica di Napoli Pier Luigi Campagnano e del rabbino capo Scialom Bahbout. Ma è stata anche l’occasione di notare quanto buona sia la reputazione del popolo ebraico in queste terre.
È noto che in questi luoghi vengono coltivati quelli che probabilmente sono i cedri più adatti alla mitzwah del lulav per la loro perfezione. La coltivazione del cedro ha avuto un lungo periodo di crisi fino al momento in cui un consorzio e la Regione Calabria hanno difeso i coltivatori da dinamiche di mercato che deprimevano il settore. È stato grazie alla presenza dei “barbetti” (così sono chiamati i rabbanim che vengono a prendere lì cedri da esportare in tutto il mondo) che il settore ha tenuto. Abbiamo quindi notato un senso di riconoscenza verso il popolo ebraico documentato da una bellissima lapide nel centro di Santa Maria del Cedro. Credo vada reso merito a loro, e in particolare a Rav Moshè Lazar, di aver fatto un’opera importante di kiddush hasem. Si è quindi tenuto il seminario. Si è parlato di fondamenti di una comunità, della storia e delle regole del beth haknesset, delle 39 opere proibite di shabat, della storia della cucina ebraica, delle regole dello shema’ e della ‘amidà. Le lezioni sono state tenute da Rav Bahbout, Sandro Servi, dal maskil Marco Dell’Ariccia e da chi scrive. Da sottolineare come, nonostante il bel posto di mare e una situazione meteorologica più che invitante, pressoché tutti i partecipanti hanno seguito tutte le lezioni del seminario. Il tutto si è concluso con un concerto di Raiz, come al solito molto coinvolgente. A dire il vero l’ultimo atto è stata una intensa riunione nella quale i partecipanti hanno posto le basi di una loro struttura, afferente alla Comunità di Napoli, che avrà come primo compito quello di provvedere alla crescita ebraica degli iscritti. Cosa ci lascia questo primo anno di Progetto Meridione? La risposta non è semplice. Parliamo di numeri innanzi tutto. Fino a pochi anni fa nel mio immaginario, e credo in quello di molti altri, l’ebraismo italiano nel sud si fermava alla comunità di Napoli considerata nella stretta realtà partenopea. Da qualche anno, anche grazie al film Il viaggio di Eti, si è aperto uno squarcio sulla realtà di San Nicandro Garganico come luogo in cui, dopo il fenomeno degli anni 30-40, si è ricreato un gruppo di una trentina di persone che ha recentemente portato a sette conversioni. Ma partendo da lì si è capito che la cosa non si fermava alla realtà pugliese. In questi tre eventi abbiamo incontrato poco meno di un centinaio di persone e siamo a conoscenza che ce ne sono altre che non hanno potuto partecipare. Si tratta di una realtà che non è trascurabile. Tanto per intenderci è confrontabile con i numeri dell’intera Comunità di Napoli. Ovviamente sono piccole realtà dislocate in regioni molto vaste e spesso disaggregate per quanto riguarda la residenza dei singoli. Non è sicuramente facile seguire queste dinamiche da vicino da parte di un ebraismo che per altro ha molti problemi all’interno delle stesse comunità in quanto a keruv rekhoqim (avvicinamento dei lontani): come manhig (guida) del tempio Bet Michael di Roma sono assolutamente consapevole del problema e in prima linea nell’affrontarlo. Quello che però mi ha sorpreso profondamente di questo viaggio nel sud è la consapevolezza e la determinazione della maggioranza delle persone che ho incontrato. La consapevolezza di cosa sia l’ebraismo, e non solo a grandi linee ma anche nei dettagli pratici. La determinazione ad affrontare tutte le difficoltà derivanti dall’essere lontani dai centri organizzati. Tutto questo non è spiegabile in un articolo. Per poter capire questa realtà è fondamentale andare a conoscerla sul posto. Non va poi dimenticato il fatto che esiste l’esigenza di una copertura nazionale da parte dell’UCEI sulle tematiche che riguardano l’ebraismo, nonché il monitoraggio di sedicenti gruppi pseudoebraici che di ebraico hanno ben poco e che rischiano di far aumentare quel pregiudizio che, come reso noto da sondaggi anche recenti, da sempre serpeggia in parte della popolazione italiana. Alla luce di tutto questo ritengo che un supporto alla Comunità di Napoli nella gestione di queste realtà sia un’attività strategica dell’UCEI nel suo ruolo di titolare dell’ebraismo in Italia. In ogni caso, devo dire che coordinare questo primo anno di progetto è stata per me un’esperienza straordinariamente intensa e formativa.

Gadi Piperno, Pagine Ebraiche, dicembre 2011

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pilpul
Davar Acher - Perché tacere?
Ugo VolliIl severo esame critico che Sergio Della Pergola ha dedicato giovedì su questo sito a il mio "davar acher" di domenica scorsa, pur senza citarlo, mi ha lasciato qualche curiosità intellettuale, forse condivisa anche da qualche altro lettore per cui mi permetto di replicare con alcune domande e chiarimenti.
La prima curiosità per così dire aritmetica, riguarda un sondaggio, che l'illustre demografo cita così en passant, senza rivelarne la fonte, "svolto in ottobre in Egitto, Marocco, Giordania, Libano e Emirati del Golfo" che "rivela un sostegno del 67,5 per cento a favore di un accordo di pace con Israele". E' un dato spettacolare (due terzi degli arabi vorrebbero la pace con Israele) di cui non ho mai letto notizia, pur essendo un esploratore accanito di notizie mediorientali, e che contraddice molti altri sondaggi in cui Israele appare odiatissimo, e soprattutto non sembra affatto congruo con i risultati elettorali che provengono da questi paesi, dove prevalgono forze non solo esplicitamente anti-israeliane, ma spesso spudoratamente antisemite e nostalgiche del nazismo. Sarebbe interessante capire da quale fonte venga questo sondaggio, chi l'abbia commissionato, su quali domande si sia articolato e con quale livello di accuratezza e fra l'altro anche perché non se ne sia parlato, per quanto ne so. I sondaggi non sono oracoli, come i sociologi ci insegnano e vanno sempre esaminati con spirito critico, cercando di capire le cause dei loro risultati, soprattutto se non banali come questo. Soprattutto bisognerebbe capire che cosa hanno in testa quegli egiziani che votano per partiti impegnati ad annullare il trattato di pace e magari partecipano a cortei in cui si incita ad ammazzare gli ebrei e a distruggere Israele o quei tunisini che stanno per mettere in costituzione il divieto di ogni rapporto con Israele: davvero pensano che una pace dei palestinesi con i "malvagi occupanti" dell'"entità sionista" sia possibile? E sarebbero davvero disposti a rimangiarsi in quel caso il loro odio antisemita? Non so che cosa ne pensi il professor Della Pergola, ma qualche dubbio è lecito.
La seconda curiosità è più sostanziale. Avendo io argomentato che per molte ragioni concrete “la pace [fra Israele e i palestinesi] non è oggi nell’ordine delle possibilità reali, è una parola che ha solo referenza propagandistica”, Della Pergola mi risponde che "supponendo anche che questo sia vero, non è né astuto né redditizio dirlo da parte ebraica o israeliana". Sarei curioso di sapere se quel "supponendo anche" significa che l'intellettuale politicamente più influente degli ebrei italiani in Israele crede o meno che vi sia oggi una prospettiva di pace e a quali condizioni. Ma non devo sperare che ce lo riveli, perché "non è astuto né redditizio dirlo". La mia curiosità a questo punto aumenta, e si trasforma in perplessità. Perché bisognerebbe tacere?
Capisco che per ragioni di prudenza non si possa pretendere troppa franchezza da un leader come Netanyahu (che io, diversamente da Della Pergola, continuo a preferire alla confusa, insieme demagogica e lei sì reticente Tzipi Livni). Ma perché lui ed io, che siamo liberi intellettuali, servitori ex officio della verità o almeno delle posizioni che ci sembrano onestamente più plausibili, non dovremmo dire che la retorica della pace non serve a nulla, che bisogna prendere atto di essere immersi in una lunga guerra d'attrito, che il processo partito ad Oslo è stato un esperimento fallito? Beninteso, questo è ciò che penso io, posso immaginare che Della Pergola veda le cose in maniera diversa.
Ma se uno dichiara di proibirsi, per ragioni di opportunità di sostenere una certa posizione anche nel caso che essa sia vera, naturalmente anche una sua eventuale negazione di tale posizione apparirà meno convincente: ci può essere sempre il pensiero che non dica quel che pensa davvero, perché "non è astuto o redditizio dirlo". Insomma, la reticenza degli intellettuali non aiuta né da una parte né dall'altra, fa solo perdere chiarezza e autorevolezza. Meglio prendersi il rischio di esporre con chiarezza le proprie convinzioni, sia pure al costo di dispiacere a qualcuno.
Ancora una domanda: perché non bisognerebbe felicitarsi del fatto che il governo israeliano non si sia lasciato sacrificare dall'amministrazione Obama sull'altare dell'ideologia terzomondista ma l'abbia convinta che era suo interesse non opporsi clamorosamente a Israele; che non si sia fatto imporre una maggioranza di governo diversa da quella uscita dal processo democratico; che abbia imparato a gestire bene flottiglie e marce provocatorie; che abbia saputo contrastare efficacemente l'iniziativa palestinese all'Onu; che non si sia sottomesso allo stile palestinese di non-trattativa con continui rilanci delle condizioni negoziali; che abbia deciso, in maniera dolorosa ma positiva, di pagare il prezzo della liberazione di Shalit? E' "trionfalismo" questo? Non credo. Difficile negare, anche da parte di chi non lo trovasse simpatico, che Netanyahu ha giocato al meglio la sua partita (la nostra partita) con le carte difficili che aveva in mano. Non ha rotto e non ha ceduto, per usare una metafora sportiva ha tenuto la palla in campo. Ed è riuscito a far capire a molti la centralità della minaccia iraniana, come pure la mancanza di legami diretti fra rivolte arabe e politiche israeliane. Non è poco.
L'ebreo della diaspora secondo me ha il dovere di appoggiare Israele, di comprenderne le scelte e le politiche; non deve partecipare alla lotta politica israeliana ma essere soprattutto sempre solidale col suo popolo e il suo Stato. Dunque anche col governo democraticamente eletto. E per farlo, per essere utile, deve anche dire delle cose che in Europa non appaiono politicamente corrette, ma che alla maggioranza del pubblico israeliano sono ben chiare: che il processo di pace è stato un'illusione, che il mondo arabo non ha realmente accettato la presenza di uno Stato ebraico in uno spazio che considera solo suo, che vi regna un odio non genericamente anti-israeliano ma antisemita, nutrito assieme di antico razzismo islamico, di "antimperialismo" per cui Israele sarebbe il bastione dell'Occidente, di un'abbondante simpatia per l'antisemitismo europeo, dai "Protocolli" al nazismo (è caduto fra l'altro pochi giorni fa, il 28 novembre, senza grandi commenti, il settantesimo anniversario del molto promettente incontro che Amin Husseini, muftì di Gerusalemme ebbe con Hitler). L'intellettuale europeo della diaspora deve dire anche, ignorando l'astuzia e la convenienza, che la simpatia dell'Europa e dei "progressisti" per l'indipendenza palestinese è venata di antisemitismo e che la "neutralità" benevola di una parte minoritaria ma potente del mondo ebraico per la "lotta di liberazione" è un caso caratteristico di quel rimbalzo interiore dell'antisemitismo che si usa definire "odio di sé" e in definitiva è fuga dalle responsabilità collettive.
Su alcune di queste cose sono convinto che Della Pergola sia d'accordo e ho letto con interesse i suoi recenti interventi su questi temi. Ma perché distinguerle fra quelle che si possono dire e quelle che non è conveniente tirar fuori? Perché accreditare all'Autorità Palestinese una volontà o anche solo una disponibilità alla pace che palesemente, spesso esplicitamente non esiste? Perché far finta che sia ancora aperta una prospettiva di pace che se si fosse realizzata sarebbe stata molto bella, come erano belli i sogni di Buber e di Magnes negli anni Trenta, ma che non ha retto alla prova della storia? Perché non ragionare pubblicamente su cosa si potrebbe fare ora, oltre naturalmente a resistere, invece di far finta di credere a illusioni pericolose?

Ugo Volli


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notizieflash   rassegna stampa
A Sorgente di vita uno speciale
su Giorgio Ascarelli 
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Napoli dedica un impianto sportivo del quartiere Ponticelli a Giorgio Ascarelli, ebreo, mecenate dello sport, che fondò il Napoli Calcio nel 1926 e costruì lo stadio Partenopeo che poi prese il suo nome. La memoria di Ascarelli, personaggio molto amato ai suoi tempi, cancellata dal fascismo ancor prima delle leggi razziste, viene oggi di nuovo onorata dalla città. Se ne parla nel  primo servizio della puntata di Sorgente di vita di domenica 4 dicembre che va in onda alle ore 1,20 circa su RAIDUE.

p.d.s.













 
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