David
Bidussa,
storico sociale delle idee
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Qualcuno mi
ha suggerito che la scena che chiudeva la parashà che abbiamo letto
ieri aveva una strana configurazione e che valeva la pena pensarci.
Giacobbe che prende tutta la sua famiglia, i suoi averi, tutto il
bestiame che possiede e va via dalla casa di Labano “per tornare da
Itschaq suo padre in terra di Kena’an”, fugge da una minaccia che
avverte incombente non solo su si sé, ma su tutta la sua famiglia, e al
contempo si infila nel cono d’ombra di un’altra possibile minaccia,
costituita dall’incontro con suo fratello Esav (come puntualmente
accadrà nella parashà che leggeremo questa settimana) che non solo non
sa come governare, ma nei confronti del quale non sa ancora come
comportarsi. Mi sembra che tutto questo non sia altro che una buona
metafora della nostra quotidianità. Bisogna affrontare un pericolo per
volta e un’emergenza per volta. Non per sprovvedutezza o per
superficialità, ma, alla rovescia, per due buone ragioni: 1) per non
aver la convinzione di essere padroni del mondo; 2) per non ritenere
che l’avversario, o la contrarietà rappresentino solo la negatività.
Ogni volta la nuova minaccia ci costringe a riparametrare obiettivi, a
trovare delle forme compromissorie per tentare di conseguirli, o almeno
di avvicinarvisi e a esercitare la riflessione. Cioè ad essere e a
dimostrare di essere vivi. E di non avere un ricettario che ci dà delle
risposte. Nella storia chi ha pensato e ha agito in base al principio
che “Gott mit uns” non ha mai perseguito progetti di condivisione, né
di miglioramento.
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Il
terzo e ultimo appuntamento del Progetto Meridione per l’anno civile in
corso si è svolto a Belvedere Marittimo. Sulla riviera dei cedri, in un
albergo inaugurato da pochi mesi, si sono riunite una cinquantina di
persone provenienti da numerose città italiane. Qualche giorno di
libertà e il convegno ha potuto prendere il respiro adatto a un vero e
proprio seminario. All’arrivo, subito la preparazione per uno shabat di
grande intensità. Dopo la tefillah e la cena, il professor Dov Maimon,
socio anziano del Jewish People Policy Institute, ha tenuto una
conferenza sul concetto di kedushah del popolo di Israele e di quanto
sia importante oggi per il popolo stesso avere in ogni luogo dei
rappresentanti che siano in grado di far capire al mondo circostante la
sua reale natura e che possano quindi combattere i pregiudizi. Non va
dimenticato che nei luoghi in cui l’ebraismo non è presente con
istituzioni strutturate ci sono infatti impostori, che in nome di un
presunto e non titolato ebraismo fanno danni alla reputazione
dell’intero popolo ebraico. Lo shabat è poi proseguito con il normale
programma arricchito da due lezioni sulla parashat hashavua tenute da
Sandro Servi (Nehamma Leibowitz sulla parashah) e dallo stesso
professor Maimon (la cultura uniforme ai tempi della torre di Babele).
A fine shabat Sandro Servi ha tenuto una conferenza sulla formazione
della Comunità di Amsterdam (il problema dei conversos, la fondazione
di una nuova kehillah, le incisioni di Bernard Picart). L’indomani,
per iniziativa dell’avvocato Cetraro, padrone dell’albergo che ha
ospitato il convegno e che ringraziamo per l’accoglienza e per la
dedizione a risolvere tutti i problemi legati alla kasherut, ci si è
recati all’Accademia del Cedro, distante pochi chilometri dalla sede
del seminario. È stata questa l’occasione per i discorsi ufficiali con
le autorità politiche della zona, alla presenza del presidente UCEI
Renzo Gattegna, del presidente della Comunità ebraica di Napoli Pier
Luigi Campagnano e del rabbino capo Scialom Bahbout. Ma è stata anche
l’occasione di notare quanto buona sia la reputazione del popolo
ebraico in queste terre. È noto che in questi luoghi vengono
coltivati quelli che probabilmente sono i cedri più adatti alla mitzwah
del lulav per la loro perfezione. La coltivazione del cedro ha avuto un
lungo periodo di crisi fino al momento in cui un consorzio e la Regione
Calabria hanno difeso i coltivatori da dinamiche di mercato che
deprimevano il settore. È stato grazie alla presenza dei “barbetti”
(così sono chiamati i rabbanim che vengono a prendere lì cedri da
esportare in tutto il mondo) che il settore ha tenuto. Abbiamo quindi
notato un senso di riconoscenza verso il popolo ebraico documentato da
una bellissima lapide nel centro di Santa Maria del Cedro. Credo vada
reso merito a loro, e in particolare a Rav Moshè Lazar, di aver fatto
un’opera importante di kiddush hasem. Si è quindi tenuto il seminario.
Si è parlato di fondamenti di una comunità, della storia e delle regole
del beth haknesset, delle 39 opere proibite di shabat, della storia
della cucina ebraica, delle regole dello shema’ e della ‘amidà. Le
lezioni sono state tenute da Rav Bahbout, Sandro Servi, dal maskil
Marco Dell’Ariccia e da chi scrive. Da sottolineare come, nonostante il
bel posto di mare e una situazione meteorologica più che invitante,
pressoché tutti i partecipanti hanno seguito tutte le lezioni del
seminario. Il tutto si è concluso con un concerto di Raiz, come al
solito molto coinvolgente. A dire il vero l’ultimo atto è stata una
intensa riunione nella quale i partecipanti hanno posto le basi di una
loro struttura, afferente alla Comunità di Napoli, che avrà come primo
compito quello di provvedere alla crescita ebraica degli iscritti. Cosa
ci lascia questo primo anno di Progetto Meridione? La risposta non è
semplice. Parliamo di numeri innanzi tutto. Fino a pochi anni fa nel
mio immaginario, e credo in quello di molti altri, l’ebraismo italiano
nel sud si fermava alla comunità di Napoli considerata nella stretta
realtà partenopea. Da qualche anno, anche grazie al film Il viaggio di
Eti, si è aperto uno squarcio sulla realtà di San Nicandro Garganico
come luogo in cui, dopo il fenomeno degli anni 30-40, si è ricreato un
gruppo di una trentina di persone che ha recentemente portato a sette
conversioni. Ma partendo da lì si è capito che la cosa non si fermava
alla realtà pugliese. In questi tre eventi abbiamo incontrato poco meno
di un centinaio di persone e siamo a conoscenza che ce ne sono altre
che non hanno potuto partecipare. Si tratta di una realtà che non è
trascurabile. Tanto per intenderci è confrontabile con i numeri
dell’intera Comunità di Napoli. Ovviamente sono piccole realtà
dislocate in regioni molto vaste e spesso disaggregate per quanto
riguarda la residenza dei singoli. Non è sicuramente facile seguire
queste dinamiche da vicino da parte di un ebraismo che per altro ha
molti problemi all’interno delle stesse comunità in quanto a keruv
rekhoqim (avvicinamento dei lontani): come manhig (guida) del tempio
Bet Michael di Roma sono assolutamente consapevole del problema e in
prima linea nell’affrontarlo. Quello che però mi ha sorpreso
profondamente di questo viaggio nel sud è la consapevolezza e la
determinazione della maggioranza delle persone che ho incontrato. La
consapevolezza di cosa sia l’ebraismo, e non solo a grandi linee ma
anche nei dettagli pratici. La determinazione ad affrontare tutte le
difficoltà derivanti dall’essere lontani dai centri organizzati. Tutto
questo non è spiegabile in un articolo. Per poter capire questa realtà
è fondamentale andare a conoscerla sul posto. Non va poi dimenticato il
fatto che esiste l’esigenza di una copertura nazionale da parte
dell’UCEI sulle tematiche che riguardano l’ebraismo, nonché il
monitoraggio di sedicenti gruppi pseudoebraici che di ebraico hanno ben
poco e che rischiano di far aumentare quel pregiudizio che, come reso
noto da sondaggi anche recenti, da sempre serpeggia in parte della
popolazione italiana. Alla luce di tutto questo ritengo che un supporto
alla Comunità di Napoli nella gestione di queste realtà sia un’attività
strategica dell’UCEI nel suo ruolo di titolare dell’ebraismo in Italia.
In ogni caso, devo dire che coordinare questo primo anno di progetto è
stata per me un’esperienza straordinariamente intensa e formativa.
Gadi Piperno, Pagine Ebraiche, dicembre 2011
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Davar Acher - Perché tacere?
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Il severo esame critico che Sergio Della Pergola ha dedicato giovedì su questo sito a il mio "davar acher"
di domenica scorsa, pur senza citarlo, mi ha lasciato qualche curiosità
intellettuale, forse condivisa anche da qualche altro lettore per cui
mi permetto di replicare con alcune domande e chiarimenti. La
prima curiosità per così dire aritmetica, riguarda un sondaggio, che
l'illustre demografo cita così en passant, senza rivelarne la fonte,
"svolto in ottobre in Egitto, Marocco, Giordania, Libano e Emirati del
Golfo" che "rivela un sostegno del 67,5 per cento a favore di un
accordo di pace con Israele". E' un dato spettacolare (due terzi degli
arabi vorrebbero la pace con Israele) di cui non ho mai letto notizia,
pur essendo un esploratore accanito di notizie mediorientali, e che
contraddice molti altri sondaggi in cui Israele appare odiatissimo, e
soprattutto non sembra affatto congruo con i risultati elettorali che
provengono da questi paesi, dove prevalgono forze non solo
esplicitamente anti-israeliane, ma spesso spudoratamente antisemite e
nostalgiche del nazismo. Sarebbe interessante capire da quale fonte
venga questo sondaggio, chi l'abbia commissionato, su quali domande si
sia articolato e con quale livello di accuratezza e fra l'altro anche
perché non se ne sia parlato, per quanto ne so. I sondaggi non sono
oracoli, come i sociologi ci insegnano e vanno sempre esaminati con
spirito critico, cercando di capire le cause dei loro risultati,
soprattutto se non banali come questo. Soprattutto bisognerebbe capire
che cosa hanno in testa quegli egiziani che votano per partiti
impegnati ad annullare il trattato di pace e magari partecipano a
cortei in cui si incita ad ammazzare gli ebrei e a distruggere Israele
o quei tunisini che stanno per mettere in costituzione il divieto di
ogni rapporto con Israele: davvero pensano che una pace dei palestinesi
con i "malvagi occupanti" dell'"entità sionista" sia possibile? E
sarebbero davvero disposti a rimangiarsi in quel caso il loro odio
antisemita? Non so che cosa ne pensi il professor Della Pergola, ma
qualche dubbio è lecito. La seconda curiosità è più sostanziale.
Avendo io argomentato che per molte ragioni concrete “la pace [fra
Israele e i palestinesi] non è oggi nell’ordine delle possibilità
reali, è una parola che ha solo referenza propagandistica”, Della
Pergola mi risponde che "supponendo anche che questo sia vero, non è né
astuto né redditizio dirlo da parte ebraica o israeliana". Sarei
curioso di sapere se quel "supponendo anche" significa che
l'intellettuale politicamente più influente degli ebrei italiani in
Israele crede o meno che vi sia oggi una prospettiva di pace e a quali
condizioni. Ma non devo sperare che ce lo riveli, perché "non è astuto
né redditizio dirlo". La mia curiosità a questo punto aumenta, e si
trasforma in perplessità. Perché bisognerebbe tacere? Capisco che
per ragioni di prudenza non si possa pretendere troppa franchezza da un
leader come Netanyahu (che io, diversamente da Della Pergola, continuo
a preferire alla confusa, insieme demagogica e lei sì reticente Tzipi
Livni). Ma perché lui ed io, che siamo liberi intellettuali, servitori
ex officio della verità o almeno delle posizioni che ci sembrano
onestamente più plausibili, non dovremmo dire che la retorica della
pace non serve a nulla, che bisogna prendere atto di essere immersi in
una lunga guerra d'attrito, che il processo partito ad Oslo è stato un
esperimento fallito? Beninteso, questo è ciò che penso io, posso
immaginare che Della Pergola veda le cose in maniera diversa. Ma
se uno dichiara di proibirsi, per ragioni di opportunità di sostenere
una certa posizione anche nel caso che essa sia vera, naturalmente
anche una sua eventuale negazione di tale posizione apparirà meno
convincente: ci può essere sempre il pensiero che non dica quel che
pensa davvero, perché "non è astuto o redditizio dirlo". Insomma, la
reticenza degli intellettuali non aiuta né da una parte né dall'altra,
fa solo perdere chiarezza e autorevolezza. Meglio prendersi il rischio
di esporre con chiarezza le proprie convinzioni, sia pure al costo di
dispiacere a qualcuno. Ancora una domanda: perché non bisognerebbe
felicitarsi del fatto che il governo israeliano non si sia lasciato
sacrificare dall'amministrazione Obama sull'altare dell'ideologia
terzomondista ma l'abbia convinta che era suo interesse non opporsi
clamorosamente a Israele; che non si sia fatto imporre una maggioranza
di governo diversa da quella uscita dal processo democratico; che abbia
imparato a gestire bene flottiglie e marce provocatorie; che abbia
saputo contrastare efficacemente l'iniziativa palestinese all'Onu; che
non si sia sottomesso allo stile palestinese di non-trattativa con
continui rilanci delle condizioni negoziali; che abbia deciso, in
maniera dolorosa ma positiva, di pagare il prezzo della liberazione di
Shalit? E' "trionfalismo" questo? Non credo. Difficile negare, anche da
parte di chi non lo trovasse simpatico, che Netanyahu ha giocato al
meglio la sua partita (la nostra partita) con le carte difficili che
aveva in mano. Non ha rotto e non ha ceduto, per usare una metafora
sportiva ha tenuto la palla in campo. Ed è riuscito a far capire a
molti la centralità della minaccia iraniana, come pure la mancanza di
legami diretti fra rivolte arabe e politiche israeliane. Non è poco. L'ebreo
della diaspora secondo me ha il dovere di appoggiare Israele, di
comprenderne le scelte e le politiche; non deve partecipare alla lotta
politica israeliana ma essere soprattutto sempre solidale col suo
popolo e il suo Stato. Dunque anche col governo democraticamente
eletto. E per farlo, per essere utile, deve anche dire delle cose che
in Europa non appaiono politicamente corrette, ma che alla maggioranza
del pubblico israeliano sono ben chiare: che il processo di pace è
stato un'illusione, che il mondo arabo non ha realmente accettato la
presenza di uno Stato ebraico in uno spazio che considera solo suo, che
vi regna un odio non genericamente anti-israeliano ma antisemita,
nutrito assieme di antico razzismo islamico, di "antimperialismo" per
cui Israele sarebbe il bastione dell'Occidente, di un'abbondante
simpatia per l'antisemitismo europeo, dai "Protocolli" al nazismo (è
caduto fra l'altro pochi giorni fa, il 28 novembre, senza grandi
commenti, il settantesimo anniversario del molto promettente incontro
che Amin Husseini, muftì di Gerusalemme ebbe con Hitler).
L'intellettuale europeo della diaspora deve dire anche, ignorando
l'astuzia e la convenienza, che la simpatia dell'Europa e dei
"progressisti" per l'indipendenza palestinese è venata di antisemitismo
e che la "neutralità" benevola di una parte minoritaria ma potente del
mondo ebraico per la "lotta di liberazione" è un caso caratteristico di
quel rimbalzo interiore dell'antisemitismo che si usa definire "odio di
sé" e in definitiva è fuga dalle responsabilità collettive. Su
alcune di queste cose sono convinto che Della Pergola sia d'accordo e
ho letto con interesse i suoi recenti interventi su questi temi. Ma
perché distinguerle fra quelle che si possono dire e quelle che non è
conveniente tirar fuori? Perché accreditare all'Autorità Palestinese
una volontà o anche solo una disponibilità alla pace che palesemente,
spesso esplicitamente non esiste? Perché far finta che sia ancora
aperta una prospettiva di pace che se si fosse realizzata sarebbe stata
molto bella, come erano belli i sogni di Buber e di Magnes negli anni
Trenta, ma che non ha retto alla prova della storia? Perché non
ragionare pubblicamente su cosa si potrebbe fare ora, oltre
naturalmente a resistere, invece di far finta di credere a illusioni
pericolose?
Ugo
Volli
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rassegna
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A Sorgente di vita uno speciale su Giorgio Ascarelli |
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Napoli dedica un impianto sportivo del quartiere Ponticelli a Giorgio
Ascarelli, ebreo, mecenate dello sport, che fondò il Napoli Calcio nel
1926 e costruì lo stadio Partenopeo che poi prese il suo nome. La
memoria di Ascarelli, personaggio molto amato ai suoi tempi, cancellata
dal fascismo ancor prima delle leggi razziste, viene oggi di nuovo
onorata dalla città. Se ne parla nel primo servizio della puntata
di Sorgente di vita di domenica 4 dicembre che va in onda alle ore 1,20
circa su RAIDUE.
p.d.s.
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è il giornale dell'ebraismo
italiano |
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