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6 dicembre 2011 - 10 Kislev 5772
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Roberto Della Rocca
Roberto
Della Rocca,
rabbino

Nel Talmùd, Meghillah 9 a, si sostiene che l'unica parola aramaica presente in tutta la Torah sarebbe Yegàr Sahadutà (Bereshìt, 31; 47), che indica il mucchio di pietre innalzato da Yaakòv e Lavàn dopo la loro riconciliazione. Questo  mucchio di testimonianza, che Yaakòv  si ostina a definire nella lingua ebraica, chiamandolo "Galèd", diviene il segno esterno e visibile  del patto stipulato  tra due parenti estranei e incompatibili. Ma è assai significativo che l'unica traccia di parlata volgare nella Torah è quella introdotta da Lavàn, il paradigma dell'ambiguità. L'aramaico infatti è lingua ambigua, forse proprio perché troppo imparentata con l'ebraico. Il Talmùd si interroga, in modo retorico, dove si troverebbero parole  aramaiche nei testi dei Tefillìn e delle Mezuzòt. La risposta che si intralegge è che nelle intime parole, conservate nelle Mezuzòt - nelle nostre case - e nei Tefillìn - nei nostri cuori e nelle nostre teste - non si troverebbe, diversamente dal racconto della Torah, alcuna traccia di bilinguismo. Come se per questi segni più intimi non ci potessero essere compromessi e tracce di ambiguità.

Dario
 Calimani,
 anglista


Dario Calimani
In momenti di grande difficoltà generale come quello attuale, piacerebbe all’ebraismo italiano che dal proprio seno si levasse una voce rappresentativa ad accompagnare il percorso di chi si sta impegnando a cambiare il volto della politica e, magari, della cultura nazionale. Una voce sicura e coraggiosa, che non mettesse un diplomatico silenziatore ai propri pensieri. Magari anche a costo di scontentare qualcuno. Essere guida significa anche vivere il proprio ruolo con consapevolezza e responsabilità, e indicare la strada in cui si crede, quella che si vorrebbe che i propri figli percorressero senza provare vergogna.

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davar
Qui Ferrara - Nuovo Consiglio per il Meis
“Il rinnovo del Consiglio del Meis è un segnale molto importante che dà ulteriore impulso alla realizzazione di questo progetto” spiega Riccardo Calimani, presidente e, da pochi giorni, direttore scientifico del Museo dell’Ebraismo e della Shoah di Ferrara (carica che condividerà con Carla Di Francesco, direttrice dei Beni Culturali dell’Emilia Romagna). Il 4 dicembre scorso sono state infatti rinnovate le cariche del Cda del Meis e, assieme alle conferme del presidente UCEI Renzo Gattegna e di Michele Sacerdoti, presidente della Comunità ebraica di Ferrara, è arrivata la nomina a consigliere di Raffaella Mortara, già vicepresidente della Fondazione CDEC. Nel Consiglio siederanno inoltre l’assessore alla Cultura della Regione Massimo Mezzetti, il vicesindaco di Ferrara Massimo Maisto, al fianco di Angelo Tabaro, Franco Miracco e Roberto Finardi.
“Il 20 dicembre avremo l’inaugurazione di una mostra nei locali della Palazzina di via Frangipane; un evento di grande portata, ulteriore passo di un cammino ancora lungo” ricorda Calimani con l’auspicio che “Ferrara e il Museo diventino un centro internazionale della cultura ebraica”. Obiettivo peraltro della Festa del Libro Ebraico che il prossimo aprile giungerà alla sua terza edizione.
Tornando alla mostra del 20 dicembre, divisa in tre sezioni, di grande rilievo sarà l’esposizione di alcuni preziosi codici miniati e volumi a stampa. Una mappa dell’Italia, inoltre, ricostruirà, attraverso materiale multimediale, la presenza ebraica sul territorio. La data dell'inaugurazione coinciderà con l'accensione del primo lume di Hannuka, festa a cui sarà dedicato un particolare spazio nella mostra della città estense, con una sezione dedicata ad alcune Hannukiot provenienti da diverse Comunità ebraiche italiane.

Qui Mantova - Le pagine dell'odio su un quotidiano locale
La Corte d'appello inasprisce le condanne
Era il febbraio del 2006. Sulle colonne della Voce di Mantova, quotidiano di cui avrebbe presto lasciato la direzione dopo il polverone mediatico che lui stesso aveva sollevato, il giornalista professionista Davide Mattellini (nella foto) interveniva a più riprese con pesanti e inequivocabili affermazioni antisemite a seguito delle presunte pressioni esercitate da Stella di Davide israeliana e Mezzaluna islamica sulla Croce Rossa per uniformare il simbolo internazionale di soccorso in un rombo rosso. Nel mirino di Mattellini, in particolare, la Comunità ebraica mantovana e alcuni suoi autorevoli esponenti che avevano duramente protestato in seguito alla pubblicazione, sempre sulla Voce, di un articolo tendenziosamente intitolato ‘Ora anche gli ebrei contro la Croce’. Le polemiche non si placavano e di pari passo, con il sostegno dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, si dava avvio alle pratiche legali. Oltre a Mattellini, chiamati a rispondere delle proprie azioni erano Vidiemme, cooperativa che edita la Voce di Mantova, e il privato cittadino Walter Malacarne, qualificatosi coordinatore provinciale di Azione Sociale, che in una lettera indirizzata al direttore aveva tra l’altro scritto, a proposito degli ebrei, che “fin da ragazzo mi dicevano che quelli piangono il morto per fregare il vivo".
A distanza di alcuni anni dai fatti, verificatisi tra l’estate del 2005 e i primi mesi del 2006, arriva ora il pronunciamento della Corte di Brescia che, in accoglimento del ricorso in appello formulato congiuntamente da UCEI e Comunità ebraica di Mantova, ha emesso una sentenza di condanna più severa rispetto a quella pronunciata in occasione del processo di primo grado che, spiegano dalla Comunità, aveva portato a un risultato ritenuto mite e non pienamente soddisfacente. Mattellini, Malacarne e Vidiemme sono stati condannati al risarcimento dei danni (quantificati in 30mila euro a favore sia dell’Unione che della Comunità di Mantova) e delle spese legali per entrambi i gradi di giudizio. I tre soggetti dovranno inoltre far pubblicare, sempre a loro spese, la notizia dell’avvenuta condanna sulla Gazzetta di Mantova. Più in generale, ed è una sentenza che potrebbe far scuola in questo ambito, è stata riconosciuta la dimensione nazionale dei fatti sottoposti a giudizio e quindi il ruolo centrale assunto in tal senso dall’Unione. “Per quanto riguardo il quinto motivo di doglianza degli enti appellanti – si legge nella sentenza –  è indubbio oggettivamente che le frasi offensive e diffamatorie riguardavano non la sola Comunità mantovana ma tutta la Comunità ebraica, in generale, e ‘gli interessi morali degli ebrei’, di cui si prende cura per statuto l’UCEI, che ha pertanto diritto al risarcimento dei danni”.

a.s.


Qui Roma - Il sindaco Alemanno e i suoi fedelissimi
"Ambiguità che devono essere evitate"
In seguito alla pubblicazione dell'articolo "Per i fedelissimi di Alemanno c'è sempre un lavoro", uscito sul quotidiano gratuito Cinque Giorni sabato 3 dicembre, il Consigliere dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Vittorio Pavoncello ha inviato una lettera di protesta all'indirizzo del direttore del giornale Giuliano Longo. Nell'articolo menzionato si citavano in modo rischioso e ambiguo i rapporti tra la Comunità ebraica di Roma e il sindaco Gianni Alemanno, con un'interpretazione fuorviante rispetto alla promozione della giornalista Ester Mieli, recentemente nominata portavoce del sindaco della Capitale. La lettera di Pavoncello, con la risposta del direttore Longo, è stata pubblicata oggi sul giornale Cinque Giorni.  

Leggi la pagina in cui sono pubblicati tutti gli interventi


pilpul
"Israele deve restare aperto al futuro"
Chiedo scusa ai lettori, ma – chiamato in causa da Ugo Volli – penso di dover rispondere al suo intervento della scorsa domenica su questa pagina. Ugo se la prende con me per un mio blog pubblicato qui giovedì 1 dicembre, in cui esaminavo criticamente le seguenti parole da lui pubblicate il 27 novembre sempre su questa pagina: "le illusioni di Oslo vanno lasciate cadere, non esiste, fuori dal mondo dei puri desideri, la possibilità di una pace nel breve ma anche nel medio periodo". "La pace non è oggi nell'ordine delle possibilità reali, è una parola che ha solo referenza propagandistica". Dopo averci ben pensato, avevo deciso di riportare le parole di Volli fra virgolette ma senza citare esplicitamente l'autore, proprio perché mi ero illuso si potesse da questo evincere che dissentivo dai contenuti, senza peraltro aprire una polemica personale. Mi ero evidentemente sbagliato. Partendo dal mio testo di 312 parole Volli sviluppa una risposta di 1206 parole – un rapporto di circa 4 a 1 – in cui cita il mio nome sei volte. Per controbattere proporzionalmente, dovrei ora scrivere 4800 parole citandolo almeno 24 volte, cosa che non intendo fare. Desidero però chiarire che mi dissocio dal nuovo intervento di Volli per due motivi, uno di forma e uno di sostanza.
Riguardo alla forma, trovo appunto deplorevole che non si possa dissentire civilmente su argomenti di interesse generale senza tirare in campo e contestare la persona dell'interlocutore, le sue specializzazioni professionali, le sue motivazioni profonde, il suo senso generale del comprendonio, e perfino la sua integrità. Volli ironizza su un riferimento dell'"illustre demografo" a un sondaggio di opinione svolto lo scorso ottobre in cinque paesi arabi che rivela un dato del 67,5 per cento a favore di un accordo di pace con Israele (nei confini del 1967). Potrei dire – ma non dirò – che l"illustre semiologo" troverà gli estremi della ricerca nel qui allegato documento dell'Anwar Sadat Chair for Peace and Development, University of Maryland. I dati, intendiamoci, sono tutt'altro che rose e fiori, ma sono comunque il frutto di un lavoro svolto da persone legittimamente inserite nel sistema dell'educazione superiore degli Stati Uniti d'America. Il sondaggio, dunque, esiste e se non ho citato la fonte fin dall'inizio è perché in un blog di 300 parole (che meglio sarebbe se fossero 200) non c'è spazio per note a margine e bibliografie. La susseguente lezione di statistica di Ugo è superflua dato che i limiti della disciplina sono noti. Semmai è interessante notare l'analogia con le garbate parole inviatemi da un altro lettore di origine torinese, il Dott. Sergio Tezza Hadar: "Ma perché questo "honorable man" s'inventa, come sempre professoralmente, le statistiche? Ma li ha visti i risultati delle elezioni in Egitto, Tunisia e Marocco? Altro che i suoi sondaggi!! Perché, nel suo delirio ideologico pacifista a prova di realtà, ignora che una delle prime richieste del partito al potere in Tunisia è stata di mettere nella costituzione il rifiuto di ogni contatto con Israele e il fatto che il Sionismo è il nemico principale dell'Islam? Ma di che cosa cavolo parla dalla sua torre d'avorio?" In breve, quando l'altrui risultato non corrisponde alla nostra presupposizione, il messaggero dev'essere pazzo, criminale, o prezzolato. Fin qui sulla cultura del dibattito.
Il discorso sui contenuti è più complesso, e per essere chiaro, togliendomi i guanti, dirò semplicemente che Ugo non ha proprio capito il messaggio essenziale del mio blog. Il problema non è tanto quello del processo di pace, su cui io ho scritto che chi ne ha decretato la morte potrebbe "anche avere ragione", e che ho definito io stesso "moribondo". Io stesso, poi, ho scritto contestando l'assurdo concetto di "primavera araba", e ho correttamente previsto che il voto in Egitto sarebbe stato deciso da quell'80 per cento di elettori che non sono connessi all'internet, e non dal 20 per cento che lo sono. I due aspetti su cui richiamavo l'attenzione erano, invece, quello del saper fare politica, che – ho sostenuto – è molto carente nell'attuale amministrazione israeliana; e quello del dar giudizi politici a distanza da parte di chi non è abbastanza addentro alle sfumature della vita in Israele, o addirittura manca delle nozioni fondamentali.
Il fatto è che lo Stato d'Israele si trova attualmente in una posizione quasi senza precedenti di isolamento nel contesto della comunità internazionale. Se Sarkozy dice che Bibi è un bugiardo, se Obama si lamenta che lui se lo deve subire tutti i giorni, se la Clinton dice che Israele sta diventando come l'Iran, e se pure la Merkel ha da ridire, tutto ciò non significa necessariamente che Israele abbia torto o che debba essere distrutto alla radice nel suo contenzioso con i suoi nemici e rivali. Nemmeno significa che tutti questi personaggi siano tutti dei bavosi antisemiti. È anche vero, per fortuna, che al momento delle grandi decisioni politiche come nel caso della votazione per l'ammissione all'UNESCO dell'Autorità palestinese, numerosi paesi tuttora soppesano i loro interessi nel contesto globale e scelgono di non allinearsi decisamente contro Israele. In particolare, gli Stati Uniti – al consiglio di Sicurezza, all'Assemblea dell'ONU, alle commissioni dell'ONU (e di questo sono stato personalmente testimone), all'UNESCO – con grande coerenza e fermezza si oppongono ai tentativi di delegittimare o di marginalizzare Israele. Ma i giudizi si danno a biglie ferme e non ha senso fare dei grandi consuntivi in questo momento fluido e farraginoso per gli affari mondiali.
Quello che è certo è che purtroppo l'immagine di Israele è a terra, e questo ha serie conseguenze per la forza strategica del paese. Molti di coloro che dovrebbero essere gli amici di Israele o comunque i partners in una conversazione fra adulti sono esasperati da qualche cosa che sta succedendo nell'amministrazione e nella società israeliana. Non meno preoccupante è il fatto che una buona parte dei cittadini d'Israele – e per essere espliciti diciamo: dei cittadini ebrei di Israele – esprimono altrettanto gravi riserve sulla conduzione delle cose pubbliche. La critica verte in particolare sull'attacco massiccio condotto da una parte dei ministri e dei deputati della coalizione di Netanyahu contro il potere giudiziario, sull'ingerenza prepotente dei circoli religiosi più fondamentalisti nella vita della società civile, sull'incapacità del governo di scalfire vecchi e nuovi centri di privilegio e di esenzione nel sistema economico e sociale. Dietro tutto questo vi sono le necessità di piccolo cabotaggio della coalizione di Bibi che alla grande hanno la precedenza sugli interessi reali del paese. Va ben detto che quella attuale non è l'unica coalizione di governo possibile. In parlamento ce ne sarebbe almeno un'altra che probabilmente otterrebbe un consenso più ampio da parte degli israeliani, e che ovviamente svolgerebbe politiche diverse, primariamente sul fronte interno. In sostanza la compagine governativa israeliana si distingue sempre di più per le sue dichiarazioni ben al di sopra delle righe, e per l'alienazione crescente nei confronti di larghi settori della società.
Di fronte a queste tendenze preoccupanti, le dichiarazioni di supporto incondizionato di Ugo Volli e dei suoi pari tendono con sempre maggiore aggressività verbale a delegittimare chiunque non segua pedissequamente la retorica governativa, anzi fanno violenza a una delle maggiori caratteristiche positive della società israeliana che è la grande libertà di opinione, la circolazione e il confronto delle idee, il libero arbitrio, il pluralismo democratico. Diversi milioni di israeliani, dotati di grande lealtà nei confronti dello stato, patriottismo, senso civico, e insieme a questo gelosi del proprio senso critico, vengono assimilati provocatoriamente e cinicamente a una piccola minoranza di gruppettari post-sionisti, o anti-sionisti, o francamente anarchici che pure esistono. Oltre a tutto, Ugo Vollli che è vicino al movimento ebraico riformato, se vivesse in Israele si troverebbe prontamente fra gli emarginati, e sarebbe tra i primi a scendere in strada per difendere i diritti di equa rappresentanza del suo gruppo.
Nella vita è importante sia la qualità del prodotto, sia l'immagine del prodotto. Israele deve migliorare la propria immagine, senza dimenticare di migliorare sé stesso. La buona politica, come ho scritto, si fa con meno dichiarazioni trancianti, con meno retorica, con meno scelte estremizzanti, con una maggiore ricerca del consenso, e anche con maggiore aderenza alla legge di fronte a palesi violazioni da parte di alcuni dei "nostri". La più grave di queste violazioni è stata l'uccisione di Itzhak Rabin, che non è venuta dal cielo bensì da gruppuscoli di estremisti non legittimi, che hanno trovato attorno a sé l'avallo di gruppi minoritari ma più numerosi di attivisti, e alla lunga il beneplacito di sezioni molto più ampie dell'opinione pubblica politicamente orientata "contro Oslo". Il limite fra ciò che è legittimo e ciò che non lo è dovrebbe essere sempre marcato indelebilmente nella coscienza politica degli israeliani, e purtroppo non sempre lo è. La politica d'altra parte si fa con incessanti sforzi quotidiani di ricerca del partner della parte avversa, e con la ricerca costante di interessi condivisi, sia pure parziali. Il partner esiste, e i sondaggi lo confermano, sia pure minoritario, timidissimo, con scarsissime capacità dialettiche, con infinite contraddizioni logiche, sempre prigioniero di storici pregiudizi, condizionato e impaurito da parte di chi usa il terrorismo come metodo di lavoro quotidiano.
Guardandoci bene intorno, rendiamoci conto che è poco astuto e poco redditizio dire: "Noi siamo contro la pace". Noi siamo sempre per la pace, sono gli altri che sono contro. Noi saremo sempre per la trattativa e la ricerca del compromesso, sono gli altri che si oppongono. Così è stato subito dopo l'assemblea dell'ONU, e Israele per un giorno ha guadagnato un punto. Israele ha una dichiarazione di indipendenza che afferma "completa uguaglianza di diritti sociali e politici a tutti i suoi abitanti senza distinzione di religione, razza o sesso, garantisce libertà di religione, di coscienza, di lingua, di istruzione e di cultura, preserverà i luoghi santi di tutte le religioni e sarà fedele ai principi della Carta delle Nazioni Unite". Sono gli altri che discriminano, che sognano un mondo judenrein. Perché invertire i ruoli in questo balletto? Dov'è il dividendo? O semmai è un autogol?
Infine, sulla questione del diritto degli ebrei della Diaspora a parlare. In Israele io sono fra coloro (Ugo Volli li chiama "gli intellettuali") che in modo più esplicito si sono dichiarati per una partnership istituzionale fra diaspora ebraica e istituzioni israeliane di fronte all'analisi e alla gestione dei maggiori problemi comuni. Questa partnership operativamente oggi non esiste, al di là delle molte istituzioni che affermano o si illudono di rappresentarla. Il diritto di critica di quanto avviene in Israele è ovviamente parte imprescindibile dell'identità ebraica degli ebrei, dovunque risiedano al mondo. Ma va anche riconosciuto con onesta umiltà che gli osservatori che non vivono in Israele e che non possono avere immediato accesso alla stampa e alle molte altre fonti di informazione in lingua ebraica, finiscono inevitabilmente per avere una conoscenza molto parziale e schematica della realtà del paese, con le sue infinite complessità, contraddizioni e interazioni – fra religione e politica, fra politica estera e politica economica, fra politica della difesa e diritti civili. Le quotidiane dichiarazioni da parte di chi sostiene a spada tratta e a priori tutto quello che il governo fa e dice sono simili – non nella sostanza ma nella metodologia – alle dichiarazioni di chi per partito preso contesta tutto quello che Israele dice o fa. È vero, gli uni credono di operare per il bene della causa, gli altri vogliono causare danno. Ma gli uni come gli altri finiscono per fare delle dichiarazioni di propaganda di partito, legittime fin che si vuole, ma che non rappresentano e non possono rappresentare la totalità di Israele. Non è mai il caso di farsi illusioni pericolose, ma non è il caso nemmeno di scavarsi una fossa e adagiarvisi, o di cominciare a scagliare ordigni nucleari in tutte le direzioni. Israele è, o dovrebbe essere, una società aperta al futuro. Un futuro che si fonderà sempre sulla conoscenza, sull'incontro, sull'ottimismo, e sulla speranza.

Sergio Della Pergola, demografo

Credito di fiducia
Come ebreo, come italiano, come attivista, confesso di essere in difficoltà. Non so che cosa augurarmi e non sono in grado di stabilire cosa è giusto. Da una parte c’è un regime laico, quello siriano, che massacra i propri cittadini; dall’altra c’è una democrazia giovane, quella egiziana, in cui i partiti islamisti avrebbero stravinto le elezioni. Col risultato, per esempio, che le donne egiziane sono preoccupate per il loro destino.
È possibile trovare una sintesi tra la preoccupazione per il futuro dello Stato d’Israele, la difesa dei diritti umani, l’ansia per un Mediterraneo sempre più tempestoso? Forse. O forse no. Ma occorre partire da alcuni punti fermi. Primo: non è possibile appoggiare regimi corrotti che violano i più elementari diritti umani. Valeva nel caso della Libia, vale ora nel caso della Siria, amici o nemici dell’Occidente. Gli oppositori, tuttavia, sono in questi contesti innanzitutto gli islamici, cioè i più perseguitati.
Se il regime crolla questi movimenti raccolgono i frutti delle vessazioni subite sotto la dittatura. Dunque nel breve periodo pare improbabile che gli islamici possano perdere le elezioni. La domanda quindi diventa: tutti i partiti islamici sono una minaccia per l’Occidente e per Israele? Molti commentatori, soprattutto da destra, ritengono di sì. Personalmente non sono in grado di dare un giudizio, perché la galassia islamista mi sembra assai variegata, andando da Erdogan a personaggi che inneggiano direttamente ad Ahmadinejad.
Ma il quesito più urgente è: se pensiamo che tutti i movimenti islamici siano un pericolo, quale politica possiamo adottare come Europa, come Italia, e quale politica può scegliere Israele? Dichiariamo tutti guerra all’Islam? Io credo che, volenti o nolenti, un credito di fiducia dovremo concederlo, discernendo tra Islam e Islam. Penso che l’Europa debba giocare questa partita, cooperando e investendo in paesi impoveriti, se vuole evitare che i nuovi stati, spinti dalla paura e dall’ostilità, finiscano definitivamente nelle braccia dell’ideologia anti-occidentale, anti-israeliana e filo-iraniana.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas 


notizie flash   rassegna stampa
Italia - Israele, si profila un accordo
di collaborazione sull'acqua
  Leggi la rassegna

Si profila una collaborazione tra la Camera di Commercio di Asti e lo Stato d'Israele. A fare da ponte fra le due realtà è il Laboratorio nazionale di taratura dei contatori d'acqua che fa capo all'Azienda speciale della Camera di Commercio. Iftach Frenkel, direttore del settore Idraulica e Energia del SII (Standards Institution of Israel), accompagnato da Arnaud Brunelle, senior sales manager della multinazionale Itron, ha visitato il Laboratorio astigiano. L'Istituto israeliano SII promuove gli standard di qualità dei prodotti elaborando le norme in accordo con il ministero dell'Industria del Commercio, certifica i prodotti e testa quelli nazionali e d'importazione per verificarne la compatibilità con gli standard internazionali. 
 

Poche notizie sparse oggi nella nostra rassegna, ma quasi tutte preoccupanti. Partiamo da una stima delle possibili vittime in una guerra nuclare dell’Iran contro Israele, attribuita da Italia oggi a fonti israeliane: si parla di un milione di possibili morti.

Ugo Volli












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