“Il rinnovo del Consiglio
del Meis è un segnale molto importante che dà ulteriore impulso alla
realizzazione di questo progetto” spiega Riccardo Calimani, presidente
e, da pochi giorni, direttore scientifico del Museo dell’Ebraismo e
della Shoah di Ferrara (carica che condividerà con Carla Di Francesco,
direttrice dei Beni Culturali dell’Emilia Romagna). Il 4 dicembre
scorso sono state infatti rinnovate le cariche del Cda del Meis e,
assieme alle conferme del presidente UCEI Renzo Gattegna e di Michele
Sacerdoti, presidente della Comunità ebraica di Ferrara, è arrivata la
nomina a consigliere di Raffaella Mortara, già vicepresidente della
Fondazione CDEC. Nel Consiglio siederanno inoltre l’assessore alla
Cultura della Regione Massimo Mezzetti, il vicesindaco di Ferrara
Massimo Maisto, al fianco di Angelo Tabaro, Franco Miracco e Roberto
Finardi.
“Il 20 dicembre avremo l’inaugurazione di una mostra nei locali della
Palazzina di via Frangipane; un evento di grande portata, ulteriore
passo di un cammino ancora lungo” ricorda Calimani con l’auspicio che
“Ferrara e il Museo diventino un centro internazionale della cultura
ebraica”. Obiettivo peraltro della Festa del Libro Ebraico che il
prossimo aprile giungerà alla sua terza edizione.
Tornando alla mostra del 20 dicembre, divisa in tre sezioni, di grande
rilievo sarà l’esposizione di alcuni preziosi codici miniati e volumi a
stampa. Una mappa dell’Italia, inoltre, ricostruirà, attraverso
materiale multimediale, la presenza ebraica sul territorio. La data
dell'inaugurazione coinciderà con l'accensione del primo lume di
Hannuka, festa a cui sarà dedicato un particolare spazio nella mostra
della città estense, con una sezione dedicata ad alcune Hannukiot
provenienti da diverse Comunità ebraiche italiane.
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Qui Mantova - Le pagine dell'odio su un quotidiano locale La Corte d'appello inasprisce le condanne
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Era il febbraio del
2006. Sulle colonne della Voce di Mantova, quotidiano di cui avrebbe
presto lasciato la direzione dopo il polverone mediatico che lui stesso
aveva sollevato, il giornalista professionista Davide Mattellini (nella
foto) interveniva a più riprese con pesanti e inequivocabili
affermazioni antisemite a seguito delle presunte pressioni esercitate
da Stella di Davide israeliana e Mezzaluna islamica sulla Croce Rossa
per uniformare il simbolo internazionale di soccorso in un rombo rosso.
Nel mirino di Mattellini, in particolare, la Comunità ebraica mantovana
e alcuni suoi autorevoli esponenti che avevano duramente protestato in
seguito alla pubblicazione, sempre sulla Voce, di un articolo
tendenziosamente intitolato ‘Ora anche gli ebrei contro la Croce’. Le
polemiche non si placavano e di pari passo, con il sostegno dell’Unione
delle Comunità Ebraiche Italiane, si dava avvio alle pratiche legali.
Oltre a Mattellini, chiamati a rispondere delle proprie azioni erano
Vidiemme, cooperativa che edita la Voce di Mantova, e il privato
cittadino Walter Malacarne, qualificatosi coordinatore provinciale di
Azione Sociale, che in una lettera indirizzata al direttore aveva tra
l’altro scritto, a proposito degli ebrei, che “fin da ragazzo mi
dicevano che quelli piangono il morto per fregare il vivo".
A distanza di alcuni anni dai fatti, verificatisi tra l’estate del 2005
e i primi mesi del 2006, arriva ora il pronunciamento della Corte di
Brescia che, in accoglimento del ricorso in appello formulato
congiuntamente da UCEI e Comunità ebraica di Mantova, ha emesso una
sentenza di condanna più severa rispetto a quella pronunciata in
occasione del processo di primo grado che, spiegano dalla Comunità,
aveva portato a un risultato ritenuto mite e non pienamente
soddisfacente. Mattellini, Malacarne e Vidiemme sono stati condannati
al risarcimento dei danni (quantificati in 30mila euro a favore sia
dell’Unione che della Comunità di Mantova) e delle spese legali per
entrambi i gradi di giudizio. I tre soggetti dovranno inoltre far
pubblicare, sempre a loro spese, la notizia dell’avvenuta condanna
sulla Gazzetta di Mantova. Più in generale, ed è una sentenza che
potrebbe far scuola in questo ambito, è stata riconosciuta la
dimensione nazionale dei fatti sottoposti a giudizio e quindi il ruolo
centrale assunto in tal senso dall’Unione. “Per quanto riguardo il
quinto motivo di doglianza degli enti appellanti – si legge nella
sentenza – è indubbio oggettivamente che le frasi offensive e
diffamatorie riguardavano non la sola Comunità mantovana ma tutta la
Comunità ebraica, in generale, e ‘gli interessi morali degli ebrei’, di
cui si prende cura per statuto l’UCEI, che ha pertanto diritto al
risarcimento dei danni”.
a.s.
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Qui Roma - Il sindaco Alemanno e i suoi fedelissimi "Ambiguità che devono essere evitate"
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In seguito alla
pubblicazione dell'articolo "Per i fedelissimi di Alemanno c'è sempre
un lavoro", uscito sul quotidiano gratuito Cinque Giorni sabato 3
dicembre, il Consigliere dell'Unione delle Comunità Ebraiche
Italiane Vittorio Pavoncello ha inviato una lettera di
protesta all'indirizzo del direttore del giornale Giuliano Longo.
Nell'articolo menzionato si citavano in modo rischioso e ambiguo i
rapporti tra la Comunità ebraica di Roma e il sindaco Gianni Alemanno,
con un'interpretazione fuorviante rispetto alla promozione della
giornalista Ester Mieli, recentemente nominata portavoce del sindaco
della Capitale. La lettera di Pavoncello, con la risposta del direttore
Longo, è stata pubblicata oggi sul giornale Cinque
Giorni.
Leggi la pagina in cui sono pubblicati tutti
gli interventi
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"Israele deve restare
aperto al futuro"
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Chiedo scusa ai lettori, ma
– chiamato in causa da Ugo Volli – penso di dover
rispondere al suo intervento della scorsa domenica su questa pagina.
Ugo se la prende con me per un mio blog pubblicato qui giovedì 1
dicembre, in cui esaminavo criticamente le seguenti parole da lui
pubblicate il 27 novembre sempre su questa
pagina: "le illusioni di Oslo vanno lasciate cadere, non esiste, fuori
dal mondo dei puri desideri, la possibilità di una pace nel breve ma
anche nel medio periodo". "La pace non è oggi nell'ordine delle
possibilità reali, è una parola che ha solo referenza propagandistica".
Dopo averci ben pensato, avevo deciso di riportare le parole di Volli
fra virgolette ma senza citare esplicitamente l'autore, proprio perché
mi ero illuso si potesse da questo evincere che dissentivo dai
contenuti, senza peraltro aprire una polemica personale. Mi ero
evidentemente sbagliato. Partendo dal mio testo di 312 parole Volli
sviluppa una risposta di 1206 parole – un rapporto di circa 4 a 1 – in
cui cita il mio nome sei volte. Per controbattere proporzionalmente,
dovrei ora scrivere 4800 parole citandolo almeno 24 volte, cosa che non
intendo fare. Desidero però chiarire che mi dissocio dal nuovo
intervento di Volli per due motivi, uno di forma e uno di sostanza.
Riguardo alla forma, trovo appunto deplorevole che non si possa
dissentire civilmente su argomenti di interesse generale senza tirare
in campo e contestare la persona dell'interlocutore, le sue
specializzazioni professionali, le sue motivazioni profonde, il suo
senso generale del comprendonio, e perfino la sua integrità. Volli
ironizza su un riferimento dell'"illustre demografo" a un sondaggio di
opinione svolto lo scorso ottobre in cinque paesi arabi che rivela un
dato del 67,5 per cento a favore di un accordo di pace con Israele (nei
confini del 1967). Potrei dire – ma non dirò – che l"illustre
semiologo" troverà gli estremi della ricerca nel qui allegato documento
dell'Anwar Sadat Chair for Peace and Development,
University of Maryland. I dati, intendiamoci, sono tutt'altro
che rose e fiori, ma sono comunque il frutto di un lavoro svolto da
persone legittimamente inserite nel sistema dell'educazione superiore
degli Stati Uniti d'America. Il sondaggio, dunque, esiste e se non ho
citato la fonte fin dall'inizio è perché in un blog di 300 parole (che
meglio sarebbe se fossero 200) non c'è spazio per note a margine e
bibliografie. La susseguente lezione di statistica di Ugo è superflua
dato che i limiti della disciplina sono noti. Semmai è interessante
notare l'analogia con le garbate parole inviatemi da un altro lettore
di origine torinese, il Dott. Sergio Tezza Hadar: "Ma perché questo
"honorable man" s'inventa, come sempre professoralmente, le
statistiche? Ma li ha visti i risultati delle elezioni in Egitto,
Tunisia e Marocco? Altro che i suoi sondaggi!! Perché, nel suo delirio
ideologico pacifista a prova di realtà, ignora che una delle prime
richieste del partito al potere in Tunisia è stata di mettere nella
costituzione il rifiuto di ogni contatto con Israele e il fatto che il
Sionismo è il nemico principale dell'Islam? Ma di che cosa cavolo parla
dalla sua torre d'avorio?" In breve, quando l'altrui risultato non
corrisponde alla nostra presupposizione, il messaggero dev'essere
pazzo, criminale, o prezzolato. Fin qui sulla cultura del dibattito.
Il discorso sui contenuti è più complesso, e per essere chiaro,
togliendomi i guanti, dirò semplicemente che Ugo non ha proprio capito
il messaggio essenziale del mio blog. Il problema non è tanto quello
del processo di pace, su cui io ho scritto che chi ne ha decretato la
morte potrebbe "anche avere ragione", e che ho definito io stesso
"moribondo". Io stesso, poi, ho scritto contestando l'assurdo concetto
di "primavera araba", e ho correttamente previsto che il voto in Egitto
sarebbe stato deciso da quell'80 per cento di elettori che non sono
connessi all'internet, e non dal 20 per cento che lo sono. I due
aspetti su cui richiamavo l'attenzione erano, invece, quello del saper
fare politica, che – ho sostenuto – è molto carente nell'attuale
amministrazione israeliana; e quello del dar giudizi politici a
distanza
da parte di chi non è abbastanza addentro alle sfumature della vita in
Israele, o addirittura manca delle nozioni fondamentali.
Il fatto è che lo Stato d'Israele si trova attualmente in una posizione
quasi senza precedenti di isolamento nel contesto della comunità
internazionale. Se Sarkozy dice che Bibi è un bugiardo, se Obama si
lamenta che lui se lo deve subire tutti i giorni, se la Clinton dice
che Israele sta diventando come l'Iran, e se pure la Merkel ha da
ridire, tutto ciò non significa necessariamente che Israele abbia torto
o che debba essere distrutto alla radice nel suo contenzioso con i suoi
nemici e rivali. Nemmeno significa che tutti questi personaggi siano
tutti dei bavosi antisemiti. È anche vero, per fortuna, che al momento
delle grandi decisioni politiche come nel caso della votazione per
l'ammissione all'UNESCO dell'Autorità palestinese, numerosi paesi
tuttora soppesano i loro interessi nel contesto globale e scelgono di
non allinearsi decisamente contro Israele. In particolare, gli Stati
Uniti – al consiglio di Sicurezza, all'Assemblea dell'ONU, alle
commissioni dell'ONU (e di questo sono stato personalmente testimone),
all'UNESCO – con grande coerenza e fermezza si oppongono ai tentativi
di delegittimare o di marginalizzare Israele. Ma i giudizi si danno a
biglie ferme e non ha senso fare dei grandi consuntivi in questo
momento fluido e farraginoso per gli affari mondiali.
Quello che è certo è che purtroppo l'immagine di Israele è a terra, e
questo ha serie conseguenze per la forza strategica del paese. Molti di
coloro che dovrebbero essere gli amici di Israele o comunque i partners
in una conversazione fra adulti sono esasperati da qualche cosa che sta
succedendo nell'amministrazione e nella società israeliana. Non meno
preoccupante è il fatto che una buona parte dei cittadini d'Israele – e
per essere espliciti diciamo: dei cittadini ebrei di Israele –
esprimono altrettanto gravi riserve sulla conduzione delle cose
pubbliche. La critica verte in particolare sull'attacco massiccio
condotto da una parte dei ministri e dei deputati della coalizione di
Netanyahu contro il potere giudiziario, sull'ingerenza prepotente dei
circoli religiosi più fondamentalisti nella vita della società civile,
sull'incapacità del governo di scalfire vecchi e nuovi centri di
privilegio e di esenzione nel sistema economico e sociale. Dietro tutto
questo vi sono le necessità di piccolo cabotaggio della coalizione di
Bibi che alla grande hanno la precedenza sugli interessi reali del
paese. Va ben detto che quella attuale non è l'unica coalizione di
governo possibile. In parlamento ce ne sarebbe almeno un'altra che
probabilmente otterrebbe un consenso più ampio da parte degli
israeliani, e che ovviamente svolgerebbe politiche diverse,
primariamente sul fronte interno. In sostanza la compagine governativa
israeliana si distingue sempre di più per le sue dichiarazioni ben al
di sopra delle righe, e per l'alienazione crescente nei confronti di
larghi settori della società.
Di fronte a queste tendenze preoccupanti, le dichiarazioni di supporto
incondizionato di Ugo Volli e dei suoi pari tendono con sempre maggiore
aggressività verbale a delegittimare chiunque non segua pedissequamente
la retorica governativa, anzi fanno violenza a una delle maggiori
caratteristiche positive della società israeliana che è la grande
libertà di opinione, la circolazione e il confronto delle idee, il
libero arbitrio, il pluralismo democratico. Diversi milioni di
israeliani, dotati di grande lealtà nei confronti dello stato,
patriottismo, senso civico, e insieme a questo gelosi del proprio senso
critico, vengono assimilati provocatoriamente e cinicamente a una
piccola minoranza di gruppettari post-sionisti, o anti-sionisti, o
francamente anarchici che pure esistono. Oltre a tutto, Ugo Vollli che
è vicino al movimento ebraico riformato, se vivesse in Israele si
troverebbe prontamente fra gli emarginati, e sarebbe tra i primi a
scendere in strada per difendere i diritti di equa rappresentanza del
suo gruppo.
Nella vita è importante sia la qualità del prodotto, sia l'immagine del
prodotto. Israele deve migliorare la propria immagine, senza
dimenticare di migliorare sé stesso. La buona politica, come ho
scritto, si fa con meno dichiarazioni trancianti, con meno retorica,
con meno scelte estremizzanti, con una maggiore ricerca del consenso, e
anche con maggiore aderenza alla legge di fronte a palesi violazioni da
parte di alcuni dei "nostri". La più grave di queste violazioni è stata
l'uccisione di Itzhak Rabin, che non è venuta dal cielo bensì da
gruppuscoli di estremisti non legittimi, che hanno trovato attorno a sé
l'avallo di gruppi minoritari ma più numerosi di attivisti, e alla
lunga il beneplacito di sezioni molto più ampie dell'opinione pubblica
politicamente orientata "contro Oslo". Il limite fra ciò che è
legittimo e ciò che non lo è dovrebbe essere sempre marcato
indelebilmente nella coscienza politica degli israeliani, e purtroppo
non sempre lo è. La politica d'altra parte si fa con incessanti sforzi
quotidiani di ricerca del partner della parte avversa, e con la ricerca
costante di interessi condivisi, sia pure parziali. Il partner esiste,
e i sondaggi lo confermano, sia pure minoritario, timidissimo, con
scarsissime capacità dialettiche, con infinite contraddizioni logiche,
sempre prigioniero di storici pregiudizi, condizionato e impaurito da
parte di chi usa il terrorismo come metodo di lavoro quotidiano.
Guardandoci bene intorno, rendiamoci conto che è poco astuto e poco
redditizio dire: "Noi siamo contro la pace". Noi siamo sempre per la
pace, sono gli altri che sono contro. Noi saremo sempre per la
trattativa e la ricerca del compromesso, sono gli altri che si
oppongono. Così è stato subito dopo l'assemblea dell'ONU, e Israele per
un giorno ha guadagnato un punto. Israele ha una dichiarazione di
indipendenza che afferma "completa uguaglianza di diritti sociali e
politici a tutti i suoi abitanti senza distinzione di religione, razza
o sesso, garantisce libertà di religione, di coscienza, di lingua, di
istruzione e di cultura, preserverà i luoghi santi di tutte le
religioni e sarà fedele ai principi della Carta delle Nazioni Unite".
Sono gli altri che discriminano, che sognano un mondo judenrein. Perché
invertire i ruoli in questo balletto? Dov'è il dividendo? O semmai è un
autogol?
Infine, sulla questione del diritto degli ebrei della Diaspora a
parlare. In Israele io sono fra coloro (Ugo Volli li chiama "gli
intellettuali") che in modo più esplicito si sono dichiarati per una
partnership istituzionale fra diaspora ebraica e istituzioni israeliane
di fronte all'analisi e alla gestione dei maggiori problemi comuni.
Questa partnership operativamente oggi non esiste, al di là delle molte
istituzioni che affermano o si illudono di rappresentarla. Il diritto
di critica di quanto avviene in Israele è ovviamente parte
imprescindibile dell'identità ebraica degli ebrei, dovunque risiedano
al mondo. Ma va anche riconosciuto con onesta umiltà che gli
osservatori che non vivono in Israele e che non possono avere immediato
accesso alla stampa e alle molte altre fonti di informazione in lingua
ebraica, finiscono inevitabilmente per avere una conoscenza molto
parziale e schematica della realtà del paese, con le sue infinite
complessità, contraddizioni e interazioni – fra religione e politica,
fra politica estera e politica economica, fra politica della difesa e
diritti civili. Le quotidiane dichiarazioni da parte di chi sostiene a
spada tratta e a priori tutto quello che il governo fa e dice sono
simili – non nella sostanza ma nella metodologia – alle dichiarazioni
di chi per partito preso contesta tutto quello che Israele dice o fa. È
vero, gli uni credono di operare per il bene della causa, gli altri
vogliono causare danno. Ma gli uni come gli altri finiscono per fare
delle dichiarazioni di propaganda di partito, legittime fin che si
vuole, ma che non rappresentano e non possono rappresentare la totalità
di Israele. Non è mai il caso di farsi illusioni pericolose, ma non è
il caso nemmeno di scavarsi una fossa e adagiarvisi, o di cominciare a
scagliare ordigni nucleari in tutte le direzioni. Israele è, o dovrebbe
essere, una società aperta al futuro. Un futuro che si fonderà sempre
sulla conoscenza, sull'incontro, sull'ottimismo, e sulla speranza.
Sergio Della Pergola, demografo
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Credito di fiducia
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Come ebreo, come italiano,
come attivista, confesso di essere in difficoltà. Non so che cosa
augurarmi e non sono in grado di stabilire cosa è giusto. Da una parte
c’è un regime laico, quello siriano, che massacra i propri cittadini;
dall’altra c’è una democrazia giovane, quella egiziana, in cui i
partiti islamisti avrebbero stravinto le elezioni. Col risultato, per
esempio, che le donne egiziane sono preoccupate per il loro destino.
È possibile trovare una sintesi tra la preoccupazione per il futuro
dello Stato d’Israele, la difesa dei diritti umani, l’ansia per un
Mediterraneo sempre più tempestoso? Forse. O forse no. Ma occorre
partire da alcuni punti fermi. Primo: non è possibile appoggiare regimi
corrotti che violano i più elementari diritti umani. Valeva nel caso
della Libia, vale ora nel caso della Siria, amici o nemici
dell’Occidente. Gli oppositori, tuttavia, sono in questi contesti
innanzitutto gli islamici, cioè i più perseguitati.
Se il regime crolla questi movimenti raccolgono i frutti delle
vessazioni subite sotto la dittatura. Dunque nel breve periodo pare
improbabile che gli islamici possano perdere le elezioni. La domanda
quindi diventa: tutti i partiti islamici sono una minaccia per
l’Occidente e per Israele? Molti commentatori, soprattutto da destra,
ritengono di sì. Personalmente non sono in grado di dare un giudizio,
perché la galassia islamista mi sembra assai variegata, andando da
Erdogan a personaggi che inneggiano direttamente ad Ahmadinejad.
Ma il quesito più urgente è: se pensiamo che tutti i movimenti islamici
siano un pericolo, quale politica possiamo adottare come Europa, come
Italia, e quale politica può scegliere Israele? Dichiariamo tutti
guerra all’Islam? Io credo che, volenti o nolenti, un credito di
fiducia dovremo concederlo, discernendo tra Islam e Islam. Penso che
l’Europa debba giocare questa partita, cooperando e investendo in paesi
impoveriti, se vuole evitare che i nuovi stati, spinti dalla paura e
dall’ostilità, finiscano definitivamente nelle braccia dell’ideologia
anti-occidentale, anti-israeliana e filo-iraniana.
Tobia Zevi, Associazione Hans
Jonas
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notizie
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rassegna
stampa |
Italia
- Israele, si profila un accordo
di collaborazione sull'acqua
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Leggi la rassegna |
Si profila una
collaborazione tra la Camera di Commercio di Asti e lo Stato d'Israele.
A fare da ponte fra le due realtà è il Laboratorio nazionale di
taratura dei contatori d'acqua che fa capo all'Azienda speciale della
Camera di Commercio. Iftach Frenkel, direttore del settore Idraulica e
Energia del SII (Standards Institution of Israel), accompagnato da
Arnaud Brunelle, senior sales manager della multinazionale Itron, ha
visitato il Laboratorio astigiano. L'Istituto israeliano SII promuove
gli standard di qualità dei prodotti elaborando le norme in accordo con
il ministero dell'Industria del Commercio, certifica i prodotti e testa
quelli nazionali e d'importazione per verificarne la compatibilità con
gli standard internazionali.
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Poche notizie sparse oggi
nella nostra rassegna, ma quasi tutte preoccupanti. Partiamo da una
stima delle possibili vittime in una guerra nuclare dell’Iran contro
Israele, attribuita da Italia oggi a fonti israeliane: si
parla di un milione di possibili morti.
Ugo
Volli
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è il giornale dell'ebraismo
italiano |
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Dafdaf
è il giornale ebraico per bambini |
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L'Unione
delle Comunità Ebraiche Italiane sviluppa mezzi di comunicazione che
incoraggiano la conoscenza e il confronto delle realtà ebraiche. Gli
articoli e i commenti pubblicati, a meno che non sia espressamente
indicato il contrario, non possono essere intesi come una presa di
posizione ufficiale, ma solo come la autonoma espressione delle persone
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