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18 dicembre 2011 - 22 Kislev 5772
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Benedetto Carucci Viterbi Benedetto
Carucci
Viterbi,
rabbino

"Jehudah ben Tabbai diceva ....quando le parti sono davanti a te, considerale come colpevoli, ma quando prendono congedo, dopo aver accettato la sentenza, allora considerale come innocenti" (Avot 1, 8). Gli assolti, naturalmente; ma anche i condannati. (Bertinoro)


David
Bidussa,
storico sociale delle idee


David Bidussa
“Il capo dei coppieri, invece di ricordarsi di Giuseppe, lo dimenticò”. E’ il verso con cui si chiude la parasha di Vayeshev che abbiamo letto ieri. Poi si ricorda (saranno i primi versi della parashà di Mikkets che leggeremo il prossimo shabbat). Si ricorda perché si ripete la stessa situazione: qualcuno sogna, si domanda il significato del sogno, nessuno riesce a dare una spiegazione, qualcuno la darà. E’ evidente che se qualcuno si dimentica, non si ricorda. Ma perché ripetere due volte lo stesso concetto? Perché dimenticare (l’oblio) e non ricordare non sono identiche. Così come differiscono “avere memoria” (che è l’opposto di dimenticare) e ricordare. Ricordare o non ricordare è un’operazione meccanica, spesso casuale. Dimenticare e avere memoria sono due atti intenzionali. Dimenticare e avere memoria sono un risultato e testimoniano di una volontà: si dimentica ciò che si è deciso di dimenticare e si ha memoria di ciò che si vuole ricordare. Memoria e oblio non sono fatti. Sono atti: volontari, coscienti e consapevoli. Avere memoria o dimenticare è un atto che avviene attraverso due percorsi. Primo percorso: si tiene a mente (oppure al contrario si cancella) un intero avvenimento. Si riconosce qualcosa solo se si ripete la stessa cosa in tutte le sue parti (è ciò che accade al capo dei coppieri). Secondo percorso: si tiene a mente (o si dimentica) il contesto, la condizione in cui una certa cosa è avvenuta o è stata detta. Ciò che tratteniamo è uno strumento per pensare, comparare, e comprendere le somiglianze e le differenze nei fatti della storia. Che non si ripetono mai uguali a se stessi, ma hanno similitudini e differenze con ciò che è accaduto prima. Dopo i fatti della settimana scorsa di Torino e di Firenze avere memoria non è più un esercizio solo per tenersi in allenamento, ma è una condizione per saper leggere in maniera acuta e perspicua le peripezie possibili della realtà. Capire che cosa e come si ripeterà qualcosa, ma soprattutto comprendere che ciò che è stato nel passato ha avuto molti linguaggi, ha assunto forme e modalità diverse in paesi diversi. Scegliere il contesto giusto per comprendere cosa sta accadendo diviene molto importante. Per questo avremo sempre più bisogno di seguire il secondo percorso per riconoscere ciò che potrebbe verificarsi. Se avere memoria, si limiterà solo a ricordarsi avvenimenti anziché riconoscere contesti, il risultato sarà o non cogliere le similitudini, o fare delle false analogie.

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davar
"La Calabria inclusiva prevarrà su chi semina pregiudizio"
Si è svolta ieri nella sala del Consiglio Regionale di Reggio Calabria una manifestazione per la democrazia e contro ogni forma di razzismo indetta in seguito ad alcune infelici dichiarazioni pubblicate da alcuni politici locali sulla rete. La manifestazione ha raccolto adesioni nel mondo delle istituzioni, dell’associazionismo e delle varie identità culturali e religiose presenti sul territorio calabrese. Il presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Renzo Gattegna ha inviato ai partecipanti il seguente messaggio di saluto:

La vicenda ebraica in Calabria si perde nella notte dei millenni. Secondo alcune fonti primi nuclei stabili si formarono nella regione dopo la distruzione del secondo Tempio di Gerusalemme ad opera dell'imperatore Tito, avvenimento in seguito al quale ebbe inizio il fenomeno conosciuto come Diaspora. Il contributo degli ebrei divenne progressivamente sempre più significativo e si rivelò essenziale per la crescita spirituale e materiale della collettività. La Calabria fu patria di intellettuali, biblisti e mercanti ebrei. Quartieri ebraici e sinagoghe sorsero quasi ovunque: da Reggio Calabria a Cosenza, da Bova Marina a Tropea. Nel periodo di massimo splendore risultavano istituite oltre cinquanta comunità ebraiche.
Certo non mancarono momenti di tensione ma, se paragonata al resto dell’Europa cristiana, la situazione fu meno problematica. Lo scenario mutò con il violento ingresso sulla scena del Tribunale dell’Inquisizione. Gli ebrei furono posti davanti a una drammatica scelta di vita o di morte. Molti si convertirono, altri perirono nei fuochi dei roghi, altri ancora abbandonarono la Calabria non facendovi più ritorno. Le persecuzioni si rivelarono gravide di conseguenze negative anche per la popolazione non ebraica causando una lunga stagione di crisi e di arretratezza. Come d’altronde spesso accade nella storia quando a vincere è la cecità del fanatismo religioso.
In Calabria esistono oggi alcuni nuclei ebraici anche se non Comunità giuridicamente costituite. Forte è però il risveglio di interesse verso questa realtà, verso un’identità di cui molti calabresi conservano traccia nel patrimonio familiare. Negli ultimi tempi, in qualità di presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, ho avuto modo di presenziare ad alcune iniziative a carattere ebraico nel Meridione tra cui un intenso seminario svoltosi nelle località di Santa Maria del Cedro e Belvedere Marittimo. La calorosa accoglienza riservataci in quell'occasione dal popolo calabrese e dai suoi rappresentanti istituzionali ci ha commosso. Generosità, affetto e disponibilità hanno caratterizzato un'occasione di conoscenza simbolicamente legata al viaggio che ogni anno rabbini dai cinque continenti fanno in quei luoghi per raccogliere i cedri, frutti tradizionali della festa di Sukkot.
Nel ripartire abbiamo portato con noi l'impressione di una Calabria accogliente, inclusiva e culturalmente disponibile ad allacciare relazioni. Siamo certi che questa parte di popolazione di gran lunga maggioritaria saprà definitivamente prevalere su chi, vittima dell'ignoranza e della superficialità, si esprime ancora oggi in modo offensivo nei nostri confronti. I momenti difficili che il paese sta attraversando richiedono infatti, da parte di tutti e in particolare dalle istituzioni politiche, una chiara consapevolezza democratica per vigilare al meglio contro il diffondersi di ideologie, stereotipi e veleni che attentano ai principi fondanti del nostro essere cittadini del mondo.

Renzo Gattegna, presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane


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pilpul
Davar acher - Creatività e veleni
Ugo VolliCome ha scritto il grande giurista ebreo americano Alan Dershowitz in un articolo pubblicato in Israele dal Jerusalem Post, è veramente stupefacente la creatività che viene impiegata nella stampa e nella politica mondiale per parlare male di Israele, il capro espiatorio che tutti amano odiare, molti ebrei compresi. Dershowitz richiama fra l'altro un episodio che a fatto rumore negli Stati Uniti, anche se da noi non se n'è parlato: un'opinione pubblicata sulla pagina degli editoriali del "New York Times", giornale simbolo dell'intellighenzia ebraica "liberal" della East Coast, in cui si rimproverava Israele per la libertà concessa agli omosessuali, dipingendola come un pretesto per coprire l'apartheid e la repressione dei palestinesi (chi volesse leggere la traduzione italiana di questo articolo veramente surreale, lo trova qui). 
Sullo stesso New York Times, più o meno negli stessi giorni, Thomas Friedman accusava Israele non di essere troppo fintamente tollerante in materia sessuale, ma al contrario di essere troppo repressivo con le donne, per via degli autobus degli haredim, dove i sessi sono separati. Lo stesso Friedman, tipico esempio di ebreo che si diverte moltissimo a dar lezioni a Israele, scriveva nel medesimo articolo che gli applausi del Congresso americano a Netanyahu visti qualche mese fa "era stata pagata e comprata dalla Israel lobby" (per chi non ci crede è tutto qui).
La sua posizione riecheggia quella di Hilary Clinton che pochi giorni fa per le stesse ragioni paragonava Israele nientemeno che all'Iran. Per fortuna almeno Hilary non ha rapporti con l'ebraismo, salvo il marito di sua figlia. Naturalmente sia Friedman che Clinton citano anche le leggi "liberticide": come proibire il boicottaggio di enti pubblici o privati (è reato anche in Francia o negli Usa), aumentare le multe per la diffamazione a mezzo stampa a un livello inferiore a quello italiano, far passare ai candidati giudici un esame da un'apposita commissione parlamentare (in Italia la metà è eletta dal parlamento, negli Usa li nomina il Presidente, in Israele la Corte Suprema coopta i suoi nuovi membri). Insomma lo sport di parlar male di Israele è diffusissimo dappertutto e anche gli ambienti ebraici – certi ambienti ebraici - non si fanno pregare.
Qualcosa di analogo è accaduto con la rampa di legno che da accesso alla porta occidentale del Monte del Tempio, la sola per cui possono passare i non musulmani. A suo tempo la struttura ne aveva sostituito un'altra crollata per un terremoto, e gli arabi avevano protestato vivacemente. Oggi la rampa è invecchiata ed è diventata insicura, bisognerebbe sostituirla completamente. Ma gli arabi si oppongono, dicendo che fa parte del torbido piano sionista per abbattere le moschee edificate in cima alla montagna. In emergenza, l'ingegnere capo del comune di Gerusalemme ne ha decretato la chiusura perché pericolosa; ma il "centro palestinese dei diritti umani", echeggiato da tutto il mondo arabo e islamico, dall'Unesco e magari da qualche cancelleria occidentale, ha dichiarato che la chiusura non è niente di meno che un "crimine di guerra". E nessuno ha riso loro in faccia. Fatto sta che il governo israeliano, per evitare i minacciati scontri religiosi, è obbligato a tenere in piedi una costruzione di legno e tubi innocenti, che rischia di crollare in ogni momento. Ma se poi qualcuno si farà male nel caso di un disastro, è chiaro che la colpa sarà di Israele.
Ancora un esempio: quando dei giovani "coloni" decidono deplorevolmente di scontrarsi con esercito e guardie di confine per protestare contro lo smantellamento di un avamposto, la colpa è dei "coloni", dunque di Israele che li tollera. Quando i "militanti" arabi e gli estremisti europei venuti in "Palestina" per fare turismo della protesta si scontrano ogni settimana in forma organizzata con esercito e guardie di confine per protestare contro il "muro", quelle sono manifestazioni "pacifiche" di massa che meritano l'appoggio dell'Autorità Palestinese delle organizzazioni non governative, della sinistra e anche dei governi europei; la colpa è comunque di Israele che li reprime. Se non li reprimesse e loro riuscissero ad abbattere la barriera di sicurezza, i terroristi avrebbero campo libero e ricomincerebbero a far stage in autobus e ristoranti; la colpa sarebbe comunque di Israele, incapace di tutelare i suoi cittadini. Esempi classici di quella situazione patologica che Gregory Bateson chiamava "doppio legame": qualunque cosa fai o non fai, hai torto. Perché la tua esistenza stessa è un torto. Questo, il "peccato originale di Israele" è del resto la premessa politica dell'azione palestinese, condivisa dagli storici "revisionisti" alla Pappè e in maniera più o meno tacita da molti politici europei.  
Chi non segue con attenzione le cose del Medio Oriente non può rendersi conto di quanto accanita e quotidiana sia la guerra psicologica e mediatica che  assedia Israele, con la più o meno consapevole complicità di coloro che in Israele e nel mondo ebraico fanno prevalere sulla responsabilità collettiva il loro settarismo o il loro rimpianto per la grande illusione (o piuttosto la grande truffa palestinese) del processo di pace. Che siano liberi di parlare è giusto, fa parte di quella grande forza di Israele che è la sua democrazia. Ma che possano essere contraddetti, che possano essere mostrati i loro legami organizzativi o ideali con le forze nemiche di Israele, fa pure parte della democrazia e della liberà di parola.

Ugo Volli


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notizieflash   rassegna stampa
Sorgente di vita: il pianeta Primolevi
e uno speciale sugli ebrei di Corfù
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Una notizia curiosa apre la puntata di Sorgente di vita di domenica 18 dicembre: si chiama Primolevi, tutto attaccato, come richiede l’anagrafe astronomica, è un pianetino distante 300 milioni di km dalla Terra ed è stato intitolato al grande scrittore torinese.

p.d.s.













 
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