Sono
convinto che la memoria non sia un minuto di silenzio. Perciò provo a
raccogliere il richiamo di Anna Foa sulla necessità di “costruire un
piccolo tassello di un pensiero”. Non so cosa accadrà il 27
gennaio in occasione del prossimo giorno della memoria. Ma dopo
l’ultima settimana di fatti italiani credo che si debbano almeno
osservare tre cose che con quella vicenda hanno una relazione e che,
forse, ci consentono di riflettere anche su un possibile contenuto di
un percorso che ci accompagni verso quell’appuntamento. 1. Il razzismo in Italia non è un vago ricordo del passato. 2. Non abbiamo una cultura (non dico una retorica, quella ne abbiamo senza timore di esaurimento scorte) dell’antirazzismo; 3. Il razzismo in Italia è destinato a crescere. E’
importante, tuttavia, che si abbia ben chiaro di che cosa stiamo
parlando, altrimenti, le parole avranno ragione della capacità di
riflettere sulla realtà concreta che abbiamo davanti. In Italia
non è in atto, né mi pare si possa sostenere che in un tempo breve –
medio, si produrrà una legislazione razziale fondata sul concetto di
sangue. Dunque quando parliamo di razzismo non parliamo di scene che
hanno caratterizzato l’Italia dal 1938, la Germania dal 1933, una gran
parte del continente europeo tra 1940 e 1945 durante il cosiddetto
“Nuovo Ordine Europeo”. Dunque non parliamo di campi di sterminio, di
“viaggi della morte”, di selezione. Ma l’esperienza e la pratica razziste non sono solo ed esclusivamente scene legate e conseguenti a quelle pratiche. Perché
si diffonda una cultura razzista e xenofoba, occorrono altre cose, per
certi aspetti meno impegnative di una legislazione razziale così come
l’abbiamo conosciuta negli anni ’30 e ’40 del Novecento. Provo ad elencarne alcune: • un tasso di disoccupazione consistente; • una condizione economica di recessione; • la convinzione di aver avuto un passato di successo cui ha fatto seguito una crisi sociale diffusa; • un ceto medio frustrato; • una provincia lontana dalla capitale che ha la convinzione di essere sfruttata da una classe di signori fannulloni; • una generazione di 20-30enni che sempre più arrabbiata; •
un’opinione pubblica che crede che la classe politica sia una casta,
preoccupata solo di fare i fatti propri, comunque convinta che al
governo ci siano esponenti che non difendono gli intessi nazionali; •
L’immagine diffusa che il proprio paese sia diventato il paese di tutti
gli stranieri, ma non degli “indigeni” e dunque abbia perso la propria
identità; • il timore che vadano al potere dei tecnocrati che non
abbiamo nessun vincolo con “il popolo” e dunque al servizio degli
interessi stranieri; • la diffusione di movimenti politici
regionalistici autoritari che coltivano una identità locale e che hanno
un’idea della comunità come corpo coeso e compatto, privo di conflitti
interni; • La presenza e la circolazione di un linguaggio,
politico, sociale, culturale e valoriale antisistema vicendevolmente
scambiabile tra destra e sinistra cui una delle categorie fondamentali
è una teoria complottistica della storia; • I tentativi reiterati delle piazze e delle folle di assalire il Parlamento. Tutti
questi tratti (ma molti altri ne potrei indicare) non appartenevano né
all’Italia degli ’30, né alla Germania degli anni ’30. Appartenevano
alla Francia degli anni ’30. Un paese che in quegli anni viveva in un
regime democratico, in cui i partiti politici erano legali, non c’era
una legislazione razziale in atto, la libertà di sciopero non era
minacciata, tutti andavano in vacanza e i ristoranti erano pieni. Ma
dentro, nel profondo, quella società viveva una crisi strutturale. Il
Governo di Vichy non fu solo l’effetto di una sconfitta militare ma
anche, e forse soprattutto, il risultato di una crisi sociale, politica
e culturale. E le politiche discriminative, corporative, autoritarie,
compreso l’antisemitismo, che adottò discendevano da quella condizione,
ma anche da un cultura profonda, non detta, non affrontata che
discendeva dall’antidemocrazia della prima metà dell’Ottocento che
aveva sempre vissuto come un’offesa la Rivoluzione francese e le sue
conquiste politiche e civili. A me non sembra che i malesseri
emersi queste settimane siano così diversi da quel lungo elenco e da
quel groviglio di sentimenti Dunque possiamo risparmiarci la
retorica del pericolo nazista (dove tutti faranno a gare per dichiarare
la propria estraneità) e invece riflettere con più attenzione su come
una società vive, reagisce e si mobilita in una condizione di crisi. E
domandarci, se, in occasione del prossimo 27 gennaio, non sia il caso
di capire che cosa significhi la cultura dell’indifferenza rispetto
alle condizioni sociali di chi ci è prossimo, come quella della difesa
ossessiva della differenza di sé.
David Bidussa, storico sociale delle idee
|
|
|
 |
Genocidi e negazionismi |
 |
La
recente crisi diplomatica tra Francia e Turchia - a seguito
dell’approvazione, da parte della Camera bassa del Parlamento francese,
di una proposta di legge tesa a sanzionare penalmente la negazione del
genocidio armeno da parte dell’impero Ottomano (consumato tra il 1915 e
il 1918) – solleva una serie di questioni. Per quel che riguarda
l’iniziativa legislativa francese – al di là della nobiltà delle sue
dichiarate intenzioni, e delle motivazioni di politica interna ad essa
sottostanti (probabilmente, meno nobili) -, si possono richiamare le
considerazioni e le perplessità da varie parti sollevate a proposito
dell’opportunità di introdurre, anche nel nostro ordinamento, una
sanzione penale del negazionismo (inteso, specificamente, come
negazione o banalizzazione della Shoah). Personalmente, a tale
proposito, ebbi a dire (Newsletter del 13 e del 20 ottobre del 2010)
che il revisionismo e il negazionismo rappresentano già, di per sé,
delle forme di istigazione all’odio razziale e religioso, e, in quanto
tali, risulterebbero già sanzionabili ai sensi della normativa vigente.
È del tutto evidente, infatti, che chi nega la Shoah non si limita a
dire un’assurdità storica (al pari, per esempio, di negare le guerre
puniche o le guerre d’Indipendenza), ma compie un atto deliberatamente
ingiurioso e aggressivo, volto a colpire, insieme, gli ebrei di ieri e
quelli di oggi, nella loro globalità e identità. Non c’è nessuna
differenza, da questo punto di vista, tra dire che la Shoah non è mai
avvenuta e asserire, per esempio, che gli ebrei (o gli zingari, i negri
ecc.) sarebbero una razza inferiore. D’altra parte, è evidente che
l’incitazione all’odio razziale è una fattispecie ‘aperta’,
onnicomprensiva, che può comprendere qualsiasi espressione di pensiero
volta a perseguire l’obiettivo del disprezzo identitario e della
sopraffazione etnica. Potrebbe essere pertanto opportuno, nel nostro
ordinamento, anziché una nuova norma “ad hoc” sul negazionismo, un
affinamento sul piano interpretativo della normativa esistente, e,
soprattutto, una legge volta a sanzionare la specifica, grave realtà
del negazionismo in sede didattica, che meriterebbe senz’altro di
essere stroncato con maggiore severità: un professore di storia che
spieghi ai suoi studenti che la Shoah non è mai avvenuta è uguale a uno
di medicina che insegni a praticare l’anestesia col curaro, o a un
docente di ingegneria che dica che nelle fondamenta di un palazzo deve
essere inserita sabbia anziché cemento. Per quanto riguarda la
legge francese, il problema che si pone è quello dei limiti, dei
confini che la sanzione penale del negazionismo debba o possa
incontrare. È evidente, infatti, che parrebbe discriminatorio punire
penalmente la negazione di una forma di genocidio (per esempio, quello
ebraico) e non di un altro (come quello armeno). Si può forse ridurre
la questione a un problema puramente numerico? Dire che si può parlare
di genocidio a partire da un certo numero di vittime? E chi stabilisce
questo numero? E chi “fa il conto”? La domanda di fondo, a mio parere,
è la seguente: esiste, in Francia o altrove, un movimento di opinione
volto a colpire specificamente il popolo armeno, la sua memoria e la
sua identità, all’interno del quale collocare la negazione del
genocidio armeno? Rappresenta, tale negazione, una forma di incitazione
all’odio razziale e religioso, al pari della negazione della Shoah? La
superficiale conoscenza del problema mi impedisce di fornire, sul
punto, una ponderata risposta. Pochi dubbi, invece, riguardo alla
reazione stizzita da parte del governo turco, che si è sentito
direttamente colpito dall’iniziativa francese, al punto da richiamare
in patria l’ambasciatore. Strano che un governo si occupi direttamente
di storia, come un Professore di liceo. Strano che difenda a scatola
chiusa gli atti effettuati da un altro governo, quasi un secolo prima,
come se fossero gli atti propri. Nessuno più delle autorità di Ankara
dovrebbe essere interessato a rendere giustizia alle vittime
dell’impero ottomano, e a deplorare i crimini compiuti dai governanti
di allora. Noi italiani non ci offendiamo certo quando si richiamano i
crimini del fascismo, o della colonizzazione in Libia o in Somalia. Non
ci dicono i turchi, da decenni, che la Turchia di oggi è pacifica e
democratica, ben diversa da quella militaresca e dispotica dell’impero
ottomano (che, oltre a sterminare gli armeni, oppresse e malgovernò
mezzo mondo), con le cui malefatte non ha assolutamente niente più a
che fare? Evidentemente, non è così. I turchi di ora sono gli stessi di
allora, di sempre. E sono sempre, sono sempre stati, buoni e innocui.
Non hanno mai decapitato i martiri di Otranto, non hanno conquistato
Costantinopoli, non hanno scuoiato vivo Bragadin, non hanno mai torto
un capello a un solo armeno. Prendiamo atto.
Francesco
Lucrezi, storico
|
|
 |
|
 |
 |
notizieflash |
|
rassegna
stampa |
Israele - Eli Guttman nominato ct della nazionale di calcio
|
|
Leggi la rassegna |
Eli Guttman, ex allenatore dell'Hapoel Tel Aviv è stato nominato ct
della nazionale di calcio israeliana al posto del francese Luis
Fernandez al quale non è stato rinnovato il contratto dopo la mancata
qualificazione a Euro 2012. Guttman avrà il compito di guidare Israele
alla qualificazione per i mondiali di calcio del 2014. "Oggi si
realizza un sogno - ha dichiarato Guttman - Anche se si tratta di un
semi sogno: l'altra metà del sogno sarebbe qualificarsi per i Mondiali".
|
|
Poche
sono le notizie che ci giungono dal Medio Oriente, e questo potrebbe
essere un bene, se non fosse che queste sono, sì, poche, ma non prive
di grande importanza. In Israele, a Bet Shemesh, una cittadina nei
pressi di Gerusalemme, una bimba di nome Na’ama, figlia di americani
molto religiosi, è stata spesso offesa, mentre si recava a scuola, da
zeloti che la consideravano non degnamente abbigliata.
Emanuel
Segre Amar
|
|
|