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28 dicembre 2011 - 2 Tevet 5772
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sciunnach
David Sciunnach,
rabbino


“È questo il primogenito, posa la destra sul suo capo.” (Bereshìth  47, 18) Il Grande commentatore italiano Rabbì Ovadià Sforno commenta questo verso dicendo: L’imposizione della mano dirige l’anima su ciò su cui si posa, come nel caso in cui è scritto: “Pose su di lui le mani ”(Numeri 27, 23). E siccome la forza della destra è superiore alla forza della sinistra, è più efficace l’imporre la destra sul lato destro che imporre la sinistra sul lato sinistro.
 Davide  Assael,
ricercatore



davide Assael
Tante le notizie dal mondo in questo fine anno un po’ più povero. Ci sono le vicende europee, con spread e altri indici economici che la fanno da padrone; c’è il recupero nei sondaggi di Barack Obama alla vigilia dell’anno elettorale, le rivoluzioni e controrivoluzione arabe. In Israele, l’ultima è la polemica della bambina di sette anni, Na’ama Margolis con la comunità di haredim, che ancora rinvia al problema della conciliabilità fra i diversi ebraismi. Fra tutto, però, mi piace pensare alle proteste in Russia, un grande Paese, che ho conosciuto, e che da sempre lotta con se stesso per favorire la nascita di una classe media capace di contrastare la tendenza oligarchica di cui è segnata la sua storia. Pare che questa volta la presenza borghese non sia trascurabile, costringendo anche lo zar Putin ad una strada diversa rispetto alla consueta cavalcata trionfale verso il Cremlino. Una dimostrazione che la storia non si ripete mai identica a se stessa e che le cose possono cambiare. Viene in mente un antico commento midrashico al “Niente di nuovo sotto il Sole” di Qohelet, “Sì, ma sopra il Sole?” Un auspicio per tutti.  

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davar
Memoria
Sono convinto che la memoria non sia un minuto di silenzio. Perciò provo a raccogliere il richiamo di Anna Foa sulla necessità di “costruire un piccolo tassello di un pensiero”.
Non so cosa accadrà il 27 gennaio in occasione del prossimo giorno della memoria. Ma dopo l’ultima settimana di fatti italiani credo che si debbano almeno osservare tre cose che con quella vicenda hanno una relazione e che, forse, ci consentono di riflettere anche su un possibile contenuto di un percorso che ci accompagni verso quell’appuntamento.
1. Il razzismo in Italia non è un vago ricordo del passato.
2. Non abbiamo una cultura (non dico una retorica, quella ne abbiamo senza timore di esaurimento scorte) dell’antirazzismo;
3. Il razzismo in Italia è destinato a crescere.
E’ importante, tuttavia, che si abbia ben chiaro di che cosa stiamo parlando, altrimenti, le parole avranno ragione della capacità di riflettere sulla realtà concreta che abbiamo davanti.
In Italia non è in atto, né mi pare si possa sostenere che in un tempo breve – medio, si produrrà una legislazione razziale fondata sul concetto di sangue. Dunque quando parliamo di razzismo non parliamo di scene che hanno caratterizzato l’Italia dal 1938, la Germania dal 1933, una gran parte del continente europeo tra 1940 e 1945 durante il cosiddetto “Nuovo Ordine Europeo”. Dunque non parliamo di campi di sterminio, di “viaggi della morte”, di selezione.
Ma l’esperienza e la pratica razziste non sono solo ed esclusivamente scene legate e conseguenti a quelle pratiche.
Perché si diffonda una cultura razzista e xenofoba, occorrono altre cose, per certi aspetti meno impegnative di una legislazione razziale così come l’abbiamo conosciuta negli anni ’30 e ’40 del Novecento.
Provo ad elencarne alcune:
• un tasso di disoccupazione consistente;
• una condizione economica di recessione;
• la convinzione di aver avuto un passato di successo cui ha fatto seguito una crisi sociale diffusa;
• un ceto medio frustrato;
• una provincia lontana dalla capitale che ha la convinzione di essere sfruttata da una classe di signori fannulloni;
• una generazione di 20-30enni che sempre più arrabbiata;
• un’opinione pubblica che crede che la classe politica sia una casta, preoccupata solo di fare i fatti propri, comunque convinta che al governo ci siano esponenti che non difendono gli intessi nazionali;
• L’immagine diffusa che il proprio paese sia diventato il paese di tutti gli stranieri, ma non degli “indigeni” e dunque abbia perso la propria identità;
• il timore che vadano al potere dei tecnocrati che non abbiamo nessun vincolo con “il popolo” e dunque al servizio degli interessi stranieri;
• la diffusione di movimenti politici regionalistici autoritari che coltivano una identità locale e che hanno un’idea della comunità come corpo coeso e compatto, privo di conflitti interni;
• La presenza e la circolazione di un linguaggio, politico, sociale, culturale e valoriale antisistema vicendevolmente scambiabile tra destra e sinistra cui una delle categorie fondamentali è una teoria complottistica della storia;
• I tentativi reiterati delle piazze e delle folle di assalire il Parlamento.
Tutti questi tratti (ma molti altri ne potrei indicare) non appartenevano né all’Italia degli ’30, né alla Germania degli anni ’30. Appartenevano alla Francia degli anni ’30. Un paese che in quegli anni viveva in un regime democratico, in cui i partiti politici erano legali, non c’era una legislazione razziale in atto, la libertà di sciopero non era minacciata, tutti andavano in vacanza e i ristoranti erano pieni. Ma dentro, nel profondo, quella società viveva una crisi strutturale.
Il Governo di Vichy non fu solo l’effetto di una sconfitta militare ma anche, e forse soprattutto, il risultato di una crisi sociale, politica e culturale. E le politiche discriminative, corporative, autoritarie, compreso l’antisemitismo, che adottò discendevano da quella condizione, ma anche da un cultura profonda, non detta, non affrontata che discendeva dall’antidemocrazia della prima metà dell’Ottocento che aveva sempre vissuto come un’offesa la Rivoluzione francese e le sue conquiste politiche e civili.
A me non sembra che i malesseri emersi queste settimane siano così diversi da quel lungo elenco e da quel groviglio di sentimenti
Dunque possiamo risparmiarci la retorica del pericolo nazista (dove tutti faranno a gare per dichiarare la propria estraneità) e invece riflettere con più attenzione su come una società vive, reagisce e si mobilita in una condizione di crisi.
E domandarci, se, in occasione del prossimo 27 gennaio, non sia il caso di capire che cosa significhi la cultura dell’indifferenza rispetto alle condizioni sociali di chi ci è prossimo, come quella della difesa ossessiva della differenza di sé.

David Bidussa, storico sociale delle idee

pilpul
Genocidi e negazionismi
Francesco LucreziLa recente crisi diplomatica tra Francia e Turchia - a seguito dell’approvazione, da parte della Camera bassa del Parlamento francese, di una proposta di legge tesa a sanzionare penalmente la negazione del genocidio armeno da parte dell’impero Ottomano (consumato tra il 1915 e il 1918) – solleva una serie di questioni.
Per quel che riguarda l’iniziativa legislativa francese – al di là della nobiltà delle sue dichiarate intenzioni, e delle motivazioni di politica interna ad essa sottostanti (probabilmente, meno nobili) -, si possono richiamare le considerazioni e le perplessità da varie parti sollevate a proposito dell’opportunità di introdurre, anche nel nostro ordinamento, una sanzione penale del negazionismo (inteso, specificamente, come negazione o banalizzazione della Shoah). Personalmente, a tale proposito, ebbi a dire (Newsletter del 13 e del 20 ottobre del 2010) che il revisionismo e il negazionismo rappresentano già, di per sé, delle forme di istigazione all’odio razziale e religioso, e, in quanto tali, risulterebbero già sanzionabili ai sensi della normativa vigente. È del tutto evidente, infatti, che chi nega la Shoah non si limita a dire un’assurdità storica (al pari, per esempio, di negare le guerre puniche o le guerre d’Indipendenza), ma compie un atto deliberatamente ingiurioso e aggressivo, volto a colpire, insieme, gli ebrei di ieri e quelli di oggi, nella loro globalità e identità. Non c’è nessuna differenza, da questo punto di vista, tra dire che la Shoah non è mai avvenuta e asserire, per esempio, che gli ebrei (o gli zingari, i negri ecc.) sarebbero una razza inferiore. D’altra parte, è evidente che l’incitazione all’odio razziale è una fattispecie ‘aperta’, onnicomprensiva, che può comprendere qualsiasi espressione di pensiero volta a perseguire l’obiettivo del disprezzo identitario e della sopraffazione etnica. Potrebbe essere pertanto opportuno, nel nostro ordinamento, anziché una nuova norma “ad hoc” sul negazionismo, un affinamento sul piano interpretativo della normativa esistente, e, soprattutto, una legge volta a sanzionare la specifica, grave realtà del negazionismo in sede didattica, che meriterebbe senz’altro di essere stroncato con maggiore severità: un professore di storia che spieghi ai suoi studenti che la Shoah non è mai avvenuta è uguale a uno di medicina che insegni a praticare l’anestesia col curaro, o a un docente di ingegneria che dica che nelle fondamenta di un palazzo deve essere inserita sabbia anziché cemento.
Per quanto riguarda la legge francese, il problema che si pone è quello dei limiti, dei confini che la sanzione penale del negazionismo debba o possa incontrare. È evidente, infatti, che parrebbe discriminatorio punire penalmente la negazione di una forma di genocidio (per esempio, quello ebraico) e non di un altro (come quello armeno). Si può forse ridurre la questione a un problema puramente numerico? Dire che si può parlare di genocidio a partire da un certo numero di vittime? E chi stabilisce questo numero? E chi “fa il conto”? La domanda di fondo, a mio parere, è la seguente: esiste, in Francia o altrove, un movimento di opinione volto a colpire specificamente il popolo armeno, la sua memoria e la sua identità, all’interno del quale collocare la negazione del genocidio armeno? Rappresenta, tale negazione, una forma di incitazione all’odio razziale e religioso, al pari della negazione della Shoah? La superficiale conoscenza del problema mi impedisce di fornire, sul punto, una ponderata risposta.
Pochi dubbi, invece, riguardo alla reazione stizzita da parte del governo turco, che si è sentito direttamente colpito dall’iniziativa francese, al punto da richiamare in patria l’ambasciatore. Strano che un governo si occupi direttamente di storia, come un Professore di liceo. Strano che difenda a scatola chiusa gli atti effettuati da un altro governo, quasi un secolo prima, come se fossero gli atti propri. Nessuno più delle autorità di Ankara dovrebbe essere interessato a rendere giustizia alle vittime dell’impero ottomano, e a deplorare i crimini compiuti dai governanti di allora. Noi italiani non ci offendiamo certo quando si richiamano i crimini del fascismo, o della colonizzazione in Libia o in Somalia. Non ci dicono i turchi, da decenni, che la Turchia di oggi è pacifica e democratica, ben diversa da quella militaresca e dispotica dell’impero ottomano (che, oltre a sterminare gli armeni, oppresse e malgovernò mezzo mondo), con le cui malefatte non ha assolutamente niente più a che fare? Evidentemente, non è così. I turchi di ora sono gli stessi di allora, di sempre. E sono sempre, sono sempre stati, buoni e innocui. Non hanno mai decapitato i martiri di Otranto, non hanno conquistato Costantinopoli, non hanno scuoiato vivo Bragadin, non hanno mai torto un capello a un solo armeno. Prendiamo atto.

Francesco Lucrezi, storico

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notizieflash   rassegna stampa
Israele - Eli Guttman nominato ct
della nazionale di calcio
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Eli Guttman, ex allenatore dell'Hapoel Tel Aviv è stato nominato ct della nazionale di calcio israeliana al posto del francese Luis Fernandez al quale non è stato rinnovato il contratto dopo la mancata qualificazione a Euro 2012. Guttman avrà il compito di guidare Israele alla qualificazione per i mondiali di calcio del 2014. "Oggi si realizza un sogno - ha dichiarato Guttman - Anche se si tratta di un semi sogno: l'altra metà del sogno sarebbe qualificarsi per i Mondiali".
 

Poche sono le notizie che ci giungono dal Medio Oriente, e questo potrebbe essere un bene, se non fosse che queste sono, sì, poche, ma non prive di grande importanza. In Israele, a Bet Shemesh, una cittadina nei pressi di Gerusalemme, una bimba di nome Na’ama, figlia di americani molto religiosi, è stata spesso offesa, mentre si recava a scuola, da zeloti che la consideravano non degnamente abbigliata.

Emanuel Segre Amar











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