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26 agosto 2012 - 8 Elul 5772
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alef/tav
Benedetto Carucci Viterbi Benedetto
Carucci
Viterbi,
rabbino

"Giudici e funzionari porrai per te...". L'inizio della parashah letta ieri è anche una indicazione per te, per ogni individuo: quando si prende una decisione bisogna essere allo stesso tempo, verso se stessi, giudici e "poliziotti". Si debbono analizzare, spiega Rav Avigdor Miller,  con lucidità e senza indulgenze le proprie profonde motivazioni, che non sempre sono quelle che appaiono; solo dopo questa attenta analisi si può passare alla azione. E questa è forse anche una buona indicazione per attivare un adeguato percorso di Teshuvah.


David
Bidussa,
storico sociale delle idee


David Bidussa
Nella discussione se sia stato opportuno o meno riconoscere la condizione di sanità mentale a Anders Behring Breivik, l’ideatore ed esecutore della strage di Utoya (77 morti) molti hanno sottolineato che in questo modo si è evitato di trattare un problema politico come un caso clinico. Sono d’accordo. Io però aggiungerei anche qualcos’altro.
Molte delle vittime della strage di Utoya sono morte con un proiettile entrato dalla bocca, uccisi mentre emettevano un grido. Non so cosa pensassero fino all’11 luglio 2011 i visitatori che al Munch Museet di Oslo si ponevano di fronte a “L’Urlo” il celebre quadro di Edward Munch. Ci sono opere che talora hanno la forza non solo di assumere la dimensione di una terrificante profezia, ma anche quella di obbligare chiunque le guardi a non pensare se non una sola scena e ci sono società traumatizzate che possono indulgere a farsi rappresentare da una sola istantanea, ovvero a non reagire rispetto alla condizione di terrore e di orrore che hanno provato. Anzi di fare di quel terrore e di quell’orrore, la propria dimensione di quotidianità.
La sentenza di venerdì dice che una società è stata in grado di guardare quella scena, percepirla come uno strappo irreversibile ma anche di reinvestire su se stessa. Evitando di soggiacere al fascino terrificante de “L’Urlo”, ma  di assumerlo e di sfidarlo. Di tornare a guardare quel quadro, senza farsi risucchiare e allo stesso tempo non cercare né palliativi né scusanti, ma, insieme al dolore, trovare la forza di curare le proprie ferite, battendo la via della responsabilità, evitando di ridurla e di tradurla in un “coup de théâtre” o di sussumerla in un’ “opera d’arte”.

davar
Qui Torre Pellice - I valdesi all'appuntamento del Sinodo
benayounSi apre questo pomeriggio a Torre Pellice, nel cuore delle valli piemontesi che sono la casa dei calvinisti italiani, il Sinodo delle Chiese metodiste e valdesi, appuntamento annuale che oltre a svolgere le sue funzioni istituzionali è anche un’occasione di incontro per la minoranza protestante. Oltre ai 180 partecipanti di diritto ai lavori, sia pastori che laici, in molti infatti tornano nelle valli e colgono il momento per ritrovarsi.
La comunità valdese, che conta su circa 25 mila componenti in Italia e ha alle spalle una storia millenaria, ha percorsi storicamente intrecciati a quelli delle comunità ebraiche, sia nell’essere pochi e ostinatamente diversi, che nei percorsi concordatari che nella percezione comune. Questo senso di vicinanza è ovviamente molto più sentito nelle aree dove la presenza valdese è più forte e in particolare nelle realtà ebraiche piemontesi. Molti per esempio sono i valdesi che hanno frequentato e frequentano la Scuola ebraica di Torino e anche le amicizie e la collaborazione hanno radici profonde.
Le affinità fra le comunità ebraiche e valdesi hanno portato anche recentemente a occasioni di collaborazione e lo scorso luglio i valdesi Simona Menghini e Sergio Velluto hanno partecipato ai lavori di Redazione Aperta, l’appuntamento annuale che raccoglie tutta la redazione e numerosi collaboratori di Pagine Ebraiche ospiti della Comunità ebraica di Trieste. È stata una interessante occasione di confronto su temi importanti come la comunicazione verso l’esterno e la raccolta delle risorse, in particolare l’Otto per mille, argomento su cui la comunità valdese, forte anche di un ultimo incremento annuale del 12 per cento, mette da sempre a segno risultati di tutto rispetto.
Il Sinodo comincia oggi e si concluderà venerdì con l’elezione del nuovo Moderatore, il presidente della Tavola valdese – l’organo esecutivo, composto da sette persone - che ha svariati compiti, tra cui mettere in pratica le decisioni sinodali, curare gli interessi comuni e quelli delle chiese locali. Inoltre la Tavola deve preparare una relazione annuale della propria attività, che viene esaminata nel Sinodo successivo.
Il numero sette ricorre anche nei percorsi dei singoli pastori, perché è il periodo massimo di permanenza in carica in una stessa chiesa, dopo il quale il pastore (o la pastora) viene destinato ad altra sede, prassi sicuramente faticosa, soprattutto per le famiglie, ma che a detta dei diretti interessati garantisce rapporti equilibrati e porta ad un enorme arricchimento, sia per le comunità che per i singoli coinvolti.
Ogni anno il Sinodo ha alcuni appuntamenti principali in cui i partecipanti si confrontano e su cui vengono definite delle linee guida. Quest’anno obiettivo puntato sui giovani, in una società sempre più multiculturale come è quella italiana, sulle politiche migratorie e la laicità dello Stato e senza perdere di vista l'attuale crisi economica e finanziaria con tutte le sue implicazioni, anche sotto il profilo religioso.
“L'illusione di uno sviluppo senza limiti è finita - spiega la Moderatora uscente Maria Bonafede - e dobbiamo liberarci di questa idolatria. Si tratta di immaginare e praticare nuovi stili di vita e le chiese possono fare molto a questo riguardo.”
La pastora Bonafede, che è stata la prima donna a ricoprire questo incarico, ha raccontato: “Io non mi sono trasformata in un uomo diventando Moderatora: sono rimasta quello che ero. Una difficoltà che credevo di trovare e che non ho trovato affatto è il riconoscimento degli altri, delle altre chiese, compresa la Chiesa Cattolica. Per loro era normale: si elegge una Moderatora e quello è.”
Crisi economica e giovani, relazioni con le altre confessioni religiose, migrazioni, bioetica, famiglie al plurale, fede e omosessualità. Sono tanti i temi che hanno attraversato la chiesa e la società in questi anni, e in una sorta di bilancio sul suo settennato, prima di passare il testimone, ha aggiunto: “Sicuramente le questioni etiche sono state importanti. Credo che abbiamo raggiunto delle buone posizioni di apertura e accoglienza, pur nel rispetto della sensibilità, della propria fede, della ricerca biblica. Credo che le aperture che si sono create in questi anni debbano essere solchi da continuare a percorrere. Direi che è una realtà viva, preoccupata della sua testimonianza ma anche della sua sussistenza. È una realtà però, in cui si sono affacciate in questi anni molte belle energie giovani che vanno valorizzate. Non è una chiesa vecchia o di vecchi. Ma che può rendere una testimonianza efficace in Italia. Quindi direi viva, preoccupata e anche da incoraggiare.”

Ada Treves twitter @atrevesmoked

Giornata della cultura - Umorismo di scena in Toscana
benayounTanti gli appuntamenti che celebreranno la Giornata europea della cultura ebraica il prossimo 2 settembre in Toscana. D’altronde, da una regione che fa tradizionalmente della comicità verace un cavallo di battaglia, altro non ci si poteva aspettare, considerando il tema dell’edizione di quest’anno: l’umorismo ebraico.
Cucina, musica, conferenze, ma anche intrattenimento per bambini di scena a Firenze. La biblioteca delle Oblate proporrà consigli di lettura e uno scaffale tematico, mentre il cinema Odeon insieme alla Fondazione Sistema Toscana, allestirà una speciale rassegna di film sull'umorismo ebraico che in modalità differenti raggiungerà anche altre località tra cui Prato, Livorno, Siena, Monte San Savino, Capalbio e Poggibonsi.
Forte del successo ottenuto in occasione della Giornata europea della cultura ebraica 2011, che l’aveva vista protagonista come città capofila, anche la sede distaccata Siena proporrà un programma particolarmente intenso. Tra i relatori dei numerosi appuntamenti, la slavista Laura Salmon, docente dell'Università di Genova e autrice de I meccanismi dell'umorismo (Mosca 2008), che si soffermerà sulla figura del giornalista di origine russa Sergej Dovlatov, nel suo intervento Potrebbe andare peggio. Etica del ridere in un percorso tra comicità e umorismo, sinonimi e contrari, al centro della conversazione in sinagoga della scrittrice Giacoma Limentani con Verbena Giambasti. E non mancherà un tocco d'arte, sempre in sinagoga, con la performance Vieni avanti, Schlemiel!, una fantasia di letture sulla comicità ebraica americana a cura della commediografa Laura Forti.
Anche a Livorno si prosegue sulla strada tracciata dalla Giornata 2011 con il suo tema Ebraismo 2.0: dal Talmud a internet. Ad accogliere i visitatori della storica Yeshivah Marini, verrà proposta un’installazione video sul witz curata dall'esperto di web marketing Giuseppe Burschtein, che farà da preludio allo spettacolo di canti e di humour Il Bignami di Mosè di Eyal Lerner con Franco Minelli alla chitarra.
A concludere la Giornata di Pisa,  sarà invece la presentazione da poco in circolazione Gli ebrei in Cina e il caso Tien Tsin (ed. Salomone Belforte) di Marco Cavallarin e Barbara Henry in cui si analizzano gli intrecci ancora poco approfonditi tra il mondo ebraico e la più grande potenza asiatica. Assieme a Cavallarin sarà presente l'editore Guido Guastalla.

pilpul
Davar Acher - Odio di sé
Ugo VolliPoiché diversi illustri collaboratori di questo sito si sono lamentati dell'uso da parte di un innominato dell'“odiosa” espressione “odio di sé” e asseriscono di non comprenderla, e io temo di essere uno dei pochissimi se non l'unico a utilizzarla qui, mi corre l'obbligo di una spiegazione. L'“odio di sé” potrebbe chiamarsi in molti altri modi, per esempio come ha proposto di recente Uzi Silber in una dissenting opinion ospitata da Haaretz, Jewish flu, influenza ebraica: “contagiosa ma contenibile, benché in definitiva incurabile”. Esso è ovviamente un'etichetta, un nome semplificato inventato cent'anni fa da Theodor Lessing per un fenomeno molto complesso e purtroppo diffuso nel nostro popolo soprattutto ma non solo in tempi recenti, dopo l'emancipazione.  Esso consiste nel fatto che un ebreo assuma il punto di vista dei nemici del suo popolo riguardo all'ebraismo, agli ebrei, al popolo ebraico, a Israele. Una persona del genere non si odia personalmente, è chiaro, salvo in casi estremi come quello di Otto Weininger, giovanissimo autore di un libro violentemente antisemita come Sesso e carattere, che constatando che la conversione al protestantesimo non gli toglieva di dosso la sua ripugnante natura ebraica, si uccise per eliminarla, ottenendo con ciò il plauso di Hitler. Odia piuttosto l'ebreo che è in lui, o gli ebrei da cui vorrebbe distinguersi, o in genere si limita ad assumere il punto di vista degli antisemiti, accordandosi il permesso o attribuendosi il dovere di giudicare “il suo prossimo” dall'alto del suo punto di vista illuminato e virtuoso. In passato questo giudizio aveva a che fare con la “perfidia” ebraica la sua contrapposizione alla “vera fede”; poi si trasformò in rifiuto del ruolo economico-sociale degli ebrei (Marx), del loro carattere “femminile” (Weininger), della loro inferiorità razziale o intellettuale, del potere bancario e/o rivoluzionario che esercitavano. Negli ultimi decenni l'odio per l'ebreo è diventato odio contro Israele, contro “L'occupazione di terre altrui... La colonizzazione perversa capillare ed inarrestabile di terre espropriate contro tutte le norme della legalità internazionale... Lo sradicamento di migliaia di ulivi... Il razionamento dell'acqua... La demolizione sistematica di case palestinesi... La costruzione di una prigione a cielo aperto... Il disprezzo razzista per chi chiede i propri diritti di popolo... L'apartheid de facto... Il muro della vergogna” (cito da un articolo apparso ieri sull'Unità, firmato da un attore che viene identificato da buona parte del pubblico italiano come esponente della cultura ebraica e che non nomino qui per rispetto dei lettori).
Erano ebrei affetti da odio di sé buona parte degli informatori e dei censori dell'Inquisizione che collaboravano ai suoi processi indicando le pratiche ebraiche da proibire e i passi dei libri da bruciare. Erano ebrei, oppure ebrei convertiti o discendenti da ebrei colpiti dall'“influenza ebraica” numerosi intellettuali che contribuirono a costruire e a diffondere gli stereotipi antisemiti: da Marx a Karl Kraus, da Lombroso a Simone Weil. Vi furono degli ebrei che cercarono di iscriversi al partito nazista, riuniti in un'associazione nazionalista tedesca (Der Verband nationaldeutscher Juden). Dopo la nascita di Israele e il conflitto coi palestinesi, il loro numero è cresciuto, da Chomski a Ilan Pappe, da Toni Judt a Naomi Klein, da Schlomo Sand a Judit Butler ai loro imitatori italiani. Non si tratta di un movimento, ovviamente, né di un sistema filosofico coerente.
Vi sono fra loro atei e religiosi, come gli ultraortodossi Naturei Karta e quella Rabbi Lynn Gottlieb del movimento renewal, cioè per così dire l'estrema destra e l'estrema sinistra dell'ebraismo religioso, che hanno entrambi ritenuto opportuno sollecitare e ottenere e pubblicizzare incontri con il maggior antisemita dei nostri anni, il presidente iraniano Achmedinedjad. Vi è chi nega l'esistenza del popolo ebraico descrivendolo come un mito sionista (Sand) e chi invece ritiene che l'esistenza di Israele sia in contraddizione con l'ethos ebraico autentico che sarebbe per sua natura “diasporico” (Boyarin), chi se la prende con lo stato di Israele per il “peccato originale” di aver “rubato la terra” ai palestinesi (Pappe), chi si limita a condannare “le politiche del governo israeliano” (guarda un po' di tutti i governi israeliani) e chi condanna i “crimini di guerra” dell'esercito, magari salvo poi pentirsene, come il giudice Goldstone, che se la prende con “i coloni”, chi parla di “stato di apartheid”, chi di “razzismo”. C'è chi come fece il direttore di Haaretz in una conversazione con l'ambasciatore americano, invoca uno “stupro” americano su Israele per costringerlo a fare quel che deve, cioè “la pace” nei termini voluti dagli arabi, e chi rivendica di amare Israele, ma nei termini di un “tough love”, un amore duro, che dovrebbe imporgli di nuovo quelle politiche che gli israeliani non vogliono: è il caso della lobby americana ebraica di sinistra J Street, finanziata da Soros e attestata per esempio riguardo all'Iran su posizioni più lontane da Israele della non certo simpatetica amministrazione Obama. E' naturalmente necessario distinguere l'odio di sé dalla legittima critica politica. Ma in realtà anche l'odio di sé è del tutto legale, in un sistema democratico: diagnosticarlo in qualcuno non significa attribuire a chi lo pratica un reato o togliergli il diritto di parlare, ma semplicemente provare a decifrare le radici ideologiche e psicologiche della sua posizione e suggerire la sua insostenibilità dal punto di vista ebraico, indicarla come esterna all'ebraismo. Se l'appartenenza all'ebraismo nella grande maggioranza dei casi viene da una determinazione familiare, il suo mantenimento richiede, oggi come nel passato, una scelta, “un'adesione al destino storico del popolo ebraico” (rav Soloveitchik). E' questo brit goral, quest'accettazione della dimensione collettiva dell'ebraismo che è negata dall'odio di sé. Chi vive in questa condizione antepone la propria accettazione da parte del mondo circostante, la propria ideologia, nel migliore dei casi la propria nuova fede o etica all'appartenenza all'ebraismo. Che lo faccia per viltà, per conformismo, per opportunismo oppure per convinzione metafisica o per una scelta che ritiene altamente morale, non ha molta importanza dal mio punto di vista: spesso questi motivi si mescolano inestricabilmente e le conseguenze di tale mossa non cambiano. L'inquisizione l'altro ieri come il partito staliniano ieri come oggi la grande mobilitazione mediatica contro Israele usano volentieri chi si presta come teste d'accusa contro l'ebraismo. Le conferenze dei Pappé i libri dei Chomski, i rapporti dei Goldstone, le manifestazioni di certe Ong israeliane finanziate dall'Europa, certi articoli di Haaretz hanno una diffusione e un impatto certamente molto al di là della loro diffusione nel mondo ebraico.
Insomma, l'odio di sé esiste ed è certamente odioso - il fenomeno, non il nome. Ed è anche peculiare, senza paragoni con le critiche che ogni stato e ogni governo si trova a subire. Perché il nostro non è solo l'unico popolo di cui si sia programmato la “soluzione finale”, ma Israele è il solo stato la cui semplice esistenza sia minacciata fin dalle origini, sottoposto a ininterrotte aggressioni terroristiche, a campagne di delegittimazione e di odio, di boicottaggio e di isolamento. L'odio di sé, la volontà da parte di ebrei che si ritengono “illuminati” di negare il diritto all'esistenza e all'autodifesa di Israele è paragonabile ai “neofiti” che incoraggiavano l'Inquisizione alla distruzione degli ebrei. O, se si vuole, a posizioni come quelle di Lessing Rosenwald, presidente dell' American Council for Judaism che nel 1944, in piena Shoah, paragonava la spinta per fondare uno stato ebraico al “nazionalismo hitleriano”. Combattere quest'odio di sé, che oggi ha largo spazio sulla stampa “progressista” di mezzo mondo, che dove può cerca di condizionare contro Israele le comunità ebraiche e ancor più i poteri politici, mi sembra un compito importante e per nulla banale.
   
Ugo Volli twitter @UgoVolli

notizieflash   rassegna stampa
Sorgente di vita - Cultura protagonista
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Venezia è quest’anno la città capofila della Giornata europea della cultura ebraica: nella puntata di Sorgente di vita di domenica 26 agosto ci addentriamo tra calli e campielli in un itinerario suggestivo alla  scoperta del  primo ghetto della storia con le sue meravigliose sinagoghe.


p.d.s.

 
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