Qui Livorno - La Comunità festeggia un nuovo Sefer Torah
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Giornata
di intense celebrazioni a Livorno per l'ingresso di un nuovo Sefer
Torah in sinagoga. La cerimonia, tra i momenti più gioiosi di vita
ebraica, si è svolta questa mattina richiamando in piazza Benamozegh
numerosi iscritti e simpatizzanti.
Dedicato alla memoria di quattro benefattori della Comunità – Paolo
Toaff, Laura Castelfranchi, Lina e Luisa Fargion – il Sefer è stato
salutato tra gli altri dal presidente Vittorio Mosseri, dal rabbino
capo Yair Didi e dal sofer David Barabi. A conclusione degli interventi
sono stati in molti a voler apporre un sigillo personale alla pergamena
con la scrittura a mano di una delle ultime lettere.
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Nba - Il grande basket scalda i motori con Stoudemire
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L’anno
del riscatto di Stoudemire? Nella Nba che scalda i motori pronta per
dare il via alle feste, il prossimo 30 ottobre, sono in tanti a
scommettere sui New York Knicks e sul loro pilone offensivo. Per Amar’e
Stoudemire, trent’anni a novembre, quella alle porte può essere davvero
la stagione della svolta. Non ancora spirituale, dopo l’annunciato
avvicinamento all’ebraismo di un paio di estati fa, ma almeno sul
parquet il ragazzone di Lake Wales deve far vedere una volta per tutte
di che pasta è fatto e riscattare i malumori che hanno accompagnato le
sue ultime prestazioni. Il talento d’altronde non manca, come già
dimostrato nel corso di una carriera ricca di soddisfazioni che l’ha
portato in più circostanze a difendere i colori del Dream Team (anche
se uno dei meno efficaci di sempre) e a guadagnarsi, nell’ormai lontano
2003, il titolo di miglior matricola del basket a stelle e strisce.
E se finora fosse stato semplicemente un problema di equilibri interni
alla squadra a frenarlo? Una lettura piuttosto diffusa tra gli addetti
ai lavori. Si spiega così il repentino ingresso in scena di Hakeem
Olajuwon, indimenticata leggenda degli Houston Rockets, da poco
ingaggiato dai Knicks dopo che lo stesso Stoudemire, in giugno, aveva
usufruito dei suoi servizi alla modica cifra di 7mila dollari al
giorno. La sfida di Hakeem The Dream, come lo chiamavano i suoi
supporter, è quella di far coesistere sotto canestro il significativo
potenziale offensivo di New York. Un terzetto d’assi di pregevole
fattura che, oltre a Stoudemire, comprende anche Tyson Chandler e
Marcus Camby. A loro si è affiancato, con un programma tecnico-tattico
ad hoc, l’ala Carmelo Anthony, non proprio il migliore amico di Amar’e
ma in gara giocoforza i due dovranno impegnarsi a remare nella stessa
direzione e chiudere la manovra con i punti pesanti. Stoudemire dal
canto suo è carico come una molla, pronto a riprendersi i palcoscenici
di gloria che gli spettano. “Olajuwon – ha dichiarato alla stampa – mi
sta insegnando molti movimenti che posso tradurre nel mio modo di
giocare. Sarà una grande stagione: ho il quoziente intellettivo giusto
per apprendere e mi sento fortunato ad essere un giovane che può
confrontarsi direttamente con uno dei più grandi di sempre. Non vedo
l’ora di iniziare, sono convinto che ne vedremo presto delle belle”.
Amar’e è tornato, o almeno è sulla buona strada per completare l’opera,
tanto che con la testa siamo di nuovo ai livelli di euforia del 2010:
l’anno del suo trasferimento ai Knicks dopo 8 stagioni vissute da
protagonista con i Phoenix Suns, ma anche l’anno del viaggio, che aveva
colto di sorpresa un po’ tutti, in Israele. “Un’avventura alla scoperta
di una parte fondamentale della mia identità, un progetto che coltivavo
da una vita e che finalmente si realizza”, aveva scritto su Twitter.
In quei giorni febbrili per i giornalisti sportivi locali,
sguinzagliati sui luoghi toccati da Stoudemire, si mormorava
addirittura di un suo possibile approdo nella Ligat Ha’al, la prima
lega professionistica nazionale. Un’ipotesi suggestiva, circolata
nuovamente in occasione del lockout dello scorso autunno, e che lo
stesso campione non ha voluto smentire facendosi anzi immortalare
assieme alla dirigenza del Maccabi al completo. “Amar’e vuole Israele”
aveva titolato un noto quotidiano facendo alzare, senza particolari
cautele, il livello di euforia e adrenalina in un paese che ama
visceralmente questo sport. Ci vorrà del tempo per capire se il sogno
di milioni di tifosi israeliani diventerà un giorno realtà. Adesso è
senz’altro troppo presto: Stoudemire ha ancora tanto da dare al basket
dei big e costa troppo, tremendamente troppo. Ma anche il cuore, si sa,
ha i suoi tempi.
Adam Smulevich
- twitter @asmulevichmoked (Pagine Ebraiche ottobre 2012)
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Israele alle urne
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notizia è della settimana appena trascorsa ma non ha sorpreso né gli
analisti né lo stesso grande pubblico: la diciottesima legislatura
della Knesseth si chiuderà anzitempo. Se la data della sua naturale
conclusione rinviava all’ottobre dell’anno entrante il premier Benjamin
Netanyahu ha deciso di accelerare i tempi, dichiarando che le elezioni
per il nuovo Parlamento si terranno quanto prima, prevedibilmente entro
i primi due mesi del 2013. La motivazione addotta per dare corpo a tale
decisione è l’impossibilità di fare approvare una legge finanziaria dai
contenuti particolarmente marcati, con secchi interventi sulla spesa
pubblica, non potendo contare su una maggioranza sufficientemente
solida. Ma in realtà le ragioni sono molteplici e rimandano alla
strategia di fondo del leader del Likud che, in quest’ultimo anno, è
assurto a esponente senza troppi avversari nel mondo politico
israeliano. Plausibilmente Netanyahu vuole garantirsi un solido seguito
e, quindi, un elevato consenso, quando dovesse decidere una volta per
sempre di chiudere il dossier nucleare iraniano. Se negli Stati Uniti a
novembre la dovesse spuntare Mitt Romney, di contro ad un pencolante
Barack Obama, allora per la leadership israeliana le opzioni e gli
spazi di manovra potrebbero rivelarsi maggiori. Il tema della
sicurezza, com’è ampiamente risaputo, costituisce una questione
imprescindibile nel decision making d’Israele. Un fatto, questo, che si
riflette immediatamente sugli equilibri di governo. Nei mesi scorsi il
Primo ministro ha misurato gli assensi ma anche i dissensi rispetto
all’ipotesi di un first strike accelerato contro Teheran. Più che
l’opposizione di alcuni esponenti politici sono state le riserve
provenienti da settori dell’intelligence e dell’esercito ad averlo
indotto ad una diversa considerazione l’intera questione dei modi e dei
tempi per stoppare la minaccia iraniana. Quest’ultima, peraltro, è
strettamente connessa agli sviluppi della politica interna di quel
paese, il cui presidente Mahmoud Ahmadinejad è prossimo alla scadenza
del suo mandato, il secondo, risultando quindi non più rieleggibile a
norma delle leggi elettorali. Netanyahu, che è un abile politico, vuole
inoltre avvantaggiarsi della crisi in cui versa da almeno tre anni
Kadima, la formazione politica a suo tempo capitana da Tzipi Livni,
allora considerata astro nascente del firmamento politico, destinato,
secondo certuni, a mietere successi e glorie ma poi repentinamente
scemato. Livni ha ancora un suo seguito ma ha perso il treno più
importante, quello che le derivava dall’essere la novità dello scenario
politico nazionale. Il capitale elettorale del partito centrista è
peraltro notevole, potendo al momento contare su ventotto seggi al
Parlamento, di contro ai ventisette del Likud. Ma se qualche anno fa il
secondo era dato in via di disfacimento, del pari al Labur, oggi le
parti si sono invertite: l’elettorato di Kadima è in libera uscita e
l’appetito dei suoi concorrenti non può che esserne stimolato.
Netanyahu questo lo sa bene, così come è plausibile che voglia prendere
più piccioni con una fava: assicurarsi i voti dei delusi
dall’esperienza centrista ma anche stoppare anticipatamente la
ricandidatura di Ehud Olmert, già suo vecchio antagonista, la cui
credibilità era stata appannata dalle inchieste giudiziarie che lo
avevano coinvolto ma dalle quali è poi uscito pressoché indenne. La
ritrovata verginità morale, e quindi politica, dell’ex sindaco di
Gerusalemme potrebbe infatti rivelarsi particolarmente insidiosa
qualora decidesse di porsi a capo di una coalizione neocentrista, nel
tentativo di rianimare quel che rimane un’area che è altrimenti senza
grandi speranze e che tuttavia può offrire molti voti. In quest’ultima
ipotesi confidano anche una parte dei laburisti, che nella Knesseth
uscente hanno solo otto seggi. Per Netanyahu è quindi strategica la
questione dei tempi: se le elezioni si terranno entro quattro mesi i
suoi potenziali avversari non avranno molte possibilità di organizzarsi
e, quindi, di dare fiato alle trombe della riscossa contro un governo
uscente descritto dai critici come troppo radicale ed eccessivamente
condizionato dagli interessi delle diverse fazioni che ne sono
rappresentate al suo interno. Anche in ragione di ciò, e del suo
indiscutibile pragmatismo, per il premier uscente è importante
conquistare l’area centrista: non si tratta solo di portare a sé un
cospicuo capitale elettorale ma di riversarne il peso, ad elezioni
concluse, nella composizione dell’esecutivo che nascerà dalle urne.
L’obiettivo è di ridimensionare le intemperanze populiste di un Yisrael
Beitenu così come la capacità di condizionamento delle componenti più
religiosizzate. Netanyahu è un laico e sa bene che la sua mission è
quella di impedire che il potere di interdizione delle minoranze più
“rumorose” – come nei recenti casi legati alla permanenza
dell’esenzione dal servizio militare per una parte delle comunità
ultraortodosse, oltreché dei benefici e delle guarentigie economiche
ancora riservate ad esse – continui malgrado i molti segni di
insofferenza di una parte considerevole dell’elettorato israeliano. Da
ultimo, infine, Netanyahu nutre senz’altro progetti per il “suo” Likud.
Il fatto che negli anni scorsi il partito sembrasse essere consegnato
ad un posizionamento nettamente a destra non poteva risultargli
facilmente accettabile. Durante il suo dicastero i rapporti interni si
sono maggiormente riequilibrati. Anche guardando all’Europa Bibi sa
bene che l’obiettivo elettorale, in una democrazia, è di conquistare il
centro. Dopo di che, in che cosa esso consista lo possono dire solo gli
attori politici più importanti. Anche e soprattutto su di ciò si
giocheranno quindi le elezioni a venire in cui i competitori dovranno
infine dire qualcosa sui problemi economici di un paese in forte
crescita nel volume di ricchezza prodotta ma con una non meno
accentuata polarizzazione nella distribuzione dei benefici da essa
derivanti.
Claudio
Vercelli
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Nugae - Bagatelle
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Bagatelle,
inezie, frivolezze. Questo significa nugae. È un termine latino,
difficilmente traducibile, che il falso modesto Catullo adottò come
titolo per la sua poesia disimpegnata e leggera. Lasciando da parte i
temi grandiosi e tradizionali, ma in effetti un po’ pesanti, dell’epica
e dell’impegno civile, si dedicò agli aspetti quotidiani e piccoli
della vita. E la bellezza del mondo classico greco-romano, e anche di
quello ebraico, sta proprio qui, nell’aver dato vita a valori di tale
portata da essere ancora oggi alla base della nostra cultura, riuscendo
però a esprimere contemporaneamente anche il bisogno di evasione e di
leggerezza. E se chiaramente per molti versi le due realtà sono
separate da una distanza culturale quasi infinita, e nella storia non
sono mancati gli scontri, questo meraviglioso bipolarismo le accomuna.
Perché nella libreria di casa ci sono libri di Talmud accanto ai film
di Woody Allen, perché mentre a Gerusalemme le folle si riuniscono e
pregano di fronte al Kotel, a Tel Aviv cantano a squarciagola al
concerto dell’appassionata cabalista Madonna, perché per la strada si
incrocia sia l’ultraortodosso con il tipico cappello di pelliccia sia
il ragazzo con la kippah fatta a palla da basket. Perché a 13 anni si
raggiunge la maggiore età religiosa ma si è ancora troppo piccoli per
uscire la sera, e perché siamo il popolo del libro ma è più divertente
leggere le preghiere dall’iphone. Questo è il bello del popolo ebraico,
che è tenuto insieme da una forte e millenaria identità religiosa ma è
capace anche di riderci sopra, che vive di precetti ma non dimentica i
piccoli aspetti della vita quotidiana e sta al passo coi tempi, che
unisce spiritualità e nugae.
Francesca
Matalon, studentessa di lettere antiche – twitter @MatalonF
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notizieflash |
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rassegna
stampa |
Puglia
- Un convegno internazionale
per ricordare Cesare Colafemmina
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Leggi
la rassegna |
“Gli
Ebrei nell’Italia meridionale e nel Mediterraneo dall’Età romana
all’Alto Medioevo”. Questo il titolo del convegno internazionale in
quattro giornate che renderà omaggio alla figura del grande studioso di
ebraistica meridionale, da poco scomparso, Cesare Colafemmina.
Promosso dalla Soprintendenza Archivistica per la Puglia, dal
Dipartimento di Scienze Umane - Università degli Studi della Basilicata
e dal CeRDEM - Centro di Ricerche e Documentazione sull’Ebraismo
nell’Italia meridionale C. Colafemmina, il convegno si svolgerà in più
sedi e avrà inizio domani pomeriggio alle 17 a Bari nell'Aula Magna di
Palazzo Ateneo.
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Intervistato da Maurizio Molinari
sulla Stampa, il ministo degli Esteri Giulio Terzi di Sant'Agata
interviene sui punti più caldi dell'agenda internazionale: dalla crisi
turco-siriana ai nuovi focolari terroristici in Mali. Molto
significative le sue parole in merito al regime di Damasco e ai futuri
scenari politici dell'area: “In Siria – spiega il ministro –
l'opposizione fa fatica a uscire dalla morsa dei personalismi, a porsi
come vera alternativa al regime. Vi sono leadership credibili ma resta
una galassia di realtà. C'è ancora molto da fare” (...)
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L'Unione
delle Comunità Ebraiche Italiane sviluppa mezzi di comunicazione che
incoraggiano la conoscenza e il confronto delle realtà ebraiche. Gli
articoli e i commenti pubblicati, a meno che non sia espressamente
indicato il contrario, non possono essere intesi come una presa di
posizione ufficiale, ma solo come la autonoma espressione delle persone
che li firmano e che si sono rese gratuitamente disponibili. Gli utenti
che fossero interessati a offrire un proprio contributo possono
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