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14 ottobre 2012 - 28 Tishri 5773
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alef/tav

Benedetto
Carucci Viterbi,
rabbino

 

Ha detto Resh Laqish a nome di Rabbi Yehudah Nesiah: "Il mondo si mantiene solamente per il fiato delle bocche dei bambini della scuola" (Talmud babilonese, Shabbat 119b). Se dalla scuola i bambini vengono violentemente trascinati via - quale che siano e di chiunque siano le ragioni - il mondo traballa.

David Bidussa, storico sociale
delle idee


"Perché il futuro sia memoria e non solo destino” è lo slogan che è stato scelto dall’ANED (Associazione Nazionale Ex Deportati) per il lavori del suo congresso nazionale che si chiude oggi. Non so chi abbia indicato il titolo, ma lo trovo stimolante. A lungo la memoria è sembrata solo ricordarsi dell’offesa subita. Ma la memoria non è solo questo. E’ anche ricordo delle scelte fatte, dei bivi a cui ci si è periodicamente trovati e dei percorsi che si sono intrapresi per rispondere alla barbarie e alla violenza che si doveva fronteggiare per non subire più. In questo caso memoria è sottolineare la capacità che ha accompagnato la scelta della libertà, dando forma e vita a un progetto di e per il futuro. L’esatto opposto del destino.

davar
Qui Livorno - La Comunità festeggia un nuovo Sefer Torah
Giornata di intense celebrazioni a Livorno per l'ingresso di un nuovo Sefer Torah in sinagoga. La cerimonia, tra i momenti più gioiosi di vita ebraica, si è svolta questa mattina richiamando in piazza Benamozegh numerosi iscritti e simpatizzanti.
Dedicato alla memoria di quattro benefattori della Comunità – Paolo Toaff, Laura Castelfranchi, Lina e Luisa Fargion – il Sefer è stato salutato tra gli altri dal presidente Vittorio Mosseri, dal rabbino capo Yair Didi e dal sofer David Barabi. A conclusione degli interventi sono stati in molti a voler apporre un sigillo personale alla pergamena con la scrittura a mano di una delle ultime lettere.

Nba - Il grande basket scalda i motori con Stoudemire
L’anno del riscatto di Stoudemire? Nella Nba che scalda i motori pronta per dare il via alle feste, il prossimo 30 ottobre, sono in tanti a scommettere sui New York Knicks e sul loro pilone offensivo. Per Amar’e Stoudemire, trent’anni a novembre, quella alle porte può essere davvero la stagione della svolta. Non ancora spirituale, dopo l’annunciato avvicinamento all’ebraismo di un paio di estati fa, ma almeno sul parquet il ragazzone di Lake Wales deve far vedere una volta per tutte di che pasta è fatto e riscattare i malumori che hanno accompagnato le sue ultime prestazioni. Il talento d’altronde non manca, come già dimostrato nel corso di una carriera ricca di soddisfazioni che l’ha portato in più circostanze a difendere i colori del Dream Team (anche se uno dei meno efficaci di sempre) e a guadagnarsi, nell’ormai lontano 2003, il titolo di miglior matricola del basket a stelle e strisce.
E se finora fosse stato semplicemente un problema di equilibri interni alla squadra a frenarlo? Una lettura piuttosto diffusa tra gli addetti ai lavori. Si spiega così il repentino ingresso in scena di Hakeem Olajuwon, indimenticata leggenda degli Houston Rockets, da poco ingaggiato dai Knicks dopo che lo stesso Stoudemire, in giugno, aveva usufruito dei suoi servizi alla modica cifra di 7mila dollari al giorno. La sfida di Hakeem The Dream, come lo chiamavano i suoi supporter, è quella di far coesistere sotto canestro il significativo potenziale offensivo di New York. Un terzetto d’assi di pregevole fattura che, oltre a Stoudemire, comprende anche Tyson Chandler e Marcus Camby. A loro si è affiancato, con un programma tecnico-tattico ad hoc, l’ala Carmelo Anthony, non proprio il migliore amico di Amar’e ma in gara giocoforza i due dovranno impegnarsi a remare nella stessa direzione e chiudere la manovra con i punti pesanti. Stoudemire dal canto suo è carico come una molla, pronto a riprendersi i palcoscenici di gloria che gli spettano. “Olajuwon – ha dichiarato alla stampa – mi sta insegnando molti movimenti che posso tradurre nel mio modo di giocare. Sarà una grande stagione: ho il quoziente intellettivo giusto per apprendere e mi sento fortunato ad essere un giovane che può confrontarsi direttamente con uno dei più grandi di sempre. Non vedo l’ora di iniziare, sono convinto che ne vedremo presto delle belle”. Amar’e è tornato, o almeno è sulla buona strada per completare l’opera, tanto che con la testa siamo di nuovo ai livelli di euforia del 2010: l’anno del suo trasferimento ai Knicks dopo 8 stagioni vissute da protagonista con i Phoenix Suns, ma anche l’anno del viaggio, che aveva colto di sorpresa un po’ tutti, in Israele. “Un’avventura alla scoperta di una parte fondamentale della mia identità, un progetto che coltivavo da una vita e che finalmente si realizza”, aveva scritto su Twitter.
In quei giorni febbrili per i giornalisti sportivi locali, sguinzagliati sui luoghi toccati da Stoudemire, si mormorava addirittura di un suo possibile approdo nella Ligat Ha’al, la prima lega professionistica nazionale. Un’ipotesi suggestiva, circolata nuovamente in occasione del lockout dello scorso autunno, e che lo stesso campione non ha voluto smentire facendosi anzi immortalare assieme alla dirigenza del Maccabi al completo. “Amar’e vuole Israele” aveva titolato un noto quotidiano facendo alzare, senza particolari cautele, il livello di euforia e adrenalina in un paese che ama visceralmente questo sport. Ci vorrà del tempo per capire se il sogno di milioni di tifosi israeliani diventerà un giorno realtà. Adesso è senz’altro troppo presto: Stoudemire ha ancora tanto da dare al basket dei big e costa troppo, tremendamente troppo. Ma anche il cuore, si sa, ha i suoi tempi.

Adam Smulevich - twitter @asmulevichmoked (Pagine Ebraiche ottobre 2012)

pilpul
Israele alle urne
La notizia è della settimana appena trascorsa ma non ha sorpreso né gli analisti né lo stesso grande pubblico: la diciottesima legislatura della Knesseth si chiuderà anzitempo. Se la data della sua naturale conclusione rinviava all’ottobre dell’anno entrante il premier Benjamin Netanyahu ha deciso di accelerare i tempi, dichiarando che le elezioni per il nuovo Parlamento si terranno quanto prima, prevedibilmente entro i primi due mesi del 2013. La motivazione addotta per dare corpo a tale decisione è l’impossibilità di fare approvare una legge finanziaria dai contenuti particolarmente marcati, con secchi interventi sulla spesa pubblica, non potendo contare su una maggioranza sufficientemente solida. Ma in realtà le ragioni sono molteplici e rimandano alla strategia di fondo del leader del Likud che, in quest’ultimo anno, è assurto a esponente senza troppi avversari nel mondo politico israeliano. Plausibilmente Netanyahu vuole garantirsi un solido seguito e, quindi, un elevato consenso, quando dovesse decidere una volta per sempre di chiudere il dossier nucleare iraniano. Se negli Stati Uniti a novembre la dovesse spuntare Mitt Romney, di contro ad un pencolante Barack Obama, allora per la leadership israeliana le opzioni e gli spazi di manovra potrebbero rivelarsi maggiori. Il tema della sicurezza, com’è ampiamente risaputo, costituisce una questione imprescindibile nel decision making d’Israele. Un fatto, questo, che si riflette immediatamente sugli equilibri di governo. Nei mesi scorsi il Primo ministro ha misurato gli assensi ma anche i dissensi rispetto all’ipotesi di un first strike accelerato contro Teheran. Più che l’opposizione di alcuni esponenti politici sono state le riserve provenienti da settori dell’intelligence e dell’esercito ad averlo indotto ad una diversa considerazione l’intera questione dei modi e dei tempi per stoppare la minaccia iraniana. Quest’ultima, peraltro, è strettamente connessa agli sviluppi della politica interna di quel paese, il cui presidente Mahmoud Ahmadinejad è prossimo alla scadenza del suo mandato, il secondo, risultando quindi non più rieleggibile a norma delle leggi elettorali. Netanyahu, che è un abile politico, vuole inoltre avvantaggiarsi della crisi in cui versa da almeno tre anni Kadima, la formazione politica a suo tempo capitana da Tzipi Livni, allora considerata astro nascente del firmamento politico, destinato, secondo certuni, a mietere successi e glorie ma poi repentinamente scemato. Livni ha ancora un suo seguito ma ha perso il treno più importante, quello che le derivava dall’essere la novità dello scenario politico nazionale. Il capitale elettorale del partito centrista è peraltro notevole, potendo al momento contare su ventotto seggi al Parlamento, di contro ai ventisette del Likud. Ma se qualche anno fa il secondo era dato in via di disfacimento, del pari al Labur, oggi le parti si sono invertite: l’elettorato di Kadima è in libera uscita e l’appetito dei suoi concorrenti non può che esserne stimolato. Netanyahu questo lo sa bene, così come è plausibile che voglia prendere più piccioni con una fava: assicurarsi i voti dei delusi dall’esperienza centrista ma anche stoppare anticipatamente la ricandidatura di Ehud Olmert, già suo vecchio antagonista, la cui credibilità era stata appannata dalle inchieste giudiziarie che lo avevano coinvolto ma dalle quali è poi uscito pressoché indenne. La ritrovata verginità morale, e quindi politica, dell’ex sindaco di Gerusalemme potrebbe infatti rivelarsi particolarmente insidiosa qualora decidesse di porsi a capo di una coalizione neocentrista, nel tentativo di rianimare quel che rimane un’area che è altrimenti senza grandi speranze e che tuttavia può offrire molti voti. In quest’ultima ipotesi confidano anche una parte dei laburisti, che nella Knesseth uscente hanno solo otto seggi. Per Netanyahu è quindi strategica la questione dei tempi: se le elezioni si terranno entro quattro mesi i suoi potenziali avversari non avranno molte possibilità di organizzarsi e, quindi, di dare fiato alle trombe della riscossa contro un governo uscente descritto dai critici come troppo radicale ed eccessivamente condizionato dagli interessi delle diverse fazioni che ne sono rappresentate al suo interno. Anche in ragione di ciò, e del suo indiscutibile pragmatismo, per il premier uscente è importante conquistare l’area centrista: non si tratta solo di portare a sé un cospicuo capitale elettorale ma di riversarne il peso, ad elezioni concluse, nella composizione dell’esecutivo che nascerà dalle urne. L’obiettivo è di ridimensionare le intemperanze populiste di un Yisrael Beitenu così come la capacità di condizionamento delle componenti più religiosizzate. Netanyahu è un laico e sa bene che la sua mission è quella di impedire che il potere di interdizione delle minoranze più “rumorose” – come nei recenti casi legati alla permanenza dell’esenzione dal servizio militare per una parte delle comunità ultraortodosse, oltreché dei benefici e delle guarentigie economiche ancora riservate ad esse – continui malgrado i molti segni di insofferenza di una parte considerevole dell’elettorato israeliano. Da ultimo, infine, Netanyahu nutre senz’altro progetti per il “suo” Likud. Il fatto che negli anni scorsi il partito sembrasse essere consegnato ad un posizionamento nettamente a destra non poteva risultargli facilmente accettabile. Durante il suo dicastero i rapporti interni si sono maggiormente riequilibrati. Anche guardando all’Europa Bibi sa bene che l’obiettivo elettorale, in una democrazia, è di conquistare il centro. Dopo di che, in che cosa esso consista lo possono dire solo gli attori politici più importanti. Anche e soprattutto su di ciò si giocheranno quindi le elezioni a venire in cui i competitori dovranno infine dire qualcosa sui problemi economici di un paese in forte crescita nel volume di ricchezza prodotta ma con una non meno accentuata polarizzazione nella distribuzione dei benefici da essa derivanti.

Claudio Vercelli

Nugae - Bagatelle
Bagatelle, inezie, frivolezze. Questo significa nugae. È un termine latino, difficilmente traducibile, che il falso modesto Catullo adottò come titolo per la sua poesia disimpegnata e leggera. Lasciando da parte i temi grandiosi e tradizionali, ma in effetti un po’ pesanti, dell’epica e dell’impegno civile, si dedicò agli aspetti quotidiani e piccoli della vita. E la bellezza del mondo classico greco-romano, e anche di quello ebraico, sta proprio qui, nell’aver dato vita a valori di tale portata da essere ancora oggi alla base della nostra cultura, riuscendo però a esprimere contemporaneamente anche il bisogno di evasione e di leggerezza. E se chiaramente per molti versi le due realtà sono separate da una distanza culturale quasi infinita, e nella storia non sono mancati gli scontri, questo meraviglioso bipolarismo le accomuna. Perché nella libreria di casa ci sono libri di Talmud accanto ai film di Woody Allen, perché mentre a Gerusalemme le folle si riuniscono e pregano di fronte al Kotel, a Tel Aviv cantano a squarciagola al concerto dell’appassionata cabalista Madonna, perché per la strada si incrocia sia l’ultraortodosso con il tipico cappello di pelliccia sia il ragazzo con la kippah fatta a palla da basket. Perché a 13 anni si raggiunge la maggiore età religiosa ma si è ancora troppo piccoli per uscire la sera, e perché siamo il popolo del libro ma è più divertente leggere le preghiere dall’iphone. Questo è il bello del popolo ebraico, che è tenuto insieme da una forte e millenaria identità religiosa ma è capace anche di riderci sopra, che vive di precetti ma non dimentica i piccoli aspetti della vita quotidiana e sta al passo coi tempi, che unisce spiritualità e nugae.    

Francesca Matalon, studentessa di lettere antiche – twitter @MatalonF

notizieflash   rassegna stampa
Puglia - Un convegno internazionale
per ricordare Cesare Colafemmina
  Leggi la rassegna

“Gli Ebrei nell’Italia meridionale e nel Mediterraneo dall’Età romana all’Alto Medioevo”. Questo il titolo del convegno internazionale in quattro giornate che renderà omaggio alla figura del grande studioso di ebraistica meridionale, da poco scomparso, Cesare Colafemmina.
Promosso dalla Soprintendenza Archivistica per la Puglia, dal Dipartimento di Scienze Umane - Università degli Studi della Basilicata e dal CeRDEM - Centro di Ricerche e Documentazione sull’Ebraismo nell’Italia meridionale C. Colafemmina, il convegno si svolgerà in più sedi e avrà inizio domani pomeriggio alle 17 a Bari nell'Aula Magna di Palazzo Ateneo.




 

Intervistato da Maurizio Molinari sulla Stampa, il ministo degli Esteri Giulio Terzi di Sant'Agata interviene sui punti più caldi dell'agenda internazionale: dalla crisi turco-siriana ai nuovi focolari terroristici in Mali. Molto significative le sue parole in merito al regime di Damasco e ai futuri scenari politici dell'area: “In Siria – spiega il ministro – l'opposizione fa fatica a uscire dalla morsa dei personalismi, a porsi come vera alternativa al regime. Vi sono leadership credibili ma resta una galassia di realtà. C'è ancora molto da fare” (...)


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