Roberto
Della Rocca,
rabbino
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Ormai,
sempre di più, nel mondo di Facebook si può assistere virtualmente a un
matrimonio, a una cerimonia religiosa, a una visita a un malato in
ospedale, a una conferenza.
Colpisce, in questi video, la rappresentazione omologata dei tanti
partecipanti con le mani alzate che riprendono il tutto con lo
smartphone, ansiosi di postare su Facebook le varie immagini innescando
quella reazione dei progressivi like in serie come fosse una catena di
montaggio di sensazionalismo. Dove è finita l'intimità, la gioia, il
dolore, l'autenticità dei nostri momenti più emozionanti?
Si ha sempre più l'impressione che si partecipi a questi momenti più
per apparire che per esserci nel vero senso della parola. Anche i
momenti più intimi e privati sembrano ormai essersi trasformati in una
grande "Cinecittà". Il mese di Elul è una grande opportunità per
guardarci dentro imparando ad ascoltare il suono dello Shofar nel
nostro più profondo intimo.
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Dario
Calimani,
anglista
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La
nomina ad ambasciatore di Israele in Italia di Fiamma Nirenstein ha
destato qualche perplessità e diversi imbarazzati silenzi, soprattutto
nell’ambito delle comunità ebraiche. Non sappiamo bene quale sia stata
la reazione in altri ambienti. In effetti, non so se mai in precedenza
un cittadino italiano (pur con doppia cittadinanza) e pienamente
coinvolto nella vita sociale, mediatica e politica italiana abbia
rappresentato un altro paese presso il governo italiano. È vero che a
rinunciare a incarichi comunitari e alla stessa iscrizione a una
comunità ebraica è cosa presto fatta. Lo stesso si può dire della
cittadinanza italiana, di cui ci si può liberare con rapido strappo di
passaporto, salvo qualche interrogativo sospeso sull’identità
individuale, che è tuttavia questione personale e soggettiva. Rimane
alla fine il dubbio solo sull’opportunità che una persona che ha svolto
un ruolo attivo e assai visibile nella vita mediatica e politica
italiana, con incarichi istituzionali e di partito, in una collocazione
che non è stata priva di accesi dibattiti, ricopra ora un ruolo di
rappresentanza in favore di Israele (cosa che reputo in sé di splendida
e di urgente necessità). Come può Fiamma offrire di sé un’immagine
imparziale di fronte alla politica italiana, come sarebbe d’uopo per
qualsiasi rappresentante di altro paese? E quale ulteriori confusioni
può ingenerare questa nomina presso la massa incolta degli antisemiti
nostrani? Non sto anteponendo il mio bieco interesse di ebreo italiano,
come qualcuno vorrà intendere, anzi, mi sto interrogando sull’interesse
dello Stato di Israele sopra gli interessi personali di ciascuno di
noi. Pur sostenendo con forza e convinzione, al di là dei miei forti,
fortissimi legami con lo Stato di Israele, che ho il diritto di
affermare la mia dignità di cittadino ebreo italiano, di ebreo della
diaspora. Credo che il passo falso di Netanyahu sia imperdonabile. Con
tutta la mia simpatia per Fiamma, giornalista, e il mio rispetto per la
sua appassionata attività a difesa delle ragioni di Israele.
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Libia, potenze europee pronte all'intervento
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“Fronte
compatto tra i grandi paesi d'Europa, pronti a una missione di
stabilizzazione in Libia che avrebbe l'Italia tra le sue protagoniste.
Nel piano previste operazioni militari congiunte contro lo Stato
islamico. E con un accordo solido, scrive Repubblica, “via libera
all'invio di peacekeeper e aiuti”.
Bibi a FIrenze. Il
presidente israeliano Benjamin Netanyahu ha raccolto l'invito formulato
alla Knesset dal premier Matteo Renzi e sarà in Italia dal 27 al 30
agosto: Milano e Firenze le sue tappe. Il Corriere Fiorentino parla
oggi di una possibile visita in sinagoga. Anche se dalla Comunità non
arrivano conferme ufficiali in merito.
Il terrorismo ignorato. Terzo attacco nel giro di pochi giorni in
Cisgiordania. Ancora una volta nel mirino una guardia di frontiera
israeliana, accoltellata da un palestinese (che è stato poi ucciso).
Molti giornali italiani ignorano la notizia. Va un po' meglio su
Avvenire, che dedica un trafiletto all'accaduto.
Bangkok, lunedì di sangue.
Orrore a Bangkok, colpita ieri da un gravissimo attentato terroristico.
“Un sanguinoso salto di qualità in un Paese che pur conosce la
violenza”, sottolinea il Corriere. Dal 2004 sono state infatti uccise
oltre 6 mila persone, vittime del conflitto che insanguina le tre
province meridionali (con 85 per cento della popolazione di religione
musulmana). “Quello di Bangkok – scrive Repubblica – è un attentato
destinato, come quelli di Bali del 2002 e gli ultimi due in Tunisia, a
sconvolgere il mondo e gli affari di chi viaggia e di chi fa viaggiare”.
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Leggi
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raccolto l'invito dello scorso luglio Renzi-Bibi: incontro a Firenze
C'è
l'Italia nel destino dei massimi rappresentanti della politica
israeliana, attesi nei prossimi giorni da alcuni importanti momenti di
incontro. Dopo l'annunciata visita settembrina del capo dello Stato
Reuven Rivlin, l'agenda prevede infatti un nuovo arrivo: quello del
primo ministro Benjamin Netanyahu, che sarà in Italia dal 27 al 30
agosto. Poche informazioni trapelano al momento sui dettagli della
missione ma di certo Bibi sarà prima a Milano, dove è prevista una
tappa all'Expo, e si recherà poi a Firenze, dove si confronterà sul
futuro del Medio Oriente e sulle strade da intraprendere per una
pacificazione dell'area con il suo omologo italiano Matteo Renzi.
Era stato proprio Renzi, nel corso della recente missione in Israele, a
depositare l'invito nelle mani di Netanyahu. “Ti aspetto in agosto a
Milano per l'Expo e poi anche a Firenze in futuro", le parole del
premier. Un invito prontamente accolto, come diventato di pubblico
dominio nella giornata di ieri.
La scelta di Firenze sembrerebbe confermare l'ambizione di Renzi di fare del
capoluogo toscano un crocevia internazionale di prim'ordine, nel solco
di una rinomata tradizione che ha nel sindaco Giorgio La Pira (cui il
primo ministro ha dedicato la propria tesi di laurea) uno dei suoi più
autorevoli esponenti.
Numerosi i riferimenti “fiorentini” nel discorso di Renzi alla Knesset:
dal ricordo di Gino Bartali, eroe non solo in corsa, alla gratitudine
espressa nei confronti del rabbino capo Joseph Levi. Un discorso
appassionato, che aveva fatto immediatamente breccia nell'opinione
pubblica e che aveva ricevuto il plauso tra gli altri del presidente
dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Renzo Gattegna, presente alla Knesset.
“Nella mia città c’è il David di Michelangelo, simbolo di lotta per la
libertà. In questo momento tutti siamo un David contro il Golia della
barbarie” aveva sottolineato Renzi rivolgendosi a Netanyahu e a tutti i
parlamentari.
Grande la mobilitazione sul fronte della sicurezza. La copertura delle
forze dell'ordine sarà infatti massiccia e costante. Tra le possibilità
in fase di esplorazione, secondo la stampa locale, ci sarebbe
anche una visita alla sinagoga di via Farini. Al momento dalla
Comunità ebraica non arrivano conferme.
a.s twitter @asmulevichmoked
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EMERGENZA PROFUGHI - UNA TESTIMONIANZA
Scene di ordinaria dignità
Nel
1944 la mia famiglia scappò dalla Romania portando in salvo cento
orfani della Transnistria. Partirono dal porto di Costanza sul Mar Nero
su una carretta acquistata con gli ultimi risparmi (si chiamava
Bellacita e la fotografia è oggi esposta a Yad Vashem) e grazie a
un lasciapassare della Croce Rossa riuscirono ad approdare con molte
difficoltà a Istanbul, dove i turchi non volevano farli sbarcare, e da
lì raggiunsero in treno la Palestina, passando attraverso la Siria.
Forse per questa storia familiare sono particolarmente sensibile al
problema dei clandestini che sbarcano sulle nostre coste e degli
scafisti, traghettatori orribili, ma anche unica e ultima speranza per
gente che non ha più qualcosa da perdere: mi capita a volte di pensare
che se durante la Seconda Guerra Mondiale ci fossero stati più
scafisti, molte vite di ebrei si sarebbero salvate...
Ora sono a Symi nel Dodecaneso, dove da anni trascorro le vacanze
estive, e dove gli sbarchi dei clandestini sono diventati un
fatto quotidiano.
Non sono i disperati che arrivano a Lampedusa dall’Africa, con viaggi
allucinanti in mano a spietati mercanti di vite. Qui approdano perlopiù
i siriani, arabi e curdi, che scappano dalla guerra e dalle
persecuzioni di Bashar al-Assad: gente con cui è facile identificarsi,
medici, architetti, ingegneri, operatori di Borsa, che parlano inglese
correttamente e conservano la dignità orgogliosa di chi non è abituato
a chiedere. Sono perlopiù coppie giovani, le donne bellissime anche nei
jeans stinti e nei veli rattoppati, e tanti bambini pronti al sorriso
ma nello sguardo un fondo di ansia, come la piccola Adia dagli immensi
occhi grigi con lunghissime ciglia, che mi ricorda la bambina afgana
immortalata da McCurry.
Oggi ne abbiamo incontrati una cinquantina, in una baia deserta dove
eravamo andati in barca a fare il bagno. Erano arrivati su un gommone
che, come è prassi, hanno subito tagliato per evitare di essere
rispediti in Turchia (che dista cinque miglia nautiche). Il motore glielo ha
portato via un greco, ma non siamo riusciti a capire se rubandolo o in
cambio di qualcosa. Sono venuti senza scafista, guidati dal gps, dopo
aver acquistato il gommone per mille dollari a testa. Contavano
di arrivare nel porto, ma evidentemente qualcuno ha
loro dato le indicazioni sbagliate. Un viaggio breve, ma terrorizzante,
perché nessuno sa nuotare (o peraltro ha mai visto il mare prima) con
l’acqua letteralmente alla gola per via del peso spropositato
rispetto alle dimensioni dell’imbarcazione. Accucciati sotto un
albero sulla spiaggia di sassi, aspettavano che arrivasse a soccorrerli
la capitaneria. Avevano sul cellulare il numero di telefono della
polizia di porto, che anche qui, come in Italia è fatta di eroi
del quotidiano, che lavorano venti ore al giorno per aiutare chi
sbarca: li prendono dalle spiaggie, li portano al commissariato, li
rifocillano, li identificano e danno a tutti un foglio di via che ha la
durata di un mese (sei mesi per chi ha diritto di asilo politico)
e consente loro di viaggiare all’interno della Grecia. Da Symi i
rifugiati partono per Atene e da lì si industriano ad arrivare in
Germania, in Ungheria, in Svezia, in Danimarca, con la connivenza delle
autorità locali, ma dovendo superare frontiere sempre più impenetrabili
(basti pensare ai muri in costruzione in Ungheria, Bulgaria,
Spagna – contro i quali non ho sentito proteste indignate, mentre il
muro costruito dagli israeliani per difendersi dagli attentati è stato
sulle prime pagine dei giornali per mesi, come testimonianza di
razzismo, apartheid e crudeltà).
Mentre nella vicina isola di Kos la situazione è fuori controllo (si
parla di undicimila sbarchi da giugno su una popolazione di trentamila
residenti) e il turismo – unica fonte di sopravvivenza in
questa Grecia disastrata dalla crisi – quest’anno è
definitivamente compromesso, a Symi nonostante gli sbarchi giornalieri
la vita continua tranquillamente, con i grandi yacht ormeggiati nelle
baie e il flusso quotidiano dei turisti in short, magliette e tatuaggi,
inalterato rispetto agli anni passati.
D’altronde i siriani, che rappresentano di questi tempi la
maggior parte dei clandestini che arrivano qui, sono persone
educate e tranquille: aspettano pazienti il loro turno seduti o
sdraiati sulla scalinata del commissariato, nonostante il caldo e il
sole a picco, e molti hanno in tasca i soldi per pagarsi il ristorante
o almeno un rapido pasto nei numerosi caffè. Sotto casa mia è
ormeggiato una lussuosa barca a vela, sequestrato a una famiglia
siriana che lo aveva utilizzato per arrivare qui, e poi lo ha
abbandonato non lontano dalla costa.
La popolazione locale e i turisti residenti sono generosi con i
clandestini: vengono effettuate raccolte di generi di prima necessità,
ogni giorno c’è qualcuno che porta acqua, latte, frutta, biscotti,
vestiti e pannolini a chi attende di essere identificato, alcuni
di noi hanno costituito una associazione che si prefigge di
attrezzare servizi igienici, docce e punti di ristoro e attesa
con un minimo di comfort – ombra, sedie, brande... Per il momento
abbiamo un punto di raccolta sul porto, e continua ad arrivare
gente con pacchi e scatole.
Symi ha un cuore generoso, anche gli isolani più poveri – quelli
che più potrebbero temere gli effetti degli sbarchi sul turismo, che è
la loro fonte di vita – si danno da fare per aiutare questi “kakomiri”,
poveretti, e hanno per loro un sorriso e un saluto.
I siriani ci raccontano storie terribili: case bombordate, parenti e
figli uccisi, paesi devastati. L’unica speranza è lasciarsi tutto alle
spalle e fuggire, come Ahmet, che porta sugli avambracci i segni della
tortura. I ventenni scappano dal servizio militare, soprattutto i curdi
che temono di dover combattere contro i loro confratelli del YPG, il
movimento di resistenza curda in Siria.
Giochiamo sulla spiaggia con i bambini, cercando di far dimenticare
loro per qualche ora gli affanni che si sono lasciati alle spalle e
quelli che li aspettano nei prossimi giorni. L’acqua è turchese,
tiepida, calmissima, loro sono stanchi e accaldati, ma è difficile
convincerli a fare il bagno: il mare per loro è fonte di terrore. Solo
Muhammad, sette anni e il cuore intrepido, mi segue. Giochiamo a
spruzzarci, a lanciare sassi, pian piano prende confidenza, entra
in acqua. Gli do una ciambella, gli insegno a battere i piedi, si
entusiasma, vuole mettere la testa nell’acqua e guardare dentro il
mare, si infila la mia maschera , beve, ride, chiama i
fratellini... Dopo mezz’ora sono tutti nell’acqua, i bambini e le
ragazze, vestite e con il velo, anche una incinta che mi chiede se non
è pericoloso per il suo bebè, e poi i maschi che non vogliono essere da
meno, ridono, scherzano, per qualche momento la vita è bella di nuovo e
il mondo amico.
Finalmente arriva la capitaneria: spiegano che bisogna aspettare, che
oggi ci sono stati più di trecento sbarchi, e anche un parto dramamtico
sulla spiaggia, che non ce la fanno a portarli subito in porto. Così ci
offriamo di farlo noi, sono sbarcati alle sette del mattino, ora sono
le cinque del pomeriggio, hanno mangiato solo quel poco che avevamo a
bordo e abbiamo subito distribuito, non si può lasciarli ancora
ad attendere. La capitaneria ci dà il permesso. Così li carichiamo
tutti sul nostro caicco – che sembra a loro un transatlantico, e
li portiamo in gita al porto, gli adulti a poppa, le donne con i
bambini a prua, il piccolo Muhammad al timone insieme al marinaio
turco. È una piccola festa, per noi e per loro. Finalmente tutti
sorridono, ci raccontano le loro vite, i progetti, i sogni... Hanno
raggiunto l’Europa. Si sentono finalmente al sicuro. Non sanno
che il peggio ha ancora da venire. Che qui nessuno li vuole. Che
li fermeranno alla frontiera, che li tratteranno come pezzenti, loro
che avevano case eleganti, e auto e Iphone 6 , loro che sono andati
all’università e che si sentivano cittadini del mondo.
Ma almeno siamo riusciti a dare loro qualche momento di serenità, ed è un buon viatico per il viaggio che li aspetta.
A noi rimane l’emozione dei loro sorrisi, dei loro ringraziamenti, e
dell’invito a cena quando finalmente si saranno sistemati. Lo scambio
dei numeri di cellulare è la garanzia che non li perderemo di
vista, e Inshallah, forse veramente ceneremo nelle loro nuove case, uno
di questi giorni...
Viviana Kasam
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piccolo e grande schermo
La rivoluzione degli occhi
C’è
stato un tempo in cui Barbra Streisand cantava ispirandosi a
Modigliani, Andy Warhol disegnava pubblicità underground per il gelato
e Ben Shahn curava la promozione della Cbs. Un tempo in cui Salvador
Dalì e John Cage andavano ospiti in tivù e i set del sabato sera
sfoggiavano le tinte caramella della Pop art.
Erano gli anni d’oro della televisione americana, i suoi anni
adolescenti. La stagione in cui sembrò che l’utopia generosa e
democratica di portare nelle case di tutti l’arte d’avanguardia, le sue
mode e i suoi modi fosse a portata di mano. Il sogno durò più di
vent’anni, dalla fine dei Quaranta alla metà dei Settanta, coinvolgendo
i pionieri della televisione assieme a pubblicitari e artisti: un
piccolo esercito di creativi, per la maggior parte giovani, in molti
casi ebrei, decisi e avventurosi nelle loro sperimentazioni.
A ricostruire quel tratto di storia, è ora una bella mostra al Jewish
Museum di New York che per la prima volta indaga come arte e design
influenzarono i contenuti e l’estetica televisiva negli anni del suo
decisivo sviluppo. Intitolata Revolution of the Eye: Modern Art and the
Birth of American Television, la rassegna presenta oltre 260 pezzi, fra
cui opere di Saul Bass, Marcel Duchamp, Roy Lichtenstein, Man Ray,
Georgia O’ Keefe e Andy Warhol assieme a varie memorabilia di quel
periodo. E un contributo decisivo a cogliere l’intreccio fra modernismo
e tivù viene dalle clips, una miniera di informazioni e spunti, che
spazia dall’Ed Sullivan Show a Batman, dalla serie Twilight Zone
all’Ernie Kovacs Show, dalle pubblicità ai programmi per bambini.
Revolution of the Eye spalanca davanti ai nostri occhi le infinite vie
in cui il gusto d’avanguardia riuscì a esprimersi. Molti artisti si
rendono subito conto che apparire in uno show è un mezzo strepitoso per
promuovere il proprio lavoro davanti a un pubblico immenso. Salvador
Dalì si presta dunque a fare l’ospite misterioso a “What’s My Line”, il
raffinatissimo John Cage (che nel ’59 apparirà anche a Lascia o
raddoppia) suona a “I’ve Got a Secret” e cedono alla sirena del piccolo
schermo anche Willem de Kooning, Marcel Duchamp, Ray Eames, Roy
Lichtenstein, Beh Shahn, George Segal e tanti altri.
L’arte stessa diventa oggetto e soggetto di una trasmissione. Nel 1963
Aline Bernstein Saarinen, figlia di due ebrei di origine tedesca e
moglie del celebre architetto finlandese, dopo aver guidato Art News e
aver collaborato con il New York Times, assume il ruolo di critico
d’arte negli show Today e Sunday di Nbc. Con garbo, grazie a filmati
eleganti che spesso si richiamano alla Nouvelle Vague, introduce
milioni di americani al mondo dell’arte, del design e dell’architettura
moderniste.
Il capitolo più interessante riguarda però l’integrazione di quella
nuova sensibilità nel tessuto dei programmi. Ernie Kovacs, scrittore e
performer, nei primi anni Sessanta propone nel suo celebre show delle
gag che sembrano prese di peso dai film muti e dagli sberleffi tanto
amati da surrealisti e dada. Altrettanto sperimentale, dal punto di
vista concettuale e per la sua capacità di introdurre temi nuovi, è
Twilight Zone di Rod Serling. La serie, di grande successo, fin dalla
sigla spiazza lo spettatore con una porta alla Magritte che rimanda a
un indefinito nulla, cieli di stelle che ricordano Chagall e mutevoli
spirali alla Duchamp.
La Op e la Pop Art esercitano una forte influenza sulle sigle e gli
scenari di Batman, sul Rowan & Martin’s Laugh-In e sull’Ed Sullivan
Show, dove abbondano riferimenti ad artisti del calibro di Lichtenstein
e Sol Lewitt. E perfino l’immagine di una grande rete come Cbs esprime
un gusto modernista. Il famoso logo a forma di occhio è basato su
simboli esagonali di Shaker mentre i materiali promozionali sono
disegnati da Ben Shahn e Lou Dorfsman. Un’intensa litografia che ritrae
un volto accigliato, opera di Ben Shahn, ebreo di origini lituane
immigrato bambino in America, sarà infine la copertina del libro
ricordo pubblicato nel 1959 per una trasmissione di Amleto. Il vento
dell’arte conquista anche una giovanissima Barbra Streisand, che nel
1966 registra per Cbs lo show “Color me Barbra”, tutto girato al
Philadelphia Museum of Art. I quadri alle pareti non sono un semplice
scenario, ma giocano un ruolo da protagonisti. La Streisand, in abiti
dalle fantasie Op-Art, entra nei ritratti femminili di Modigliani,
Léger, Eakins e canta posando come le donne raffigurate. Oggi, in tempi
di talent show, uno spettacolo così sarebbe la ricetta per un solenne
fiasco. Ma allora la Streisand riscuote un grande successo.
È la dimostrazione concreta di come in quegli anni l’arte valichi i
limiti ristretti delle élite e degli addetti ai lavori e riesca a
incontrare il gusto popolare. In questo clima non stupisce che le
pubblicità catturino velocemente l’immaginario estetico del tempi e lo
restituiscano in rapide scenette, come ad esempio fa egregiamente la
Kodak con la Op Art. È forse più sorprendente che persino un programma
per bambini come Winky Dink and You si lasci prendere dal un certo
gusto surreale.
Lo show è il primo esempio di tivù interattiva. Basta farsi inviare gli
schermi di plastica trasparente da applicare al televisore e le matite
speciali e il gioco è fatto. Si disegna sulla propria televisione e ci
si ritrova nel bel mezzo della storia. L’esposizione ha il merito di
spiazzare molti luoghi comuni. “Molti critici descrivono i nostri anni
come l’era d’oro della televisione, in cui il mezzo sembra avere
sorpassato il cinema come luogo di sperimentazione artistica e di
qualità”, dice il curatore dell’esposizione Maurice Berger. “Revolution
of the Eye ci ricorda che il desiderio di una programmazione
eccezionale e artisticamente importante è nel dna della televisione fin
dai suoi inizi”.
Daniela Gross, Pagine Ebraiche agosto 2015
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Midrash |
Mi
è capitato spesso di chiedermi, o che mi sia stato domandato, cosa sia
esattamente il Midrash. I Maestri spiegano che il Midrash è uno
strumento di comprensione della Torah, uno dei quattro livelli di
interpretazione del testo biblico. Dunque a volte mi sono accontentato
di rispondere che il Midrash è una sorta di mito ebraico, sebbene non
sempre questo corrisponda a verità (mi pare che il paragone calzi
soprattutto per quello che viene chiamato Midrash Haggadà). Nel fare
questa affermazione avevo in mente, tra gli altri, il magistero di
Giacometta Limentani, che proprio su questa specialità ebraica ha
costruito una via originale di interpretazione della Scrittura,
amatissima da un folto gruppo di studenti. La settimana scorsa ho
partecipato, nel Tempio italiano di Tel Aviv, a una bellissima lezione
di rav Roberto Della Rocca, la prima di un ciclo di tre sul sacrificio
di Isacco cui devo interamente questo articoletto. Un Midrash spiega
che quando Abramo e suo figlio salgono sul monte Moriah sono animati da
un grande fervore religioso: la prova è terribile eppure lo zelo è tale
da renderla sostenibile. Ma quando il Signore ferma la mano di Abramo
arriva il momento della discesa dalla montagna; alcuni Maestri spiegano
dunque che il ritorno è ancor più difficile dell'ascesa. Non c'è più
l'esaltazione, la vita si presenta con il suo carico di contraddizioni,
dubbi, rimorsi, sensi di colpa e banalità. La relazione tra padre e
figlio non è più basata sulla testimonianza estrema della
santificazione del nome, ma sullo sforzo terribile e meraviglioso di
affrontare la quotidianità. In questo si nota la distanza tra il
cristianesimo e l'ebraismo, una religione per nulla martirologica ma
invece tutta rivolta alla vita nei suoi aspetti più pratici. Ma si
comprende anche la differenza - così ci è parso di capire sotto la
guida di rav Della Rocca - con il mito greco: dove questo costruisce
delle vicende che si traducono in archetipi straordinari, i patriarchi
dell'ebraismo si fermano al di qua del mito, dell'ipostasi. I fondatori
della nostra religione sono uomini che al cospetto del Signore, in
carne ed ossa, affrontano la più banale ed eroica delle sfide: provare
giorno per giorno a essere brave persone (e bravi ebrei). Avvertenza:
se ho scritto scemenze la colpa è solo mia, non certo del Maestro che
ce le ha spiegate con chiarezza mirabile.
Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas
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