Se non leggi correttamente questo messaggio, clicca qui  19 Ottobre 2022 - 24 Tishrì 5783

LA POSIZIONE DEL GOVERNO DI GERUSALEMME SULLA RICHIESTA DI ARMI DA KIEV

“Aiuti umanitari all’Ucraina,
questa è la politica d’Israele”

Dal 24 febbraio scorso, con l'inizio dell'aggressione russa, la scelta di Israele è stata quella di sostenere l'Ucraina attraverso aiuti umanitari. Oltre ad inviare medicinali, generatori e altri beni di prima necessità, Gerusalemme ha costruito un ospedale da campo sul confine ucraino-polacco per curare la popolazione locale. E ha più volte ribadito la sua condanna rispetto all'invasione voluta dal presidente russo Vladimir Putin. 
Dal punto di vista militare invece il governo israeliano ha spiegato di voler mantenere la propria neutralità, evidenziando sia i suoi delicati rapporti strategici con il Cremlino in Siria sia la propria preoccupazione per l'incolumità della comunità ebraica russa in caso di coinvolgimento. Ora la notizia dell'uso da parte di Mosca di droni prodotti dal regime iraniano - il nemico più pericoloso d'Israele - in Ucraina ha riaperto il dibattito su questo orientamento. In particolare a fare rumore sono state le parole del ministro israeliano della Diaspora, Nachman Shai. Attraverso i social, Shai, a titolo personale, ha lanciato un appello affinché l'esecutivo di Gerusalemme fornisca armi a Kiev. Un appello a cui ha replicato minacciosamente l'ex Premier russo Dmitrij Medvedev, paventando ritorsioni. Sul fronte opposto, è intervenuto anche il ministro degli Esteri ucraino Dimitri Kolba, dichiarando di voler “chiedere ufficialmente l'assistenza israeliana nel campo della difesa aerea”. 
A mettere un punto sulla discussione, almeno fino alle elezioni del Primo novembre, il ministro della Difesa d'Israele Benny Gantz. "La nostra politica nei confronti dell'Ucraina non cambierà: continueremo a sostenere e a stare dalla parte dell'Occidente, ma non forniremo armi (a Kiev)”, ha dichiarato Gantz incontrando una delegazione di diplomatici europei. “Abbiamo chiesto agli ucraini di condividere le informazioni relative alle loro esigenze e ci siamo offerti di aiutarli a sviluppare un sistema di allarme rapido e salvavita”, le parole del ministro, riportate in una nota ufficiale. 

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INSIGNE MATEMATICO E PUNTO DI RIFERIMENTO DELL'EBRAISMO ITALIANO

Giacomo Saban (1926-2022)

Profondo cordoglio in tutta l’Italia ebraica per la scomparsa di Giacomo Saban, insigne matematico e autorevole e rispettato leader dell’ebraismo italiano. Da presidente della Comunità di Roma era stato uno dei protagonisti della visita di Wojtyla al Tempio Maggiore, la prima di un papa in sinagoga in duemila anni di storia. Il professor Saban, nato a Istanbul da genitori di nazionalità italiana, è stato anche vicepresidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, presidente del Consiglio dei Probiviri dell’Unione e poi suo presidente emerito, direttore della Rassegna mensile di Israel. Prezioso tra gli altri il suo impegno anche nella ORT, network internazionale dedicato all’educazione ebraica. In un dialogo con Pagine Ebraiche, curato dalla collega Daniela Gross, ricordava così il suo incontro con il papa: “Non ebbi mai la sensazione di avere davanti una sorta di sovrano e non provai particolare soggezione. Il mio ricordo è di una persona molto aperta, gradevole, ironica, anche se le nostre idee non sempre coincidevano”.
“Sono cresciuto in un ambiente familiare in cui ho visto tanti miei cari occuparsi della comunità ebraica e dei suoi bisogni. È stato naturale cercare di seguire il loro esempio” racconterà nell’ottobre del 2013, nell’occasione della pubblicazione di un numero speciale della Rassegna in suo onore. Uno zio paterno, Raffaele Davide Saban, era stato gran rabbino di Turchia. Il padre e il fratello si erano invece impegnati nel Consiglio laico del Gran rabbinato. Nei primi anni Settanta fu così coinvolto anche lui. La Turchia, per i suoi antenati, era stata il rifugio dall’Inquisizione spagnola. In fuga da Maiorca giunsero infatti a Bursa, in Anatolia.

(Disegno di Giorgio Albertini)

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GIACOMO SABAN (1926-2022) - L'INTERVISTA A PAGINE EBRAICHE 

“Il mio Mediterraneo, da Istanbul a Roma”

I suoi antenati si stabilirono in Turchia nel 1492, dopo la cacciata degli ebrei dalla Spagna. In fuga da Maiorca giunsero a Bursa, in Anatolia. E da lì si approdarono a Istanbul dove si costruirono una solida posizione in campo imprenditoriale. Tanto da edificarsi una dimora proprio in fronte al palazzo del governatore, in una delle vie più belle dalla città. Giacomo Saban, matematico e appassionato di storia ebraica, uno degli esponenti più illustri dell’ebraismo italiano, arriva da qui. Dalla luce accecante che spazza il Bosforo nelle giornate di sole, da un mare sempre affollato di navi che evocano orizzonti lontani, da una capitale imperiale in cui popoli, culture e nazionalità a lungo si fusero in un mirabile melting pot che parlava un’infinita costellazione di lingue e dialetti. Da un’attitudine aperta e cosmopolita e da un uso del mondo per cui è del tutto naturale che a Rosh haShanah il rabbino riceva la visita delle massime autorità religiose e la ricambi poi in altre occasioni nella monumentale basilica di Santa Sofia, cuore simbolico di Istanbul. È dunque un destino straordinario e per certi versi inevitabile a condurre il professor Saban in Italia verso un appuntamento che segnerà uno spartiacque per il mondo ebraico italiano e lo vedrà ricevere per la prima volta la visita di un pontefice nella sinagoga di Roma. È infatti lui, ebreo di origini turche, ad accogliere in veste di presidente della Comunità ebraica di Roma, lo storico appuntamento che nel 1986 porta papa Giovanni Paolo II al Tempio maggiore aprendo una nuova stagione di rapporti tra il mondo ebraico e quello cattolico. Ed è lui a pronunciare in quell’occasione un discorso dai toni pacati e decisi, nutrito di una consapevolezza della storia possibile forse solo a chi è nato e cresciuto in un mondo diverso. Giacomo Saban racconta la sua traiettoria di vita con garbo sommesso e l’abitudine educata a sfumare ogni esagerazione o accento. Eppure il racconto di questo signore dai capelli candidi, che ci accoglie nella sua bella casa romana affollata di libri e affacciata su un panorama mozzafiato, ci conduce nel cuore della Storia.
Professor Saban, la prima metà della sua vita l’ha trascorsa a Istanbul. Qual è oggi il suo ricordo?
È una città bellissima, come Roma d’altronde. E ha il grande pregio di essere affacciata sul mare. Ogni giorno andavo al lavoro costeggiando le antiche mura di Bisanzio, lungo il mar di Marmara, sotto gli occhi il traffico delle navi. Istanbul allora era un vero crogiolo di culture in cui era normale parlare più lingue.
La sua famiglia che lingua utilizzava?
I miei, ebrei originari della Spagna, avevano scelto la nazionalità italiana dopo la prima guerra. Con la nonna e gli zii si usava dunque il giudeo spagnolo, ma a casa si parlava francese mentre io frequentavo la scuola italiana e imparavo l’inglese con una signorina.

E il turco?
L’ho imparato quand’ero più grande. Allora era normale così.
I suoi erano molto coinvolti nella realtà ebraica di Istanbul e così è stato per lei.
Allora la comunità era molto numerosa e attiva. Oggi in tutta la Turchia ci sono circa ventimila ebrei, allora se ne contavano quasi quattro volte tanto e la maggior parte viveva nella capitale. Uno zio paterno, Rafaele Davide Saban, è stato gran rabbino di Turchia. Mio padre e poi mio fratello s’impegnarono nel Consiglio laico del Gran rabbinato che si occupava della raccolta di fondi e nei primi anni Settanta, fui coinvolto anch’io.
Cosa significò per gli ebrei turchi la Seconda guerra mondiale?
Fin dall’inizio fummo coscienti di quanto stava accadendo e delle persecuzioni in atto. Ricordo, da ragazzino, una donna che in sinagoga lesse una lettera proveniente da Auschwitz. Era descritto tutto lì, chiaro e preciso. Per noi quello fu il tempo difficile della tassa sul patrimonio e dei lavori forzati obbligatori.
E dopo la guerra?
La nascita dello Stato d’Israele segnò un cambio epocale. Le facilitazioni offerte dal governo turco a quanti volevano emigrare ebbero l’effetto di dimezzare la comunità ebraica. Fu un esodo di massa che coinvolse soprattutto i ceti più popolari. Nel giro di pochi anni si spopolarono interi quartieri e scomparvero mestieri da secoli appannaggio degli ebrei, penso ad esempio ai vetrai o ai grondaisti.
Lei approda in Italia nel 1978 e quasi subito inizia a occuparsi di cose ebraiche. Come accade?
Mi ero laureato in matematica a Istanbul, dove insegnavo all’università. Nel 1950 avevo preso una seconda laurea a Roma ed ero stato più volte, in qualità di visiting professor, all’università dell’Aquila. Quando mi trasferii in Italia avevo dunque già stretto una serie di contatti e di amicizie che al mio arrivo si strinsero ulteriormente.
Nei primi anni Ottanta lei entra a far parte del Consiglio dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane e nel 1985 diventa presidente della Comunità ebraica romana. È un periodo storico perché sul tavolo vi è la discussione dell’Intesa.
Su questo tema la divisione era netta: c’era chi riteneva necessario abolire la legge 30 che fino allora regolava il rapporto tra le Comunità ebraiche e lo Stato e chi riteneva che ciò avrebbe significato la fine dell’ebraismo italiano. Entrato con posizioni di assoluta neutralità, ben presto mi convinsi dell’opportunità dell’Intesa e mi spesi in tale senso.
L’altro appuntamento storico è la visita del papa alla sinagoga di Roma, il 13 aprile del 1986.
Mi trovavo in Consiglio quando rav Toaff presentò l’argomento. Aveva avuto dei contatti e il pontefice aveva manifestato la sua volontà di venire al Tempio maggiore. Mi resi subito conto che la mia reazione era leggermente diversa da quella dei miei colleghi e questo in certo modo marcò quella visita.

Daniela Gross
 

(Disegno di Giorgio Albertini)

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IL DOCUMENTARIO ALLA FESTA DEL CINEMA

Tel Aviv, tra avanguardia e bolla

“L’avanguardia di un Israele che verrà o soltanto una bolla, una scommessa tutta da giocare tra avanguardia e tradizione, tra cinismo e tolleranza, o più semplicemente una vera e propria sfida in un Paese fortezza accerchiato da conflitti irrisolti?”.
È uno degli interrogativi con cui si apre “Good morning Tel Aviv”, documentario di Giovanna Gagliardo che nelle prossime ore farà il suo esordio alla Festa del Cinema di Roma. Economisti, architetti, imprenditori, commercianti, filosofi, cineasti, artisti, scrittori. Tante le voci chiamate ad elaborare la propria prospettiva sulla Città Bianca, il più grande museo a cielo aperto di architetture Bauhaus. Ad analizzarne i punti di forza e le fragilità. Ma anche a immaginare la Tel Aviv del futuro e il suo ruolo nel dinamico scenario d’Israele.
Un viaggio che inizia nell’ufficio dell’uomo che ininterrottamente la governa dal 1998: il sindaco Ron Huldai, al suo quinto mandato. “Nella mia visione – spiega – c’è l’idea di trasferire la lezione del kibbutz in città. E quindi di fare in modo che tutti i servizi di cui c’è bisogno siano fruibili in uno spazio circoscritto e facilmente raggiungibile”. Molteplici le sfumature di Tel Aviv declinate nelle interviste. Con tanti volti noti che hanno accettato di parlare. Dal regista Ari Folman al coreografo Ohad Naharin, per arrivare a scrittori molto amati anche in Italia come Ayelet Gundar-Goshen e Assaf Gavron. E ancora, tra gli altri, l’ex ambasciatore israeliano in Italia Ofer Sachs. Che, accantonata l’esperienza nella diplomazia, è ora protagonista nel campo della cosiddetta “Start-up Nation”. E la romana Tania Coen Uzzielli, direttrice del Museo d’Arte di Tel Aviv, che la rivista Forbes ha da poco inserito tra le cinquanta donne più influenti del Paese.

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IL SEMINARIO ALL'ACCADEMIA TOSCANA DI SCIENZE E LETTERE

Firenze capitale e il Congresso del 1867:
modernità e tradizione a confronto

Negli anni in cui Firenze fu capitale d’Italia convennero lungo le rive dell’Arno molti piemontesi. Il legame con Torino si fece saldo, il volto della città si trasformò mutuando i caratteri della prima capitale del Regno. Dal Piemonte ebraico si trasferirono o ebbero legami con Firenze intellettuali e uomini politici come Giacomo Dina e Isacco Artom. Non a caso nel 1867 la città fu scelta come sede per un’importante discussione sul futuro delle Comunità ebraiche nel Paese. Iniziativa che fu il punto di arrivo di una stagione d’intensi dibattiti che videro protagonista l’ebraismo italiano d’Ottocento. Non l’unico, “ma senza dubbio il primo Congresso d’interesse nazionale”. Espressione ultima “del profondo mutamento sociale” dell’epoca.
Ruota attorno a questo tema un seminario in svolgimento all’Accademia Toscana di Scienze e Lettere “La Colombaria”, che prende le mosse dal libro I Rabbini piemontesi e il Congresso Israelitico di Firenze (1867). Tra modernità e tradizione, curato da Ida Zatelli e Chiara Pilocane, con la postfazione di Alberto Cavaglion. 

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L'INIZIATIVA A CASALE MONFERRATO 

Sukkot, incontri sotto la capanna

Ancora una volta erano in tanti attorno alla capanna costruita nel Cortile delle Api del complesso ebraico di Casale Monferrato. Da anni la Comunità ebraica casalese prende molto sul serio il fatto che Sukkot sia una ricorrenza dedicata a gioia, amicizia e condivisione, come lo sarà del resto anche Channukkah. Anche per questo si è deciso di creare una continuità tra questi momenti in cui la città monferrina si stringe intorno alla “sua” comunità. E quindi non solo ci si è trovati di fronte alla Sukkah per rievocare questa festa, ma anche per presentare la 252esima opera che, proprio a Channukah, entrerà a fare parte della collezione del museo dei lumi: la straordinaria raccolta di lampade d’artista. La nuova opera è Astrochannukah di Mara Cantoni. 

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