Se non leggi correttamente questo messaggio, clicca qui   18 Novembre 2022 - 24 Cheshvan 5783

L'INTERVISTA ALL'AMBASCIATORE ISRAELIANO PRESSO LA SANTA SEDE

"Rilanciamo il Dialogo, nel segno dell'ambiente"

Il 2023 sarà un anno caratterizzato da vari anniversari. Tra i più significativi quello che celebrerà il trentesimo dalla firma dell’accordo tra Stato d’Israele e Santa Sede. “Una pietra miliare che ha già dato vari frutti di cui entrambi godiamo. Ma quel che è stato fatto non basta ancora. C’è bisogno, ad esempio, di portare nuovi temi”. È la valutazione di Raphael Schutz, ambasciatore d’Israele in Vaticano, che festeggia in queste ore un anno esatto dalla presentazione delle credenziali e dal suo insediamento. Lo incontriamo nel suo ufficio, per fare un bilancio di questi dodici mesi di lavoro e impegno. Un’esperienza molto diversa da quelle che avevano contraddistinto la sua carriera diplomatica in precedenza, con incarichi tra Colombia, Spagna e Norvegia.
“È stato un anno molto intenso e stimolante”, afferma l’ambasciatore. “Nel complesso sono contento per quello che abbiamo fatto e costruito. Si è però rafforzata in me una convinzione: la necessità urgente che nel Dialogo entrino questioni rimaste il più delle volte ai margini. Mi riferisco soprattutto all’ambiente e alla difesa dei diritti di ogni essere umano. A partire da quello all’acqua, al cibo, a una vita decente. Sfide universali in cui possiamo essere entrambi protagonisti. Penso alle encicliche del papa, molto incisive e chiare nel merito. Ma anche Israele, rileggendo la sua vicenda storica, ha tanto da dare all’umanità. La sua trasformazione da Paese in cui l’acqua scarseggiava a esportatore di risorse idriche è, in questo senso, un fulgido esempio”. Temi che dovranno necessariamente accompagnarsi “alle questioni di sempre”. L’impressione è che il percorso, pur con qualche inciampo, stia procedendo nel modo giusto. “Ci sono, nelle relazioni tra Israele e Santa Sede, delle date e circostanze da non dimenticare mai. La prima è senz’altro la dichiarazione Nostra Aetate, così significativa per l’avvio di una nuova stagione di approfondimento tra cristiani ed ebrei. E poi la visita di Giovanni Paolo II alla sinagoga di Roma (1986). La stipula dell’accordo che presto taglierà il traguardo dei trent'anni (1993). E, nel 2000, un’altra visita nel segno di Wojtyla: il suo viaggio in Israele”. Incontrando Bergoglio per la prima volta Schutz gli ha portato, tra i vari doni, una confezione di datteri. “Non sono solo un prodotto tradizionale d’Israele. Realizzati con acqua riciclata nel deserto, sono un simbolo di quell’attenzione e cura dell’ambiente che tutti dobbiamo portare nel cuore, agendo conseguentemente”. Le relazioni con il papa e con la sua cerchia sono cordiali. “Anche se non è che ci sentiamo tutti i giorni”, ammette l’ambasciatore. “Ci sono stati un paio d’incontri finora. I miei interlocutori sono piuttosto i dirigenti dei dicasteri, il personale diplomatico, oltre che i rappresentanti di associazioni, enti e ong. Sto cercando di confrontarmi con quanti più mondi possibili”.
Dalla Nostra Aetate sono passati 57 anni. “Un momento straordinario, un nuovo inizio. Quella dichiarazione ha fatto la storia. Anche se, naturalmente, non cancella diciannove secoli tormentati. L’impressione è che alcune resistenze, ancora oggi, fatichino a essere vinte. E non solo a livello di clero”. L’ambasciatore porta qualche esempio personale: “Durante il mio mandato in Spagna mi è capitato il caso della presenza di alcune figure antisemite a un corteo in programma a Siviglia. Si era durante la ‘Semana Santa’: un momento di altissima attenzione ed emotività popolare”. Alle rimostranze espresse agli organizzatori, l’ambasciatore – racconta – si è sentito rispondere che non le avrebbero rimosse “perché è ‘una tradizione’, perché da sempre si fa così…'”. Un caso simile è avvenuto in Belgio: in quel caso la sfilata si svolgeva addirittura con patrocinio Unesco. “È andata così: dopo le proteste israeliane l’Unesco ha tolto il patrocinio, ma la sfilata si è svolta lo stesso…”. E ancora in Polonia, dove altri episodi “dal tenore simile rivelano la persistenza di un problema che, nonostante la buona volontà di tanti, resta comunque aperto”. Anche l’Italia, fino a non molto tempo fa, ha visto in auge una tradizione inquietante: il culto del Simonino, basato sull’infame accusa del sangue e all’origine di molte violenze e lutti. Una vicenda rievocata di recente alla presenza dell’ambasciatore stesso, ospite d’onore a Trento per l’inaugurazione della 25esima edizione del Religion Today Film Festival. Una calorosa accoglienza, per lui, sotto la Tenda di Abramo allestita in piazza Battisti.
Le parole possono uccidere. Nel parlarne evoca la sua storia di famiglia: “Mia madre è nata a Francoforte: era il nove novembre del 1929, nove anni dopo quello stesso giorno avrebbe visto l’esplosione della famigerata Kristallnacht (la Notte dei Cristalli). Per fortuna quel giorno la famiglia non era più in Germania ma a Cracovia, in un campo profughi. Da lì, a breve, sarebbero emigrati nell’allora Palestina mandataria. Appena in tempo”.
“Ci sono dei forti indizi – prosegue Schutz – che mia madre e Anne Frank siano state compagne nello stesso kindergarten. In una celebre foto infatti la piccola Anne appare con la stessa identica collana che avrei visto tra le mani di mia madre”. Anche in ragione di ciò e della precarietà delle esistenze di chi l’ha preceduto Schutz dice di sentirsi “un israeliano che non dà per scontata l’esistenza d’Israele”. Esiste infatti, accusa, “chi questo diritto continua a negarlo, e il solo fatto che un tema del genere resista a livello di dibattito è di per sé un problema”. Durante l’intervista Schutz userà alcune volte delle metafore ed espressioni calcistiche. Il calcio, non lo nasconde, è la sua grande passione. “Quando era ancora un cadetto, mi fu chiesto dove avessi desiderio di essere mandato. La mia risposta fu: ovunque ci siano delle buone squadre di calcio”. Tifoso da sempre dell’Hapoel Tel Aviv (“Continuo a fare l’abbonamento, come forma di sostegno”), l’ha seguito sugli spalti anche quando, in passato, ha incrociato i suoi destini con quelli della Serie A. Ad esempio, in un’edizione della Coppa Uefa di inizio Millennio, “quando eliminò il Parma e fu vicino ad eliminare il Milan, che era allora un top team”. Non a caso, nel presentare le sue credenziali a Bergoglio, ha portato con sé un altro regalo: un paio di scarpe da calcio bianche e blu (i colori sia d’Israele che d’Argentina) “con sopra scritte parole di pace e di speranza in varie lingue”. Al papa, evidenziava uscendo dalla Santa Sede, “ho fatto notare che la nazionale israeliana è composta da giocatori ebrei, musulmani e cristiani, che giocano insieme per Israele e sono un esempio della capacità di cooperare nonostante i disaccordi e le differenze”.

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L'INIZIATIVA DEL MEMORIALE DELLA SHOAH 

Milano e il censimento degli ebrei:
"1938, l'inizio della tragedia"

“È difficile per me vedere questi documenti dove ci sono i nomi di mio padre, dei miei nonni, il mio”. Nomi poi inghiottiti nella Shoah, ricorda la senatrice a vita Liliana Segre, dopo aver passato in rassegna le carte esposte da oggi al Memoriale della Shoah di Milano. Documenti parte del Fondo Israeliti, il censimento degli ebrei voluto dal fascismo e avviato nel capoluogo lombardo nell’agosto del 1938. Undicimila nomi registrati in decine di fascicoli, che rappresentano il primo atto della persecuzione. Le carte esposte al Memoriale in cui sono citati Alberto Segre, la figlia Liliana, i genitori Olga e Giuseppe, sono solo una piccola parte del Fondo conservato alla Cittadella degli Archivi di Milano. Ma vogliono essere un segnale a tutta la città, come sottolinea il sindaco Giuseppe Sala, inaugurando l’esposizione che si concluderà il prossimo 17 dicembre. “Il nostro dovere è non dimenticare – afferma il sindaco – e testimoniare la verità con parole e atti. Questo abbiamo voluto fare fin dal momento in cui abbiamo ritrovato nei sotterranei dell’Anagrafe i fascicoli del Censimento degli ebrei milanesi e altri documenti in cui, nero su bianco, veniva scritta la storia di migliaia di persone condannate alla deportazione dalla dittatura nazifascista".

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VERSO GLI STATI GENERALI

La rottura di un confine

L’educazione ha un ruolo fondamentale – secondo l’opinione diffusa – ai fini di preparazione delle generazioni future. Da ciò un’attenzione costante verso la scuola, con considerazioni che, in alcuni casi, legano gli aspetti formali dell’istruzione a ciò che avviene al di fuori della scuola, nella famiglia, nel rapporto con i pari, nelle strutture sociali. Tutto ciò è corretto. Bisogna tuttavia considerare che le modalità di acquisizione del sapere sono evolute nel tempo.
Sono passati circa cinquanta anni dalle indagini psicopedagogiche che mostravano non solo che si impara ascoltando, osservando e facendo ma che il modo di pensare, di ragionare e di agire dipende dalle forme con cui è avvenuto l’apprendimento. In anni meno lontani, si è molto discusso dell’accesso alle informazioni tramite strumenti audiovisivi sempre più raffinati. 

Saul Meghnagi, pedagogista e Consigliere UCEI

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TORAH

Le vite di Sara

“E furono le vite di Sara cento anni e venti anni e sette anni, gli anni delle vite di Sara” (Bereshit 23;1).
Rashì si chiede il motivo per cui è scritto “le vite” e a questo risponde dicendo che “ogni tappa della sua vita, corrisponde a un particolare stato: a cento anni era bella come una ragazza di venti e a venti era pura come una bambina di sette”. C’è anche da dire che ad ognuna delle età citate corrisponde un particolare momento della sua vita. 

Rav Alberto Sermoneta, rabbino capo di Venezia

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SORGENTE DI VITA

Il cammino di un popolo

Si apre con un servizio sul museo ANU, il “museo del popolo ebraico” di Tel Aviv, la puntata di Sorgente di vita in onda su Rai Tre domenica 20 novembre. Situato all’interno del campus universitario della Tel Aviv University e inaugurato lo scorso anno dopo dieci anni di progettazione e lavori, il museo è strutturato su tre piani e settemila metri quadrati. È il più grande museo al mondo sulla storia e la cultura del popolo ebraico: espone oltre millecinquecento pezzi, tra manufatti, opere d’arte, documenti, installazioni, percorsi multimediali, foto e audiovisivi.

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La rubrica “Opinioni a confronto” raccoglie interventi di singoli autori ed è pubblicata a cura della redazione, sulla base delle linee guida indicate dall’editore e nell’ambito delle competenze della direzione giornalistica e della direzione editoriale. 
È compito dell'UCEI incoraggiare la conoscenza delle realtà ebraiche e favorire un ampio ed equilibrato confronto sui diversi temi di interesse per l’ebraismo italiano: i commenti che appaiono in questa rubrica non possono in alcun modo essere intesi come una presa di posizione ufficiale dell’ebraismo italiano o dei suoi organi di rappresentanza, ma solo come la autonoma espressione del pensiero di chi li firma.

Totalitarismo   

"Può darsi che fra vent’anni avrete ragione voi, ma per il momento sono io che ho ragione". Sono le parole con cui il giudice istruttore interviene per esortare la corte a condannare Andrej Sinjavskij e Julij Daniel. Accontentato: cinque e sette anni di carcere e lavoro forzato nel lager. È il febbraio 1966. Per chi volesse saperne di più Ezio Mauro, nel suo Lo scrittore senza nome. Mosca 1966: processo alla letteratura (Feltrinelli), ha descritto quella storia con grande competenza, ma anche, cosa che non guasta, con profondo senso civico (una cosa che fa rima con giornalismo).
Più di mezzo secolo dopo, ci risiamo (chi avesse dubbi legga per favore Proteggi le mie parole, il libro che l’editore e/o manda in libreria prossimamente). Chissà se qualcuno, in un qualsiasi spazio dell’informazione pubblica, in mezzo alla fiumana di parole sull’orgoglio russo ferito avrà l’intelligenza - dismettendo la furbizia - di parlarne, chiamando le cose con il loro nome: "totalitarismo". Aspetto, con scetticismo. (13/11/2022)

David Bidussa

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Solo poche righe sui libri di storia   

In questa fase di parole sbandate ed eccessive, tese più a colpire e a coprire che a significare concetti e a proporre contenuti, le parole di Liliana Segre spiccano sempre per la loro profondità, centralità, essenzialità. Già il suo discorso al Senato per l'inaugurazione della legislatura era emerso su tutti gli interventi per la concretezza pregnante del richiamo alla Costituzione quale timone irrinunciabile e direzione orientativa basilare di qualsiasi governo si apprestasse a guidare il Paese. Il recente intervento milanese al Forum delle Donne Ebree d'Italia è tornato a soffermarsi sul tema più legato al suo ruolo di testimone del passato per le generazioni attive nel presente, quello della memoria e della conoscenza storica. Una frase del suo discorso in particolare mi ha colpito e mi pare offrire stimoli per domande e riflessioni: fra non molto, del ricordo della Shoah resterà solo qualche riga sui libri di storia. È strano, la senatrice sempre così costruttiva e fiduciosa stavolta appare pessimista, quasi scettica rispetto alla nostra epoca e alla sua capacità di conoscere e di imparare dagli orrori del passato, forse anche dubbiosa nei confronti dell'efficacia del suo personale messaggio. Da cosa deriva questa sua attuale amarezza? È difficile – guardando al nostro tempo, alle sue amnesie, al suo linguaggio di odio, al suo riemergente e sempre rinnovato antisemitismo – darle torto. La società non rammemora le lezioni dei tempi bui, tende a cancellare gli abissi della storia per il terrore che suscitano, senza capire che il portarne memoria aiuta a comprenderne la genesi e ad allontanarne la replica.
I dubbi e le fosche previsioni della grande testimone, che rappresenta la saggia consapevolezza dalla quale dovremmo tutti essere guidati, ci spingono a interrogarci sulle cause di questo nostro progressivo scivolamento verso l'oblio totale, evidente e inarrestabile nonostante l'accumularsi delle testimonianze, il succedersi meritorio dei Giorni della memoria, la costruzione continua di percorsi scolastici che coinvolgono insegnanti e studenti. È come se ogni anno si tracciassero strade nuove e significative per poi cancellarle e dover ripartire ogni volta da zero, rammentando ogni volta di meno e perdendo progressivamente il senso degli eventi di fondo, il quadro della situazione storica in cui i totalitarismi fascisti hanno potuto affermarsi e tracciare il loro percorso distruttivo.
L'inevitabile eclissarsi delle testimonianze dirette di chi ha vissuto quegli anni è un fatto oggettivo, che certo contribuisce all'allontanamento generale dalla memoria e dalla storia della prima metà del Novecento. Ma temo che, al di là e in aggiunta rispetto alla perdita crescente delle narrazioni personali, si manifesti l'atteggiamento volontario di un'epoca e di una o forse due generazioni: si diffonde la paura del passato (paura di dipenderne, paura di ripeterlo o di esserne vittime/prigionieri); si tende quindi a sfuggirgli, ad annullarlo progressivamente da sé anche se immersi in una rete di ricorrenze legate alla memoria.
Questo timore, questo horror vacui e questa fuga dal passato potrebbero anche essere comprensibili, soprattutto se rapportati all'enormità e alla tragicità di "quella" memoria, alla difficoltà di sostenerla. Il problema è, però, che perdere la memoria del proprio passato (anche di quello più tragico) significa perdere la propria identità, il senso della propria storia. E permettere, con ciò, la progressiva cancellazione di fatto di quel passato annientatore (la Shoah) che invece è esistito come una delle più gravi responsabilità della storia; lasciare spazio cioè all'incunearsi crescente del negazionismo e della sua tendenza ad annacquare, poi ad annullare la realtà dello sterminio e le cause della sua genesi. Il clima negazionistico è a sua volta, come sappiamo, il terreno di coltura più propizio a un rinnovato (e oggi purtroppo evidente) sviluppo del pregiudizio antisemita.
Ecco perché il ruolo di chi, come Liliana Segre, non solo porta testimonianza della propria vicenda ma riflette dolorosamente sulla sua portata e sul proprio tempo è fondamentale. Ecco perché il pessimismo complessivo che traspare dalle sue recenti parole può paradossalmente trasformarsi in una spinta potente alla riflessione sulla funzione della memoria e alla presa di coscienza da parte delle giovani generazioni. (14/11/2022)

David Sorani

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 Machshevet Israel - Storiografia o storiosofia?   

Invitato a partecipare, giorni fa, a una tavola rotonda al Meis di Ferrara sul tema dell’esilio, ho proposto una riflessione sulla compresenza dialettica nel giudaismo di due approcci diversi a questo tema e in generale alla storia del popolo ebraico: un approccio storiografico e un approccio che, con termine desueto ma pregnante, alcuni studiosi (ad es. il prof. Aviezer Ravitzky) definiscono ‘storiosofico’. Qual è la differenza? La storiografia altro non è che la riflessione critica sui princìpi metodologici e sui presupposti ideologici con cui viene elaborata e scritta, in modo selettivo a fini interpretativi, la storia dei fatti accaduti in epoche passate. Come tale, si tratta di un concetto e un approccio tipici della modernità. Per storiosofia si intende una prospettiva sugli eventi considerati alla luce di precisi significati religiosi, in quanto inseriti in una catena di azioni umane sempre ‘sotto l’occhio divino’, per così dire; tali significati possono essere a noi palesi o nascosti, ma tracciano l’alveo di un volere divino che è, al contempo, una sapienza superiore; di conseguenza, nella storia occorre vedere la metaforica ‘mano di Dio’ al fine di comprendere cosa succede. Sin dalla stesura dei testi biblici e poi nella variegata produzione di midrashim (durata oltre un millennio), arrivando infine alla modernità – ma in alcuni ambienti ortodossi fino ad oggi – è questa la concezione dominante della storia, una storia che in realtà è una memoria, quasi una chokhmà, una sapienza religiosa fissata in una costellazione di racconti tesi a coltivare l’identità sulla base di quella memoria sapienziale, in modo quasi indifferente alla ‘verità storica’ (in senso moderno).
Nella storiosofia l’ordine del reale si sottopone all’ordine dell’ideale, e il positivo o il negativo si misurano sulla base della vicinanza o della lontananza tra i due ordini. In quest’ottica il senso degli eventi non scaturisce dalla ricostruzione ‘scientifica’ degli eventi stessi, ma gli eventi sono tali a partire dai significati che la fede attribuisce loro. Dunque il luogo della ricomprensione degli eventi non è tanto il racconto degli storici o la decifrazione e comparazione dei documenti, quanto il ciclo del calendario liturgico, la cui ratio trova in un dettaglio storicamente insignificante (ad es. una lampada ad olio che non si spegne per otto giorni) la chiave e il senso di eventi complessi come uno scontro armato tra opposti mondi politici e culturali, o addirittura una guerra civile intraebraica (alludo allo scontro tra seleucidi e maccabei nonché tra ebrei ellenizzati e non, a metà del II secolo a.e.c., che sta alla base della festa di Chanukkà). È questa prospettiva o meglio quest’acuta sensibilità religiosa, come hanno spiegato sia lo storico Yosef Hayim Yerushalmi (1932-2009 sia il biblista Yehezkel Kaufmann (1889-1963), ciò che ha anestetizzato il mondo ebraico all’istanza greca della valutazione critica della storia e ha reso di fatto inesistente una storiografia ebraica fino all’età moderna (culminata con la Wissenschaft des Judentums, fino a Simeon Dubnow e Salo Baron). Nondimeno, a partire dal XVI secolo – in particolare nel mondo ebraico italiano – emerge progressivamente anche la storiografia: si profila già nelle opere di Itzchaq Avravanel, e poi in Solomon Ibn Verga, Azariah de’ Rossi, Simone Luzzatto… I primi due sono esuli di rango dalla penisola iberica, e nel loro caso è proprio il bisogno di riflettere sul dramma dell’esilio, anzi dell’esilio dall’esilio, ciò che li spinge a cercare di capire cosa è successo e perché. In quella fase i due approcci sono ancora imbricati e compresenti, ma a poco a poco si dipanano delineandosi come due prospettive diverse e, di fatto, divergenti, sebbene coesistenti nell’orizzonte della cultura ebraica moderna.
Chi ha messo a fuoco tutto ciò nel Novecento sono stati due grandi storici che hanno offerto anche profonde riflessioni storiografiche: Itzcahq Baer (1888-1980) e lo stesso Yerushalmi, curiosamente due ashkenaziti appassionati di storia sefardita. Baer è autore di un illuminante studio intitolato Galut, esilio appunto, scritto in tedesco nel 1936, che può dirsi un vero e proprio manuale di storiografia ebraica, e dove questo termine/concetto emerge in una vasta gamma di significati nel corso della storia del popolo ebraico, fino al ritorno in Eretz Israel. Yerushalmi compie il medesimo percorso nel suo breve capolavoro Zakhor. Storia ebraica e memoria ebraica, edito in inglese quarant’anni fa, nel ’82 (tradotto da Daniela Fink per Pratiche Editrice nel ’83 e ristampato da Giuntina nel 2011), opera che coglie il punto problematico della storiografia ebraica esattamente nel complesso e non di rado conflittuale rapporto tra storia e memoria, tra ricostruzione degli eventi e codificazione dei loro significati per le generazioni future. Chiudo con una sua potente intuizione: “Il declino della memoria collettiva nei tempi moderni è solo uno dei sintomi del dissolvimento di quel rapporto organico tra la fede e la prassi grazie ai cui meccanismi interni il passato poteva farsi presente. Sta qui la radice della malattia, e la memoria ebraica non può essere risanata se la vita comunitaria non trova un rimedio alla sua disgregazione interna… Ma per le ferite che l’ebraismo ha riportato negli ultimi duecento anni, lo storico può essere nella migliore delle ipotesi un patologo, ma non può certo suggerire una terapia”. (14/11/2022)

Massimo Giuliani

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