Se non leggi correttamente questo messaggio, clicca qui    29 Novembre 2022 - 4 Kislev 5783
IL NUOVO DOCUMENTARIO DI SERGEI LOZNITSA

Kiev, l'orrore a processo

Uno dei primi processi ai criminali nazisti e ai loro collaboratori si tiene a Kiev, in Unione Sovietica, nel 1946. Il 17 e 18 gennaio finiscono alla sbarra quindici persone: tre generali, otto ufficiali di alto grado e tre di grado inferiore. Il verdetto è annunciato il 28 gennaio. Gli ufficiali di grado inferiore sono condannati a lunghe reclusioni. Agli altri, fra cui Paul Scheer, il capo della polizia di Kiev e Poltava, implicato nel massacro di Babi Yar, è comminata la morte per impiccagione. L’esecuzione avviene il giorno dopo, nella piazza principale. Ad assistere, duecentomila spettatori.
Quel processo oggi torna a noi nel superbo documentario di Sergei Loznitsa intitolato The Kiev trial (Il processo di Kiev) che utilizzando materiali inediti d’archivio ricostruisce i momenti salienti del procedimento – dalle dichiarazioni degli imputati al racconto sconvolgente dei testimoni, alcuni sopravvissuti ad Auschwitz e Babi Yar. Immagine dopo immagine, il film svela l’agghiacciante banalità del male che mai come oggi, mentre una guerra d’invasione devasta l’Ucraina, interroga la coscienza collettiva. Il lavoro nasce mentre il regista lavora alle ricerche per il documentario “Babi Yar. The context” (2021) che ricrea gli eventi che nel settembre 1941 conducono al massacro di 33 mila 771 ebrei nella Kiev occupata dai nazisti. Loznitsa è cresciuto a Kiev, non lontano dai luoghi dove si è consumato l’eccidio e ha spesso sentito parlare della Norimberga di Kiev, come al tempo i giornali definiscono il processo. Quando ne ritrova le immagini si rende subito conto che si tratta di materiali unici.



Sono scene sconvolgenti, di un’intensità che richiama alla mente le celebri registrazioni del processo Eichmann. E non sono mai state mostrate al grande pubblico. Terminato il lavoro precedente, nella primavera del 2021 si mette dunque all’opera per restituire al pubblico una documentazione preziosa. L’obiettivo, come nel suo stile, è realizzare un documentario immersivo. Un film capace di trasportare lo spettatore indietro nel tempo, in quell’aula processuale e in quella tragedia. Un film senza commenti né trama, se non quella dettata dalla stessa realtà dei fatti, che lascia il pubblico libero nelle sue emozioni e conclusioni morali.
“In totale – racconta Loznitsa – abbiamo trovato negli archivi di stato russi e ucraini quasi tre ore di girato. Solo una piccola parte di questo footage era stato finora reso pubblico e usato nel cinegiornale ‘Il processo di Kiev’ diffuso nel 1946. Il resto era stato archiviato e, per quanto sono a conoscenza, non è mai stato visto dagli spettatori”.


I filmati sono stati realizzati dai i cameraman dello Studio centrale documentario di Mosca, che per la durata dell’intero processo lavorano in aula con l’assistenza dei colleghi locali. Quello di Kiev è uno dei venti processi pubblici che fra il 1943 e il 1947 si celebrano in diverse città dell’Unione Sovietica contro i criminali nazisti e i loro complici. I verdetti, che in larga parte si traducono in condanne a morte per impiccagione, si basano sul decreto del Soviet supremo contro “i delinquenti fascisti tedeschi, colpevoli di avere ucciso e torturato la popolazione civile sovietica” e “le spie, i traditori e i loro collaboratori”.

(Alcune immagini dal documentario: l'esecuzione pubblica nella piazza principale; la testimonianza di una sopravvissuta; le dichiarazioni dei giudici militari)

Daniela Gross

IL REGISTA E IL SUO SGUARDO ALLA STORIA

Loznitsa e il delicato tessuto
tra passato, presente e futuro

Sergei Loznitsa incarna gli intrecci e le contraddizioni dell’Est Europa fin dalla biografia. È nato nel 1964 a Baranovitch, nella Bielorussia che a quel tempo faceva parte dell’Unione Sovietica, è cresciuto nella Kiev oggi sotto attacco e oggi vive fra Berlino e la Lituania. Considerato il più importante regista ucraino della sua generazione, è uno dei filmaker favoriti del circuito internazionale dei festival e non fa mistero delle sue idee. Lo conferma il vespaio innescato dalle sue recenti prese di posizioni sulla guerra e il rapporto fra politica e cultura. Il 28 febbraio il regista ha annunciato le sue dimissioni dall’European Film Academy per essersi limitata a esprimere una generica “solidarietà all’Ucraina” senza condannare apertamente l’invasione russa. Il giorno dopo, quando la stessa accademia ha comunicato l’esclusione dei film russi dai premi europei, ha rincarato la dose. “Molti amici e colleghi, filmaker russi, hanno preso posizione contro questa folle guerra… Sono vittime come noi di queste aggressione” ha detto, esortando a giudicare la gente in base alle azioni e non al passaporto. Per tutta risposta, il 19 marzo è stato espulso dall’Accademia ucraina di cinema. Loznitsa, recita la motivazione, “ha spesso sottolineato di considerarsi un cosmopolita, ‘un uomo del mondo’. Ma oggi, mentre l’Ucraina sta lottando per difendere la sua indipendenza, il concetto chiave della retorica di ciascun ucraino dev’essere la sua identità nazionale”. La replica non si è fatta attendere: “Sono stupefatto nel leggere della decisione dell’Accademia del cinema ucraino di espellermi in quanto cosmopolita … È solo a partire dalla tarda era stalinista, dall’avvio della campagna antisemita scatenata da Stalin fra il 1948 e il 1953, che il termine ha acquisito una connotazione negativa nella propaganda sovietica”.

L'INIZIATIVA DI ASTREL ALLA SCUOLA EBRAICA DI ROMA

Storie di Libia: trenta testimoni in trenta classi

Allegra Guetta Naim era una ragazzina quando sopravvisse al campo di concentramento libico fascista di Giado. “Cadaveri trasportati dalle carriole, cadaveri accumulati a destra e sinistra” avrebbe raccontato in seguito, richiamando l’attenzione su una realtà ancora poco conosciuta non solo a livello di pubblica opinione, ma anche di studi specialistici. Oggi che ha quasi 95 anni quella storia ha trovato la forza di raccontarla una nuova volta, davanti a una platea di soli giovani cui si è rivolta con un sorriso pieno di vita e consapevolezza: gli studenti della scuola ebraica di Roma dove in queste ore una trentina di testimoni delle vicende dell’ebraismo libico nel suo dipanarsi novecentesco hanno elaborato ciascuno un pezzo del proprio vissuto. Un testimone per classe, nel segno di una disseminazione ampia che ha affrontato gli anni del fascismo, ma anche i successivi pogrom e violenze per mano araba da cui scaturì la fine di questa antica presenza, per arrivare infine alla sfida della ricostruzione altrove. L’iniziativa, promossa dall’associazione Astrel, ha costruito anche il lancio del convegno internazionale “Dalla sofferenza alla gioia” organizzato tra Roma e Milano nell’occasione della Giornata dei Profughi Ebrei dei Paesi Arabi. 

L'INDAGINE A CURA DELLA FONDAZIONE AGNELLI 

Eduscopio, due primi posti per le scuole ebraiche

Eduscopio, l’indagine di valutazione degli istituti superiori italiani a cura della Fondazione Agnelli, premia l’impegno e l’offerta didattica delle scuole ebraiche. La nuova rilevazione, diffusa nelle scorse ore, pone infatti le scuole di Roma e Milano al vertice di due indicatori. Il liceo romano Renzo Levi sale infatti al primo posto tra gli istituti a indirizzo linguistico della Capitale; quello della Comunità di Milano si conferma invece in testa tra quelli a indirizzo scientifico del capoluogo lombardo. Eduscopio, nato nel 2014, si propone “di aiutare gli studenti e le loro famiglie nel momento della scelta della scuola dopo la terza media”, con l’obiettivo di creare le condizioni per le quali “gli studenti possano intraprendere con successo il passo successivo nelle proprie traiettorie di vita”. Ad essere analizzati i dati di oltre un milione di diplomati in tre anni scolastici consecutivi, in circa 7700 indirizzi di studio nelle scuole secondario di secondo grado statali e paritarie.

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