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Pagine Ebraiche 24, l'Unione Informa e Bokertov sono pubblicazioni edite dall'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane. L'UCEI sviluppa mezzi di comunicazione che incoraggiano la conoscenza e il confronto delle realtà ebraiche. Gli articoli e i commenti pubblicati, a meno che non sia espressamente indicato il contrario, non possono essere intesi come una presa di posizione ufficiale, ma solo come la autonoma espressione delle persone che li firmano e che si sono rese gratuitamente disponibili. Le testate giornalistiche non sono il luogo idoneo per la definizione della Legge ebraica, ma costituiscono uno strumento di conoscenza di diverse problematiche e di diverse sensibilità. L’Assemblea dei rabbini italiani e i suoi singoli componenti sono gli unici titolati a esprimere risoluzioni normative ufficialmente riconosciute. Gli utenti che fossero interessati a offrire un proprio contributo possono rivolgersi all'indirizzo comunicazione@ucei.it Avete ricevuto questo messaggio perché avete trasmesso a Ucei l'autorizzazione a comunicare con voi. Se non desiderate ricevere ulteriori comunicazioni o se volete comunicare un nuovo indirizzo e-mail, scrivete a: comunicazione@ucei.it indicando nell'oggetto del messaggio "cancella" o "modifica". © UCEI - Tutti i diritti riservati - I testi possono essere riprodotti solo dopo aver ottenuto l'autorizzazione scritta della Direzione. l'Unione informa - notiziario quotidiano dell'ebraismo italiano - Reg. Tribunale di Roma 199/2009 - direttore responsabile: Guido Vitale.

 
La rubrica “Opinioni a confronto” raccoglie interventi di singoli autori ed è pubblicata a cura della redazione, sulla base delle linee guida indicate dall’editore e nell’ambito delle competenze della direzione giornalistica e della direzione editoriale. 
È compito dell'UCEI incoraggiare la conoscenza delle realtà ebraiche e favorire un ampio ed equilibrato confronto sui diversi temi di interesse per l’ebraismo italiano: i commenti che appaiono in questa rubrica non possono in alcun modo essere intesi come una presa di posizione ufficiale dell’ebraismo italiano o dei suoi organi di rappresentanza, ma solo come la autonoma espressione del pensiero di chi li firma.

L'UCEI e la Meloni

Capisco il fastidio di molti di noi per il largo consenso che in Italia ha avuto un partito alcuni dei cui esponenti hanno militato (e alcuni dei cui elettori militano) in formazioni fasciste o neofasciste. Tuttavia non è compito dell’UCEI dar voce acriticamente a questo scontento. Infatti l’UCEI non è un partito politico, ma un’associazione volta a sostenere le comunità ebraiche in Italia, religiosamente, finanziariamente, organizzativamente e politicamente. Pertanto il fatto che la Presidente Meloni dica che le leggi razziali del 1938 sono state un’ignominia è addirittura più del necessario. A noi ebrei dovrebbe bastare che lei venga in Comunità partecipando alle nostre feste, che il suo Governo sostenga il pluralismo religioso e che l’8 per mille non venga ridotto. Di che altro ci interessiamo come UCEI e, nel caso, con quale mandato?
L’MSI era un partito politico italiano ammesso in Parlamento e pertanto non in contrasto con il divieto di ricostituzione del partito fascista. L’UCEI ne dà una lettura diversa anche se veritiera. Ma allora perché negli anni Cinquanta, Sessanta o Settanta non si è cercata una sponda per dichiararlo fuori legge? Forse è stato fatto, ma certo non con successo. Oggi, siccome l’incostituzionalità dell’MSI non è stata riconosciuta, se ne può benissimo ricordare la fondazione. Dà fastidio, concordo, ma non è illegittimo, né anti ebraico né anti repubblicano. Più in generale, perché la Presidente Meloni (che tra l’altro è presidente dei conservatori europei, non certo un raggruppamento di partiti fascisti) dovrebbe dissociarsi dal fascismo, un’epoca che lei non ha vissuto e le cui politiche tiranniche il suo partito, Fratelli d’Italia, non ha promosso né oggi promuove? Se mai questa dissociazione fosse stata necessaria, essa andava chiesta anni fa e non certo dall’UCEI. Adesso è tardi.
Su un altro tema, questo sollevato da Rav Bahbout, concordo: che sarebbe stato meglio per l’Italia rimanere neutrale nella seconda guerra mondiale. Tuttavia se vogliamo mantenere un certo rigore storico occorre anche ricordare che l’Italia è entrata in guerra per vincerla (e velocemente), non per perderla!. Ma mi domando ancora. Tutto questo cosa c’entra con l’ebraismo?
Insomma, vedo una enorme confusione di ruoli. In particolare, le posizioni prese pubblicamente dall’UCEI e che richiedono alla Presidente Meloni di dissociarsi dal fascismo sarebbero state legittime solo se in appoggio ad analoghe richieste provenienti dalla più ampia società italiana. Così isolate, proiettano l’UCEI in uno spazio non suo.

Alberto Heimler

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Il Qatar e la strategia dei wahabiti

A proposito del cosiddetto Qatargate, Angelo Panebianco, nell’articolo Il Qatar e i politici fragili, pubblicato dal Corriere della Sera lo scorso 28 dicembre, ha completamente rovesciato l’impostazione che finora era stata data dai media, soprattutto italiani ma non soltanto. Stampa e televisione avevano infatti posto l’accento sull’attività dei corrotti – politici o funzionari che fossero – e sugli aspetti più spettacolari dei mucchi di danaro ritrovati in borse e valigette. Da un punto di vista giornalistico questa scelta ha evidentemente pagato, non solo, ma ha anche sollecitato una riflessione sul sistema di controlli in atto nelle istituzioni europee e segnatamente nel Parlamento europeo.
In ombra – o se vogliamo solo sullo sfondo – era rimasta l’altra faccia della medaglia, cioè il ruolo dei corruttori, e quindi del governo del Qatar e, sia pure in maniera diversa, come vedremo, di quello del Marocco. Soprattutto non è stato fatto oggetto di analisi l’ipotesi che questa attività non fosse legata a episodi specifici e particolari, ma viceversa fosse parte di una strategia di più ampio respiro di cui gli episodi avvenuti al Parlamento europeo erano soltanto una spia parziale e limitata.
Rovesciata così l’impostazione, è venuta alla luce, anche se finora in maniera limitata ed episodica, una vera e propria strategia messa in atto dal governo del Qatar, nel quale è al potere la corrente islamica dei wahabiti. I Wahabiti sono una corrente islamica relativamente recente, che risale al XVIII secolo, con il programma di un radicale ritorno all’ortodossia coranica. Ha avuto una certa diffusione nel deserto arabico ma in realtà è rimasta fondamentalmente minoritaria fino agli anni ‘70 del XX secolo, acquistando in seguito una certa notorietà a causa dell’appartenenza alla corrente di personaggi come Osama Bin Laden. In realtà solo con l’emiro Tamim bin Hamad Al Thani, nato nel 1980, il Qatar ha imboccato una strada del tutto diversa che ha condotto all’attuale notorietà.
Il Qatar è balzato improvvisamente alla notorietà di un pubblico vasto in seguito allo svolgimento, in condizioni proibitive, dei campionati mondiali del mondo di calcio tenuti in Qatar nell’autunno del 2022. In realtà questo evento, che sembrava mettere in evidenza un ruolo particolarmente rilevante del piccolo emirato del Golfo, ha finito per rivelarsi una sorta di boomerang. Dapprima sono sorte le polemiche per le condizioni di vita degli emigrati che erano stati utilizzati per la costruzione dei mastodontici impianti sportivi. Ma il vero e proprio scandalo Qatargate è esploso a causa della rivelazione di una serie di episodi corruzione di cui si sono resi protagonisti alcuni parlamentari e funzionari europei che hanno favorito il raggiungimento degli scopi che i dirigenti del Qatar si erano proposti. L’opinione pubblica è stata colpita non solo dagli episodi di corruzione come tali, ma anche dall’arroganza, dalla certezza dell’impunità ostentata dai protagonisti dello scandalo Qatargate.
Ma sarebbe un errore fermarsi a questi episodi scambiandoli per la vera sostanza di ciò che sta accadendo. Il vero nodo è un altro: è la politica che il Qatar sta conducendo, non da oggi e non solo in Medio Oriente, cercando di porsi come potenza egemone, in contrapposizione ai paesi che hanno stretto gli Accordi di Abramo, (Emirati Arabi Uniti, Bahrein) e ai paesi con cui Israele aveva già raggiunto un accordo (Egitto, Giordania), a cui si aggiunto il Marocco. A proposito del Marocco, anche questo paese è stato coinvolto nelle pratiche corruttive ma va messa in evidenza una rilevante differenza rispetto al Qatar: mentre quest’ultimo paese ha messo in atto una strategia che, in prospettiva, ha come obiettivo la conquista dell’egemonia in tutto il mondo islamico o comunque quella di acquistare un peso rilevante in questo mondo, l’obiettivo principale del governo marocchino sembra essere essenzialmente quello di ottenere, in particolare dai paesi arabi, il consenso all’annessione di fatto dell’ex colonia spagnola del Sahara occidentale, un’annessione che non è mi stata riconosciuta dall’Onu.
Ma l’ambizione dei governanti del Qatar va oltre l’area mediorientale: essi perseguono una politica volta a conquistare il consenso del maggior numero di comunità islamiche nel mondo, portandole su posizioni wahabite, cioè sulle posizioni più radicali presenti nel mondo islamico. Questa politica viene perseguita in maniera molto abile, non per mezzo di gesti clamorosi, di attentati, di atti di violenza, ma attraverso una paziente opera di penetrazione dal basso di cui una componente fondamentale è la conquista del consenso nelle moschee di tutto il mondo islamico. Strumento principe di questa strategia è l’ampia disponibilità di mezzi finanziari di cui il Qatar gode e che vengono usati per costruire nuove moschee a capo delle quali vengono posti imam affidabili, cioè fedeli alla linea wahabita.
Certo, anche altri stati del Golfo hanno ampie disponibilità finanziarie, a partire dagli Emirati Arabi Uniti, ma in questo caso la classe dirigente ha scelto una strada del tutto diversa: da un lato ha puntato tutto sullo sviluppo di un sistema finanziario e turistico imponente, dall’altro ha scelto la via della pace con Israele che si è concretizzata negli Accordi di Abramo.
Condizione perché questa opera di penetrazione sia possibile è il principio della Umma – cioè della comunità dei credenti, in base al quale tutti i musulmani sono fratelli, anche se appartengono a correnti e a riti diversi – che consente la permeabilità tra correnti diverse dell’Islam. Né va dimenticata l’opera di persuasione svolta attraverso l’emittente TV Al Jazeera, che ha una voce per il mondo occidentale e un’altra per quello islamico.
Corollario di questo lavoro è la penetrazione con varie modalità nelle Università e negli istituti di ricerca del mondo occidentale, sensibili alle allettanti offerte di finanziamento. Lo scopo di questa attenzione verso il mondo occidentale è quello di rassicurare, di mettere in evidenza che dal Qatar e dal mondo wahabita non c’è da temere attentati o atti di violenza, che anzi esiste un comune interesse verso alcuni aspetti dello stile di vita occidentale, i massicci investimenti in attività sportive corrispondono a questa tattica. Abbiamo avuto prima l’acquisto della squadra di calcio Paris Saint Germain e poi il colpo più grosso: aver ottenuto l’organizzazione dei campionati del mondo di calcio, con investimenti massicci e in condizioni tali da far emergere, alla fine, alcuni aspetti negativi, primi tra tutti le condizioni di vita dei lavoratori immigrati. Anzi, proprio questo aspetto, insieme alle rivelazioni sulle pratiche corruttrici nei confronti di alcuni politici e funzionari delle istituzioni europee, sembra essere stato quello che ha cominciato a far emergere una realtà che finora era rimasta coperta o ignorata,
In effetti le fonti che mettono in evidenza la vis operandi dei wahabiti sono assai scarse e riguardano realtà periferiche: si può per esempio citare la raccolta di documenti “Qatar Papers” pubblicata in Francia nel 2019 a cura di Christian Chesnot e di Georges Malbrunot, e subito tradotta in italiano da Rizzoli, senza che però abbia avuto una diffusione e un’attenzione adeguati. La documentazione prodotta riguarda quasi esclusivamente la Francia, anche se un capitolo è dedicato all’Italia. D’altra parte è la stessa tattica finora usata dal Qatar, che li ha messi al riparo delle attenzioni dei servizi occidentali: non costituendo una minaccia palese di atti di violenza, hanno potuto sfuggire alle forme di sorveglianza più comuni, anche perché in apparenza non violavano alcuna legge e anzi godevano del sostegno più o meno disinteressato di alcune forze politiche occidentali.
L’ultima osservazione riguarda lo strumento fondamentale di questa opera di penetrazione: un uso spregiudicato e in questo senso del tutto nuovo per il mondo islamico del danaro, di cui il Qatar abbonda in virtù delle grandi risorse di petrolio e di gas naturale di cui dispone, e che è divenuto lo strumento chiave per la penetrazione delle idee wahabite nel mondo islamico e per l’abbassamento della guardia da parte dell’Occidente.

Valentino Baldacci

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La prosecuzione

Abbiamo intrapreso, nelle scorse puntate, il discorso di un possibile parallelo tra il viaggio di Dante e i precedenti quattro viaggi più famosi della cultura occidentale, quelli di Ulisse, Enea, Mosè e Abramo. Non c’è dubbio che il poeta abbia avuto presenti, come esempio e sollecitazione per la sua invenzione, i primi tre di questi, sia pur in modo molto diverso l’uno dagli altri.
Il viaggio di Ulisse è un esempio virtuoso della ricerca di “virtute e canoscenza” (Inf. VI. 120), sia pur vanificato dall’assenza di una prospettiva trascendente e, soprattutto, dal fatto che il viaggiatore si rese responsabile di una grave colpa, quella del tradimento. Il suo coraggio e la sua sete di sapere non valgono a redimerlo, giacché egli mai si pentì del suo peccato. E le conseguenze di quel tradimento furono particolarmente pesanti, giacché da esso derivò la caduta della città genitrice dell’Urbe, la città eterna fulcro dell’unica legittima monarchia universale, voluta da Dio. La distruzione di Troia era scritta nel divino disegno soteriologico, ma chi l’aveva causata, con l’inganno, andava comunque punito, quantunque ammirato per altre ragioni (secondo un meccanismo di necessità analogo a quelli, già esaminati, che determinarono il sacrificio del figlio di Dio e poi “la vendetta de la vendetta del peccato antico”, ossia la caduta di Gerusalemme [Par. VI. 95]). Quanto a Enea, il rapporto tra il suo viaggio e quello di Dante è qualcosa di più di una semplice analogia. Il fiorentino è un diretto prosecutore, continuatore del poema virgiliano, il cui racconto porta a compimento grazie all’illuminazione di quella “fede, ch’è principio alla via di salvazione” (Inf. II. 29-30); la fede che mancò invece al suo maestro, e che è pertanto confinato nel Limbo, luogo di desiderio senza speranza, parte dell’Inferno. Dante prosegue l’impresa di Enea, con armi diverse, per fondare una patria diversa, il regno della giustizia, il quale non potrebbe tuttavia essere concepito senza quel regno terrestre fondato, sulle rive del Tevere, dal figlio di Venere.
E anche il rapporto con Mosè è assolutamente evidente.
Come il profeta aprì al suo popolo le porte della Terra Promessa, così Dante vuole condurre l’umanità alla nuova terra della giustizia. Mosè liberò il popolo ebraico dalla schiavitù, consegnò ad esso le Tavole della Legge di Dio e gli diede le chiavi di quella Terra d’Israele, nella quale – secondo la visione cristiana – si sarebbe instaurata la santa monarchia da cui sarebbe poi disceso il figlio di Dio. Senza quella patria non avrebbe potuto insediarsi il re David, dalla cui progenie sarebbe poi dovuto nascere il Messia.
Dopo la venuta del figlio di Dio, l’aquila di Roma, al servizio del Signore, permise la diffusione della sua parola – raccolta, ripetuta e interpretata dalla Chiesa di Pietro – all’interno dei confini del grande impero universale. La monarchia di Roma e la Chiesa di Roma avrebbero dovuto essere affiancate, alleate in questa santa missione. Eppure, quella alleanza tra Cesare e Pietro si sarebbe rivelata scellerata (Inf. XIX. 115-117), in quanto i successori di entrambi avrebbero tradito la missione loro assegnata, facendosi traviare dalla cupidigia e dalla sete di potere. Tanto l’impero quanto la Chiesa avrebbero smarrito la strada di quella giustizia che mosse l’“alto fattore” (Inf. III. 4) a creare il regno ultramondano visitato da Dante.
Ed è proprio per richiamare a tale dovere – quello di servire la giustizia – che Dante effettua il suo viaggio. Se la giustizia non fosse stata smarrita, il viaggio di Dante non sarebbe stato necessario, così come non sarebbe stata necessaria la venuta del figlio di Dio senza il “peccato antico” di Adamo.
Dante, quindi, prosegue il viaggio di Enea come quello di Mosè, in quanto cerca di salvare dai loro errori coloro che avrebbero tradito l’opera di chi aveva posto le prima fondamenta dell’impero terrestre e di quello celeste. Il percorso di Dante è una prosecuzione, un compimento. La famosa negazione “io non Enea, io non Paulo sono” (Inf. II 32) è, in realtà, un’asserzione. Nessuna presunzione, semplice presa d’atto. Il riferimento al viaggio di Abramo, invece, sembra, nella Commedia, meno evidente. Eppure, il senso di tale viaggio, – per la comprensione del percorso di Dante – appare essenziale, anche se su un livello diverso. Ne parleremo la prossima puntata.

Francesco Lucrezi

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