Se non leggi correttamente questo messaggio, clicca qui   20 Gennaio 2023 - 27 Tevet 5783

PAGINE EBRAICHE - L'INTERVISTA A RAV MAYER STAMBLER

"La nostra mitzvah è salvare vite"

Uno dei momenti più difficili per rav Mayer Stambler, presidente della Federazione delle comunità ebraiche d’Ucraina, è stato a marzo 2022. L’aggressione russa era al suo inizio. Le previsioni più cupe – considerate allora le più credibili – immaginavano una conquista rapida da parte dell’esercito di Putin. A Dnipro, dove il rav vive dal 1991, come in altre città si lavorava notte e giorno per dare la possibilità alle persone di evacuare. Le sirene suonavano di continuo. “Ogni volta che scattavano gli allarmi anti-missile e scendevano nei bunker, i bambini piangevano. Ho dieci figli e tre nipoti. La piccola di tre anni si aggrappava a noi così forte, era semplicemente… Spero non rimanga traumatizzata per tutta la vita per questo”. Arrivavano notizie sull’avanzata russa, che stava accerchiando la centrale di Zaporizhzhia, un’ottantina di chilometri a sud di Dnipro. “Ho capito che avrei dovuto evacuare la mia famiglia. Ho scritto a mia moglie: preparati, andate via domani mattina”. La risposta è stata un no. “O andiamo via insieme o nulla”. È stata la prima volta, spiega il rav, in cui ha mentito alla moglie. “Le ho detto che li avrei raggiunti pochi giorni dopo”. Era un giovedì sera e per venerdì mattina la Comunità ebraica aveva organizzata la partenza di tre autobus. “Ho chiamato una delle persone con cui coordino i viaggi e ho chiesto: quanti posti liberi hai? ‘Dodici’. ‘Fermali e chiudi la lista’”. Oltre alla famiglia il rav, con l’aiuto della moglie, convince alcuni amici a partire. L’appuntamento è per le undici del mattino. “Alle 10.30 il mio collaboratore mi chiama allarmato e mi dice: ‘Dove siete? Qui non c’è posto. Abbiamo tre autobus per 150-160 persone e qui fuori ce ne sono almeno 500 che si spingono e cercano di salire’”. Forse meglio rinunciare. “No no no, venite”. Nella folla il rav spinge avanti bagagli e famiglia. Si fa strada tra gli sguardi di chi non può salire. “Sguardi di chi, come tutti in quei giorni, pensa: ‘Rimanere vuol dire morte. Salire sul bus, vivere’”. Tra loro c’è un volto che Stambler riconosce subito. “Una mia ex studentessa, che aveva studiato con me per vent’anni. Avevo anche celebrato il suo matrimonio. E mi dice: ‘Questo è il terzo giorno che cerco di andare via. Tua moglie mi ha chiamato e mi ha detto di venire. E ora tu mandi la tua famiglia e lasci noi qui’”. Parole dure, ma comprensibili in quel momento di grande paura. “Non lo dimenticherò mai. E non la biasimo. La capisco. È una situazione assurda. E io cercavo di spiegare: ‘Io resto qui. Credetemi, se la mia famiglia resterà qui, per me sarà più difficile lavorare e salvare altre vite’”.
Ma in quella situazione ogni spiegazione suona poco convincente. “Le ho promesso che avremmo trovato un altro autobus. E così è stato, lo stesso giorno. Ma nel mentre io ho detto a mia moglie: ‘Me ne vado, non posso vedere questi occhi che mi fissano’. Da allora non sono più tornato a vedere gli autobus andare via”. Ma ha continuato a lavorare giorno e notte per coordinare le diverse iniziative avviate dalla Comunità ebraica per aiutare le persone a vivere in questo conflitto. O a lasciarlo. Un impegno gestito soprattutto dal suo ufficio, da dove parla con Pagine Ebraiche in giorni di grande tensione a Dnipro: un missile russo ha sventrato un edificio, uccidendo decine di persone. Al momento il rav è al buio. Come spesso accade, manca l’energia in città.

A distanza di un anno dall’inizio dell’aggressione russa, qual è il suo pensiero su questo difficile periodo? 
Stiamo vivendo un miracolo lungo un anno: il mondo intero non credeva che l’Ucraina sarebbe stata in grado di sopravvivere per più di una settimana. E invece siamo qui. Certo noi non abbiamo avuto molto tempo per pensare. Siamo stati sempre concentrati a dare il nostro contributo. Ho amici e studenti in prima linea che combattono per l’Ucraina. Ma anche noi lottiamo: come ha detto Zelensky, ognuno combatte nel suo campo. Noi impegnandoci a fornire aiuti, cibo, una via di fuga. Non avrei mai pensato di trovarmi in questa situazione. Come emissari del movimento Chabad ci preparano a provvedere a ogni necessità delle Comunità: costruire scuole ebraiche, cucine casher, e cosi via. Ma nessuno ti prepara a diventare un centro logistico impegnato a fornire medicinali, a coordinare soccorsi. Grazie a Dio abbiamo le energie per farlo: quando devi buttarti in acqua lo fai, perché non c’è nessun altro che possa farlo per te. E con l’aiuto di Hashem abbiamo salvato migliaia di vite. È la nostra mitzvah.
Come funziona la vostra rete solidale?
Abbiamo passato gli ultimi trent’anni a costruire una catena che permettesse di fornire alle nostre comunità tutti i beni necessari per una vita ebraica. Parliamo di 180 località. Per cui l’infrastruttura c’era. Solo che prima si trattava di far arrivare libri di preghiera, candele per Hanukkah, matzot per Pesach. Ora beni di prima necessità, medicine, persone. Il tutto sotto i missili e il pericolo di essere colpiti. La cosa triste è che molti nostri donatori oggi sono diventati destinatari degli aiuti.
Il Genesis Prize, il “Nobel ebraico”, quest’anno è stato conferito dalla giuria a realtà ebraiche come la vostra. Che significato ha questo riconoscimento?
Ho pensato alla Shoah e a come all’epoca il mondo si sia girato dall’altra parte. Penso che oggi la lezione sia stata compresa e tutti stiano cercando di aiutare il popolo ucraino. Ci sono volontari da tutta Europa, dagli Stati Uniti, che rischiano la vita per dare una mano. Certo vediamo le torture e le violenze russe, ma ci sono anche gesti di grande altruismo e solidarietà a tutti i livelli, dai semplici cittadini alle autorità. E noi siamo grati per questo.
Israele contribuisce con aiuti umanitari, ma per ragioni strategiche ha evitato di fornire armi all’Ucraina. Cosa pensa di questa situazione? 
Questa guerra richiede di mettere da parte le proprie comodità. Richiede di fare ciò che è giusto, certo senza compromettere la propria esistenza. Ma bisogna scegliere. Non vorrei essere il Premier israeliano, capisco si trovi in una situazione delicata. Però non ho dubbi che sia il momento di stare dalla parte giusta della storia. Penso che Israele lo stia facendo, lentamente. Anche perché non ci sono dubbi su chi sia nella ragione e chi nel torto in questa guerra.

Daniel Reichel

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LA RASSEGNA CON IL PATROCINIO DI PALAZZO CHIGI

La sinagoga di Ostia e il dialogo tra arte e Memoria

Nuovi artisti e nuovi stimoli andranno ad animare Arte in Memoria, la biennale internazionale di arte contemporanea ideata e curata da Adachiara Zevi nell’area della bimillenaria sinagoga di Ostia Antica. La rassegna, avviata nel 2002, giungerà questo gennaio alla undicesima edizione. Tre gli artisti ospiti: Francesco Arena, Maria Eichhorn, Paolo Icaro. 
L’appuntamento è per la mattina di domenica 29 alle 11, con l’inaugurazione della mostra e la presentazione del volume che raccoglie gli atti del convegno “La Sinagoga di Ostia antica: 60 anni dalla scoperta, 20 anni di ‘Arte in Memoria’” svoltosi di recente. Presupposto teorico e critico dell’iniziativa “è che la nostra cultura sia allo stesso tempo ossessionata dalla memoria e catturata dalla dinamica distruttiva dell’oblio” e che l’arte sia in questo senso fondamentale affinché il ricordo “delle tragedie trascorse, recenti e in atto non si risolva nelle commemorazioni e nei discorsi rituali di un giorno”. La condizione posta agli artisti invitati è quindi “la creazione di un lavoro originale”, pensato appositamente per quest’area. 

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IL DOCUMENTARIO NELLE SALE ITALIANE

Cracovia e le memorie di gioventù,
il viaggio di Polanski e Horowitz

Nelle sale italiane dal 25 gennaio il documentario “Hometown” che elabora un recente viaggio a Cracovia (dove sono entrambi nati) svolto dal regista premio Oscar Roman Polanski e dal fotografo di fama Ryszard Horowitz. Prodotto da Krk Film con Èliseo entertainment di Luca Barbareschi, il lavoro di Mateusz Kudla e Anna Kokoszka – Romer è stato protagonista in ottobre alla Festa del Cinema di Roma e torna ora in Italia con l’occasione del Giorno della Memoria. Un’opportunità di fruizione che si apre quindi ora a un pubblico nazionale.
“Roman e io non abbiamo mai parlato di questi argomenti. Finalmente abbiamo l’opportunità di rinfrescarci la memoria e di renderci conto che non abbiamo dimenticato, che tutto si è fissato nelle nostre menti” afferma Horowitz, che sopravvisse bambino ad Auschwitz, in uno dei passaggi introduttivi del dialogo con Polanski, interamente in polacco, mentre passeggiano per le strade del centro storico di Cracovia. Molte le tappe. E molte le sorprese. 

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LA PROIEZIONE E IL DIBATTITO A TORINO

Dentro l'anima di Tel Aviv

Unanime ed estremamente positivo il giudizio dei qualificati interventi di Elena Loewenthal e Claudio Vercelli nel dibattito seguito al film "Good Morning Tel Aviv" di Giovanna Gagliardo, prodotto nel 2022 da Luce Cinecittà e presentato ieri sera al cinema Massimo per iniziativa dell’Asset, l’associazione ex allievi e amici della scuola ebraica di Torino, in collaborazione con il Museo Nazionale del Cinema. Un film, quello della Gagliardo, che ha saputo “arrivare” al pubblico e restituire in modo chiaro e senza sbavature una realtà complessa e non sempre di facile lettura quale quella di Tel Aviv, la città che non dorme mai. È una condizione quella che emerge dal film di una città viva e vitale, quasi elettrizzante, con tutte le sue contraddizioni, ma anche con tutte le sue innovazioni, le sue sfaccettature, le sue eccellenze in tutte le aree in cui si “muove”, proprio perché non sta mai ferma, di giorno, come di notte. 

 

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SEGNALIBRO

Lezioni di Torah, nell'ora più buia

Da oggi nelle librerie, tradotto da Giuntina, “Nuovi responsi di Torà dagli anni dell’ira” di Kalonymus Shapira. Il lascito alle nuove generazioni del grande studioso e chassid assassinato nella Shoah. Shapira nacque in Polonia, nel 1889. Quando a Varsavia venne istituito il ghetto, non abbandonò i suoi discepoli ma continuò a guidarli spiritualmente e ad aiutarli dal punto di vista materiale. Deportato nel 1943 nel campo di lavoro di Trawniki, il 3 novembre fu fucilato assieme a tanti altri compagni. Si sono conservate però le sue omelie, contenute in questo volume a cura di Daniela Leoni e Luigi Cattani.
“Leggere queste omelie – spiega Leoni – trascina il lettore in un mondo in cui l’uomo non è sconfitto, non è abbruttito né dissolto. Le parole di Shapira sono capaci di dare la vita perché non esprimono disperazione, non descrivono le brutalità, la malvagità e la disumanità del nazismo, ma testimoniano una certezza che anche l’uomo di oggi ha bisogno di sentire confermata: Dio è ancora colui che ha in mano il corso della storia”. Leggendo le lezioni di questo grande chassid – lezioni che comprendono tutta la sapienza ebraica, citando Talmud, Midrash, Rashi Qabbalà – si percepisce l’incredibile forza spirituale di un uomo che non smise mai di insegnare ai suoi studenti, nemmeno nel Ghetto. 

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LA PUBBLICAZIONE

Spuntini di parashà, pensieri e pagine
per festeggiare l'ingresso nell'età adulta

Il momento del Bar Mitzvah rappresenta per l’ebraismo la transizione dall’infanzia alla vita adulta. Dalla dipendenza dei genitori alla presa di responsabilità. “La vita ebraica è innanzitutto questo, la capacità di assumersi delle responsabilità e agire di conseguenza ed è questo il significato di diventare bar mitzvah” scrive rav Alfonso Arbib, rabbino capo di Milano, salutando così l’ingresso nell’età della responsabilità di Ashèr Barki. Parole, quelle del rav, parte del volume curato dal padre di Ashèr, Raphael Barki, e dedicate a questo importante passaggio, festeggiato in Israele. Un volume in cui sono raccolti interventi di diversi rabbini italiani e israeliani, così come le riflessioni sulla parashà, di settimana in settimana, firmate dallo stesso Barki, già presidente del Comites di Tel Aviv. Pensieri che i lettori del notiziario Pagine Ebraiche 24 hanno imparato a conoscere e apprezzare nella rubrica “Spuntino”.  

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TORAH

Andare avanti

“Itzchak Ve Ia’akov latet lakhem – e vi condurrò sulla terra che giurai ad Abramo, Isacco e Giacobbe di dare a voi”. La promessa divina non verrà meno, nemmeno se il popolo si comporterà in modo sbagliato nei confronti di D-o e del prossimo. Ciò che D-o promette verrà mantenuto e questa è la condizione che infonde al popolo la fiducia di andare avanti nella strada della Torà. Nonostante la diversità dei quattro figli, in ognuno di essi, nel più profondo del loro cuore, c’è un legame, anche se debole ma ininterrotto, che lo lega alle tradizioni e alla vita di un ebreo.

Rav Alberto Sermoneta, rabbino capo di Venezia

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