Speciale Ungheria – Tra crisi e nuove inquietudini

Imponente. Maestosa. Così si presenta la Sinagoga centrale di Budapest, la più grande d’Europa, tremila posti a sedere e 150 anni di storia. Gruppi più o meno numerosi di turisti ne ammirano quotidianamente le alte navate, o si soffermano sulle targhe che commemorano le vittime delle stragi che le croci frecciate, feroci brigate fasciste ungheresi, perpetrarono in questi luoghi durante la seconda guerra mondiale. A guidare i visitatori sono giovani della Comunità ebraica locale. Uno di loro sta raccontando la plurisecolare storia dell’ebraismo magiaro a un piccolo gruppo di americani. Uno dei suoi ascoltatori lo interrompe: “Ma oggi cosa sta succedendo con questo nuovo governo?”. Vale la pena di ascoltare. “Siamo davvero preoccupati”, afferma senza esitazione la guida, che parla anche un perfetto italiano con cui risponde a qualche domanda durante la breve pausa concessa ai turisti per guardarsi attorno. “Oggi si sentono in continuazione discorsi antisemiti in Parlamento. Prima una cosa del genere non sarebbe stata possibile. In un paese democratico davvero, poi, non esisterebbe un premio di maggioranza così elevato. Senza contare che nei sondaggi la destra estrema, che ha preso il 17 per cento alle ultime elezioni, continua a guadagnare consenso”. Poi i turisti tornano, la visita deve proseguire e le confidenze si interrompono. Alle elezioni del 2010, Fidesz (Fiatal Demokraták Szövetsége, Alleanza dei giovani democratici, ribattezzata Unione civica ungherese nel 1995) guidata dall’attuale primo ministro Victor Orban, ottenne il 53 per cento delle preferenze, che si tradussero però nel 68 per cento dei seggi in Parlamento. In origine orientato su posizioni progressiste, il partito si è via via spostato in area sempre più conservatrice. Dall’inizio della sua esperienza di governo, Orban ha portato avanti un’attività contrassegnata da un nazionalismo spinto e demagogico, oltre che da una serie di decisioni controverse, non ultima quella di modificare la costituzione in senso autoritario, depotenziando la Corte costituzionale, che prima rappresentava un vero argine al potere legislativo, e indebolendo la libertà di stampa e i diritti della persona, in particolare quelli connessi alla privacy. Se a questo si aggiunge la peggiore crisi economica che il paese abbia attraversato dal tempo della caduta del comunismo e il successo crescente che riscuote Jobbik, partito di estrema destra dichiaratamente antisemita e antirom, i segnali preoccupanti non mancano. Eppure parlando con la gente della Comunità ebraica di Budapest il quadro che emerge è meno allarmante di quanto si potrebbe pensare leggendo i titoli dei giornali. “Penso che più che il contesto politico, il vero problema in Ungheria sia l’economia – racconta Andras Heisler, già presidente di Mazsihisz, la federazione delle organizzazioni ebraiche ungheresi – L’antisemitismo c’è, ed è diffuso, ma non penso che che in altri paesi. È raro che accadano attacchi a persone o a cose. Anche se il progressivo sbiadimento della linea di confine tra destra ed estrema destra è preoccupante”. La comunità ungherese conta una popolazione di circa 100 mila persone. Tuttavia, a essere coinvolti nella vita delle numerosissime organizzazioni ebraiche sono una percentale molto bassa e la partecipazione è in grave crisi. Durante il regime comunista in Ungheria formalmente esisteva libertà di culto e le sinagoghe rimasero aperte. Molti di coloro che assistevano alle funzioni erano però spie del governo, pronte a denunciare i fedeli, che potevano subire pesanti conseguenze. E così a pregare finivano per andarci soltanto le persone anziane, che non avevano nulla da rischiare, mentre un’intera generazione crebbe senza alcun tipo di educazione ebraica. Negli anni Novanta, dopo la caduta del comunismo, moltissimi ungheresi poterono finalmente ricordarsi di essere ebrei e si avvicinarono alla vita ebraica considerandola un simbolo della ritrovata libertà, in quello che viene definito il periodo del Rinascimento ebraico. Ma a partire dal 2000 si è assistito a un progressivo declino. A cui si aggiungono problemi di profonde divisioni interne. “Dopo la dittatura è stato bello avere di nuovo la possibilità di trattare argomenti legati all’ebraismo – spiega Gabor Szanto, direttore del mensile Szombat (Sabato), il primo giornale ebraico ungherese nato nel 1989 dopo la caduta del comunismo -. Oggi la comunità d’Ungheria non si sente a suo agio. Si respira tanto odio nell’aria. Penso che alla base ci sia la totale mancanza di empatia tra le differenti componenti sociali. Tra destra e sinistra c’è un abisso, per ragioni storiche, ed è difficile trovare un retroterra di valori comuni. Ma la solidarietà manca anche nei confronti delle vittime della Shoah o del regime comunista. Una buona parte della popolazione non si interessa di politica. Per questo è molto difficile guardare al futuro con ottimismo”. Anche se un funzionario del Ministero degli Esteri italiano che vive in Ungheria da più di vent’anni, tiene a sottolineare che nel paese si continua a stare bene, e se è vero che ci sono dei brutti episodi, la situazione non è molto diversa da quella che esisteva sotto il governo precedente, socialista, che si distinse per inefficienza e corruzione (famosa rimane la registrazione di quando, nel 2006, l’allora premier Ferenc Gyurcsany ammise di aver nascosto la reale situazione economica dell’Ungheria per vincere le elezioni). “Troppo spesso – spiega – i media europei dimenticano di spiegare che allo stato attuale siamo arrivati soprattutto a causa della disonestà dei liberal che hanno governato l’Ungheria dopo il comunismo”. Insomma, se la fotografia della situazione ungherese al momento è in chiaro-scuro, la vera incognita è cosa riserva il futuro. Tra due anni si andrà a elezioni. In un sistema in cui dopo la modifica della costituzione molti dei controlli che garantiscono il funzionamento della democrazia si sono persi, se a prendere il potere dovesse essere l’ultraconservatrice Jobbik i guai potrebbero essere molto più seri del brutto clima che tutti concordano si respiri oggi. Anche se un fondamentale contropotere rimane: Unione Europea e Fondo monetario internazionale tengono in qualche modo il coltello dalla parte del manico. Senza i loro prestiti, l’Ungheria non può andare lontana.

Rossella Tercatin

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