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24
ottobre
2010 - 16 Cheshvan 5771 |
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Benedetto
Carucci
Viterbi,
rabbino
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Nella
parashà di Vayerà - in cui si narra dell'ospitalità di Abramo, della
sua discussione con Dio per salvare Sodoma e Gomorra, della nascita di
Isacco e della sua legatura sul monte Morià - è raccontato anche
l'incesto di Lot con le sue figlie. Un fattaccio, si dirà, che sarebbe
stato meglio passare sotto silenzio; ma è dalla unione delle due donne
con il loro padre Lot - il quale scomparirà pure, come ha notato rav
Colombo - che discende il Messia. Fuor di metafora: le nostre risorse
sono limitate, e dobbiamo decidere a chi dedicarci prioritariamente; è
necessario incrementare le ore di Torah dappertutto e fare in modo che
aumenti il numero delle persone che della Torah fanno il loro parametro
di comportamento e di pensiero. Ma non possiamo sapere, ora, cosa
uscirà dai tanti Lot dei nostri giorni; e dunque anche a loro dobbiamo
pensare.
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David
Bidussa,
storico sociale delle idee
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Nella discussione sulla legge
contro il negazionismo mi sembra di percepire una spaccatura: da una
parte chi è favorevole a una legge e pensa che chi si oppone sia una
minoranza di intellettuali pieni di fisime o di stupidi pruriti di
correttezza del tutto fuori luogo; dall’altra un’area di intellettuali
che quando rispondono ai primi danno l’impressione di trattarli come
“sempliciotti che vanno confortati”. Oppure da una parte (i primi)
sarebbero “i duri” mentre dall'altra (i secondi) sarebbero “i
buoni”. E’ una spaccatura falsa in tutte e due le versioni e
che mi preoccupa, sia per i contenuti,che per il messaggio populista
che contiene. Siccome in questa discussione non sono
neutrale, vorrei spiegare perché non sono favorevole a una norma
legislativa e perché questa raffigurazione di maniera non mi riguarda.
L’Italia è un paese radicalmente intransigente nell’enunciazione dei
principi e profondamente relativista, per non dire lassista (i più
benevoli direbbero “distratto” o “indulgente”) quando si tratta di
applicare le norme che discendono da quell’enunciazione o che vengono
stabilite per legge. Per essere più espliciti “la patria di
Azzeccagarbugli”. Per questo non credo né all’efficacia, né
all’applicazione di una legge che sancisca il reato di negazionismo.
Considero ottimista chi vi investe risorse, energie, passioni. Non gli
auguro di fallire, ma credo che quel successo sarà una bolla di sapone.
Io sono pessimista perché L’Italia è un paese che raramente ha fatto i
conti con la sua storia e che, quando dice di averli fatti, ha fatto
finta. Per questo diffido dei cori unanimi e li considero non come la
dimostrazione del successo di una proposta, ma un modo per evitare di
affrontare i problemi alla radice. Il principio è: non si discute con i
negazionisti, ma si deve discutere di ciò che i negazionisti affermano.
Ma per metterlo in pratica, e perché quest’azione abbia successo,
occorre studiare e sapere. Una sanzione non ha la stessa efficacia. Ci
vuole più tempo. Certo. Ma soprattutto ci vuole determinazione. Per
questo credo di più a un impegno sulla didattica, sulla sua
riqualificazione e sulla formazione permanente anche per gli adulti.
Perché per fare tutte queste cose occorre un atto di volontà, ovvero
una decisione che presume una scelta. Non sono contro l’ipotesi di una
legge perché sono un “anima bella”, o perché sono buono ma perché sono
pessimista. E come tutti i pessimisti so che non si può mai mollare.
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Dossier - I
falsi dell'odio |
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La macchina immaginaria del
complotto fra stregonerie, disprezzo e timori
Per Carlo Ginzburg
l’incontro con i Protocolli dei savi di Sion ha avuto un risvolto
inaspettato e del tutto personale. In quella traduzione italiana,
scovata anni fa con fatica in una libreria antiquaria di Bologna, lo
studioso, scrittore e autore di opere fondamentali per la storia della
religiosità e delle credenze popolari, oggi docente alla Normale di
Pisa, si trovò infatti di fronte al nome di famiglia. Storpiato in
Gintzburg compariva nell’elenco di ebrei italiani che accompagnava
quell’edizione pubblicata nel 1938, in piene leggi razziali. Per il
professore, figlio di Natalia e di Leone Ginzburg, occuparsi dei
Protocolli e della teorie del complotto che vi sono sottese, come ha
fatto nel saggio Il filo e le tracce – Vero, falso, finto edito da
Feltrinelli, ha dunque un significato particolare.
“Questo testo immondo – spiega – è in gran parte il plagio del Dialogue
aux enfers entre Machiavel et Montesquieu di Maurice Joly, un saggio
appassionante che è divenuto una sorta di testo classico del pensiero
politico. C’è da chiedersi come sia possibile che un’opera così
raffinata e dagli elementi profetici sul tema dell’autoritarismo abbia
generato un’immondizia come i Protocolli”. La costruzione della grande
menzogna si alimenta della teoria del complotto che, ricorda il
professore, può essere fatta risalire al 1321, anno in cui si sparse la
voce che i lebbrosi volevano avvelenare i pozzi perché istigati dagli
ebrei che a loro volta potevano essere stati istigati dai musulmani.
Una diceria che si ripetè ai tempi della grande peste nel 1348. “Non si
tratta di pure fantasie – dice Carlo Ginzburg – dietro chi diffonde
queste teorie c’è infatti un preciso programma aggressivo che è quello
di colpire un determinato gruppo”. E non deve stupire che da questo
punto di vista gli ebrei, per uno slittamento dello stereotipo, siano
spesso assimilati alle streghe: entrambi misteriosi e pericolosi per la
società e l’ordine costituito.
La visione dell’ebreo su cui si poggia l’idea della grande cospirazione
va però fatta risalire ancor più indietro nel tempo. “I Protocolli
nascono in contesto sociale avanzato, industriale, in cui gli ebrei
nella grande maggioranza dei casi sono liberi, bene inseriti e
costituiscono una parte attiva della società. La lontana premessa sta
però in una visione più antica, complessa e molto ambivalente da parte
cristiana per cui il cristianesimo deriva dall’ebraismo e ne è il
superamento. Vi è dunque un rapporto duplice, in cui il disprezzo si
intreccia al timore perchè l’ebreo è visto al tempo stesso come
inferiore e superiore, come animale spregevole ed essere attivo e
capace di penetrare la società. E’ una mescolanza che rende molto
diverso l’antiebraismo dal razzismo inteso in senso generale e che
consente di accreditare l’idea di un complotto ordito da parte ebraica
ai fini di dominare il mondo”.
È quest’elemento fantasmagorico a consentire alla tesi cospirativa di
superare indenne i secoli. “L’idea del complotto è molto plastica, si
adatta facilmente alle situazioni e alle necessità. Non a caso Hitler
dichiarò che bisognava imparare dai Protocolli come impadronirsi del
potere. Ad assicurare la vitalità della teoria è l’elemento
fantasmagorico. La congiura è una macchina immaginaria che può
riempirsi di proiezioni e contenuti disparati. Ed è chiaro che gli
ebrei, percepiti per storica ambivalenza come esseri al potentissimi e
spregevoli, hanno, come cospiratori, una possibilità di presa molto
forte sull’opinione pubblica”. E proprio questa carica fantastica, dice
il professore, spiegherebbe uno dei fenomeni più sconcertanti del
nostro tempo: quell’antisemitismo senza ebrei che dal dopoguerra ha
colpito i paesi dell’Est europeo.
Il fatto che la cospirazione non abbia alcun fondamento non è
assolutamente rilevante. Ed è qui, forse, la chiave di volta
dell’intera questione. “Come osservò monsignor Jouin, che li aveva
tradotti in francese, ‘Poco importa che i Protocolli siano autentici;
basta che siano veri’. Qualsiasi confutazione lascia cioè il tempo che
trova davanti alla presunta verità che il lettore può trovare in quel
testo”. Come dire, i Protocolli possono anche essere fasulli ma ciò che
è dicono è talmente realistico da risultare veritiero.
Le armi per difendersi, davanti a questo e ad altri falsi, non possono
essere altro che l’attenzione e il rigore intellettuale. “Bisogna stare
in guardia. Il fictional, i romanzi, la tv o cinema sono parte delle
nostre vite così come i complotti che davvero esistono. Ma si deve
imparare a capire dov’è la distinzione tra vero, falso e finto”. Anche
se il pronostico per il futuro non può che essere triste (“perfino un
po’ banale”). “Se i Protocolli hanno proliferato fino a questo punto
grazie ai soli mezzi di riproduzione di stampa figuriamoci cosa può
accadere oggi con le prospettive aperte da internet. Purtroppo la loro
fortuna è destinata a crescere ancora con il tempo insieme a quella di
tanti altri falsi che circolano online”.
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Qui Venezia - Un nuovo
rabbino capo per la Comunità |
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La Comunità ebraica di
Venezia avrà un nuovo rabbino capo. Il presidente Amos Luzzatto ha
comunicato alla Comunità che nella riunione tenutasi il 20 ottobre il
Consiglio ha deliberato sulla scelta del nuovo rabbino capo che andrà a
sostituire alla guida dell’ufficio rabbinico veneziano, rav Elia
Richetti ormai prossimo alla pensione. Dopo mesi di consultazioni e di
colloqui con i candidati al ruolo, la scelta è infine caduta sul
giovane rav Gili Benyamin, attualmente responsabile delle piccole
comunità in Spagna. Nonostante l’età, soli 34 anni, rav Benyamin ha un
curriculum di tutto rispetto. Ha rivestito il ruolo di docente di
ebraismo a Miami Beach e ha lavorato in un’area sensibile come quella
turca a Istanbul. Per tre anni ha lavorato a Milano come assistente di
rav Giuseppe Laras e successivamente di rav Alfonso Arbib, per poi
assumere il ruolo di vicerabbino capo della Comunità ebraica di Madrid.
Rav Gili Benyamin inizierà a collaborare con la Comunità ebraica di
Venezia a partire dal febbraio 2011. La Comunità di Venezia attraverso
il Consiglio ha augurato a rav Benyamin “un proficuo rapporto di lavoro
imperniato su una reciproca e intensa collaborazione”.
m.c.
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Qui Roma - Al via il
Kolno'a festival |
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Al via l'ottava edizione del
Pitigliani Kolno'a Festival, la rassegna di cinema ebraico ed
israeliano curata anche quest'anno da Dan Muggia e Ariela Piattelli
organizzata dal Centro Ebraico Italiano "Il Pitigliani" in
collaborazione con l'Ambasciata di Israele, con il sostegno della
Regione Lazio, della Provincia e del Comune di Roma e con il contributo
dei fondi 8 per mille dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane.
Ricco il cartellone di lungometraggi e documentari fra cui "Diplomat" e
"Zulam al yedei Itzahk", che significa "girato da Itzahk", (più un
corto "filosofico") diviso in quattro sezioni tematiche, che saranno
presentati fino a mercoledì alla Casa del Cinema.
“Questo Festival è una cosa piccolissima anche se di qualità
apprezzabile - ha detto il presidente del Pitigliani Ugo Limentani
nell'aprire la rassegna cinematografica – mi sembra però che di anno in
anno la sua funzione sia sempre importante perché i fatti degli ultimi
giorni, come il politico che, alla Camera ha pronunciato frasi
antisemite e il professore universitario che durante una lezione ha
avanzato tesi negazioniste, rendono necessario far conoscere meglio la
realtà israeliana”
Subito dopo il consigliere Ronen Fellus ha letto al folto pubblico
presente in sala il messaggio di saluto del Presidente della Provincia
Nicola Zingaretti, che ha definito il Kolno'a festival un importante
“ponte di conoscenza”.
Fellus, insieme alla vicepresidente Rossella Veneziano ed ai
consiglieri, Sira Fatucci e Daniele Naim, ha curato l'organizzazione
del festival che ha preso il via con il corto To Kill a bumblebe e
Mortgage film del 2006 di Sharon Maymon e Tal Granit interpretato da
Eli Finish, Hilla Sorjon-Fischer e Ze'ev Revach che sono tra i più
grandi comici del cinema israeliano.
Mortgage è la storia della giovane coppia Esty e Beni che si trovano
disoccupati e devono saldare un grosso debito con la banca altrimenti
perderanno la casa. Nell'approssimarsi della data entro la quale la
banca pretende la restituzione del debito, il rapporto fra i due si fa
complicato, ma l'amore e qualche coincidenza aprono lo scenario a una
conclusione inaspettata.
Dan Muggia e Ariela Piattelli hanno spiegato di aver scelto i film in
programma nell'ambito della “diversità e originalità, che è quel senso
di assoluta libertà artistica che impregna le opere dei registi
d'Israele”, mentre Ofrha Farhi, addetto culturale dell'Ambasciata di
Israele ha voluto sottolineare il successo del cinema israeliano sia in
Israele che all'estero con premi internazionali che confermano la
validità.
l.e.
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“Cultura materiale
degli ebrei in Italia” |
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Si è tenuto negli scorsi
giorni il secondo convegno dell'Assei, associazione fondata nel 2008
allo scopo di promuovere lo studio dell'ebraismo italiano in Israele e
all'estero, ispirata a due linee direttive innovatrici: dare voce ai
giovani studiosi della materia e dare impulso a una ricerca, di cui è
sentita l'esigenza, ma per la quale, secondo uno di quei paradossi di
cui la storia accademica abbonda, c'è poco spazio istituzionale. Il
convegno è stato dedicato alla "Cultura materiale degli ebrei in
Italia" e si è tenuto all'Università di Tel Aviv, in collaborazione con
l'Istituto Goldstein-Goren per la ricerca della diaspora.
L'ambasciatore d'Italia, S.E. Luigi Mattiolo, accompagnato dalla
dottoressa Simonetta Della Seta, ha aperto il congresso, ricordando il
cospicuo contributo degli ebrei alla storia italiana.
La "cultura materiale", cioè lo studio di una cultura a partire dai
suoi elementi tangibili, oggettuali (cioè materiali), suscita un
interesse crescente sia in campo internazionale sia in Israele: da qui,
l'esigenza di investigare il suo aspetto nel campo ebraico e, nella
fattispecie, ebraico italiano.
Oltre agli studiosi israeliani, hanno preso parte al convegno
ricercatori europei (tra cui, molti gli italiani) e americani, che
hanno presentato ricerche di notevole interesse, aprendo prospettive
sino ad ora inesplorate e feconde di stimoli per ulteriori
approfondimenti.
Si sono succedute vivaci relazioni sul contesto storico-sociologico
delle catacombe ebraiche romane (Lee Levine); sulla musica e la vita
quotidiana nella cultura ebraica italiana (Francesco Spagnolo);
sull'arte tessile ebraica, soprattutto in area umbro-marchigiana, dal
XIV secolo in poi, e sul contributo, spesso ignorato, delle donne ebree
(Maria Luciana Buseghin); sulle leggi suntuarie e sull'abbigliamento
femminile a Venezia (Batsheva Goldmann Ida); sull'abito talare dei
rabbini italiani tra Sette e Ottocento, che ha mostrato quanto la
ricerca di un abbigliamento peculiare fosse presente ben prima delle
istanze di adeguamento allo standard non ebraico dell'epoca
dell'emancipazione (Asher Salah); sull'ex- illustre sconosciuto- il
corpo - nella cultura ebraica della prima età moderna (Roni Weinstein);
sulle "tracce" di vita materiale degli ebrei veneziani della prima età
moderna, raccolte da notai minuziosi nella descrizione degli oggetti,
ma sorprendentemente indifferenti ai libri posseduti dagli ebrei
(Isabella Palumbo Fossati Casa); su un versatile "industriale" sui
generis, Maggino di Gabriello (Dora Liscia Bemporad); sul controverso
potere delle immagini sacre cristiane per ebrei professi e
Inquisizione, nella prima età moderna (Katherine Aron-Beller).
Il dibattito è stato insolitamente animato, con un afflusso di pubblico
che attesta il desiderio di saperne di più su argomenti avvincenti
quanto, in parte, ancora poco esplorati.
Marina Arbib
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Davar Acher - Dopo
questo sinodo, cosa abbiamo da dirci?
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Il mondo ebraico e in
particolare l'ebraismo italiano deve fare molta attenzione a quel che è
accaduto nel sinodo dei vescovi del Medio Oriente che si conclude oggi.
Nel corso dei lavori è riemerso spesso un linguaggio violentemente
antiebraico. Si è parlato dell'insediamento ebraico in Eretz Israel
come di un "corpo estraneo" "non assimilabile" che "corrode",
un'"ingiustizia", cioè un "peccato", della "resistenza" (armata, si
capisce dal contesto e dunque del terrorismo) come di un "dovere". C'è
chi ha negato ogni rapporto del popolo ebraico con la regione "prima di
settant'anni fa" ("cosa fanno qui?"). Si è usata talvolta una
terminologia che non può non evocare a orecchie sensibili
l'antisemitismo nazista (anche Hitler e Mussolini, oltre ad Ahmadinejad
hanno parlato degli ebrei come un "corpo estraneo"), a tratti i suoi
precedenti cristiani e in particolari cattolici (il "peccato" originale
della nascita di uno stato ebraico). Un documento presentato al sinodo
ha addirittura spiegato, con la tipica contorsione del ragionamento
inquisitoriale, che la "resistenza" contro Israele è per il bene degli
ebrei, dato che solo con la forza essi si possono distogliere
dall'"ingiustizia". I due soli interventi (dei vescovi di Cipro
occupata dai Turchi e del Libano ormai dominato dagli sciiti) che hanno
indicato nell'islamismo il nemico che si propone di eliminare il
cristianesimo dal Medio Oriente, non sono stati ascoltati e anzi hanno
suscitato subito smentite e scuse al mondo islamico ingiustamente
diffamato.
I documenti ufficiali hanno naturalmente dato maggiore compostezza alla
posizione del Vaticano rispetto alle punte estreme dei discorsi dei
delegati, richiamando il valore del dialogo religioso e aggiungendo
molte buone intenzioni. Ma in sostanza hanno ufficializzato la scelta
della Chiesa di schierarsi contro Israele, che del resto era già emersa
in diverse altre occasioni, come per esempio la conferenza Durban 2 a
Ginevra, l'anno scorso, aggiungendo un estremismo propagandistico
inconsueto per la felpata diplomazia vatcana. Nel documento finale, per
esempio, non si chiede più a Israele di ritirarsi dai "territori
occupati", ma si chiede perentoriamente che sia l'Onu a far tornare
Israele nei confini del '49, il che implicherebbe, se non un'azione
militare, almeno una durissima pressione diplomatica e l'isolamento
internazionale dello Stato ebraico. Non si parla più di spartizione di
Gerusalemme ma, rilanciando una vecchia utopia vaticana, di una sua
internazionalizzazione, cioè sottrazione integrale alla sovranità
israeliana e "gestione paritetica" da parte delle tre religioni (non
degli stati dell'area), che concretamente vorrebbe dire una specie di
Onu delle religioni a facile predominio cattolico.
Bisogna notare che quella del sinodo è una presa di posizione ufficiale
al massimo livello, approvata sotto la diretta responsabilità del Papa
in un'occasione attentamente costruita e sapientemente propagandata.
Non bisogna sottovalutare il senso di questa ostentata campagna
propagandistica antisraeliana. Il Vaticano sembra aver deciso di
proporsi ufficialmente al mondo islamico come un possibile alleato
contro Israele, marcando anche un forte distacco dall'Occidente (quella
in Iraq è stata definita nel documento finale "guerra assassina").
A noi l'alleanza con i nemici storici del cristianesimo e gli attuali
oppressori e assassini di cristiani sembra una chiarissima sciocchezza,
ma la Santa Sede ha le sue logiche, ragiona sul suo interesse a lungo
termine. Forse crede di alleviare la posizione dei cristiani ostaggi
degli islamisti (ma può illudersi così grossolanamente?). Oppure dà per
scontata la vittoria dell'islamismo in Europa e si prepara per tempo a
una posizione di assedio, come quella del patriarcato di
Costantinopoli, tentando di ingraziarsi il nuovo padrone.
In ogni caso bisogna far credito al Vaticano di determinazione e
capacità di perseguire politiche a lungo raggio, non certo di
infallibilità e neppure di moralità. La scelta di questi giorni può
essere accostata a quella di non opporsi frontalmente al nazismo, come
invece la Chiesa fece col comunismo. Bisogna dunque che l'ebraismo e in
particolare quello italiano si riabitui all'idea di un Vaticano
schierato strategicamente contro Israele, sia pur sotto lo schermo
ipocrita del dialogo interreligioso. In fondo non è una novità, la
Santa Sede è stata buona ultima nel riconoscere Israele, l'ha fatto a
pieno titolo solo nel 1994, quarantasei anni dopo la fondazione dello
Stato. Ma quanti di noi avevano sperato che avesse senso tenere aperto
il dialogo per favorire una posizione più equilibrata della Chiesa nei
confronti del mondo ebraico, dovranno rivedere ora le loro illusioni.
Si tratta di un problema molto più grave di quello già pesantissimo
della santificazione di Pio XII, perché riguarda il futuro e non il
giudizio sulle persecuzioni subite in passato e sulle loro complicità.
Hanno senso, bisognerà chiedersi, le "giornate di amicizia",
i dialoghi teologici, gli inviti a visite nelle sinagoghe, le
collaborazioni istituzionali e anche quelle di singoli intellettuali?
Naturalmente la pace è una buona cosa e nessuno ha interesse ad aprire
guerre di religione. Ma, a parte la dubbia soddisfazione di essere
chiamati "fratelli maggiori" (ruolo che nella Bibbia è sempre dei
malvagi), abbiamo qualcosa di sostanziale da condividere con
un'organizzazione religiosa che lascia senza commenti i suoi alti
prelati definire come "peccato", di "ingiustizia", di "corpo estraneo
corrosivo" quello che per noi è il "germoglio della nostra redenzione",
come diciamo nelle funzioni? Possiamo scambiarci solidarietà o rispetto
o anche solo condividere con una Chiesa dove hanno spazio colo che
legittimano chi organizza attentati nei centri commerciali, nei
ristoranti e sugli autobus dove si trovano i nostri fratelli, che ci
vedono all'origine dei mali di mezzo mondo? Ha senso un dialogo
teologico con chi dice che la Scrittura non può legittimare
l'ingiustizia, intendendo con questo Israele? Non sarebbe il caso di
dichiarare chiuso un dialogo che ha dato risultati così fragili? Queste
sono le domande cui tutti saremo chiamati a rispondere presto; se non
ora, quando le politiche decise nel sinodo si caleranno nella realtà.
Ugo
Volli
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rassegna
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Sorgente
di vita: dal significato della Kippah
all'intervento di David Rosen al Sinodo
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La kippà, zucchetto,
papalina o copricapo, indossata dagli ebrei maschi soprattutto nei
momenti di studio e di preghiera è arrivata nei giorni scorsi alla
ribalta della cronaca Nel primo servizio della puntata di Sorgente di
vita di domenica 24 ottobre il rabbino Roberto Colombo ne spiega l’uso
e il significato. Un altro servizio è dedicato alla storia di un gruppo
di amici torinesi, ragazzi normali, compagni di università, uniti dalla
passione per la montagna, al centro della mostra “A noi fu dato in
sorte questo tempo” allestita al Quirinale. »
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