
Elia Richetti,
rabbino
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Nel
raccontare il viaggio di Ya‘aqòv per raggiungere suo figlio Yosèf in
Egitto, la Torah riferisce: <>. Una prima difficoltà di questo
testo è data dall’appellativo “D. di Itzchàq”: perché non viene
ricordato qui anche Avrahàm, come è sempre avvenuto finora? Rav Isacco
Samuele Reggio osserva: “Ya‘aqòv offrì sacrifici a Be’èr Shéva‘, nella
stessa città dove aveva offerto un sacrificio suo padre Itzchàq dopo
che D. gli Si era rivelato. Ya‘aqòv fece ciò nella speranza che D. gli
rivelasse la Sua volontà (ovvero se poteva o meno scendere in Egitto),
visto che a Itzchàq l’uscita dalla terra d’Israele era stata proibita”.
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Sergio
Della Pergola,
Università
Ebraica
Di Gerusalemme
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Secondo
il Corriere della Sera, "in un match sportivo Italia-Israele, tiferemmo
Italia", dicono alla Comunità ebraica romana in occasione dell'incontro
fra il presidente Riccardo Pacifici col ministro degli Esteri
Gentiloni. Interessante sapere se l'ordine delle squadre sarebbe lo
stesso se l'incontro fosse a Gerusalemme con il ministro degli Esteri
Liberman. Ma al di là di questa particolare esternazione, la domanda
sul tifo in occasione di un ipotetico incontro fra le due squadre del
cuore costituisce un test ben noto nello studio delle identità
collettive. Nella sua lezione magistrale al Congresso americano di
studi ebraici del 2013, il noto sociologo Mort Weinfeld pose la stessa
questione, contrapponendo il suo Canada a Israele. Il fatto è che
nell’epoca in cui viviamo tutti coltiviamo più di una identità, se
pensiamo in particolare a quelle familiari, religiose, geografiche,
politiche e professionali che coinvolgono ognuno di noi. Fra queste
diverse identità può stabilirsi un rapporto di gerarchia, di
competizione, di conflitto inconciliabile, o di armoniosa convivenza.
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israele
Rispondere alle violenze di Gaza
L'attacco
palestinese di ieri sul confine con la Striscia di Gaza può portare a
un deterioramento della situazione ma l'esercito israeliano è pronto a
rispondere. A sostenerlo il capo di Stato Maggiore israeliano Benny
Gantz (nell'immagine), che in una conferenza, ha affermato che quanto
accaduto sul confine con Gaza, dove cecchini palestinesi hanno aperto
il fuoco contro una pattuglia israeliana, potrebbe portare un
escalation di violenza. “Non intendiamo permettere che eventi di questo
tipo si verifichino – ha dichiarato Gantz – risponderemo in modo
appropriato e agiremo adeguatamente di fronte ad ogni incidente”.
L'aggressione di ieri, a cui è seguita la risposta di Tsahal nella
Striscia di Gaza, ha coinvolto una pattuglia del battaglione di
ricognizione beduino che si trovava nella zona di Kisufim per
verificare lo stato della barriera di sicurezza. Un cecchino
palestinese ha aperto il fuoco, colpendo al petto un soldato israeliano
e ferendolo gravemente. E mentre sale la tensione con Gaza,
l'attenzione israeliana è rivolta anche a nord. Secondo l'intelligence,
infatti, la zona del Golan è a rischio a causa dello scontro tra i
ribelli e le forze del presidente Assad in territorio siriano. Un'area
caratterizzata da mesi per la sua instabilità, che fino ad oggi non
aveva avuto però ripercussioni su Israele.
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pagine ebraiche - gennaio 2015
Un mese per riparare il mondo
Tikkun
Olam, il concetto della riparazione del mondo, ritorna più volte e con
diverse vesti nel numero di gennaio di Pagine Ebraiche. Una riparazione
del mondo che inizia con il dossier curato da Daniel Reichel ed
interamente dedicato alla medicina sulla falsariga della frase di
Maimonide: “Il medico non dovrebbe curare la malattia ma il paziente”.
Curare con valori ebraici significa quindi mettere al centro le
persone. Il dossier ci guida attraverso scoperte e nuove frontiere nel
campo della salute: da Do good, l’iniziativa dell’ebraismo europeo che
fornisce assistenza oculistica gratuita, all’Ame, l’Associazione medica
ebraica italiana presieduta dal dottor Giorgio Mortara. Un assaggio poi
delle novità d’Israele, da sempre in prima linea per difendere il
benessere: dal progetto Rewalk che permette a chi è paraplegico di
provare l’emozione di guardare nuovamente i propri cari dritto negli
occhi, alla lotta all’Ebola. Si discute di bioetica in vista del
congresso che si terrà a Gerusalemme (6-8 gennaio) con il maskil e
medico Cesare Efrati. Si parla poi di fecondazione assistita con il
rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni, di ortotanasia con rav Alberto
Moshe Somekh, mentre rav Ariel Di Porto affronta il delicato tema
dell’aborto. Sulla riparazione del mondo torna anche l’intervistato di
questo mese, rav Irving Greenberg, allievo del rav Joseph Soloveitchik
che dichiara: “La missione dell’ebraismo è di aiutare l’umanità a fare
Tikkun Olam ovvero far sì che il creato appaia come è raccontato in
Bereshit. Siamo di fronte all’orizzonte di tutti, non solo del popolo
ebraico”. A premiare poi chi si impegna a riparare il mondo ci pensa la
Conferenza dei Rabbini Europei che, con la cerimonia del Cer Internet
Entrepreneurs Prize svoltasi lo scorso mese a Roma, incoraggia gli
imprenditori di start up a sviluppare progetti utili per la società.
Sulle pagine di Economia un approfondimento sui tre finalisti. Dicembre
è tempo di bilanci e Bilancio: le pagine che aprono il nuovo numero
sono dedicate al Bilancio dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane
alla luce della riunione del Consiglio e sulla relazione depositata
dalla Corte dei Conti riguardo l’Otto per Mille. A pagina 4 e 5 si
spalanca la finestra sule nuove iniziative UCEI: dalla partecipazione
al Meeting of Presidents di Milano, al progetto Educazione al dialogo
ideato dalle Consigliere Daniela Pavoncello e Eva Ruth Palmieri fino
alla relazione elaborata dalla redazione UCEI in tema di demenza
digitale. Da nord a sud è anche tempo di nuovi arrivi: rav Scialom
Bahbout è stato insediato come rabbino capo di Venezia e rav Umberto
Piperno come rabbino capo di Napoli, un tema approfondito anche
nell’inserto Italia Ebraica.
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Setirot
- Vai e impara |
Mi
fanno letteralmente orrore le persone che – di fatto – incitano
all'odio. Mi fa orrore ciò che affermano, per dire, gli Éric Zemmour o
i Magdi Allam. Provo il medesimo disprezzo e altrettanto condanno le
parole di un Dieudonné o dei sedicenti predicatori musulmani più legati
evidentemente al Mein Kampf che al Corano.
Ciò detto, la risposta a questi incitamenti farneticanti non può e non
deve essere la censura di alcun genere, bensì lo studio, la cultura,
l'informazione e, beninteso, la condanna penale per chi infrange le
leggi dello Stato. Non sono musulmano, non appartengo alla comunità
gay, non sono rom, la mia immigrazione si perde nella notte dei tempi.
Sono ebreo, quindi consiglio a tutti noi di ricordare Hillel il Saggio:
«Ciò che è sgradito a te, non lo fare al tuo prossimo. Questa è la
Legge, il resto non sono che commenti. Vai e impara».
Stefano Jesurum, giornalista
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Time
out - Quale impegno |
Quando
diciamo di volere un ebraismo impegnato dovremmo forse chiarirci le
idee su cosa vogliamo veramente. Un ebraismo che sposi solo le cause
con cui siamo d'accordo individualmente, un ebraismo politically
correct un po' buonista e che dice cose banali, o un ebraismo che si
esprima secondo un'etica ebraica, in cui ebraica deriva dall'ebraismo e
non dalle idee di alcuni ebrei noti. Secondo me la strada giusta è
questa qua, ma forse, troppo timorosi delle risposte che deriverebbero
da un ebraismo di questo tipo, scegliamo la prima e la seconda ipotesi
che, in fondo, sono anche più convenienti per gli interessi personali
di qualcuno. Peccato, perché l'ebraismo di cose da dire ne avrebbe
parecchie.
Daniel Funaro
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