Benedetto
Carucci Viterbi,
rabbino
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Dopo
la decisione di far scendere tutta la famiglia in Egitto, Giacobbe
invia in avanscoperta Yehudà: per aprire, dice il midrash, una scuola
di Torah. Prima di insediarsi in un luogo, bisogna essere certi chi ci
sia un posto dove poter studiare.
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David
Bidussa,
storico sociale
delle idee
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La
parola solidarietà è risuonata più volte nei giorni scorsi, ricca della
sua ambiguità, come è capitato altre volte. Da una parte essa rispetto
alle sue consorelle (libertà e uguaglianza) parla alla seconda persona
anziché alla prima, ovvero ragiona in termini di ‘tu’ e non di ‘io’.
Dall’altra, quell’’io’ rifà la sua apparizione, quando solidarietà
serve a ribadire una distanza, confermando una rigida separazione tra
chi sentiamo ‘prossimi’ e gli ‘altri’. Tra ‘noi’ e ‘loro’.
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Il ritorno di al-Qaeda |
A
volte ritornano. Da mesi sembrava un pericolo minore, oscurato dalla
drammatica scesa in campo dell’Isis, lo Stato Islamico. Ora al-Qaeda
torna a far parlare di sé e in maniera inquietante si appella ai lupi
solitari, “il peggior incubo dell’Occidente”, invitandoli a colpire gli
aerei di linea. Su la Stampa, a riportare la notizia Francesca Paci:
“Il messaggio apologetico, scoperto dal sito di intelligence Site nello
stesso giorno in cui Zakariya Ahmed Ismail Hersi, uno dei leader del
gruppo islamista somalo al-Shabaab, si è arreso alla polizia (su di lui
pendeva una taglia di 3 milioni di dollari), contiene un manuale
aggiornato per la costruzione di una bomba «portatile» e un’esplicita
chiamata alle armi: attaccare gli aerei delle compagnie europee e
statunitensi, nonché una lista di businessmen americani che le
frequentano”.
Assad apre il negoziato ma i dubbi restano. Dopo tre anni, Assad
annuncia di voler incontrare a Mosca le fazioni avverse per cercare di
arginare la sanguinosa guerra in Siria. Sul Corriere della Sera, le
perplessità di Lorenzo Cremonesi: “Pochi giorni fa il ministro degli
Esteri russo Sergei Lavrov aveva espresso la speranza che le
opposizioni siriane si mettano d’accordo tra loro prima di avviare
contatti diretti con Damasco. Il fatto però che Assad ribadisca
l’intenzione di privilegiare i negoziati con gll oppositori
«addomesticati» rimasti a Damasco, contro quelli che definisce i
«terroristi» nella diaspora, sottolinea carenze nei disegni di
dialogo”. Cremonesi sottolinea come le difficoltà siano date da due
fattori principali: il primo è che i gruppi di guerriglia sono divisi
come non mai, il secondo che “le opposizioni pongono a precondizione
l’assicurazione che la dittatura di Bashar Assad verrà rimossa, cosa
però rifiutata da Damasco di concerto con gli alleati a Mosca e
Teheran”.
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israele
Ayala, due palestinesi confessano
È
giovedì sera quando la piccola Ayala Shapira di 11 anni e suo padre
Avner percorrono la Strada 55 nei pressi dell’insediamento di Maale
Shomron, lui è andato a prenderla dalle lezioni extra-curriculari di
matematica. Sono le 18.30 quando la vettura diventa un inferno di
fiamme causate dal lancio di una bomba molotov. Il padre riesce a
cavarsela con qualche ferita, per Ayala invece la situazione è
drammatica: ustioni su tutto il corpo compromettono la sua vita. Una
lotta, quella per la propria esistenza, che Ayala sta continuando a
combattere, con un piccolo ma stabile miglioramento. I medici dello
Sheba Medical Center hanno indatti dichiarato che le prime operazioni
sono state effettuate con successo e il dottor Eyal Winkler ha spiegato
a Yedioth Ahronot: “In situazioni di questo tipo la permanenza in
ospedale può durare dai due ai tre mesi e la ricostruzione facciale può
richiedere anche di più. Ma noi siamo pieni di volontà ed ottimisti”.
Nel frattempo ieri sera è arrivata la confessione di due giovani
palestinesi di 16 e 17 anni provenienti da Kfar Azzun. Da giovedì la
polizia israeliana aveva iniziato la caccia all’uomo, venerdì era
giunta la notizia dell’arresto dei sospettati insieme ad altre dieci
persone, poi, il giorno successivo, la confessione dei due, raccolta
dallo Shin Bet, di aver tirato la molotov contro la macchina.
Ma questo fine settimana drammatico, riserva anche un barlume di
speranza: ieri mentre attraversava il confine tra la West Bank e la
Giordania con la sua famiglia, un bambino palestinese di soli sei mesi
ha avuto un collasso ed è stato salvato dai medici dell’esercito
israeliano. Il piccolo, che soffre di cuore, stava entrando in
Giordania per ricevere cure ma vista la situazione d’emergenza, i
poliziotti di frontiera hanno chiamato i paramedici. “Quando siamo
arrivati il bambino non era cosciente e non aveva battito” raccontano i
paramedici che sono stati poi sono stati supportati dalle forze mediche
dell’Idf. Una volta salvato e dopo una breve consultazione tra IDF e
Autorità palestinese, il piccolo paziente è stato trasportato con
l’elicottero all’Hadassah Ein Karem Medical Center di Gerusalemme per
ricevere tutte le cure necessarie. La famiglia ha ricevuto inoltre dei
permessi speciali per poter stargli vicino e le sue condizioni sono al
momento stabili.
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PAGINE EBRAICHE GENNAIo 2015
Il diritto alla bellezza
בת שיתין כבת שית לקל טבלא רהטא
A sessant’anni come a sei, corre dietro alla voce del tamburo!
È
ora di riporre la lampada usata ininterrottamente per otto giorni. Ma
prima, dovrà passare una attenta pulizia per rimuovere la morchia
d’olio o la cera accumulata che l’ha resa fuligginosa e scurita. Pare
che questa
sia l’origine per cui una donna attempata, brutta e segnata dall’età
tra gli ebrei di Livorno e di Modena si chiama chanuccà. Anche a Roma,
con l’espressione “faccia da chanuccà” si allude a una vecchia bacucca.
Tempi in cui tra noi ancora non era entrato in uso il vocabolo –
inventato di sana pianta – Chanukkyah! A parte quel ridotto numero di
giovani spose acqua e sapone, esaltate dal talmud di ketubbot con la
frase
לא
כחל ולא שרק ולא פרכוס ויעלת חן “ né ombretto, né rossetto, né messa in
piega, eppur bella”, la donna, ad ogni età, ha diritto di acconciarsi e
imbellettarsi, senza paura di essere giudicata e descritta come chi “si
è messa i fiocchi della chanuccà”, altro modo di dire giudeo italiano.
Un diritto tanto forte da respingere persino il decreto rabbinico che
proibirebbe l’uso di cosmetici di festa. Un’attività che, in linea di
principio, poteva essere vietata perché non direttamente legata al cibo
– la cui preparazione è ammessa di moed – e a ragione del fatto che
richiede un impegno gravoso.
È raccontato nel trattato di moed Katan che la moglie di Rav Hisdà, si
truccava di festa di fronte alla nuora. Era presente anche Rav Hunnà
perplesso se ciò fosse consentito a una donna matura, con figli e
nipoti. I rabbini, a suo modo di vedere, avevano espresso tolleranza,
ma avevano in mente le ragazze giovani, per le quali truccarsi era un
po’ come fare festa. Questa signora di mezza età, che andava cercando
con questa inappropriata bizzarria fuori tempo?
Intervenne incisivamente il marito dicendo: “Dio bono, anche a tua
mamma, e alla mamma di tua mamma è lecito fare altrettanto. Persino a
una donna sulla soglia della fossa. La gente infatti usa dire: “ A
sessant’anni come a sei, corre dietro alla la voce del tamburo”. Non ha
limiti d’età l’ambizione a farsi belle. Non si tratta solamente di come
uno appare, il rilievo va dato sopratutto a come, l’attenzione al
corpo, ci fa sentire meglio. Lo stato di compiacimento e sicurezza in
se stessi fa parte della “simchà” – la gioia – della festa ed è questo
che hanno inteso tutelare i rabbini.
Sara, la matriarca, che il midrash ci dipinge a cent’anni bella come a venti, si sarà aiutata con qualche pennellata di fard?
Amedeo Spagnoletto, sofer
COSÌ DICE LA GENTE… כדאמרי אינשי,
Pagine Ebraiche Gennaio 2015
La
straordinaria rubrica "Così dice la gente" del rav sofer Amedeo
Spagnoletto appare sul numero di Pagine Ebraiche attualmente in
distribuzione (gennaio 2015) con delle imperfezioni grafiche a causa di
una svista della redazione. Ce ne scusiamo con l'autore e con i lettori
e ne pubblichiamo su questo numero del notiziario quotidiano la
versione corretta.
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Ancora sui rosso-bruni |
Più
o meno funziona così: si assume il tono indignato della denuncia,
quello che invita chi ascolta a distogliere l’attenzione da quanto va
distrattamente facendo, interpellandolo invece nell’intimo della
coscienza. Poi si inizia a declamare una vera e propria giaculatoria
apocalittica, che parte delle efferatezze del «mondialismo» (la
globalizzazione dei mercati ma anche l’«imperialismo» liberale dei
diritti umani) per arrivare alla necessità di «ripristinare la
sovranità perduta». In mezzo ci stanno, tra le tante cose, i continui
richiami contro l’incultura mercatista, quella che traduce tutto in
valori economici e ricorre all’utilitarismo come esclusiva unità di
misura, l’individualismo imperante, il potere corruttore del denaro, la
dominazione delle oligarchie, gli effetti devianti dei processi
immigratori (con tutto il corredo di fantasmi che ad essi viene
attribuito) fino al «progetto ideologico che mira alla costituzione di
un governo mondiale e alla dissoluzione delle nazioni, sotto il
pretesto della pace universale» (così Alain Soral, vera e propria
figura feticcio del cosiddetto «nazionalismo di sinistra», saggista,
militante politico, imprenditore, in origine comunista poi transitato
nel Front National di Le Pen e approdato alla «lista antisionista» di
Dieudonné). Dietro la vernice di un linguaggio di gauche, come
direbbero i francesi, falsamente universalista, emerge ben presto le
vera scorza, ossia l’impianto mentale profondo di queste posizioni, che
sono date dalla ferrea e metallica ossessione per la cosiddetta
«identità nazionale», messa a repentaglio dalle trasformazioni indotte
da un’oscura cabina di regia, la cui missione finale sarebbe la
disintegrazione delle specificità culturali dei popoli.
Claudio Vercelli
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Nugae
- Un milione |
È
difficile stabilire se l’altro giorno in treno fosse più insopportabile
il capriccio isterico o la musichetta di carillon a ripetizione, fatto
sta che la mia purtroppo consueta intolleranza nei confronti degli
individui, come dire, non adulti ha raggiunto vette molto alte.
Chiarimento: nulla in contrario ai graziosi quadretti famigliari, per
carità, ma bisogna accettare che i bambini possano non suscitare in
tutti lo stesso guizzo di tenerezza da esprimere con voce acuta. In
ogni caso, dopo questo antefatto ci voleva proprio qualcosa che
dimostrasse che anch’io ho un cuore. Una campagna di raccolta fondi per
la ricerca sulla glicogenosi, una rara malattia genetica, iniziata due
anni fa da un ragazzino di sei anni per aiutare il suo migliore amico
ha raggiunto la quota prefissa di un milione di dollari. Un fenomeno
questo Dylan Siegel, oggi ottenne di Los Angeles, che quando ha saputo
che al suo amichetto Jonah avevano diagnosticato questa sciagura in una
forma da cui sono affetti talmente pochi al mondo che non si faceva
nemmeno più ricerca, ha detto ai suoi genitori che voleva raccogliere
dei soldi. E invece di farsi un banchetto di limonate come suggerito da
sua mamma e dai fumetti, ha affermato di voler scrivere un libro. Così,
con tutta la maestria di studente di prima elementare, il giorno dopo
si è presentato con il prodotto finito chiedendo giustamente al papà di
farne delle copie. Il titolo dell’opera è “Chocolate Bar”, e le
quattordici pagine riccamente illustrate sono incentrate sulla figura
della barretta al cioccolato intesa come metafora e nella versione
originale inglese si può dire proprio come sinonimo di ‘bellissimo’,
secondo la classica equazione cioccolato uguale felicità (sic “I like
to go to Disney Land. That is so Chocolate Bar.”).
Francesca Matalon, studentessa di lettere antiche
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