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28 dicembre 2014 -  6 Tevet 5775
PAGINE EBRAICHE 24

ALEF / TAV DAVAR PILPUL

alef/tav
Benedetto
Carucci Viterbi,
rabbino
Dopo la decisione di far scendere tutta la famiglia in Egitto, Giacobbe invia in avanscoperta Yehudà: per aprire, dice il midrash, una scuola di Torah. Prima di insediarsi in un luogo, bisogna essere certi chi ci sia un posto dove poter studiare.
 
David Bidussa,
storico sociale
delle idee
La parola solidarietà è risuonata più volte nei giorni scorsi, ricca della sua ambiguità, come è capitato altre volte. Da una parte essa rispetto alle sue consorelle (libertà e uguaglianza) parla alla seconda persona anziché alla prima, ovvero ragiona in termini di ‘tu’ e non di ‘io’. Dall’altra, quell’’io’ rifà la sua apparizione, quando solidarietà serve a ribadire una distanza, confermando una rigida separazione tra chi sentiamo ‘prossimi’ e gli ‘altri’. Tra ‘noi’ e ‘loro’.
 
 
 
Il ritorno di al-Qaeda
A volte ritornano. Da mesi sembrava un pericolo minore, oscurato dalla drammatica scesa in campo dell’Isis, lo Stato Islamico. Ora al-Qaeda torna a far parlare di sé e in maniera inquietante si appella ai lupi solitari, “il peggior incubo dell’Occidente”, invitandoli a colpire gli aerei di linea. Su la Stampa, a riportare la notizia Francesca Paci: “Il messaggio apologetico, scoperto dal sito di intelligence Site nello stesso giorno in cui Zakariya Ahmed Ismail Hersi, uno dei leader del gruppo islamista somalo al-Shabaab, si è arreso alla polizia (su di lui pendeva una taglia di 3 milioni di dollari), contiene un manuale aggiornato per la costruzione di una bomba «portatile» e un’esplicita chiamata alle armi: attaccare gli aerei delle compagnie europee e statunitensi, nonché una lista di businessmen americani che le frequentano”.

Assad apre il negoziato ma i dubbi restano. Dopo tre anni, Assad annuncia di voler incontrare a Mosca le fazioni avverse per cercare di arginare la sanguinosa guerra in Siria. Sul Corriere della Sera, le perplessità di Lorenzo Cremonesi: “Pochi giorni fa il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov aveva espresso la speranza che le opposizioni siriane si mettano d’accordo tra loro prima di avviare contatti diretti con Damasco. Il fatto però che Assad ribadisca l’intenzione di privilegiare i negoziati con gll oppositori «addomesticati» rimasti a Damasco, contro quelli che definisce i «terroristi» nella diaspora, sottolinea carenze nei disegni di dialogo”. Cremonesi sottolinea come le difficoltà siano date da due fattori principali: il primo è che i gruppi di guerriglia sono divisi come non mai, il secondo che “le opposizioni pongono a precondizione l’assicurazione che la dittatura di Bashar Assad verrà rimossa, cosa però rifiutata da Damasco di concerto con gli alleati a Mosca e Teheran”.
 
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  davar
contro il degrado della demenza digitale
Un codice etico per comunicare
Tutti i grandi mezzi di comunicazione stanno moltiplicando gli sforzi per proporre ai propri lettori un codice etico e là dove la comunicazione si apre al contributo di molte persone, potenzialmente di tutto il pubblico, là dove trovano ampia diffusione messaggi frammentari e talvolta poco meditati attraverso la posta elettronica e i social network, l’esigenza è ancora più avvertita.
I danni provocati dalla demenza digitale sono ingenti e stanno trascinando molti cittadini verso una larga diffusione di espressioni frammentarie e poco ragionate e talvolta una banalizzazione di offese e atteggiamenti aggressivi. Anche la comunicazione ebraica sente il bisogno di un codice etico e la sua specifica composizione rappresenta un lavoro delicato e complesso, che deve ovviamente tenere conto del ricchissimo patrimonio di insegnamenti tramandati attraverso l’insegnamento dei Maestri.
Il Consiglio dell’Unione delle Comunità Ebraiche dello scorso maggio aveva affidato l’incarico alla redazione giornalistica UCEI di elaborare la bozza di un documento che contenesse alcune linee guida utili a far crescere la conoscenza e la consapevolezza dei principi ebraici nell’utilizzo dei mezzi di comunicazione. Tale documento è stato prodotto anche sulla base degli insegnamenti espressi e approfonditi nel corso di alcuni recenti seminari e la bozza è stata messa a disposizione dei Consiglieri in occasione della riunione del 14 dicembre. Trattandosi di principi che rivestono un grande valore etico, il documento sarà ora valutato dai Consiglieri e dagli organismi competenti anche al fine di vagliare le opportune modalità di divulgazione.
La redazione, che è composta da giornalisti professionisti già vincolati nel loro lavoro dai codici etici depositati presso l’Ordine dei giornalisti, organizza da alcuni anni il seminario Morale ebraica e problemi dell’informazione nel corso del quale molti rabbini italiani hanno impartito il loro insegnamento trattando i diversi aspetti e i diversi problemi, dalla comunicazione giornalistica alla comunicazione interpersonale, visti dallo specifico punto di vista della Tradizione ebraica.

Pagine Ebraiche gennaio 2015

israele
Ayala, due palestinesi confessano
È giovedì sera quando la piccola Ayala Shapira di 11 anni e suo padre Avner percorrono la Strada 55 nei pressi dell’insediamento di Maale Shomron, lui è andato a prenderla dalle lezioni extra-curriculari di matematica. Sono le 18.30 quando la vettura diventa un inferno di fiamme causate dal lancio di una bomba molotov. Il padre riesce a cavarsela con qualche ferita, per Ayala invece la situazione è drammatica: ustioni su tutto il corpo compromettono la sua vita. Una lotta, quella per la propria esistenza, che Ayala sta continuando a combattere, con un piccolo ma stabile miglioramento. I medici dello Sheba Medical Center hanno indatti dichiarato che le prime operazioni sono state effettuate con successo e il dottor Eyal Winkler ha spiegato a Yedioth Ahronot: “In situazioni di questo tipo la permanenza in ospedale può durare dai due ai tre mesi e la ricostruzione facciale può richiedere anche di più. Ma noi siamo pieni di volontà ed ottimisti”. Nel frattempo ieri sera è arrivata la confessione di due giovani palestinesi di 16 e 17 anni provenienti da Kfar Azzun. Da giovedì la polizia israeliana aveva iniziato la caccia all’uomo, venerdì era giunta la notizia dell’arresto dei sospettati insieme ad altre dieci persone, poi, il giorno successivo, la confessione dei due, raccolta dallo Shin Bet, di aver tirato la molotov contro la macchina.
Ma questo fine settimana drammatico, riserva anche un barlume di speranza: ieri mentre attraversava il confine tra la West Bank e la Giordania con la sua famiglia, un bambino palestinese di soli sei mesi ha avuto un collasso ed è stato salvato dai medici dell’esercito israeliano. Il piccolo, che soffre di cuore, stava entrando in Giordania per ricevere cure ma vista la situazione d’emergenza, i poliziotti di frontiera hanno chiamato i paramedici. “Quando siamo arrivati il bambino non era cosciente e non aveva battito” raccontano i paramedici che sono stati poi sono stati supportati dalle forze mediche dell’Idf. Una volta salvato e dopo una breve consultazione tra IDF e Autorità palestinese, il piccolo paziente è stato trasportato con l’elicottero all’Hadassah Ein Karem Medical Center di Gerusalemme per ricevere tutte le cure necessarie. La famiglia ha ricevuto inoltre dei permessi speciali per poter stargli vicino e le sue condizioni sono al momento stabili.
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PAGINE EBRAICHE GENNAIo 2015
Il diritto alla bellezza

בת שיתין כבת שית לקל טבלא רהטא  
A sessant’anni come a sei, corre dietro alla voce del tamburo!


È ora di riporre la lampada usata ininterrottamente per otto giorni. Ma prima, dovrà passare una attenta pulizia per rimuovere la morchia d’olio o la cera accumulata che l’ha resa fuligginosa e scurita. Pare che questa sia l’origine per cui una donna attempata, brutta e segnata dall’età tra gli ebrei di Livorno e di Modena si chiama chanuccà. Anche a Roma, con l’espressione “faccia da chanuccà” si allude a una vecchia bacucca. Tempi in cui tra noi ancora non era entrato in uso il vocabolo – inventato di sana pianta – Chanukkyah! A parte quel ridotto numero di giovani spose acqua e sapone, esaltate dal talmud di ketubbot con la frase
לא כחל ולא שרק ולא פרכוס ויעלת חן “ né ombretto, né rossetto, né messa in piega, eppur bella”, la donna, ad ogni età, ha diritto di acconciarsi e imbellettarsi, senza paura di essere giudicata e descritta come chi “si è messa i fiocchi della chanuccà”, altro modo di dire giudeo italiano. Un diritto tanto forte da respingere persino il decreto rabbinico che proibirebbe l’uso di cosmetici di festa. Un’attività che, in linea di principio, poteva essere vietata perché non direttamente legata al cibo – la cui preparazione è ammessa di moed – e a ragione del fatto che richiede un impegno gravoso.
È raccontato nel trattato di moed Katan che la moglie di Rav Hisdà, si truccava di festa di fronte alla nuora. Era presente anche Rav Hunnà perplesso se ciò fosse consentito a una donna matura, con figli e nipoti. I rabbini, a suo modo di vedere, avevano espresso tolleranza, ma avevano in mente le ragazze giovani, per le quali truccarsi era un po’ come fare festa. Questa signora di mezza età, che andava cercando con questa inappropriata bizzarria fuori tempo?
Intervenne incisivamente il marito dicendo: “Dio bono, anche a tua mamma, e alla mamma di tua mamma è lecito fare altrettanto. Persino a una donna sulla soglia della fossa. La gente infatti usa dire: “ A sessant’anni come a sei, corre dietro alla la voce del tamburo”. Non ha limiti d’età l’ambizione a farsi belle. Non si tratta solamente di come uno appare, il rilievo va dato sopratutto a come, l’attenzione al corpo, ci fa sentire meglio. Lo stato di compiacimento e sicurezza in se stessi fa parte della “simchà” – la gioia – della festa ed è questo che hanno inteso tutelare i rabbini.
Sara, la matriarca, che il midrash ci dipinge a cent’anni bella come a venti, si sarà aiutata con qualche pennellata di fard?


Amedeo Spagnoletto, sofer

COSÌ DICE LA GENTE… כדאמרי אינשי,

Pagine Ebraiche Gennaio 2015

La straordinaria rubrica "Così dice la gente" del rav sofer Amedeo Spagnoletto appare sul numero di Pagine Ebraiche attualmente in distribuzione (gennaio 2015) con delle imperfezioni grafiche a causa di una svista della redazione. Ce ne scusiamo con l'autore e con i lettori e ne pubblichiamo su questo numero del notiziario quotidiano la versione corretta.

pilpul
Ancora sui rosso-bruni
Più o meno funziona così: si assume il tono indignato della denuncia, quello che invita chi ascolta a distogliere l’attenzione da quanto va distrattamente facendo, interpellandolo invece nell’intimo della coscienza. Poi si inizia a declamare una vera e propria giaculatoria apocalittica, che parte delle efferatezze del «mondialismo» (la globalizzazione dei mercati ma anche l’«imperialismo» liberale dei diritti umani) per arrivare alla necessità di «ripristinare la sovranità perduta». In mezzo ci stanno, tra le tante cose, i continui richiami contro l’incultura mercatista, quella che traduce tutto in valori economici e ricorre all’utilitarismo come esclusiva unità di misura, l’individualismo imperante, il potere corruttore del denaro, la dominazione delle oligarchie, gli effetti devianti dei processi immigratori (con tutto il corredo di fantasmi che ad essi viene attribuito) fino al «progetto ideologico che mira alla costituzione di un governo mondiale e alla dissoluzione delle nazioni, sotto il pretesto della pace universale» (così Alain Soral, vera e propria figura feticcio del cosiddetto «nazionalismo di sinistra», saggista, militante politico, imprenditore, in origine comunista poi transitato nel Front National di Le Pen e approdato alla «lista antisionista» di Dieudonné). Dietro la vernice di un linguaggio di gauche, come direbbero i francesi, falsamente universalista, emerge ben presto le vera scorza, ossia l’impianto mentale profondo di queste posizioni, che sono date dalla ferrea e metallica ossessione per la cosiddetta «identità nazionale», messa a repentaglio dalle trasformazioni indotte da un’oscura cabina di regia, la cui missione finale sarebbe la disintegrazione delle specificità culturali dei popoli.

Claudio Vercelli
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Nugae - Un milione
È difficile stabilire se l’altro giorno in treno fosse più insopportabile il capriccio isterico o la musichetta di carillon a ripetizione, fatto sta che la mia purtroppo consueta intolleranza nei confronti degli individui, come dire, non adulti ha raggiunto vette molto alte. Chiarimento: nulla in contrario ai graziosi quadretti famigliari, per carità, ma bisogna accettare che i bambini possano non suscitare in tutti lo stesso guizzo di tenerezza da esprimere con voce acuta. In ogni caso, dopo questo antefatto ci voleva proprio qualcosa che dimostrasse che anch’io ho un cuore. Una campagna di raccolta fondi per la ricerca sulla glicogenosi, una rara malattia genetica, iniziata due anni fa da un ragazzino di sei anni per aiutare il suo migliore amico ha raggiunto la quota prefissa di un milione di dollari. Un fenomeno questo Dylan Siegel, oggi ottenne di Los Angeles, che quando ha saputo che al suo amichetto Jonah avevano diagnosticato questa sciagura in una forma da cui sono affetti talmente pochi al mondo che non si faceva nemmeno più ricerca, ha detto ai suoi genitori che voleva raccogliere dei soldi. E invece di farsi un banchetto di limonate come suggerito da sua mamma e dai fumetti, ha affermato di voler scrivere un libro. Così, con tutta la maestria di studente di prima elementare, il giorno dopo si è presentato con il prodotto finito chiedendo giustamente al papà di farne delle copie. Il titolo dell’opera è “Chocolate Bar”, e le quattordici pagine riccamente illustrate sono incentrate sulla figura della barretta al cioccolato intesa come metafora e nella versione originale inglese si può dire proprio come sinonimo di ‘bellissimo’, secondo la classica equazione cioccolato uguale felicità (sic “I like to go to Disney Land. That is so Chocolate Bar.”).

Francesca Matalon, studentessa di lettere antiche
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