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8 gennaio 2015 - 17 Tevet 5775
PAGINE EBRAICHE 24

ALEF / TAV DAVAR PILPUL

alef/tav


Elia Richetti,
rabbino
Di fronte all’incarico divino di scendere in Egitto e liberare gli Ebrei dall’asservimento al Faraone, Moshè esprime dubbi e tentennamenti, che – sia detto per inciso – non sminuiscono la sua grandezza. Non ci deve stupire: chi accetta senza ponderazione e senza riserve un incarico è spesso un superficiale, che non si rende conto delle difficoltà cui deve andare incontro.
 
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Sergio
Della Pergola,
Università
Ebraica
Di Gerusalemme
Tutte le strade portano a Gerusalemme. Ma oggi sono chiuse. Nuovamente causa neve. Fermi i trasporti su gomma, restano quelli su rotaia. Così l’unico modo per arrivare da Tel Aviv alla capitale è la vecchia ferrovia di progettazione ottomana, che ci mette tre ore e mezzo a coprire 60 chilometri, non senza cambio di treno a Bet Shemesh. Sentirsi in Europa, essere in Medio Oriente. E con la neve, isolati dal Medio Oriente.
 
 
 
Je suis Charlie
Il 7 gennaio 2015 sarà un giorno tristemente storico, verrà ricordato come un attacco alla Francia, al mondo intero e alla libertà. Sono le 11 e 30 del mattino quando due uomini fanno irruzione nella redazione parigina del giornale satirico “Charlie Hebdo”, già precedentemente minacciato nel 2006 e nel 2011 per aver pubblicato delle vignette che ritraevano Maometto e deridevano i fondamentalisti islamici, e uccidono, all’urlo di ‘Allah è grande’, dodici persone, tra queste anche il direttore della testata Stéphane Charbonnier. L’ultima vignetta che firma lo stesso Charb è terribilmente profetica: ritrae un talebano che ‘rassicura’ di non preoccuparsi del fatto che in Francia non ci siano ancora stati attentati perché: “C’è tempo fino alla fine di gennaio per fare gli auguri”.
 
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  davar
terrore a Parigi
Le rotative della libertà

Le rotative della libertà torneranno presto a girare. Una tiratura straordinaria di un milione di copie per il prossimo numero del settimanale satirico francese Charlie Hebdo, la cui redazione è stata decimata ieri da un brutale assalto terroristico. Lo ha annunciato un rappresentante della testata confermando che le rotative torneranno in funzione in tempo per garantire l’uscita in edicola il prossimo mercoledì, 14 gennaio. Continua intanto la massima allerta in tutta Parigi. La città è blindata ed è aperta da ore la caccia all’uomo. Sarebbero barricati in una casa a Crepy en Valois, Chérif e Said Kouachi, i due fratelli trentenni accusati di aver ucciso ieri dodici persone nell’attacco alla redazione del giornale satirico Charles Hebdo. Dopo aver seminato il panico per cinque lunghissimi minuti, i due, tornati da poco da un viaggio in Siria, si sono allontanati ed hanno ucciso a sangue freddo il poliziotto in bicicletta Ahmed Merabet, 42 anni, che aveva tentato di fermarli. L’agghiacciante scena di Merabet che alza le mani in segno di resa e non viene risparmiato ha fatto il giro del mondo. Said e Chérif Kouachi sono poi scappati a bordo di una vettura nera che hanno abbandonato perché tampinati dalla polizia, proprio così però, grazie ad una carta d’identità abbandonata, si è riusciti a risalire ai nomi dei due. Durante la fuga hanno tamponato un’auto e si sono spostati su una seconda macchina, una Renault Clio. Hanno poi depredato una pompa di benzina di cibo e carburante e continuato il loro folle viaggio.
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terrore a parigi - le reazioni
“Sì alla libertà, no al terrorismo” La protesta dei giornalisti 
“L'assemblea dei giornalisti dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane mi ha incaricato la nostra adesione alle iniziative che la Federazione Nazionale della Stampa Italiana vorrà assumere all'indomani dell'assalto terroristico alla redazione di Charlie Hebdo a tutela della libertà d'espressione e di stampa e a difesa della dignità della professione giornalistica. La redazione si inchina alla memoria dei giornalisti e dei disegnatori di Charlie Hebdo ed è vicina ai loro cari. Il loro dolore è anche il nostro”.
Così il coordinatore dei dipartimenti Informazione e Cultura dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Guido Vitale in un messaggio inviato al segretario generale della Federazione Franco Siddi per comunicare l'adesione dei giornalisti UCEI alla fiaccolata per quest'oggi alle 18 a Piazza Farnese. Molteplici le adesioni all'iniziativa che arrivano in queste ore dal mondo dei giornali, dalle redazioni, dai gruppi editoriali.

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Terrore a parigi - l'eredità di charlie
Liberi, in piedi, insieme
Nell’inevitabile, ipocrita marmellata buonista che segue ogni tragedia, molti hanno finito per trattare l’assalto terroristico alla redazione di Charlie Hebdo come un episodio che si distinguerebbe dagli altri solo per il peso della carica di odio e distruzione portata all’interno delle nostre società da alcune realtà del mondo islamico.
Si tratta, purtroppo, di un’interpretazione riduttiva e di comodo, utile a coloro che conclusi i funerali contano di tornare ai propri affari.
La strage di Parigi non è stato un attentato come un altro e l’assalto alla redazione di un giornale è diversa anche dai fatti dell’11 settembre, perché rappresenta un attacco alla libertà di stampa e di espressione, di critica e di satira.
Molti fra i quali oggi si accodano per portare una candelina, una copia di questo corrosivo settimanale francese non l’hanno mai presa in mano, e fingono di dimenticarsi oggi quanto Charlie Hebdo sia stato un giornale scomodo. Un giornale libero. Un giornale che ha esercitato la propria libertà fino ai limiti della provocazione e lo ha fatto senza riguardo nei confronti di nessun potere costituito e di nessuna religione. Un giornale dichiaratamente sfrontato, programmaticamente antipatico.
Quello di Parigi non è solo un folle massacro (se la bestialità fosse misurabile, il terrorismo islamico ha fatto ben di peggio, massacrando bambini indifesi che andavano a scuola per il solo fatto di essere ebrei). Quello di Parigi è un massacro calcolato per marchiare la coscienza d’Europa, per mettere in ginocchio la stampa libera.
La domanda è se vogliamo subire o vogliamo raccogliere la sfida. La questione cui dobbiamo rispondere non è se dobbiamo combattere nella maniera più dura o meno il terrorismo islamico. Su questo si spera la risposta sia del tutto scontata.
La domanda è se ci riconosciamo senza ambiguità e senza tentennamenti nei valori della libertà d’espressione e di stampa. Se siamo disposti ad accettare che la stampa provochi, ironizzi, dia fastidio, sveli segreti, denunci malefatte. Se siamo disposti a tollerare che altri esprimano in libertà opinioni diverse dalle nostre.
Se ci rendiamo conto che minacciare una redazione o un giornalista, con piccoli o grandi episodi di squadrismo, non è solo vile, ma costituisce anche il più grave attacco ai valori dell’intera società.
Se pensiamo siano da archiviare con condiscendenza le esternazioni e le minacce di farabutti che si nascondono dietro al cretinismo dilagante su i social network.
Se vogliamo affidare l’interpretazione del conflitto mediorientale e gli equilibri interni al nostro mondo a operatori di aziendine commerciali specializzate nella manipolazione degli strati deboli dell’opinione pubblica. A gente che offre i propri servigi al migliore offerente e accetta di essere compensata con favori di scambio e finanziamenti occulti.
Se vogliamo credere che la vera difesa dell’immagine e degli interessi strategici di Israele e del popolo ebraico sia riducibile a una attività di propaganda e non di informazione professionale.
La professionalità dei giornalisti non è costituita solo dal loro vincolo alla deontologia applicata dagli organi disciplinari della categoria. Consiste soprattutto nel principio che chi pubblica deve necessariamente assumersi la responsabilità di quello che pubblica.
La domanda è se siamo disposti a capire che Charlie Hebdo è stato attaccato perché era dotato di una redazione vera, professionale, libera e pensante. Che era un giornale stampato e distribuito, non era un bollettino di parrocchia e non era un blog. Come molti analisti hanno sottolineato, infatti, se si fosse trattato solo di un sito le sue attività sarebbe state indifferenti ai più, non avrebbe potuto svolgere con efficacia il compito che si era dato, che era quello di inquietare le coscienze, molto probabilmente nessuno lo avrebbe degnato di tante attenzioni.
Ora che il presidente dell’Ordine dei giornalisti ha avviato le prime denunce penali nei confronti di chi esercita abusivamente la professione giornalistica c’è solo da augurarsi che questa azione prosegua con decisione, perché non si tratta della difesa dei privilegi di una corporazione di professionisti, ma costituisce l’unica tutela effettiva degli interessi primari dell’intera società.
È questa l’eredità che ci lasciano i colleghi di Charlie Hebdo, che non erano dei passanti qualsiasi implicati per caso in una mostruosa azione terroristica, ma dei combattenti armati di penne e di matite che hanno scelto di morire in piedi per difendere la nostra libertà.
Per questo, anche se è un giornale che non ha mai corrisposto alla mia sensibilità, ho visto sempre con gioia e spesso con un sorriso sventolare Charlie Hebdo nelle edicole. Per questo attendo con impazienza che il piagnisteo tardivo e ipocrita delle nostre ore sia rotto dal rombo della rotativa che farà girare il nuovo numero di Charlie Hebdo.
La redazione del Canard Enchainé, lo storico punto di riferimento della stampa satirica di tutto il mondo, ha già compiuto l’unico gesto di solidarietà vera che si poteva compiere garantendo che anche con il contributo di questi colleghi il giornale tornerà in edicola. Il direttore di Le Monde ha deciso di dedicare a questo 11 settembre d’Europa un titolo sulla prima pagina del giornale che sta per arrivare nelle edicole parigine che parla molto chiaro: “Liberi, in piedi, insieme”.
Per quanto mi riguarda ho deciso di sottoscrivere una quantità di abbonamenti al Charlie Hebdo, spero siano utili ai miei figli e ai miei nipoti. Nessuno di loro è un giornalista, ma ci tengo sappiano che c’è ancora gente che ha voglia, divertendosi e disseminando sorrisi fra i lettori, di fare questo lavoro a testa alta.


gv

(Nell'illustrazione un disegno di Sylvie Serprix - Le Monde)
 

Terrore a parigi
Georges Wolinski (1934 -2015)
Se esistessero un umorismo ebraico sefardita e un umorismo ebraico askenazita distinti, si potrebbe sostenere che Georges Wolinski aveva preso il meglio di entrambe le tradizioni. Nato nel 1934 a Tunisi, figlio di Lola Bembaron, ebrea italiana fuggita in Tunisia per evitare le persecuzioni in Europa e di Siegfried Wolinski, ebreo polacco che, ucciso da un ex-dipendente quando lui aveva soli due anni sarebbe stato, ha dichiarato negli ultimi anni che il fantasma di suo padre è stato “l’ossessione di una vita”.
È stato grazie ai soldati americani di stanza in Tunisia che ha scoperto, ancora bambino, il mondo del fumetto, mentre esplorava Tunisi dividendosi fra la panetteria-pasticceria del nonno paterno, che si chiamava “Chez le nègre”, e Sid Abdel Aguèche, uno dei quartieri più malfamati della città. Portato dalla madre in Francia a guerra finita, dopo il diploma in discipline artistiche (e in quegli anni aveva già iniziato a disegnare per il giornale della scuola) aveva avuto un nuovo incontro con il fumetto durante il servizio militare, in Algeria. A Reggane, dove si trovava con i suoi commilitoni, era rimasto molto colpito da un poster disegnato da Roland Topor, a sua volta ebreo polacco, che pubblicizzava il giornale satirico francese “Hara-Kiri”.
E proprio per “Hara-Kiri” iniziò a lavorare nel 1961, insieme a quel Topor che aveva tanto ammirato e che diventò uno dei suoi primi sostenitori, per passare con tutto lo staff a “Charlie Hebdo” – altro giornale satirico, nato nel 1970 – quando “Hara Kiri” venne chiuso “per motivi di ordine pubblico”. La vena dissacratrice di Hara Kiri era addirittura più forte della linea poi adottata in Charlie Hebdo, e Wolinski l’aveva coltivata negli anni Sessanta e Settanta insieme a quelli che sarebbero poi diventati i colleghi più anziani, colonne portanti di “Charlie Hebdo”.
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Terrore a parigi - un giornale scomodo
Quando Charlie ride degli ebrei
Sarcastico, irriverente, molto spesso sopra le righe. Con plateali provocazioni che hanno riguardato da vicino anche il mondo ebraico. Ma senza nessuno sconto all’odio, al pregiudizio, all’antisemitismo.

Il caso più celebre riguarda Maurice Sinet, firma storica di Charlie Hebdo che i lettori francesi conoscono con lo pseudonimo di Siné. È il 2008 quando lo stesso si lascia andare a gravissime allusioni nei confronti del primogenito di Sarkozy, Jean, che appare intenzionato a convertirsi all’ebraismo. “Degno di figlio di papà, Jean ha annunciato di voler sposare la sua fidanzata, un’ereditiera ebrea. Farà strada nella vita, il piccolo!” scrive Siné. Le sue parole accendono la miccia. La redazione è spaccata tra chi vuole indulgere e chi invece propende per la linea dura. Vincono i secondi e si decide per il licenziamento. Pochi mesi e Siné darà vita a una nuova pubblicazione, Siné Hebdo, scimmiottando nel nome il suo antico amore.


Adam Smulevich
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Terrore a Parigi
"Formidabili pionieri irriverenti"
La prima reazione, forse la più naturale per chi il lavoro degli autori di di Charlie Hebdo lo conosceva davvero, è stata di assoluta incredulità: “Un fake, questa la prima cosa che ho pensato quando si è diffusa la notizia dell’attacco alla redazione. Non poteva essere vero, doveva essere l’ennesima provocazione, non riuscivo a pensare stesse davvero succedendo”. Così Giorgio Albertini, collaboratore storico di Pagine Ebraiche, ha raccontato le prime sensazioni di ieri. Michel Kichka, che proprio in quei minuti stava lavorando con la redazione dell’ebraismo italiano è riuscito a dire solo “È uno shock profondo”, per poi ricordare, qualche ora più tardi, le molto occasioni in cui si è trovato a lavorare e confrontarsi con i disegnatori assassinati ieri. “Li conoscevo, certo, ci si trovava a incontri, conferenze, presentazioni… quello a cui ero più legato era forse Tignous, un artista di talento, con un senso dell’umorismo straordinario, che rivolgeva anche contro se stesso. Il giornalismo investigativo a cui si sapeva dedicare con grande competenza e passione lo ha portato a indagare molte questioni sociali ancora irrisolte, tra cui, certo, i problemi dell’immigrazione, l’espulsione degli stranieri, e soprattutto la vita di chi si trovava in situazione di povertà estrema”


(Nell'illustrazione un disegno Michel Kichka)
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J-ciak - dieci film da vedere -  -
L'eroismo dei caricaturisti
Lo so, non è originale. Di liste sul meglio e il peggio del 2014 abbiamo fatto il pieno. E comunque il nostro anno non finisce né comincia adesso. Però. Al gusto della classifica non si resiste e dunque, in ordine sparso, ecco le scelte di J-Ciak. Dieci film da vedere o rivedere, molti in odore di Oscar.

1. Caricaturistes, fantassins de la democratie. Menzione d’onore doverosa, dopo il sanguinoso attentato al Charlie Hebdo di Parigi. Diretto da Stéphanie Valloatto con la collaborazione di Radu Mihaileanu (“Train de vie”, “Vai e vivrai” e “L’orchestra”), il film intervista 12 disegnatori di paesi diversi uniti dalla battaglia per la libertà d’espressione.
Da vedere perché – come dice l’israeliano Michel Kichka, uno dei protagonisti – la libertà di esprimersi “non è mai garantita e sempre va riconquistata, nelle democrazie come nelle dittature”.

Daniela Gross


(Nell'immagine una scena di Caricaturistes, fantassins de la democratie)
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  pilpul
A Parigi, in Europa, in Italia
Verrà il tempo delle analisi. Che peraltro mai hanno difettato, anche nel passato recente. Come neanche le reazioni che, tuttavia, rischiano di rivelarsi come la Durlindana, la spada di Orlando, paladino di Carlo Magno, troppo spesso mulinellata nel vuoto. Verrà il tempo per tutto questo e altro ancora. Ma al di là della cacofonia, degli strepitii dei pantofolai così come dei silenzi degli imbelli, vale ricordare che “loro”, quelli che hanno colpito, a Parigi, sono tra di noi. Il problema è che non sappiamo chi veramente siano. Per meglio dire: fingiamo di conoscerli, così come si recita la formula magica per scacciare il “diavolo”, non andando però oltre i luoghi comuni.

Claudio Vercelli
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Setirot - Isaiah Berlin
«Ci sono uomini che uccidono e mutilano con la coscienza tranquilla sotto l’influsso delle parole e degli scritti di chi è certo di sapere che si può raggiungere la perfezione (…) Perseguire un unico ideale onnicomprensivo perché è l’unico valido per l’umanità, invariabilmente conduce all’uso della forza. E poi alla distruzione, al sangue. Si rompono le uova, ma la frittata non si vede; c’è solo un infinito numero di uova, di vite umane, pronte a essere rotte. E alla fine gli appassionati idealisti si dimenticano della frittata, e continuano soltanto a rompere le uova». Frasi estrapolate dal discorso scritto da Isaiah Berlin (Riga 6 giugno 1909 – Oxford 5 novembre 1997) in occasione della laurea ad honorem in Giurisprudenza conferitagli dall’Università di Toronto il 25 novembre 1994. Il discorso è stato pubblicato da “The New York Review of Books” nell’ottobre 2014; quindi recentemente stampato da Adelphi come consueta, raffinata strenna di fine anno.

Stefano Jesurum, giornalista

Time out - Ibridi
Chi conosce la storia del popolo ebraico sa che le persecuzioni cominciano quando gli ebrei iniziano a diventare ibridi. Scelgono di perdere la propria identità, abbandonano le Mizvoth e la Torah e nel momento in cui il popolo ebraico è più debole e disunito che per i nostri nemici è più facile attaccarci e fatalmente non mancano mai di farlo. Dire che Giuseppe era un ibrido è semplicemente una stupidaggine. Non per niente, Giuseppe era chiamato lo Tzadik, il giusto, proprio per la sua capacità di rimanere fedele alla Torah anche nel luogo più impuro del tempo, come l’Egitto come del Faraone.

Daniel Funaro
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Opporsi al terrorismo
La tragedia che ha colpito Parigi, e l’Europa tutta nel suo cuore culturale e creativo, può offrire lo spunto, al di là delle doverose parole di orrore e biasimo, a qualche riflessione, e alla speranza che finalmente la Francia si risvegli da cieco torpore che ha costretto migliaia di ebrei francesi a scappare da quella che consideravano la loro patria, atterriti dagli attacchi alle scuole, alle sinagoghe, ai cimiteri, e ai pacifici civili la cui unica colpa era di incrociare sulla propria strada un fanatico.
Un torpore che spesso ha nascosto rigurgiti preoccupanti di antisemitismo, mascherati da antisionismo: la Francia (e il suo governo locale e centrale) parteggiano apertamente in larga parte per i palestinesi e identificano nei ‘cattivi’ israeliani e nel loro Stato ‘abusivo’ la causa principale del terrorismo.


Viviana Kasam
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