
Elia Richetti,
rabbino
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Di
fronte all’incarico divino di scendere in Egitto e liberare gli Ebrei
dall’asservimento al Faraone, Moshè esprime dubbi e tentennamenti, che
– sia detto per inciso – non sminuiscono la sua grandezza. Non ci deve
stupire: chi accetta senza ponderazione e senza riserve un incarico è
spesso un superficiale, che non si rende conto delle difficoltà cui
deve andare incontro.
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Sergio
Della Pergola,
Università
Ebraica
Di Gerusalemme
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Tutte
le strade portano a Gerusalemme. Ma oggi sono chiuse. Nuovamente causa
neve. Fermi i trasporti su gomma, restano quelli su rotaia. Così
l’unico modo per arrivare da Tel Aviv alla capitale è la vecchia
ferrovia di progettazione ottomana, che ci mette tre ore e mezzo a
coprire 60 chilometri, non senza cambio di treno a Bet Shemesh.
Sentirsi in Europa, essere in Medio Oriente. E con la neve, isolati dal
Medio Oriente.
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Je suis Charlie |
Il
7 gennaio 2015 sarà un giorno tristemente storico, verrà ricordato come
un attacco alla Francia, al mondo intero e alla libertà. Sono le 11 e
30 del mattino quando due uomini fanno irruzione nella redazione
parigina del giornale satirico “Charlie Hebdo”, già precedentemente
minacciato nel 2006 e nel 2011 per aver pubblicato delle vignette che
ritraevano Maometto e deridevano i fondamentalisti islamici, e
uccidono, all’urlo di ‘Allah è grande’, dodici persone, tra queste
anche il direttore della testata Stéphane Charbonnier. L’ultima
vignetta che firma lo stesso Charb è terribilmente profetica: ritrae un
talebano che ‘rassicura’ di non preoccuparsi del fatto che in Francia
non ci siano ancora stati attentati perché: “C’è tempo fino alla fine
di gennaio per fare gli auguri”.
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terrore a Parigi
Le rotative della libertà
Le
rotative della libertà torneranno presto a girare. Una tiratura
straordinaria di un milione di copie per il prossimo numero del
settimanale satirico francese Charlie Hebdo, la cui redazione è stata
decimata ieri da un brutale assalto terroristico. Lo ha annunciato un
rappresentante della testata confermando che le rotative torneranno in
funzione in tempo per garantire l’uscita in edicola il prossimo
mercoledì, 14 gennaio. Continua intanto la massima allerta in tutta
Parigi. La città è blindata ed è aperta da ore la caccia all’uomo.
Sarebbero barricati in una casa a Crepy en Valois, Chérif e Said
Kouachi, i due fratelli trentenni accusati di aver ucciso ieri dodici
persone nell’attacco alla redazione del giornale satirico Charles
Hebdo. Dopo aver seminato il panico per cinque lunghissimi minuti, i
due, tornati da poco da un viaggio in Siria, si sono allontanati ed
hanno ucciso a sangue freddo il poliziotto in bicicletta Ahmed Merabet,
42 anni, che aveva tentato di fermarli. L’agghiacciante scena di
Merabet che alza le mani in segno di resa e non viene risparmiato ha
fatto il giro del mondo. Said e Chérif Kouachi sono poi scappati a
bordo di una vettura nera che hanno abbandonato perché tampinati dalla
polizia, proprio così però, grazie ad una carta d’identità abbandonata,
si è riusciti a risalire ai nomi dei due. Durante la fuga hanno
tamponato un’auto e si sono spostati su una seconda macchina, una
Renault Clio. Hanno poi depredato una pompa di benzina di cibo e
carburante e continuato il loro folle viaggio.
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Terrore a parigi - l'eredità di charlie
Liberi, in piedi, insieme
Nell’inevitabile,
ipocrita marmellata buonista che segue ogni tragedia, molti hanno
finito per trattare l’assalto terroristico alla redazione di Charlie
Hebdo come un episodio che si distinguerebbe dagli altri solo per il
peso della carica di odio e distruzione portata all’interno delle
nostre società da alcune realtà del mondo islamico.
Si tratta, purtroppo, di un’interpretazione riduttiva e di comodo,
utile a coloro che conclusi i funerali contano di tornare ai propri
affari.
La strage di Parigi non è stato un attentato come un altro e l’assalto
alla redazione di un giornale è diversa anche dai fatti dell’11
settembre, perché rappresenta un attacco alla libertà di stampa e di
espressione, di critica e di satira.
Molti fra i quali oggi si accodano per portare una candelina, una copia
di questo corrosivo settimanale francese non l’hanno mai presa in mano,
e fingono di dimenticarsi oggi quanto Charlie Hebdo sia stato un
giornale scomodo. Un giornale libero. Un giornale che ha esercitato la
propria libertà fino ai limiti della provocazione e lo ha fatto senza
riguardo nei confronti di nessun potere costituito e di nessuna
religione. Un giornale dichiaratamente sfrontato, programmaticamente
antipatico.
Quello di Parigi non è solo un folle massacro (se la bestialità fosse
misurabile, il terrorismo islamico ha fatto ben di peggio, massacrando
bambini indifesi che andavano a scuola per il solo fatto di essere
ebrei). Quello di Parigi è un massacro calcolato per marchiare la
coscienza d’Europa, per mettere in ginocchio la stampa libera.
La domanda è se vogliamo subire o vogliamo raccogliere la sfida. La
questione cui dobbiamo rispondere non è se dobbiamo combattere nella
maniera più dura o meno il terrorismo islamico. Su questo si spera la
risposta sia del tutto scontata.
La domanda è se ci riconosciamo senza ambiguità e senza tentennamenti
nei valori della libertà d’espressione e di stampa. Se siamo disposti
ad accettare che la stampa provochi, ironizzi, dia fastidio, sveli
segreti, denunci malefatte. Se siamo disposti a tollerare che altri
esprimano in libertà opinioni diverse dalle nostre.
Se ci rendiamo conto che minacciare una redazione o un giornalista, con
piccoli o grandi episodi di squadrismo, non è solo vile, ma costituisce
anche il più grave attacco ai valori dell’intera società.
Se pensiamo siano da archiviare con condiscendenza le esternazioni e le
minacce di farabutti che si nascondono dietro al cretinismo dilagante
su i social network.
Se vogliamo affidare l’interpretazione del conflitto mediorientale e
gli equilibri interni al nostro mondo a operatori di aziendine
commerciali specializzate nella manipolazione degli strati deboli
dell’opinione pubblica. A gente che offre i propri servigi al migliore
offerente e accetta di essere compensata con favori di scambio e
finanziamenti occulti.
Se vogliamo credere che la vera difesa dell’immagine e degli interessi
strategici di Israele e del popolo ebraico sia riducibile a una
attività di propaganda e non di informazione professionale.
La professionalità dei giornalisti non è costituita solo dal loro
vincolo alla deontologia applicata dagli organi disciplinari della
categoria. Consiste soprattutto nel principio che chi pubblica deve
necessariamente assumersi la responsabilità di quello che pubblica.
La domanda è se siamo disposti a capire che Charlie Hebdo è stato
attaccato perché era dotato di una redazione vera, professionale,
libera e pensante. Che era un giornale stampato e distribuito, non era
un bollettino di parrocchia e non era un blog. Come molti analisti
hanno sottolineato, infatti, se si fosse trattato solo di un sito le
sue attività sarebbe state indifferenti ai più, non avrebbe potuto
svolgere con efficacia il compito che si era dato, che era quello di
inquietare le coscienze, molto probabilmente nessuno lo avrebbe degnato
di tante attenzioni.
Ora che il presidente dell’Ordine dei giornalisti ha avviato le prime
denunce penali nei confronti di chi esercita abusivamente la
professione giornalistica c’è solo da augurarsi che questa azione
prosegua con decisione, perché non si tratta della difesa dei privilegi
di una corporazione di professionisti, ma costituisce l’unica tutela
effettiva degli interessi primari dell’intera società.
È questa l’eredità che ci lasciano i colleghi di Charlie Hebdo, che non
erano dei passanti qualsiasi implicati per caso in una mostruosa azione
terroristica, ma dei combattenti armati di penne e di matite che hanno
scelto di morire in piedi per difendere la nostra libertà.
Per questo, anche se è un giornale che non ha mai corrisposto alla mia
sensibilità, ho visto sempre con gioia e spesso con un sorriso
sventolare Charlie Hebdo nelle edicole. Per questo attendo con
impazienza che il piagnisteo tardivo e ipocrita delle nostre ore sia
rotto dal rombo della rotativa che farà girare il nuovo numero di
Charlie Hebdo.
La redazione del Canard Enchainé, lo storico punto di riferimento della
stampa satirica di tutto il mondo, ha già compiuto l’unico gesto di
solidarietà vera che si poteva compiere garantendo che anche con il
contributo di questi colleghi il giornale tornerà in edicola. Il
direttore di Le Monde ha deciso di dedicare a questo 11 settembre
d’Europa un titolo sulla prima pagina del giornale che sta per arrivare
nelle edicole parigine che parla molto chiaro: “Liberi, in piedi,
insieme”.
Per quanto mi riguarda ho deciso di sottoscrivere una quantità di
abbonamenti al Charlie Hebdo, spero siano utili ai miei figli e ai miei
nipoti. Nessuno di loro è un giornalista, ma ci tengo sappiano che c’è
ancora gente che ha voglia, divertendosi e disseminando sorrisi fra i
lettori, di fare questo lavoro a testa alta.
gv
(Nell'illustrazione un disegno di Sylvie Serprix - Le Monde)
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Terrore a parigi
Georges Wolinski (1934 -2015)
Se
esistessero un umorismo ebraico sefardita e un umorismo ebraico
askenazita distinti, si potrebbe sostenere che Georges Wolinski aveva
preso il meglio di entrambe le tradizioni. Nato nel 1934 a Tunisi,
figlio di Lola Bembaron, ebrea italiana fuggita in Tunisia per evitare
le persecuzioni in Europa e di Siegfried Wolinski, ebreo polacco che,
ucciso da un ex-dipendente quando lui aveva soli due anni sarebbe
stato, ha dichiarato negli ultimi anni che il fantasma di suo padre è
stato “l’ossessione di una vita”.
È
stato grazie ai soldati americani di stanza in Tunisia che ha scoperto,
ancora bambino, il mondo del fumetto, mentre esplorava Tunisi
dividendosi fra la panetteria-pasticceria del nonno paterno, che si
chiamava “Chez le nègre”, e Sid Abdel Aguèche, uno dei quartieri più
malfamati della città. Portato dalla madre in Francia a guerra finita,
dopo il diploma in discipline artistiche (e in quegli anni aveva già
iniziato a disegnare per il giornale della scuola) aveva avuto un nuovo
incontro con il fumetto durante il servizio militare, in Algeria. A
Reggane, dove si trovava con i suoi commilitoni, era rimasto molto
colpito da un poster disegnato da Roland Topor, a sua volta ebreo
polacco, che pubblicizzava il giornale satirico francese “Hara-Kiri”.
E proprio per “Hara-Kiri” iniziò a lavorare nel 1961, insieme a quel
Topor che aveva tanto ammirato e che diventò uno dei suoi primi
sostenitori, per passare con tutto lo staff a “Charlie Hebdo” – altro
giornale satirico, nato nel 1970 – quando “Hara Kiri” venne chiuso “per
motivi di ordine pubblico”. La vena dissacratrice di Hara Kiri era
addirittura più forte della linea poi adottata in Charlie Hebdo, e
Wolinski l’aveva coltivata negli anni Sessanta e Settanta insieme a
quelli che sarebbero poi diventati i colleghi più anziani, colonne
portanti di “Charlie Hebdo”.
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Terrore a parigi - un giornale scomodo Quando Charlie ride degli ebrei
Sarcastico,
irriverente, molto spesso sopra le righe. Con plateali provocazioni che
hanno riguardato da vicino anche il mondo ebraico. Ma senza nessuno
sconto all’odio, al pregiudizio, all’antisemitismo.
Il caso più celebre riguarda Maurice Sinet, firma storica di Charlie
Hebdo che i lettori francesi conoscono con lo pseudonimo di Siné. È il
2008 quando lo stesso si lascia andare a gravissime allusioni nei
confronti del primogenito di Sarkozy, Jean, che appare intenzionato a
convertirsi all’ebraismo. “Degno di figlio di papà, Jean ha annunciato
di voler sposare la sua fidanzata, un’ereditiera ebrea. Farà strada
nella vita, il piccolo!” scrive Siné. Le sue parole accendono la
miccia. La redazione è spaccata tra chi vuole indulgere e chi invece
propende per la linea dura. Vincono i secondi e si decide per il
licenziamento. Pochi mesi e Siné darà vita a una nuova pubblicazione,
Siné Hebdo, scimmiottando nel nome il suo antico amore.
Adam Smulevich
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Terrore a Parigi "Formidabili pionieri irriverenti"
La
prima reazione, forse la più naturale per chi il lavoro degli autori di
di Charlie Hebdo lo conosceva davvero, è stata di assoluta incredulità:
“Un fake, questa la prima cosa che ho pensato quando si è diffusa la
notizia dell’attacco alla redazione. Non poteva essere vero, doveva
essere l’ennesima provocazione, non riuscivo a pensare stesse davvero
succedendo”. Così Giorgio Albertini, collaboratore storico di Pagine
Ebraiche, ha raccontato le prime sensazioni di ieri. Michel Kichka, che
proprio in quei minuti stava lavorando con la redazione dell’ebraismo
italiano è riuscito a dire solo “È uno shock profondo”, per poi
ricordare, qualche ora più tardi, le molto occasioni in cui si è
trovato a lavorare e confrontarsi con i disegnatori assassinati ieri.
“Li conoscevo, certo, ci si trovava a incontri, conferenze,
presentazioni… quello a cui ero più legato era forse Tignous, un
artista di talento, con un senso dell’umorismo straordinario, che
rivolgeva anche contro se stesso. Il giornalismo investigativo a cui si
sapeva dedicare con grande competenza e passione lo ha portato a
indagare molte questioni sociali ancora irrisolte, tra cui, certo, i
problemi dell’immigrazione, l’espulsione degli stranieri, e soprattutto
la vita di chi si trovava in situazione di povertà estrema”
(Nell'illustrazione un disegno Michel Kichka)
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J-ciak - dieci film da vedere - -
L'eroismo dei caricaturisti
Lo
so, non è originale. Di liste sul meglio e il peggio del 2014 abbiamo
fatto il pieno. E comunque il nostro anno non finisce né comincia
adesso. Però. Al gusto della classifica non si resiste e dunque, in
ordine sparso, ecco le scelte di J-Ciak. Dieci film da vedere o
rivedere, molti in odore di Oscar.
1. Caricaturistes, fantassins de la democratie.
Menzione d’onore doverosa, dopo il sanguinoso attentato al Charlie
Hebdo di Parigi. Diretto da Stéphanie Valloatto con la collaborazione
di Radu Mihaileanu (“Train de vie”, “Vai e vivrai” e “L’orchestra”), il
film intervista 12 disegnatori di paesi diversi uniti dalla battaglia
per la libertà d’espressione.
Da vedere perché – come dice l’israeliano Michel Kichka, uno dei
protagonisti – la libertà di esprimersi “non è mai garantita e sempre
va riconquistata, nelle democrazie come nelle dittature”.
Daniela Gross
(Nell'immagine una scena di Caricaturistes, fantassins de la democratie)
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A Parigi, in Europa, in Italia |
Verrà
il tempo delle analisi. Che peraltro mai hanno difettato, anche nel
passato recente. Come neanche le reazioni che, tuttavia, rischiano di
rivelarsi come la Durlindana, la spada di Orlando, paladino di Carlo
Magno, troppo spesso mulinellata nel vuoto. Verrà il tempo per tutto
questo e altro ancora. Ma al di là della cacofonia, degli strepitii dei
pantofolai così come dei silenzi degli imbelli, vale ricordare che
“loro”, quelli che hanno colpito, a Parigi, sono tra di noi. Il
problema è che non sappiamo chi veramente siano. Per meglio dire:
fingiamo di conoscerli, così come si recita la formula magica per
scacciare il “diavolo”, non andando però oltre i luoghi comuni.
Claudio Vercelli
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Setirot
- Isaiah Berlin |
«Ci
sono uomini che uccidono e mutilano con la coscienza tranquilla sotto
l’influsso delle parole e degli scritti di chi è certo di sapere che si
può raggiungere la perfezione (…) Perseguire un unico ideale
onnicomprensivo perché è l’unico valido per l’umanità, invariabilmente
conduce all’uso della forza. E poi alla distruzione, al sangue. Si
rompono le uova, ma la frittata non si vede; c’è solo un infinito
numero di uova, di vite umane, pronte a essere rotte. E alla fine gli
appassionati idealisti si dimenticano della frittata, e continuano
soltanto a rompere le uova». Frasi estrapolate dal discorso scritto da
Isaiah Berlin (Riga 6 giugno 1909 – Oxford 5 novembre 1997) in
occasione della laurea ad honorem in Giurisprudenza conferitagli
dall’Università di Toronto il 25 novembre 1994. Il discorso è stato
pubblicato da “The New York Review of Books” nell’ottobre 2014; quindi
recentemente stampato da Adelphi come consueta, raffinata strenna di
fine anno.
Stefano Jesurum, giornalista
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Time
out - Ibridi |
Chi
conosce la storia del popolo ebraico sa che le persecuzioni cominciano
quando gli ebrei iniziano a diventare ibridi. Scelgono di perdere la
propria identità, abbandonano le Mizvoth e la Torah e nel momento in
cui il popolo ebraico è più debole e disunito che per i nostri nemici è
più facile attaccarci e fatalmente non mancano mai di farlo. Dire che
Giuseppe era un ibrido è semplicemente una stupidaggine. Non per
niente, Giuseppe era chiamato lo Tzadik, il giusto, proprio per la sua
capacità di rimanere fedele alla Torah anche nel luogo più impuro del
tempo, come l’Egitto come del Faraone.
Daniel Funaro
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Opporsi al terrorismo |
La
tragedia che ha colpito Parigi, e l’Europa tutta nel suo cuore
culturale e creativo, può offrire lo spunto, al di là delle doverose
parole di orrore e biasimo, a qualche riflessione, e alla speranza che
finalmente la Francia si risvegli da cieco torpore che ha costretto
migliaia di ebrei francesi a scappare da quella che consideravano la
loro patria, atterriti dagli attacchi alle scuole, alle sinagoghe, ai
cimiteri, e ai pacifici civili la cui unica colpa era di incrociare
sulla propria strada un fanatico.
Un torpore che spesso ha nascosto rigurgiti preoccupanti di
antisemitismo, mascherati da antisionismo: la Francia (e il suo governo
locale e centrale) parteggiano apertamente in larga parte per i
palestinesi e identificano nei ‘cattivi’ israeliani e nel loro Stato
‘abusivo’ la causa principale del terrorismo.
Viviana Kasam
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