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26 giugno 2015 - 9 Tamuz 5775
PAGINE EBRAICHE 24

ALEF / TAV DAVAR PILPUL

alef/tav

Pierpaolo Pinhas Punturello, rabbino
I primi versetti della parashà settimanale, Chukkat, descrivono la complicata mitzvà della parà adumah, la vacca rossa, le cui ceneri erano alla base di una sorta di miscuglio che serviva a purificare coloro che erano in stato di impurità e quindi impossibilitati al sacrificio ed al risiedere nell’accampamento.
Strano passaggio è quello nel quale si afferma che colui che preparava il miscuglio così come colui che eseguiva la cerimonia di purificazione diventavano impuri e la persona impura, al contrario, veniva dai primi purificata.
 
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Gadi
Luzzatto
Voghera,
storico
In un secolo, o poco più, le abitudini possono cambiare anche in maniera molto profonda. Le comunità ebraiche in questo non fanno eccezione, ed è compito degli storici cercare di interpretare i segni del tempo e ricostruire modalità e situazioni che si manifestavano nel passato e che oggi sono scomparse. Non si tratta di dare giudizi. Non ‘era meglio allora’, né ‘è meglio oggi'. Si tratta semplicemente di constatare che le dinamiche sociali e culturali sono in continuo movimento e non rimanere legati all’idea fasulla che ‘si è sempre fatto così’. Prendiamo le regole comportamentali in una sinagoga. Se andiamo a leggere quelle che erano stabilite – per esempio – a Venezia nell’Ottocento , la distanza con i comportamenti di oggi appare abissale.
 
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L'Isis torna a Kobane
Nuovo attacco a sorpresa dei miliziani dello Stato Islamico nella città curda di Kobane, al confine con la Turchia, diventata il simbolo della resistenza per aver respinto l’esercito del Califfato nel gennaio scorso dopo una battaglia durata mesi. I jihadisti sono riusciti a infiltrarsi indossando divise dei peshmerga e dell’esercito siriano, riconquistando alcuni quartieri della città, punto importante per il controllo della strategica frontiera con la Turchia, da dove provengono volontari, armi e rifornimenti. I vertici curdi hanno accusato il governo di Ankara di aver aiutato i nemici, permettendo loro di entrare attraverso la Turchia, da cui sono però arrivate smentite (La Stampa). Parallelamente il Califfato ha scatenato un’offensiva anche contro Hassakeh, capoluogo dell’omonima provincia nel nord-est della Siria, in parte controllata dalle formazioni armate curde, in parte dall’esercito fedele ad Assad. Per gli analisti, riporta Repubblica, l’attacco combinato costituisce una controffensiva dell’Isis per fermare l’avanzata delle milizie curde verso Raqqua, dopo essere stato costretto dai resistenti curdi a ritirarsi da Tel Abyad e Ayn Issa, lasciando Raqqua, poco distante e maggiore città dello Stato Islamico in Siria, esposta a un possibile attacco.

Nucleare iraniano, si tratta. È il 30 giugno la data prefissata per giungere a un accordo sul nucleare iraniano, i cui negoziati finali avverranno a Vienna, dove sta arrivando oggi il segretario di Stato statunitense John Kerry. Sarà raggiunto domani dal ministro degli Esteri di Teheran, Javad Zarif, e dai ministri di Gran Bretagna, Francia, Germania, Russia e Cina. Ancora numerose le questioni aperte, tra cui la conoscenza precisa dello stato dell’arte delle ricerche iraniane in tema di sviluppo nucleare che Teheran vorrebbe comunque continuare, ma anche le modalità dei controlli sui siti iraniani e quelle di una eventuale riapplicazione delle sanzioni se l’Iran dovesse mostrarsi inadempiente. L’Iran dal canto suo ha insistito in caso di accordo sulla rimozione delle sanzioni dell’Occidente, condizione che tuttavia difficilmente si verificherebbe per la difficoltà del processo legislativo negli Stati Uniti e per la presenza del paese nella lista degli Stati fautori del terrorismo. Nelle ultime settimane, segnala il Corriere, si è tuttavia scatenata la corsa delle compagnie petrolifere a riaccreditarsi in vista di una possibile riapertura del mercato iraniano.
 
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  davar
l'ombra dell'isis sull'attacco odierno
Francia, di nuovo l'orrore.

Parigi è pronta a reagire
Il terrore islamista torna a colpire la Francia, già teatro in questi anni di azioni sanguinarie rivolte contro la popolazione civile, la comunità ebraica, i valori fondamentali che vedono uniti tutti i popoli d’Europa e tutte le nazioni progredite nella loro difesa contro i nemici della democrazia, del pluralismo e della libertà di espressione.
Con il passare delle ore si fa infatti sempre più concreta la pista che vede l’estremismo islamico, e in particolare quello legato ai criminali dell’Isis, dietro all’attacco avvenuto questa mattina in una fabbrica a Saint Quentin-Fallavier, comune a trenta chilometri da Lione, dove due uomini hanno fatto irruzione con un’automobile per colpire le bombole di gas presenti all’interno dell’impianto e generare un’esplosione.
Un corpo decapitato e orribilmente deturpato con scritte in arabo è stato rinvenuto nei pressi dell’impianto e molte sono le persone ferite o sotto shock, tra i dipendenti della fabbrica, che hanno dovuto rivolgersi all’assistenza del servizio di supporto medico e psicologico.
Uno degli attentori, subito fermato, avrebbe mostrato agli agenti che lo stanno interrogando un drappo dello Stato Islamico. Ancora a piede libero il suo complice, braccato dalle forze di sicurezza in quella che è una vera e propria caccia all’uomo (appena saputo dell’attacco, il ministro dell’Interno Manuel Valls ha ordinato una “vigilanza rinforzata”).
Tutto il paese si mobilita intanto nelle sue diverse componenti per una nuova prova di unità, cui non si sottraggono le comunità ebraiche e i loro rappresentanti.
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ruth dureghello a pagine ebraiche
"Basta rivalità, lavoriamo uniti" 
Il numero di luglio del giornale dell'ebraismo italiano Pagine Ebraiche in distribuzione pubblica un'ampia intervista a Ruth Dureghello, prima donna nella storia chiamata a guidare la Comunità ebraica di Roma, che anticipiamo ai lettori del nostro notiziario quotidiano.


“È arrivato il momento di mettere da parte ogni rivalità e di lavorare insieme per il bene di tutti. Affrontando i problemi, tendendo una mano a chi è in difficoltà, testimoniando quelli che sono i nostri valori e le nostre eccellenze”. Si presenta con questi propositi Ruth Dureghello, 48 anni, imprenditrice, prima donna nella storia chiamata a guidare la Comunità ebraica di Roma, la più antica della Diaspora. Nel segno di questo convincimento Dureghello, assessore alle scuole del Consiglio uscente, si candida così a formare un governo unitario in cui possano trovare voce e rappresentanza anche le altre liste presentatesi alle urne. E cioè, in ordine di preferenze ottenute, le formazioni “Israele siamo noi”, guidata da Fiamma Nirenstein; “Menorah” (Maurizio Tagliacozzo); “Binah” (Claudia Fellus).

La campagna elettorale ha fatto emergere alcune significative conflittualità interne all’ebraismo romano. Se l’orizzonte è quella dell’unità, come possono essere risolte?
Partirei dal riconoscimento che la diversità è una ricchezza, da valorizzare attraverso un confronto che sia sano e costruttivo. Ce lo ha indicato con parole magistrali il nostro rabbino capo e io stessa ne sono fermamente convinta. Quello che ho in mente è di sederci tutti intorno a un tavolo e di affrontare con trasparenza e professionalità le scelte che andranno fatte. Esistono idee non sovrapponibili su alcuni specifici aspetti, è naturale ed è giusto che sia così, ma le quattro le liste condividono gli stessi valori di base. E questo è un punto di partenza fondamentale.

Chi è Ruth Dureghello? Come affronta questa sfida?
Sono una persona soddisfatta, fortunata, circondata da persone che mi vogliono bene. E consapevole del fatto che non vi sia niente di più bello che adoperarsi per portare risultati alla collettività. Vivere la Comunità in un certo modo è un impegno gravoso, che porta via molto tempo e molte energie, ma le soddisfazioni che si hanno in cambio sono impagabili. Sono emozionata, è inevitabile, ma anche convinta del contributo che io, singolarmente, e la futura squadra di governo collettivamente, potremo dare a questa Comunità.

Ripercorrendo le passate esperienze in Consiglio, c’è un momento che si è impresso più di altri nella memoria?
Senz’altro l’incontro tra Gilad Shalit e i nostri ragazzi. Ricordo bene i suoi occhi e il suo volto prima di entrare. Era un po’ stordito, forse spaventato da tutto quel calore. Ne è uscito con un sorriso meraviglioso e commovente, ringraziandoci per il sostegno che questa Comunità non ha mai fatto mancare ai suoi cari durante i terribili anni della prigionia a Gaza e il nostro impegno per una più ampia sensibilizzazione internazionale sulla sua vicenda. Quella giornata resta indimenticabile, il momento più emozionante dei sette anni trascorsi come assessore alla scuola.

Quale invece il momento più difficile?
Le ore successive all’attentato alla scuola ebraica di Tolosa sono state particolarmente complesse. Anche se, purtroppo, la Comunità romana non è nuova a situazioni di questa portata e drammaticità.
Ricordo che il mio primo pensiero fu quello di fare qualcosa insieme ai nostri fratelli francesi. Pensiero da cui è poi scaturito un gemellaggio, attraverso il quale abbiamo tenuto viva la memoria di chi non c’è più ma anche intavolato una collaborazione e uno scambio culturale che sta proseguendo con successo.
La minaccia del terrorismo accomuna tutte le scuole ebraiche del mondo, ma è nostro dovere essere forti e non cedere mai alla paura e all’angoscia. La nostra Comunità ha dato una grande lezione di maturità in questo senso.

Quali sono le sfide più importanti per la Comunità? Quali i temi da affrontare con maggiore urgenza?
Sono molteplici, per certi versi indipendenti, per certi versi trasversali. C’è una crisi che morde e il lavoro che ne risente, con alcune categorie particolarmente esposte che godranno di tutto il nostro supporto. E di conseguenza c’è anche un impegno sul sociale da svolgere in continuità con quella che è stata l’esperienza, largamente apprezzata, della passata consiliatura. E naturalmente la scuola, con i programmi per il prossimo anno da predisporre al più presto. E ancora i giovani, il bilancio, l’organizzazione generale della Comunità. Tutti temi che voglio affrontare “da Ruth”.

E questo cosa significa?
Capacità di ascoltare e di sedersi al tavolo senza pregiudizi. Tanta passione. La voglia di guardare sempre avanti, come mi ha insegnato anche il mio predecessore.

E dagli altri Ruth cosa si aspetta?
Tre cose: lealtà, fiducia e rispetto.


Adam Smulevich

(Pagine Ebraiche luglio 2015)
oggi la firma in vaticano
L'accordo tra Santa Sede e Anp Israele: "Minaccia alla pace"
“Un accordo che danneggia le trattative di pace e che depotenzia lo sforzo internazionale di far tornare l’autorità palestinese a negoziati diretti con la controparte israeliana”. È quanto si legge in una nota diffusa dal ministero degli Affari Esteri d’Israele in risposta al nuovo accordo siglato oggi in Vaticano in cui si riconosce l’esistenza giuridica di uno Stato palestinese relativamente agli “aspetti essenziali della vita e dell’attività della Chiesa” nei territori governati dall’Anp e che arriva dopo l’approvazione di una bozza d’intesa e il caloroso abbraccio, appena un mese fa, tra Bergoglio e Abu Mazen. Nella nota, che denuncia con ferme parole l’unilateralità dell’accordo, si legge inoltre: “Il documento verrà studiato approfonditamente così da trarre eventuali implicazioni nei rapporti tra Israele e Santa Sede”.
Dell’accordo e delle sue conseguenze si era parlato anche nella giornata di ieri, nel corso di un confronto avuto da una delegazione del B’nai B’rith International, tra le più antiche associazioni ebraiche al mondo, con Bergoglio e con alcuni alti funzionari vaticani. Nella folta delegazione, guidata dal presidente Allan Jacobs, anche i vicepresidenti Daniel Mariaschin e Daniel Citone, il presidente europeo Erika van Gelder, il presidente della sezione romana Sandro Di Castro.
“È stato un incontro all’insegna della cordialità e della volontà di affrontare temi importanti insieme. Punti di incontro e dialogo, ma anche divergenze. Come nel caso di un riconoscimento, quello dello Stato palestinese, che ha suscitato non poche perplessità non solo in Israele ma in tutto il mondo ebraico” racconta Citone a Pagine Ebraiche.
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spettacolo - intrecci identitari nella serie cult
La battaglia del pasto casher
“Orange is the new black” è una di quelle serie tv che fin dall’episodio pilota è stata accolta a braccia aperte dai critici televisivi statunitensi che non hanno potuto fare altro se non riporre la loro penna affilata nel taschino e stare a guardare le bislacche avventure delle protagoniste. Perché, per prima cosa, è ambientato in un carcere femminile (da qui il riferimento alla divisa arancione del titolo) e, in secondo luogo, non si esime dall’affrontare temi scottanti e raccontare le diversissime provenienze culturali ed etniche delle galeotte. Lasciava perplessi dunque la mancanza di un qualche riferimento ebraico nella serie, se non per quel Larry Bloom promesso sposo dell’interprete principale che ogni tanto faceva banali riferimenti all’opprimente jewish mother. Niente di significativo fino all’arrivo della terza stagione, più jewlicious che mai. La creatrice Jenji Kohan, originaria di una famiglia ebraica di Brooklyn, ha deciso di evitare accuratamente le ennesime scene di sedarim di Pesach e appiccicose feste di Chanukkah per poter calare l’identità religiosa in perfetta armonia con la trama e l’ambientazione della serie. Il pretesto infatti non è altro che una protesta da parte delle carcerate per ottenere i saporiti pasti casher in sostituzione delle rancide bustine sottovuoto. Una battaglia che fa suonare qualche campanello nelle orecchie degli americani e riporta alla mente l’ampio reportage pubblicato un anno e mezzo dal New York Times intitolato “Non devi essere ebreo per poter amare il pasto casher”. Sono infatti sempre più in crescita, rilevava il Times, le richieste di ricevere nelle carceri cibi cucinati secondo le norme ebraiche, nella speranza che siano più freschi e delicati. Attenzione però: costerebbero quattro volte più di un pasto normale. 
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pilpul
Non allontaniamoci da Israele 
Il Family Day ha suscitato in me un profondo senso di estraneità e di disagio per i toni e il linguaggio usati e per la mancanza di rispetto nei confronti delle stesse persone con cui gli ebrei hanno spesso condiviso discriminazioni e persecuzioni; inoltre faccio davvero fatica a capire come ci si possa sentire danneggiati dai diritti altrui in ambiti che riguardano la sfera privata e non costano nulla alla collettività. Ma, più di tutto, mi sembra lontanissimo dall’approccio ebraico questo modo completamente ideologico di affrontare i problemi a forza di slogan e questioni di principio che sembrano non tener conto della realtà, come se le unioni civili e i matrimoni tra persone dello stesso sesso non esistessero in nessun luogo sulla faccia della terra o come se la legislazione italiana potesse concretamente permettersi di ignorare ciò che succede altrove.

Anna Segre, insegnante
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Luoghi ebraici
Ripercorrendo virtualmente l’Europa orientale, sono migliaia le kehillot, le sinagoghe, le yeshivot, i cimiteri rimasti in gran parte abbandonati nella Russia Bianca, in Galizia, in Bucovina, in Bessarabia, o in Volinia. Luoghi ebraici che la Shoah con i suoi orrori, ha spazzato via insieme a milioni di vite, e il socialismo reale dopo, ha difficilmente preservato. Da qualche settimana nel tempo libero, cerco da autodidatta con l’aiuto di foto, di numerosi siti web, di documenti ed indicazioni, di inserirli e di tracciarli su una mappa di Google – soprattutto quelli non già presenti su altre mappe online. Forse questi diverranno degli appunti personali per un futuro viaggio, o forse resteranno soltanto la bozza per un progetto amatoriale.

Francesco Moises Bassano, studente
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Ritorno a Trento 
Nella provincia di Trento, dopo secoli di assenza, la prima presenza ebraica consistente si trova tra le montagne, tra qualche mura e metri quadri: qui tutti i giorni si riuniscono almeno dieci uomini e donne provenienti da tutte le comunità ebraiche del mondo, attorno a una sala e una cucina dove mangiare, camere dove pernottare, una biblioteca dove studiare, un tempio attrezzato dove pregare, un mikve dove fare il bagno rituale.

Ilana Bahbout
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