
Pierpaolo Pinhas Punturello, rabbino
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I
primi versetti della parashà settimanale, Chukkat, descrivono la
complicata mitzvà della parà adumah, la vacca rossa, le cui ceneri
erano alla base di una sorta di miscuglio che serviva a purificare
coloro che erano in stato di impurità e quindi impossibilitati al
sacrificio ed al risiedere nell’accampamento.
Strano passaggio è quello nel quale si afferma che colui che preparava
il miscuglio così come colui che eseguiva la cerimonia di purificazione
diventavano impuri e la persona impura, al contrario, veniva dai primi
purificata.
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Gadi
Luzzatto
Voghera,
storico
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In
un secolo, o poco più, le abitudini possono cambiare anche in maniera
molto profonda. Le comunità ebraiche in questo non fanno eccezione, ed
è compito degli storici cercare di interpretare i segni del tempo e
ricostruire modalità e situazioni che si manifestavano nel passato e
che oggi sono scomparse. Non si tratta di dare giudizi. Non ‘era meglio
allora’, né ‘è meglio oggi'. Si tratta semplicemente di constatare che
le dinamiche sociali e culturali sono in continuo movimento e non
rimanere legati all’idea fasulla che ‘si è sempre fatto così’.
Prendiamo le regole comportamentali in una sinagoga. Se andiamo a
leggere quelle che erano stabilite – per esempio – a Venezia
nell’Ottocento , la distanza con i comportamenti di oggi appare
abissale.
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L'Isis torna a Kobane
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Nuovo
attacco a sorpresa dei miliziani dello Stato Islamico nella città curda
di Kobane, al confine con la Turchia, diventata il simbolo della
resistenza per aver respinto l’esercito del Califfato nel gennaio
scorso dopo una battaglia durata mesi. I jihadisti sono riusciti a
infiltrarsi indossando divise dei peshmerga e dell’esercito siriano,
riconquistando alcuni quartieri della città, punto importante per il
controllo della strategica frontiera con la Turchia, da dove provengono
volontari, armi e rifornimenti. I vertici curdi hanno accusato il
governo di Ankara di aver aiutato i nemici, permettendo loro di entrare
attraverso la Turchia, da cui sono però arrivate smentite (La Stampa).
Parallelamente il Califfato ha scatenato un’offensiva anche contro
Hassakeh, capoluogo dell’omonima provincia nel nord-est della Siria, in
parte controllata dalle formazioni armate curde, in parte dall’esercito
fedele ad Assad. Per gli analisti, riporta Repubblica, l’attacco
combinato costituisce una controffensiva dell’Isis per fermare
l’avanzata delle milizie curde verso Raqqua, dopo essere stato
costretto dai resistenti curdi a ritirarsi da Tel Abyad e Ayn Issa,
lasciando Raqqua, poco distante e maggiore città dello Stato Islamico
in Siria, esposta a un possibile attacco.
Nucleare iraniano, si tratta. È il 30 giugno la data prefissata per
giungere a un accordo sul nucleare iraniano, i cui negoziati finali
avverranno a Vienna, dove sta arrivando oggi il segretario di Stato
statunitense John Kerry. Sarà raggiunto domani dal ministro degli
Esteri di Teheran, Javad Zarif, e dai ministri di Gran Bretagna,
Francia, Germania, Russia e Cina. Ancora numerose le questioni aperte,
tra cui la conoscenza precisa dello stato dell’arte delle ricerche
iraniane in tema di sviluppo nucleare che Teheran vorrebbe comunque
continuare, ma anche le modalità dei controlli sui siti iraniani e
quelle di una eventuale riapplicazione delle sanzioni se l’Iran dovesse
mostrarsi inadempiente. L’Iran dal canto suo ha insistito in caso di
accordo sulla rimozione delle sanzioni dell’Occidente, condizione che
tuttavia difficilmente si verificherebbe per la difficoltà del processo
legislativo negli Stati Uniti e per la presenza del paese nella lista
degli Stati fautori del terrorismo. Nelle ultime settimane, segnala il
Corriere, si è tuttavia scatenata la corsa delle compagnie petrolifere
a riaccreditarsi in vista di una possibile riapertura del mercato
iraniano.
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l'ombra dell'isis sull'attacco odierno Francia, di nuovo l'orrore.
Parigi è pronta a reagire
Il
terrore islamista torna a colpire la Francia, già teatro in questi anni
di azioni sanguinarie rivolte contro la popolazione civile, la comunità
ebraica, i valori fondamentali che vedono uniti tutti i popoli d’Europa
e tutte le nazioni progredite nella loro difesa contro i nemici della
democrazia, del pluralismo e della libertà di espressione.
Con il passare delle ore si fa infatti sempre più concreta la pista che
vede l’estremismo islamico, e in particolare quello legato ai criminali
dell’Isis, dietro all’attacco avvenuto questa mattina in una fabbrica a
Saint Quentin-Fallavier, comune a trenta chilometri da Lione, dove due
uomini hanno fatto irruzione con un’automobile per colpire le bombole
di gas presenti all’interno dell’impianto e generare un’esplosione.
Un corpo decapitato e orribilmente deturpato con scritte in arabo è
stato rinvenuto nei pressi dell’impianto e molte sono le persone ferite
o sotto shock, tra i dipendenti della fabbrica, che hanno dovuto
rivolgersi all’assistenza del servizio di supporto medico e psicologico.
Uno degli attentori, subito fermato, avrebbe mostrato agli agenti che
lo stanno interrogando un drappo dello Stato Islamico. Ancora a piede
libero il suo complice, braccato dalle forze di sicurezza in quella che
è una vera e propria caccia all’uomo (appena saputo dell’attacco, il
ministro dell’Interno Manuel Valls ha ordinato una “vigilanza
rinforzata”).
Tutto il paese si mobilita intanto nelle sue diverse componenti per una
nuova prova di unità, cui non si sottraggono le comunità ebraiche e i
loro rappresentanti.
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ruth dureghello a pagine ebraiche
"Basta rivalità, lavoriamo uniti"
Il
numero di luglio del giornale dell'ebraismo italiano Pagine Ebraiche in
distribuzione pubblica un'ampia intervista a Ruth Dureghello, prima
donna nella storia chiamata a guidare la Comunità ebraica di Roma, che
anticipiamo ai lettori del nostro notiziario quotidiano.
“È
arrivato il momento di mettere da parte ogni rivalità e di lavorare
insieme per il bene di tutti. Affrontando i problemi, tendendo una mano
a chi è in difficoltà, testimoniando quelli che sono i nostri valori e
le nostre eccellenze”. Si presenta con questi propositi Ruth
Dureghello, 48 anni, imprenditrice, prima donna nella storia chiamata a
guidare la Comunità ebraica di Roma, la più antica della Diaspora. Nel
segno di questo convincimento Dureghello, assessore alle scuole del
Consiglio uscente, si candida così a formare un governo unitario in cui
possano trovare voce e rappresentanza anche le altre liste presentatesi
alle urne. E cioè, in ordine di preferenze ottenute, le formazioni
“Israele siamo noi”, guidata da Fiamma Nirenstein; “Menorah” (Maurizio
Tagliacozzo); “Binah” (Claudia Fellus).
La
campagna elettorale ha fatto emergere alcune significative
conflittualità interne all’ebraismo romano. Se l’orizzonte è quella
dell’unità, come possono essere risolte?
Partirei dal riconoscimento che la diversità è una ricchezza, da
valorizzare attraverso un confronto che sia sano e costruttivo. Ce lo
ha indicato con parole magistrali il nostro rabbino capo e io stessa ne
sono fermamente convinta. Quello che ho in mente è di sederci tutti
intorno a un tavolo e di affrontare con trasparenza e professionalità
le scelte che andranno fatte. Esistono idee non sovrapponibili su
alcuni specifici aspetti, è naturale ed è giusto che sia così, ma le
quattro le liste condividono gli stessi valori di base. E questo è un
punto di partenza fondamentale.
Chi è Ruth Dureghello? Come affronta questa sfida?
Sono una persona soddisfatta, fortunata, circondata da persone che mi
vogliono bene. E consapevole del fatto che non vi sia niente di più
bello che adoperarsi per portare risultati alla collettività. Vivere la
Comunità in un certo modo è un impegno gravoso, che porta via molto
tempo e molte energie, ma le soddisfazioni che si hanno in cambio sono
impagabili. Sono emozionata, è inevitabile, ma anche convinta del
contributo che io, singolarmente, e la futura squadra di governo
collettivamente, potremo dare a questa Comunità.
Ripercorrendo le passate esperienze in Consiglio, c’è un momento che si è impresso più di altri nella memoria?
Senz’altro l’incontro tra Gilad Shalit e i nostri ragazzi. Ricordo bene
i suoi occhi e il suo volto prima di entrare. Era un po’ stordito,
forse spaventato da tutto quel calore. Ne è uscito con un sorriso
meraviglioso e commovente, ringraziandoci per il sostegno che questa
Comunità non ha mai fatto mancare ai suoi cari durante i terribili anni
della prigionia a Gaza e il nostro impegno per una più ampia
sensibilizzazione internazionale sulla sua vicenda. Quella giornata
resta indimenticabile, il momento più emozionante dei sette anni
trascorsi come assessore alla scuola.
Quale invece il momento più difficile?
Le ore successive all’attentato alla scuola ebraica di Tolosa sono
state particolarmente complesse. Anche se, purtroppo, la Comunità
romana non è nuova a situazioni di questa portata e drammaticità.
Ricordo che il mio primo pensiero fu quello di fare qualcosa insieme ai
nostri fratelli francesi. Pensiero da cui è poi scaturito un
gemellaggio, attraverso il quale abbiamo tenuto viva la memoria di chi
non c’è più ma anche intavolato una collaborazione e uno scambio
culturale che sta proseguendo con successo.
La minaccia del terrorismo accomuna tutte le scuole ebraiche del mondo,
ma è nostro dovere essere forti e non cedere mai alla paura e
all’angoscia. La nostra Comunità ha dato una grande lezione di maturità
in questo senso.
Quali sono le sfide più importanti per la Comunità? Quali i temi da affrontare con maggiore urgenza?
Sono molteplici, per certi versi indipendenti, per certi versi
trasversali. C’è una crisi che morde e il lavoro che ne risente, con
alcune categorie particolarmente esposte che godranno di tutto il
nostro supporto. E di conseguenza c’è anche un impegno sul sociale da
svolgere in continuità con quella che è stata l’esperienza, largamente
apprezzata, della passata consiliatura. E naturalmente la scuola, con i
programmi per il prossimo anno da predisporre al più presto. E ancora i
giovani, il bilancio, l’organizzazione generale della Comunità. Tutti
temi che voglio affrontare “da Ruth”.
E questo cosa significa?
Capacità di ascoltare e di sedersi al tavolo senza pregiudizi. Tanta
passione. La voglia di guardare sempre avanti, come mi ha insegnato
anche il mio predecessore.
E dagli altri Ruth cosa si aspetta?
Tre cose: lealtà, fiducia e rispetto.
Adam Smulevich
(Pagine Ebraiche luglio 2015)
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oggi la firma in vaticano L'accordo tra Santa Sede e Anp Israele: "Minaccia alla pace"
“Un
accordo che danneggia le trattative di pace e che depotenzia lo sforzo
internazionale di far tornare l’autorità palestinese a negoziati
diretti con la controparte israeliana”. È quanto si legge in una nota
diffusa dal ministero degli Affari Esteri d’Israele in risposta al
nuovo accordo siglato oggi in Vaticano in cui si riconosce l’esistenza
giuridica di uno Stato palestinese relativamente agli “aspetti
essenziali della vita e dell’attività della Chiesa” nei territori
governati dall’Anp e che arriva dopo l’approvazione di una bozza
d’intesa e il caloroso abbraccio, appena un mese fa, tra Bergoglio e
Abu Mazen. Nella nota, che denuncia con ferme parole l’unilateralità
dell’accordo, si legge inoltre: “Il documento verrà studiato
approfonditamente così da trarre eventuali implicazioni nei rapporti
tra Israele e Santa Sede”.
Dell’accordo e delle sue conseguenze si era parlato anche nella
giornata di ieri, nel corso di un confronto avuto da una delegazione
del B’nai B’rith International, tra le più antiche associazioni
ebraiche al mondo, con Bergoglio e con alcuni alti funzionari vaticani.
Nella folta delegazione, guidata dal presidente Allan Jacobs, anche i
vicepresidenti Daniel Mariaschin e Daniel Citone, il presidente europeo
Erika van Gelder, il presidente della sezione romana Sandro Di Castro.
“È stato un incontro all’insegna della cordialità e della volontà di
affrontare temi importanti insieme. Punti di incontro e dialogo, ma
anche divergenze. Come nel caso di un riconoscimento, quello dello
Stato palestinese, che ha suscitato non poche perplessità non solo in
Israele ma in tutto il mondo ebraico” racconta Citone a Pagine
Ebraiche.
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spettacolo - intrecci identitari nella serie cult
La battaglia del pasto casher
“Orange
is the new black” è una di quelle serie tv che fin dall’episodio pilota
è stata accolta a braccia aperte dai critici televisivi statunitensi
che non hanno potuto fare altro se non riporre la loro penna affilata
nel taschino e stare a guardare le bislacche avventure delle
protagoniste. Perché, per prima cosa, è ambientato in un carcere
femminile (da qui il riferimento alla divisa arancione del titolo) e,
in secondo luogo, non si esime dall’affrontare temi scottanti e
raccontare le diversissime provenienze culturali ed etniche delle
galeotte. Lasciava perplessi dunque la mancanza di un qualche
riferimento ebraico nella serie, se non per quel Larry Bloom promesso
sposo dell’interprete principale che ogni tanto faceva banali
riferimenti all’opprimente jewish mother. Niente di significativo fino
all’arrivo della terza stagione, più jewlicious che mai. La creatrice
Jenji Kohan, originaria di una famiglia ebraica di Brooklyn, ha deciso
di evitare accuratamente le ennesime scene di sedarim di Pesach e
appiccicose feste di Chanukkah per poter calare l’identità religiosa in
perfetta armonia con la trama e l’ambientazione della serie. Il
pretesto infatti non è altro che una protesta da parte delle carcerate
per ottenere i saporiti pasti casher in sostituzione delle rancide
bustine sottovuoto. Una battaglia che fa suonare qualche campanello
nelle orecchie degli americani e riporta alla mente l’ampio reportage
pubblicato un anno e mezzo dal New York Times intitolato “Non devi
essere ebreo per poter amare il pasto casher”. Sono infatti sempre più
in crescita, rilevava il Times, le richieste di ricevere nelle carceri
cibi cucinati secondo le norme ebraiche, nella speranza che siano più
freschi e delicati. Attenzione però: costerebbero quattro volte più di
un pasto normale.
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Non allontaniamoci da Israele |
Il
Family Day ha suscitato in me un profondo senso di estraneità e di
disagio per i toni e il linguaggio usati e per la mancanza di rispetto
nei confronti delle stesse persone con cui gli ebrei hanno spesso
condiviso discriminazioni e persecuzioni; inoltre faccio davvero fatica
a capire come ci si possa sentire danneggiati dai diritti altrui in
ambiti che riguardano la sfera privata e non costano nulla alla
collettività. Ma, più di tutto, mi sembra lontanissimo dall’approccio
ebraico questo modo completamente ideologico di affrontare i problemi a
forza di slogan e questioni di principio che sembrano non tener conto
della realtà, come se le unioni civili e i matrimoni tra persone dello
stesso sesso non esistessero in nessun luogo sulla faccia della terra o
come se la legislazione italiana potesse concretamente permettersi di
ignorare ciò che succede altrove.
Anna Segre, insegnante
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Luoghi ebraici
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Ripercorrendo
virtualmente l’Europa orientale, sono migliaia le kehillot, le
sinagoghe, le yeshivot, i cimiteri rimasti in gran parte abbandonati
nella Russia Bianca, in Galizia, in Bucovina, in Bessarabia, o in
Volinia. Luoghi ebraici che la Shoah con i suoi orrori, ha spazzato via
insieme a milioni di vite, e il socialismo reale dopo, ha difficilmente
preservato. Da qualche settimana nel tempo libero, cerco da autodidatta
con l’aiuto di foto, di numerosi siti web, di documenti ed indicazioni,
di inserirli e di tracciarli su una mappa di Google – soprattutto
quelli non già presenti su altre mappe online. Forse questi diverranno
degli appunti personali per un futuro viaggio, o forse resteranno
soltanto la bozza per un progetto amatoriale.
Francesco Moises Bassano, studente
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Ritorno a Trento |
Nella
provincia di Trento, dopo secoli di assenza, la prima presenza ebraica
consistente si trova tra le montagne, tra qualche mura e metri quadri:
qui tutti i giorni si riuniscono almeno dieci uomini e donne
provenienti da tutte le comunità ebraiche del mondo, attorno a una sala
e una cucina dove mangiare, camere dove pernottare, una biblioteca dove
studiare, un tempio attrezzato dove pregare, un mikve dove fare il
bagno rituale.
Ilana Bahbout
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