David
Sciunnach,
rabbino
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“...
il dono di corruzione rende ciechi gli occhi dei Saggi e distorce le
giuste Leggi...” (Devarìm 16, 19). Il Grande Admòr Rabbì Yehudà Lieb
Alter di Gur, conosciuto come Sefàt ‘Emèt dice a proposito di questo
verso: da questo divieto della Torah è possibile imparare in senso
inverso un insegnamento positivo. Cioè che a chi si allontana da
qualsiasi corruzione e inciampo, e insegue la verità, gli occhi si
apriranno e si illumineranno così che potrà percepire la verità.
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David
Assael,
ricercatore
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Esiste
un principio ermeneutico per cui il significato di una frase va letto
alla luce dell'intero testo. Una regola che sarebbe bene applicare
anche alla politica. Matteo Salvini sta preparando il suo tour
propagandistico d'autunno con diverse tappe, tra cui Israele, dove il
leader leghista ha in programma un incontro con Liberman e, se
possibile, Netanyahu. Quando gli si chiede dei rapporti con Casa Pound,
Salvini, senza imbarazzo, dichiara che i problemi di Bibi sono Hamas,
l'Iran e l'Isis non certo i neofascisti romani. Si ripropone, così, il
vecchio schema secondo cui il nemico del mio nemico è mio amico. Si
spera che gli israeliani rifiutino sdegnati di fare da foglia di fico a
chi sta usando parole, che se fossero state rivolte ai profughi ebrei
nelle varie migrazioni verso tanti Paesi, sarebbero studiate a scuola
come esempio di antisemitismo mondiale. Si è arrivati in passato ad
appoggiare governi impresentabili, che facevano ridere tutto il mondo,
infarciti dei vari Ciarrapico e La Russa (che, va ricordato, conserva
nel suo studio milanese un bel busto del Duce in bella mostra) in nome
di una presunta ragion di Stato che nulla, ma dico nulla, ha portato a
Israele. Il nemico del mio nemico è mio amico? Dipende chi è.
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Libia, i paesi arabi
cercano l'unità |
È statapositiva ma cauta la risposta data dal vertice straordinario dei paesi
della Lega Araba convocato ieri al Cairo in seguito alla richiesta del
governo libico di Tobruk di assistenza militare per affrontare l'Isis.
In attesa di una risposta definitiva, nel comunicato congiunto diffuso
al termine della riunione si sottolinea che data la difficile
situazione vi è urgente bisogno di pianificare una strategia araba che
agisca direttamente sul campo, che comprenda anche la relativa
assistenza militare alla Libia per affrontare la minaccia del
Califfato. Nessuna azione concreta viene però specificata, sottolinea
il Corriere della sera, se non l'appuntamento con una nuova riunione il
27 di agosto, sempre al Cairo. Il quotidiano riporta inoltre che nel
frattempo a Palmira, in Siria, il capo del sito archeologico Khaled
Assad è stato decapitato dai miliziani dello Stato Islamico.
“Fermate Corbyn, è negazionista”.
È bufera su Jeremy Corbyn, candidato favorito alle primarie che
sanciranno la leadership del partito laburista britannico, attaccato
dal giornale ebraico Jewish Chronicle per aver preso parte ad alcuni
eventi del Deir Yassin Remembered, gruppo fondato dal negazionista
della Shoah Paul Eisen. In risposta, Corbyn ha negato simpatie
negazioniste o antisemite e ha dichiarato di aver frequentato Eisen
quando ancora non prendeva queste posizioni (Corriere).
Urtisti, c'è una proposta. Piazza
Risorgimento, largo del Colonnato, via della Conciliazione. Queste le
possibili destinazioni degli urtisti, i venditori di ricordi
allontanati lo scorso luglio dall'area del Colosseo e dei Fori
Imperiali. Questa, secondo il Messaggero, la soluzione individuata dal
gabinetto del sindaco Marino.
Bds, vergogna europea. La
Stampa racconta la vicenda che coinvolge il cantante ebreo newyorchese
Matisyahu, che ha annunciato che non si esibirà al festival Rototom
dopo la richiesta preventiva degli organizzatori di una dichiarazione a
favore della nascita di uno Stato palestinese. Questo ed altri episodi
nella cronaca del “tranquillo week end antisemita” che appare oggi sul
Foglio.
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Leggi
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qui roma - parla il leader degli urtisti
"Vogliamo rimanere al Colosseo.
Altre proposte non praticabili"
“Leggo
sulla stampa romana che per gli urtisti sarebbero stati pensati degli
spazi tra piazza Risorgimento e via della Conciliazione. È una cosa
tutta da verificare. E se fosse vero, sarebbe inaccettabile”.
Fabio Gigli (nell'immagine), storico presidente di categoria, parla a
cuore aperto con Pagine Ebraiche. “Gli accordi erano altri – sostiene –
e altre le prospettive. C'era stato garantito che saremmo tornati, in
posizioni diverse, nell'area del Colosseo. Più passa il tempo e più
quelle rassicurazioni sembrano perdere valore”.
È passato oltre un mese dal trasloco ordinato dall'Amministrazione
capitolina. Un mese in cui gli urtisti, gli ambulanti che esercitano
questa professione dall'Ottocento (ad autorizzarli un provvedimento del
papa), hanno continuato ad alzare la voce contro quella che ritengono
un'ingiustizia: l'accostamento ad alcune realtà protagoniste del
degrado urbano. Parole di fuoco contro il loro trasferimento, veicolate
anche attraverso i social network, e denuncia quotidiana dell'emergenza
sociale in cui versa l'intera categoria. Nelle nuove postazioni di via
di San Gregorio, conseguenza di un flusso turistico assai meno
significativo rispetto a prima, i più favoriti non riuscirebbero
comunque a raggiungere la soglia di sopravvivenza. Lo aveva raccontato
lo stesso Gigli, in un'intervista al nostro notiziario quotidiano di
qualche giorno fa.
“Avevamo una stagione, sei mesi al massimo, di lavoro al Colosseo. Non
ce l'abbiamo più. Altre soste – afferma oggi il leader urtista – non
valgono niente”. Perché, afferma, un conto è sacrificarsi e trovare una
mediazione. Un conto invece è morire. “Ho la sensazione che ci stiano
proponendo il suicidio. E di andare incontro allo stesso con il
sorriso. Mi spiace, non ci sto”.
Tra le misure allo studio anche l'organizzazione di un presidio per
fine mese, quando gran parte dei romani sarà tornato in città. “Faremo
senz'altro qualcosa – annuncia – ci stiamo lavorando”. L'idea è quella
di una manifestazione ad oltranza. Cioè fino a quando, conclude Gigli,
“non si vedranno dei risultati”.
Adam Smulevich twitter @asmulevichmoked
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le rivelazioni dello storico patrice gueniffey
Bonaparte e gli ebrei francesi.
Qualche ombra, molte luci
“Fu
vera gloria?”, si chiedeva Manzoni in quel fatidico 5 maggio, senza
potersi dare una risposta. D'altra parte anche i posteri a cui aveva
delegato il giudizio hanno qualche difficoltà, considerato quanto
complessa fu la figura di Napoleone. Ad esempio, è possibile dire se fu
un vero bene o un vero male per gli ebrei? A Patrice Gueniffey, storico
francese direttore del Centre de recherche politiques Raymond Aron
dell'Ecole des hautes études en sciences sociales di Parigi, l'ardua
sentenza. In occasione dell'uscita della traduzione in inglese della
sua biografia “Bonaparte: 1769-1802” (Harvard University Press, in
Francia edito da Gallimard nel 2013), il giornale ebraico statunitense
The Forward pubblica un'intervista in cui l'autore dà una risposta
chiara alle molte domande e ai molti dubbi che riguardano il rapporto
di Napoleone con gli ebrei, dimostrando che sebbene egli non nutrisse
un sentimento particolarmente positivo o particolarmente negativo nei
loro confronti, gli anni del suo impero ebbero in ultima analisi buone
conseguenze per la popolazione ebraica francese ed europea.
“Le sue politiche per quanto riguarda la comunità ebraica in Francia e
nell'Impero promossero l'assimilazione nella nazione francese”, spiega
Gueniffey. “La rivoluzione francese liberò gli ebrei ma non li
assimilò. Napoleone riprese la situazione in mano e decise di fare per
gli ebrei quanto aveva fatto anche per le altre religioni, e la
comunità ebraica francese divenne la più assimilata del 19esimo secolo”.
Secondo lo storico dunque, l'uomo che aprì i ghetti “non fu né
antisemita né filosemita, non provò né simpatia né ostilità”. Ma in
realtà, come per ogni storia straordinaria, non mancano racconti
collaterali, tradizioni e qualche leggenda in entrambi i sensi.
Tanto per cominciare, ovviamente, non è mancato chi si è chiesto
addirittura se Napoleone stesso avesse origini ebraiche. Se da una
parte è vero che a Bonifacio, nella Corsica in cui era nato, c'era una
comunità molto radicata composta tra l'altro da numerosi italiani, e lo
storico Jules Michelet tra gli altri sosteneva che lo fosse, Gueniffey
non può sbilanciarsi: “Non possiamo saperlo. La famiglia diNapoleone
veniva dalla Toscana, ma chi può dirlo? È possibile, tuttavia i suoi
rapporti con le religioni e le etnie erano sempre di natura politica.
Quando aveva a che fare con cristiani, musulmani e altri, le uniche a
contare erano le considerazioni politiche, mai quelle religiose”. In
ogni caso, molti ebrei del tempo vedevano nel condottiero un
benefattore, e le tracce si possono ancora riscontrare nell'onomastica.
Fu Primo Levi ad esempio a notare come in Italia alcuni ebrei
chiamarono i figli Napoleone in suo onore, e in Germania, quando gli
ebrei adottarono i cognomi, alcuni scelsero Schöntheil, la traduzione
di Bonaparte in tedesco. Lo stesso tipo di calco semantico avvenne in
Francia, dove gli ebrei scrissero preghiere in ebraico in lode di
Napoleone chiamandolo “Helek Tov”, ovvero una letterale traduzione di
“bona-parte”.
Grazie all'abolizione dei ghetti e dell'assegnazione dei diritti civili
agli ebrei, convocando tra le altre cose anche un consiglio che chiamò
Sanhedrin, Napoleone venne descritto come una sorta di salvatore nelle
leggende della letteratura hassidica, e in effetti si guadagnò
l'ammirazione del rav Nahman di Bratslav e del rav Menahem Mendel di
Rymanov. In relazione a questo anche Gueniffey non esita a ricordare
come egli combattesse davvero in prima linea sul fronte
dell'emancipazione: “Al tempo c'era ancora una forte ostilità nei
confronti degli ebrei in Italia e in Alsazia. La politica di Bonaparte
nell'accentrare tutte le religioni sotto il controllo e la sorveglianza
del governo – spiega – fu implementata contro una forte reticenza sia
tra i suoi collaboratori sia nella Chiesa cattolica”. Ma naturalmente
tutto questo non fu compiuto senza un ragionamento e un interesse di
tipo politico-militare, e infatti lo storico sottolinea come per
Napoleone un risultato naturale di tale emancipazione sarebbe stato che
molti ebrei si sarebbero arruolati fra le sue truppe. “Nei suoi
discorsi insisteva moltissimo sul fatto che mettersi a servizio della
patria coincidesse con il servizio nell'esercito. Egli non aveva
pregiudizi ed egiziani, sudanesi ed ebrei di Alessandria erano tutti
integrati nella Guardia Reale. D'altra parte – aggiunge – non provava
però affetto per nessuno”.
Certo, esistono anche testimonianze anche di una certa antipatia. Nel
1817, mentre era in esilio sull'isola di Sant'Elena, l'Imperatore
scriveva al Generale Gaspard Gourgaud: “Gli ebrei sono un popolo
cattivo, vile e crudele”, mentre nel 1808 in una lettera a suo fratello
li aveva definiti “il più disprezzabile dei popoli”, o anche
“cavallette che devastano la Francia” e in molti altri modi piuttosto
aggressivi. Ciononostante, Gueniffey invita comunque alla cautela.
Innanzitutto perché il linguaggio politico del tempo era molto più
brutale di quello di oggi, e in ogni caso perché è necessario tenere
conto del contesto, specialmente per ciò che scrisse mentre si trovava
a Sant'Elena. “Risalenti allo stesso periodo – argomenta lo storico –
vengono citati commenti del medesimo tipo anche riguardo agli spagnoli.
Come ogni altra persona che usa molte parole e dà molti comandi, si
possono trovare in ciò che dice affermazioni di diverso tipo, e
soprattutto c'è sempre una differenza tra i commenti privati di
Napoleone e gli atti pubblici. Fare del bene a una comunità – la sua
tesi – non significa per forza amarla. Ciò che è vitale per un leader è
capire di cosa c'è bisogno in un determinato momento e portare avanti
una precisa politica in quel senso”. Da tale esigenza nascono dunque ad
esempio le riforme per integrare maggiormente gli ebrei ashkenaziti, a
cui concesse la cittadinanza, e la convocazione dei Sanhedrin. Per
spiegare meglio questo concetto, Gueniffey usa un esempio tratto dalla
storia personale di Bonaparte. Sebbene avesse voluto molti neri nella
sua Guardia Imperiale, quando venne a sapere che sua sorella aveva una
storia con il fratello dello scrittore di origini africane Alexandre
Dumas, si infuriò. “Ma le politiche e gli interessi nazionali sono
un'altra questione – osserva lo storico – e Napoleone deve essere
giudicato per questo più che per i suoi commenti privati. È stato uno
dei leader europei che ha basato la sua azione sull'ideale
dell'interesse nazionale, sempre mettendo da parte le sue
considerazioni personali”.
Francesca Matalon twitter @fmatalonmoked
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dafdaf estate
Sulle note di Summertime
L’estate
sta finendo, si avvicina l’inizio della scuola. Il pensiero è già alle
prossime feste, ma ci sono ancora i compiti delle vacanze da finire…
Fra la spiaggia e una passeggiata in montagna, fra un’espressione e i
quaderni d’italiano, a riportare il pensiero all’estate pensa il numero
59 di DafDaf, grazie all’ebraista e musicologa Maria Teresa Milano, che
racconta ai giovani lettori la storia di una delle canzoni più famose
del mondo: Summertime.
È
tempo d’estate, ragazzi, e le diamo il benvenuto con Summertime, una
delle canzoni più famose al mondo, che risuona da 80 anni, ovvero da
quell’autunno del 1935 quando fu messa in scena per la prima volta
l’opera folk Porgy and Bess.
Chi di voi non ha mai sentito almeno una delle 25.000 versioni esistenti?
C’è quella originale classica con orchestra sinfonica e voce solista e
spesso l’interprete ha un’impostazione lirica che personalmente non amo
granché, visto che Summertime non è un’aria di Verdi ma una canzone per
un musical americano.
E poi il testo è stato scritto pensando a una mamma che canta per il
suo bambino “Tempo d’estate, la vita è easy...”. Immaginate come
potrebbe essere easy la vita per un bambino con una mamma che ulula in
quel modo.
Guardatevi su youtube il flash mob dell’opera di Tel Aviv al mercatino delle pulci di Jaffa antica e capirete cosa intendo.
L’autore di Summertime è George Gershwin, figlio di una coppia di ebrei
che nella seconda metà dell’800 lasciano la povertà del loro piccolo
shtetl in Ucraina per rifarsi una vita a Brooklyn. Fin da bambino
George dimostra un grande talento musicale, studia pianoforte e ancora
ragazzo comincia a esibirsi nei locali newyorchesi.
George cresce con la tradizione ebraica dell’est Europa e con le
sonorità della musica afroamericana degli anni ’20 e ’30 e in effetti
secondo i musicologi, nelle sue composizioni è evidente l’intreccio tra
le due culture.
Per
esempio in Summertime c’è chi giura di riconoscere al tempo stesso echi
di antichi spiritual come Sometimes I feel like a motherless child e di
due ninne nanne in yiddish: Pipipipi (russa) e Oi Khoydt Son kolo Vikon
(ucraina). Non a caso nel corso degli anni il brano ha affascinato
entrambi gli ambienti.
Tutti i grandi del jazz come Louis Armstrong, Ella Fitgerald e Sarah
Vaughan, tanto per nominare solo i mostri sacri, si sono cimentati con
Summertime e se i jazzisti improvvisano sul tema usando armonie e ritmi
della musica afroamericana, dal canto loro i gruppi klezmer fanno
“quadrare il ritmo” e giocano sulla melodia inserendo modelli della
musica ebraica e russa.
E poi c’è chi celebra la fusione delle due tradizioni cantando la
versione in yiddish con il sound dei Jazz Club di Tel Aviv o New York.
Se la cosa vi incuriosisce, provate a cercare su youtube:
Summertime-Zumertsaytdi Roman Grinberg & Jerusalem Market con Sveta
Kundish.
George Gershwin era figlio di un incrocio di tradizioni, la sua musica
era per neri e bianchi, per bluesman e musicisti classici ed
evidentemente questa sua capacità di essere senza confini netti spinge
a sperimentare. Ed ecco sono nate le versioni rock (ad esempio quella
dei REM o di Janis Joplin), pop/soul (Norah Jones) e ska (Pannonia
Allstars Ska Orchestra), tanto per dirne alcune.
25.000 versioni in 80 anni è davvero un numero straordinario e un
grande omaggio a Gershwin, che resta uno dei compositori più grandi del
‘900.
Maria Teresa Milano
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Ticketless
- Piange il clown |
Sarei
disposto a pagare una bella cifra per il biglietto, pur di vedere “The
Day the Clown Cried”, il film perduto di Jerry Lewis sulla Shoah. Lewis
ha 89 anni e sappiamo che ha posto un veto alla Biblioteca del
Congresso: non si potrà vedere questo suo lavoro se non dieci anni dopo
la morte. Il frammento che si vede su Youtube non fa che incrementare
il rammarico per la lunga – speriamo lunghissima – attesa. Vorremmo che
Jerry emulasse Matusalemme, ma la prudenza di Lewis, soprattutto in
rapporto alla fretta di Benigni e dei suoi milioni di spettatori
ridenti e appagati, merita una riflessione. Per questo dissento dalla
conclusione di Maurizio Molinari (“La Stampa”, 11 agosto scorso).
Ridenti e appagati di fronte al frettoloso “La vita è bella” si
sono dimostrati nel 1998 migliaia di spettatori, anche israeliani, se
non ricordo male. Il successo fu planetario.
Lewis e Benigni hanno avuto - è vero - la stessa intuizione. Il clown
possiede le chiavi del pianto, più che del riso, ma davanti alla
dimensione dello sterminio, Lewis ha capito una cosa su cui Benigni ha
allegramente sorvolato, pur di agguantare il successo commerciale.
Davanti ad un simile argomento il clown, pur consapevole della sua
bravura, non deve avere fretta. Soprattutto, il novantenne Lewis manda
a dire al nostro sempre giovane Roberto nazionale che non ci si deve
mai accontentare.
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Alberto Cavaglion
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Periscopio
- La pace lontana |
Purtroppo
- e sottolineo il 'purtroppo' -, come sa chi legge le mie piccole note
settimanali, sono sempre stato assolutamente pessimista su una
possibile soluzione pacifica, in tempi ragionevolmente brevi, del
conflitto mediorientale. I motivi del mio pessimismo sono molteplici, e
tra questi c'è la radicata convinzione che le sorti di quel conflitto
non si decidano in quella terra contestata, ma soprattutto altrove.
Molti sognano una nuova bella stretta di mano tra i leader dei due
popoli, al cospetto di tante autorità mondiali, tra sorrisi e applausi,
per poter dire, finalmente, basta alle ostilità. Ma quella stretta di
mano non ci sarà mai, o sarà solo una scena del tutto inutile e
illusoria, se, nel frattempo, non avranno cessato le loro velenose
attività i tanti malevoli seminatori di odio sparsi per il mondo, il
cui unico obiettivo pare quello di rinfocolare, giorno per giorno, il
rifiuto e l'eterna criminalizzazione di Israele: che è poi, a mio
giudizio, la prima radice del conflitto.
Tra questi protagonisti, lontani e maligni, un posto di grande rilievo
hanno i promotori della sinistra campagna di BDS
(Boicottaggio-Disinvestimento-Sanzioni), volta, com'è noto, a
promuovere, a ogni livello, l'emarginazione e l'isolamento
internazionale dello stato ebraico.
Tra i leader mondiali di tale movimento figura, da alcuni anni, Roger
Waters, ex leader dei Pink Floyd, il cui pensiero abbiamo potuto
conoscere più da vicino attraverso una lunga intervista (ripresa da
Haaretz) pubblicata su la Repubblica dello scorso 9 agosto, nella quale
il musicista illustra ai lettori le ragioni che lo spingono ad avere
dedicato la sua vita alla nobile causa (manda lettere di rimprovero a
tutti gli artisti che osino esibirsi in Israele), il cui obiettivo
finale è per lui molto chiaro: "un unico stato democratico, laico, con
pari diritti per tutti, suffragio universale, parità di diritti sulla
proprietà, libertà assoluta di religione". Che bello.
Alla domanda dell'intervistatore, riguardo alla possibilità di tornare
a suonare in Israele, la risposta è che ciò avverrà "quando vedremo che
ce l'abbiamo fatta"... Allora verrò e suonerò tutto The
Wall".
Non si può negare a Waters il pregio della chiarezza: "un unico stato".
Cioè, se due più due fa quattro, la scomparsa di Israele. É in questo
"ex Israele" che Waters, un domani, verrà a suonare. Non ci risulta che
nessun esponente di BDS abbia preso le distanze dall'ex rock star, e
abbia detto che le sue sono posizioni personali.
Da qui le ragioni del mio pessimismo. Che consistono, essenzialmente,
nella consapevolezza di quanto lunga, impervia, difficile, tortuosa sia
la strada per la pace in Medio Oriente, che comporta una lotta
quotidiana non solo contro terroristi, assassini, sequestratori e
lanciatori di razzi di ogni risma, ma anche contro personaggi come
Waters. Nessuna stretta di mano, nessuna bella cerimonia pubblica su
qualche prato verde porrà fine al loro veleno.
Occorre tanta, tantissima strada da fare per raggiungere la pace, e per
essere completamente sicuri, al di là del minimo dubbio, che mai, ma
proprio mai, almeno per i prossimi centomila anni, Waters possa venire
nell'"ex Israele" per suonare The Wall.
Francesco Lucrezi, storico
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