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30 dicembre 2015 - 18 Tevet 5776
PAGINE EBRAICHE 24

ALEF / TAV DAVAR PILPUL

alef/tav
David
Sciunnach,
rabbino
“…Ecco se i figli d’Israele non mi hanno dato ascolto come potrà il faraone ascoltare me, che io sono impedito sulle labbra?” (Shemòt 6, 12). Il Grande Rabbì Yehudà Lieb Alter di Gur, conosciuto per il suo commento come Sèfàt ‘Emèt, ci dice a proposito di questo verso: Quando i figli d’Israele non vogliono sentire le parole della loro guida, questo non ha la possibilità di influenzare nulla, poiché la forza di un leader viene da coloro che lo seguono.
 
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David
Assael,
ricercatore
Alle considerazioni di Anna Foa riguardo l’ormai famoso video del matrimonio ebraico con mitra, coltelli e foto del bambino palestinese vittima dell’attentato dell’estate scorsa, se ne possono aggiungere alcune di natura politica.
La fortuna è che l’informazione generalista non è certo propensa ad analisi di politica estera perché se queste immagini raggiungessero un ampio pubblico qui da noi, sarebbe la fortuna dei vari Manlio Di Stefano, che attendono la prova provata che dimostri che Israele è uno Stato razzista e criminale. Poi, vai a spiegare che l’indignazione parte, anzitutto, dall’interno di Israele, che questi gruppi sociali rappresentano un’esigua minoranza di estremisti favoriti da un contesto mediorientale a dir poco confuso, che in Israele vivono un milione e mezzo di musulmani, i quali hanno diritti che in Italia le minoranze religiose non si sognano neanche.
 
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Siria, nuovi raid mirati
È stato eliminato con un raid aereo in Siria, Charaffe al Mouadan, uno degli uomini legati alla rete terroristica responsabile della strage di Parigi dello scorso 13 novembre. Il nome di Mouadan, riporta La Stampa, è emerso grazie al racconto di due testimoni sopravvissuti all’attentato al Bataclan. In quei drammatici minuti infatti uno degli attentatori aveva chiesto all’altro se avesse intenzione di chiamare “Souleymane”, nome di battaglia di Mouadan. A Damasco i raid russi hanno inoltre eliminato Zahran Allouche, uno dei leader dei ribelli anti-Assad e “uomo dei sauditi”, accusato di essere il responsabile di uno dei massacri in cui furono uccisi decine di alawiti, cristiani, drusi e ismaeliti.
Lotta al terrorismo anche in Occidente: in Belgio sono stati arrestati due sospetti jihadisti che avrebbero dovuto colpire a Capodanno, mentre a Padova è stato espulso un cittadino marocchino che si era dichiarato pronto “a far esplodere Roma”.
 
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  davar
spotlight - la mostra al london jewish museum
Il sangue che unisce e che divide
“Ma un ebreo non ha occhi? Un ebreo non ha mani, organi, misure, sensi, affetti, passioni, non mangia lo stesso cibo, non viene ferito con le stesse armi, non è soggetto agli stessi disastri, non guarisce allo stesso modo, non sente caldo o freddo nelle stesse estati e inverni allo stesso modo di un cristiano? Se ci ferite noi non sanguiniamo?”. È il monologo di Shylock, il tanto vituperato mercante ebreo creato dal drammaturgo William Shakespeare che, scritto sui muri del Museo ebraico di Londra, ci guida all’interno di una delle mostre più provocatorie, intelligenti e inevitabilmente necessarie che siano mai state realizzate.

Blood – Uniting and Dividing, l’esposizione che sarà possibile visitare fino al 28 febbraio del 2016, si interroga sul tema che racchiude in sé drammi, rituali, identità e persecuzioni: il sangue. Cosa simboleggia il sangue nell’ebraismo? Perché esso è un fondamentale regolatore della vita religiosa? Come è arrivato ad essere il pretesto per dare il via a violenti episodi di antisemitismo fino all’ignominiosa accusa di omicidi rituali? Blood tenta di rispondere a tutto questo, e lo fa offrendo allo spettatore un percorso assai complesso che si muove in parallelo su due fronti: il sangue come protagonista principale dell’esistenza di ogni ebreo e il sangue come scusa per isolare le comunità della diaspora fino a volerne, giunti all’estremo, l’annientamento.
Gli utensili esposti raccontano riti come la circoncisione o la macellazione degli animali, che devono essere dissanguati poiché cibarsi di sangue significherebbe violare la vita, la loro anima (tra le testimonianze offerte, un vecchio manuale marocchino nel quale si indicava la corretta casherizzazione degli alimenti). Le iconografie illustrano poi come Pesach, la Pasqua ebraica, abbia diversi simboli che la legano fortemente al sangue: la prima piaga mandata dal Signore agli egiziani per liberare gli ebrei dalla schiavitù fu la tramutazione di acqua nel sangue e gli stessi ebrei dovettero apporre del sangue di agnello sulle loro porte per essere protetti dall’ultima piaga: la morte dei primogeniti.

Pagine Ebraiche, gennaio 2016
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qui roma - sapori
Raccontarsi davanti ai fornelli
La Roma ebraica si racconta. All’interno di un contenitore d’eccezione: Gambero Rosso Channel, canale televisivo tematico di Sky che ha affidato alla cuoca Laura Ravaioli la conduzione di sei puntate dedicate alla tradizione culinaria giudaico-romanesca in onda a partire da fine gennaio.

“Un prodotto costruito, molto più di una semplice chiacchierata in cucina. Un approfondimento a 360 gradi sull’ebraismo in questa città, i suoi personaggi, le sue storie e le sue tradizioni. Partendo dal cibo, ma andando anche oltre” anticipa la chef, che i nostri lettori conoscono per le sue apprezzatissime ricette su Pagine Ebraiche.
Il set nella casa di Laura, che ogni mese aprirà le porte a ospiti diversi. Tra i protagonisti – annuncia – la presidente della Comunità romana Ruth Dureghello, il rabbino capo Riccardo Di Segni, il Testimone della Shoah Alberto Mieli, la preside Milena Pavoncello.
E ancora, tra gli altri, rav Pino Arbib spiegherà come viene macellata la carne, Claudio Procaccia ripercorrerà la storia della Comunità nei secoli del Ghetto, Giordana Sermoneta reciterà alcuni sonetti di Crescenzo del Monte.

(Nell’immagine Laura Ravaioli con il ristoratore Marco Sed)
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una nuova vittima del terrorismo palestinese
Genadi Kaufman (1974 - 2015)
Lavorava duramente per sfamare la famiglia, faceva il giardiniere a Ma’arat HaMachpelà, la Tomba dei Patriarchi di Hebron, e lascia due figli, uno più grande che fa il soldato e una bambina di 7 anni. Viene ricordato così Genadi Kaufman, 41 anni, il civile israeliano morto stamattina dopo tre settimane di agonia a seguito di un accoltellamento perpetrato da un terrorista palestinese.
Il 7 dicembre Kaufman era stato ripetutamente colpito da Ihab Maswada, 21 anni, alla fermata dell’autobus di Hebron prossima alla Tomba dei Patriarchi in quella che è ormai tristemente nota come l’Intifada dei coltelli. “Questa mattina – ha dichiarato il premier Benjamin Netanyahu, commentando il delitto – voglio dire a chiunque voglia allontanarci dalla Tomba dei Patriarchi che, eccetto che per qualche anno dell’ultimo secolo, noi siamo stati qui per 4000 anni. E rimarremo qui per sempre”.
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presidenziali americane
Bernie, Hillary o The Donald?

I rabbini prendono posizione
A quanto pare, per diventare presidente degli Stati Uniti d’America occorrono uno slogan accattivante (il famoso “Yes we can” di Barack Obama dimostra che non ci vuole nemmeno troppa fantasia), un logo memorabile (ancora c’è chi ricama sul fatto che la ‘H’ di Hillary Clinton ricordi l’insegna di un ospedale ma insomma, in fondo se ne continua a parlare) e una pagina dove un gruppo di rabbini esplicita il suo sostegno a uno dei candidati. Questo per lo meno risulta dalle campagne elettorali per le presidenziali degli ultimi anni dell’era digitale, visto che dal lontano 2008 sul web e sui social spopolano pagine intitolate “Rabbis for…” dedicate ai vari candidati, che raccolgono i consensi di nutriti gruppi di rabbini americani già a partire dalle primarie. Nello schieramento di quelle del 2016 si segnalano dunque i “Rabbis for Bernie”, che nel sostegno al candidato democratico ebreo Bernie Sanders sono senza dubbio i più organizzati, gli avversari democratici “Rabbis for Hillary”, che hanno assecondato senza se e senza ma la svolta pop di Clinton, e il “Rabbi for Trump”, proprio così al singolare ma non meno motivato nel tifare per il candidato repubblicano Donald Trump.
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spotlight - ramazzotti a tel aviv
Israele in delirio per Eros
Chi ha visitato Israele almeno una volta lo sa: sa che non è poi così tanto raro salire sul taxi, essere immediatamente identificato come italiano, e sentire il tassista lanciarsi in una versione sabra di “Più bella cosa”. Non è nemmeno impossibile entrare in albergo e constatare come dopo qualche minuto la musica lounge alla Buddha Bar ceda il posto all’accorata “Aurora” dedicata da Eros Ramazzotti all’omonima figlioletta. Può capitare infine con una certa frequenza che sedendosi a mangiare un falafel in riva al mare, da una radio non identificata, si spanda a tutto volume “Terra promessa”.

Sì, perché la Terra promessa-Israele va pazza per il cantante romano da almeno vent’anni e la notizia, da poco comunicata, di un suo concerto con il “Perfetto Tour” a Tel Aviv il prossimo 30 aprile ha già mandato i fan locali in brodo di giuggiole. Sulla pagina Facebook israeliana dedicata a Ramazzotti i commenti non sono tardati ad arrivare: “Sono quattro volte che leggo questa notizia e ancora non ci credo”, scrive Anat.
“Siete seri?? Questo è un sogno che diventa realtà”, aggiunge Ofer. “Mamma, comprami un biglietto”, intima Liam. “Ma quando si possono iniziare a comprare i biglietti?”, chiede impazientita Mor.
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pilpul
Ticketless - Bicocca square
Nei giorni dei disguidi e degli ingorghi festivi, il postino ci recapita l’ultimo libro della meritoria collana “Ebraica” delle edizioni Le Château (Aosta), un singolare romanzo: Bicocca Square.
Lo ha scritto Guido Arturo Tedeschi. L’autore ci ha lasciato proprio nei giorni in cui il suo libro usciva di tipografia e veniva inviato ad amici e lettori affezionati. Autore di manuali di diritto commerciale e di gestione di grandi impianti industriali, negli anni della “senilità” aveva riscoperto la grande lezione di sapienza del suo antenato Ettore Schmitz e si era dato alla letteratura, pubblicando tre romanzi presso questo stesso editore. La proverbiale ‘scomodità’ dell’essere ebrei, immortalata da Svevo, ritorna in epigrafe di questa ultima fatica, ma è una chiave di lettura di tutto ciò che Tedeschi ha scritto: “Certo quella dell’ebreo non è una posizione comoda”.
Il suo impegno nei movimenti giovanili ebraici del dopoguerra lo ricorderanno in tanti. Insegnava l’illustre avo triestino al giovane che nel dopoguerra cresceva nell’estrema periferia milanese, in quel quartiere della Bicocca dove ora sorgono grattacieli e molti dipartimenti universitari.
Bicocca square è una speciale via Gluck milanese: là dove allora c’era l’erba e le case degli operai della Pirelli il visitatore odierno, alter ego dell’autore, ritorna con sgomento. Ruotano intorno a viale Sarca i ricordi del dopoguerra, della difficile ricostruzione e della memoria delle persecuzioni razziali rivissuta attraverso la rete delle amicizie perdute.
Bicocca square non ha una trama precisa: destini individuali, separazioni forzate dettate dalla sveviana vita orrida vera. Chi andrà in Scandinavia, chi in Israele, chi rimarrà a custodire la fortezza di Bicocca Square continuando a lavorare nella panetteria. Per difendersi dalle sciagure umane, l’utopia sveviana invita, come sempre, al raccoglimento, nella speranza che un giorno si avveri il sogno di un’umanità divisa in due: quelli che scrivono e quelli che leggono ciò che gli altri scrivono.


Alberto Cavaglion
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Periscopio - Amos Oz
Giudico Amos Oz certamente uno dei più grandi scrittori viventi, e anche uno dei più alti talenti letterari di tutti i tempi. Naturalmente, come a tutti gli autori molto prolifici, anche a lui capita di produrre opere più o meno felici. Come si dice, anche il Poeta talvolta può sonnecchiare.
Ma, quando tiene lontane da sé le tentazioni della pedagogia, quando la sua raffinata tecnica di scrittura si sposa col suo profondo scrigno di emozioni, quando le corde della memoria risuonano insieme a quelle della fantasia e il sentimento e la parola si fondono nel misterioso atto creativo, allora Oz raggiunge vette insuperabili. Se dovessi salvare da un rogo generale soltanto dieci libri, probabilmente tra questi sceglierei Una storia di amore e di tenebra. E, se mi chiedessero, di questo libro, di salvare soltanto alcune pagine, sceglierei forse quelle in cui lo scrittore rievoca l’urlo di commozione e di incredulità che squarciò l’assoluto silenzio allorché, in una Gerusalemme attonita, straziata, sbigottita, la radio comunicò, il 29 novembre 1947, che l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite aveva approvato la risoluzione che apriva la strada, dopo diciannove secoli, fiumi di sangue e milioni di vittime, alla rinascita di Israele. Un urlo – non ho bisogno di prendere in mano il libro per citarlo, ne rammento le parole a memoria – che accomunava le voci dei vivi e dei morti, e di coloro che ancora sarebbero caduti per dare la vita a quel sogno che era, è e sarà la patria degli ebrei.


Francesco Lucrezi, storico
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