David
Sciunnach,
rabbino
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“…Ecco
se i figli d’Israele non mi hanno dato ascolto come potrà il faraone
ascoltare me, che io sono impedito sulle labbra?” (Shemòt 6, 12). Il
Grande Rabbì Yehudà Lieb Alter di Gur, conosciuto per il suo commento
come Sèfàt ‘Emèt, ci dice a proposito di questo verso: Quando i figli
d’Israele non vogliono sentire le parole della loro guida, questo non
ha la possibilità di influenzare nulla, poiché la forza di un leader
viene da coloro che lo seguono.
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David
Assael,
ricercatore
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Alle
considerazioni di Anna Foa riguardo l’ormai famoso video del matrimonio
ebraico con mitra, coltelli e foto del bambino palestinese vittima
dell’attentato dell’estate scorsa, se ne possono aggiungere alcune di
natura politica.
La fortuna è che l’informazione generalista non è certo propensa ad
analisi di politica estera perché se queste immagini raggiungessero un
ampio pubblico qui da noi, sarebbe la fortuna dei vari Manlio Di
Stefano, che attendono la prova provata che dimostri che Israele è uno
Stato razzista e criminale. Poi, vai a spiegare che l’indignazione
parte, anzitutto, dall’interno di Israele, che questi gruppi sociali
rappresentano un’esigua minoranza di estremisti favoriti da un contesto
mediorientale a dir poco confuso, che in Israele vivono un milione e
mezzo di musulmani, i quali hanno diritti che in Italia le minoranze
religiose non si sognano neanche.
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Siria, nuovi raid mirati |
È
stato eliminato con un raid aereo in Siria, Charaffe al Mouadan, uno
degli uomini legati alla rete terroristica responsabile della strage di
Parigi dello scorso 13 novembre. Il nome di Mouadan, riporta La Stampa,
è emerso grazie al racconto di due testimoni sopravvissuti
all’attentato al Bataclan. In quei drammatici minuti infatti uno degli
attentatori aveva chiesto all’altro se avesse intenzione di chiamare
“Souleymane”, nome di battaglia di Mouadan. A Damasco i raid russi
hanno inoltre eliminato Zahran Allouche, uno dei leader dei ribelli
anti-Assad e “uomo dei sauditi”, accusato di essere il responsabile di
uno dei massacri in cui furono uccisi decine di alawiti, cristiani,
drusi e ismaeliti.
Lotta al terrorismo anche in Occidente: in Belgio sono stati arrestati
due sospetti jihadisti che avrebbero dovuto colpire a Capodanno, mentre
a Padova è stato espulso un cittadino marocchino che si era dichiarato
pronto “a far esplodere Roma”.
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spotlight - la mostra al london jewish museum
Il sangue che unisce e che divide
“Ma
un ebreo non ha occhi? Un ebreo non ha mani, organi, misure, sensi,
affetti, passioni, non mangia lo stesso cibo, non viene ferito con le
stesse armi, non è soggetto agli stessi disastri, non guarisce allo
stesso modo, non sente caldo o freddo nelle stesse estati e inverni
allo stesso modo di un cristiano? Se ci ferite noi non sanguiniamo?”. È
il monologo di Shylock, il tanto vituperato mercante ebreo creato dal
drammaturgo William Shakespeare che, scritto sui muri del Museo ebraico
di Londra, ci guida all’interno di una delle mostre più provocatorie,
intelligenti e inevitabilmente necessarie che siano mai state
realizzate.
Blood – Uniting and Dividing,
l’esposizione che sarà possibile visitare fino al 28 febbraio del 2016,
si interroga sul tema che racchiude in sé drammi, rituali, identità e
persecuzioni: il sangue. Cosa simboleggia il sangue nell’ebraismo?
Perché esso è un fondamentale regolatore della vita religiosa? Come è
arrivato ad essere il pretesto per dare il via a violenti episodi di
antisemitismo fino all’ignominiosa accusa di omicidi rituali? Blood
tenta di rispondere a tutto questo, e lo fa offrendo allo spettatore un
percorso assai complesso che si muove in parallelo su due fronti: il
sangue come protagonista principale dell’esistenza di ogni ebreo e il
sangue come scusa per isolare le comunità della diaspora fino a
volerne, giunti all’estremo, l’annientamento.
Gli
utensili esposti raccontano riti come la circoncisione o la
macellazione degli animali, che devono essere dissanguati poiché
cibarsi di sangue significherebbe violare la vita, la loro anima (tra
le testimonianze offerte, un vecchio manuale marocchino nel quale si
indicava la corretta casherizzazione degli alimenti). Le iconografie
illustrano poi come Pesach, la Pasqua ebraica, abbia diversi simboli
che la legano fortemente al sangue: la prima piaga mandata dal Signore
agli egiziani per liberare gli ebrei dalla schiavitù fu la tramutazione
di acqua nel sangue e gli stessi ebrei dovettero apporre del sangue di
agnello sulle loro porte per essere protetti dall’ultima piaga: la
morte dei primogeniti.
Pagine Ebraiche, gennaio 2016
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qui roma - sapori
Raccontarsi davanti ai fornelli
La
Roma ebraica si racconta. All’interno di un contenitore d’eccezione:
Gambero Rosso Channel, canale televisivo tematico di Sky che ha
affidato alla cuoca Laura Ravaioli la conduzione di sei puntate
dedicate alla tradizione culinaria giudaico-romanesca in onda a partire
da fine gennaio.
“Un
prodotto costruito, molto più di una semplice chiacchierata in cucina.
Un approfondimento a 360 gradi sull’ebraismo in questa città, i suoi
personaggi, le sue storie e le sue tradizioni. Partendo dal cibo, ma
andando anche oltre” anticipa la chef, che i nostri lettori conoscono
per le sue apprezzatissime ricette su Pagine Ebraiche.
Il
set nella casa di Laura, che ogni mese aprirà le porte a ospiti
diversi. Tra i protagonisti – annuncia – la presidente della Comunità
romana Ruth Dureghello, il rabbino capo Riccardo Di Segni, il Testimone
della Shoah Alberto Mieli, la preside Milena Pavoncello.
E ancora, tra gli altri, rav Pino Arbib spiegherà come viene macellata
la carne, Claudio Procaccia ripercorrerà la storia della Comunità nei
secoli del Ghetto, Giordana Sermoneta reciterà alcuni sonetti di
Crescenzo del Monte.
(Nell’immagine Laura Ravaioli con il ristoratore Marco Sed)
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una nuova vittima del terrorismo palestinese
Genadi Kaufman (1974 - 2015)
Lavorava
duramente per sfamare la famiglia, faceva il giardiniere a Ma’arat
HaMachpelà, la Tomba dei Patriarchi di Hebron, e lascia due figli, uno
più grande che fa il soldato e una bambina di 7 anni. Viene ricordato
così Genadi Kaufman, 41 anni, il civile israeliano morto stamattina
dopo tre settimane di agonia a seguito di un accoltellamento perpetrato
da un terrorista palestinese.
Il
7 dicembre Kaufman era stato ripetutamente colpito da Ihab Maswada, 21
anni, alla fermata dell’autobus di Hebron prossima alla Tomba dei
Patriarchi in quella che è ormai tristemente nota come l’Intifada dei
coltelli. “Questa mattina – ha dichiarato il premier Benjamin
Netanyahu, commentando il delitto – voglio dire a chiunque voglia
allontanarci dalla Tomba dei Patriarchi che, eccetto che per qualche
anno dell’ultimo secolo, noi siamo stati qui per 4000 anni. E rimarremo
qui per sempre”.
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presidenziali americane
Bernie, Hillary o The Donald?
I rabbini prendono posizione
A
quanto pare, per diventare presidente degli Stati Uniti d’America
occorrono uno slogan accattivante (il famoso “Yes we can” di Barack
Obama dimostra che non ci vuole nemmeno troppa fantasia), un logo
memorabile (ancora c’è chi ricama sul fatto che la ‘H’ di Hillary
Clinton ricordi l’insegna di un ospedale ma insomma, in fondo se ne
continua a parlare) e una pagina dove un gruppo di rabbini esplicita il
suo sostegno a uno dei candidati. Questo per lo meno risulta dalle
campagne elettorali per le presidenziali degli ultimi anni dell’era
digitale, visto che dal lontano 2008 sul web e sui social spopolano
pagine intitolate “Rabbis for…” dedicate ai vari candidati, che
raccolgono i consensi di nutriti gruppi di rabbini americani già a
partire dalle primarie. Nello schieramento di quelle del 2016 si
segnalano dunque i “Rabbis for Bernie”, che nel sostegno al candidato
democratico ebreo Bernie Sanders sono senza dubbio i più organizzati,
gli avversari democratici “Rabbis for Hillary”, che hanno assecondato
senza se e senza ma la svolta pop di Clinton, e il “Rabbi for Trump”,
proprio così al singolare ma non meno motivato nel tifare per il
candidato repubblicano Donald Trump.
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spotlight - ramazzotti a tel aviv
Israele in delirio per Eros
Chi
ha visitato Israele almeno una volta lo sa: sa che non è poi così tanto
raro salire sul taxi, essere immediatamente identificato come italiano,
e sentire il tassista lanciarsi in una versione sabra di “Più bella
cosa”. Non è nemmeno impossibile entrare in albergo e constatare come
dopo qualche minuto la musica lounge alla Buddha Bar ceda il posto
all’accorata “Aurora” dedicata da Eros Ramazzotti all’omonima
figlioletta. Può capitare infine con una certa frequenza che sedendosi
a mangiare un falafel in riva al mare, da una radio non identificata,
si spanda a tutto volume “Terra promessa”.
Sì,
perché la Terra promessa-Israele va pazza per il cantante romano da
almeno vent’anni e la notizia, da poco comunicata, di un suo concerto
con il “Perfetto Tour” a Tel Aviv il prossimo 30 aprile ha già mandato
i fan locali in brodo di giuggiole. Sulla pagina Facebook israeliana
dedicata a Ramazzotti i commenti non sono tardati ad arrivare: “Sono
quattro volte che leggo questa notizia e ancora non ci credo”, scrive
Anat.
“Siete
seri?? Questo è un sogno che diventa realtà”, aggiunge Ofer. “Mamma,
comprami un biglietto”, intima Liam. “Ma quando si possono iniziare a
comprare i biglietti?”, chiede impazientita Mor.
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Ticketless
- Bicocca square |
Nei
giorni dei disguidi e degli ingorghi festivi, il postino ci recapita
l’ultimo libro della meritoria collana “Ebraica” delle edizioni Le
Château (Aosta), un singolare romanzo: Bicocca Square.
Lo ha scritto Guido Arturo Tedeschi. L’autore ci ha lasciato proprio
nei giorni in cui il suo libro usciva di tipografia e veniva inviato ad
amici e lettori affezionati. Autore di manuali di diritto commerciale e
di gestione di grandi impianti industriali, negli anni della “senilità”
aveva riscoperto la grande lezione di sapienza del suo antenato Ettore
Schmitz e si era dato alla letteratura, pubblicando tre romanzi presso
questo stesso editore. La proverbiale ‘scomodità’ dell’essere ebrei,
immortalata da Svevo, ritorna in epigrafe di questa ultima fatica, ma è
una chiave di lettura di tutto ciò che Tedeschi ha scritto: “Certo
quella dell’ebreo non è una posizione comoda”.
Il
suo impegno nei movimenti giovanili ebraici del dopoguerra lo
ricorderanno in tanti. Insegnava l’illustre avo triestino al giovane
che nel dopoguerra cresceva nell’estrema periferia milanese, in quel
quartiere della Bicocca dove ora sorgono grattacieli e molti
dipartimenti universitari.
Bicocca square
è una speciale via Gluck milanese: là dove allora c’era l’erba e le
case degli operai della Pirelli il visitatore odierno, alter ego
dell’autore, ritorna con sgomento. Ruotano intorno a viale Sarca i
ricordi del dopoguerra, della difficile ricostruzione e della memoria
delle persecuzioni razziali rivissuta attraverso la rete delle amicizie
perdute.
Bicocca square
non ha una trama precisa: destini individuali, separazioni forzate
dettate dalla sveviana vita orrida vera. Chi andrà in Scandinavia, chi
in Israele, chi rimarrà a custodire la fortezza di Bicocca Square
continuando a lavorare nella panetteria. Per difendersi dalle sciagure
umane, l’utopia sveviana invita, come sempre, al raccoglimento, nella
speranza che un giorno si avveri il sogno di un’umanità divisa in due:
quelli che scrivono e quelli che leggono ciò che gli altri scrivono.
Alberto Cavaglion
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Periscopio
- Amos Oz |
Giudico
Amos Oz certamente uno dei più grandi scrittori viventi, e anche uno
dei più alti talenti letterari di tutti i tempi. Naturalmente, come a
tutti gli autori molto prolifici, anche a lui capita di produrre opere
più o meno felici. Come si dice, anche il Poeta talvolta può
sonnecchiare.
Ma, quando tiene lontane da sé le tentazioni della pedagogia, quando la
sua raffinata tecnica di scrittura si sposa col suo profondo scrigno di
emozioni, quando le corde della memoria risuonano insieme a quelle
della fantasia e il sentimento e la parola si fondono nel misterioso
atto creativo, allora Oz raggiunge vette insuperabili. Se dovessi
salvare da un rogo generale soltanto dieci libri, probabilmente tra
questi sceglierei Una storia di amore e di tenebra.
E, se mi chiedessero, di questo libro, di salvare soltanto alcune
pagine, sceglierei forse quelle in cui lo scrittore rievoca l’urlo di
commozione e di incredulità che squarciò l’assoluto silenzio allorché,
in una Gerusalemme attonita, straziata, sbigottita, la radio comunicò,
il 29 novembre 1947, che l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite aveva
approvato la risoluzione che apriva la strada, dopo diciannove secoli,
fiumi di sangue e milioni di vittime, alla rinascita di Israele. Un
urlo – non ho bisogno di prendere in mano il libro per citarlo, ne
rammento le parole a memoria – che accomunava le voci dei vivi e dei
morti, e di coloro che ancora sarebbero caduti per dare la vita a quel
sogno che era, è e sarà la patria degli ebrei.
Francesco Lucrezi, storico
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