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8 marzo 2016 - 28 Adar 5776
PAGINE EBRAICHE 24

ALEF / TAV DAVAR PILPUL

alef/tav
Roberto
Della Rocca,
rabbino
Nella Parashah di Va-jakhel ci viene raccontato che quando i nostri padri nel deserto erano occupati con entusiasmo nell'edificazione del Santuario e cercando disperatamente di recuperare il tempo perduto per il conseguimento di questo grande progetto, Moshè ritiene necessario ricordare agli ebrei l'osservanza dello Shabbat, prima ancora di parlare loro della costruzione del Santuario.
 
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Dario
Calimani,
anglista
Sto cercando di abituarmi all’idea che questo sia il mio ultimo intervento. E non per motivi di salute.
Sull’utilità dell’incontro con il Papa ho già scritto. Ho lasciato poi decantare un po’ l’argomento, non certo per seppellirlo.
 
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Ue, l'emergenza profughi:
la strada turca costa cara
Altri tre miliardi di euro, oltre a quelli già stanziati, accelerazione del negoziato per l’adesione della Turchia all’Unione europea e abolizione dal giugno prossimo dei visti d’ingresso per i cittadini turchi nell’Ue. Sono le condizioni dettate da Ankara a Bruxelles per impegnarsi a riprendere tutti i migranti irregolari che sbarcano sulle coste greche. Una proposta che trova ampio spazio sui quotidiani di oggi (Corriere della Sera e Repubblica, tra gli altri) e che divide i paesi europei. Il cancelliere tedesco Angela Merkel ha appoggiato, almeno nella sua prima versione, l’iniziativa turca, vista come argine efficace contro il flusso incontrollato di migranti verso l’Europa: i turchi si impegnano a riprendere tutti i migranti che in futuro sbarcheranno illegalmente in Grecia, rifugiati e non, e in cambio, per ognuno di questi, gli europei daranno legalmente asilo a un siriano presente in Turchia. L’iter permetterebbe di controllare l’identità delle persone che arrivano in Europa. Gli incontri vanno avanti a Bruxelles ma le trattative sono complicate. Il Premier italiano Matteo Renzi ha messo il veto sulla proposta turca chiedendo al presidente Erdogan di garantire, in cambio del sì di Roma, la libertà di stampa (Avvenire) nel suo paese. L’Ungheria di Orban si oppone invece a tutto il piano che prevederebbe una ridistribuzione delle quote dei migranti nell’Ue.

L’arma d’Israele contro i tunnel di Hamas. Israele ha forse trovato un metodo per contrastare in modo efficace i tunnel del terrore costruiti dai miliziani di Hamas a Gaza. Usati dai terroristi palestinesi per introdursi illegalmente oltreconfine e minacciare la sicurezza dei cittadini israeliani, questi tunnel nell’ultimo periodo stanno collassando, racconta la Stampa, a un ritmo molto elevato. “Testimoni, poco prima del crollo, hanno visto ‘soldati israeliani che maneggiavano esplosivo liquido, poco distante’”, scrive il quotidiano.

Netanyahu e il presunto no a Obama. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, secondo la Casa Bianca, avrebbe rifiutato un incontro con il presidente Barack Obama a Washington. Diverse le versioni delle due diplomazie, scrive il Corriere, sui motivi che riportano i riflettori sul rapporto molto difficile fra i due leader.

Il boia di Marzabotto e la medaglia da ritirare. “Dobbiamo chiedere documenti al ministero di Giustizia e poi, sì certo, il Consiglio comunale prenderà atto e chiederà a Kusterer la restituzione della medaglia. Senza saperlo abbiamo offeso tante persone. Chiedo scusa. Proprio non volevamo”. Si scusa così il sindaco della cittadina tedesca di Engelsbrand Bastian Rosenau dopo aver scatenato la rabbia e l’indignazione di centinaia di persone per aver conferito una medaglia al merito all’ex SS nazista Wilhelm Kusterer, condannato in contumacia dal tribunale di La Spezia per aver partecipato attivamente, durante la guerra, all’eccidio di Marzabotto (Corriere). “Un errore imperdonabile, che la nostra comunità intende denunciare pubblicamente”, ribadisce il sindaco di Bologna Virginio Merola, che ha chiesto alla Merkel di intervenire per cancellare l’onta dell’onorificenza che “offende la memoria delle vittime” (Repubblica Bologna).

Firenze, il Giusto Meneghello. La medaglia di Giusto tra le Nazioni verrà conferita oggi a Firenze alla memoria di monsignor Giacomo Meneghello, segretario del cardinale Elia Dalla Costa e parte integrante della rete costruita da quest’ultimo per salvare gli ebrei dalla persecuzione nazifascista. All’evento, ricorda il Corriere fiorentino, parleranno “l’arcivescovo Giuseppe Betori, l’ambasciatore di Israele in Italia, Naor Gilon, la presidente della comunità ebraica fiorentina Sara Cividalli, e ci sarà la testimonianza dei sopravvissuti grazie all a sua opera”.
 
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  davar
Conferenza stampa – I 500 anni del Ghetto
“La nostra incrollabile fiducia”
“I cinque secoli del primo ghetto del mondo. Dai diritti negati all’emancipazione”.
È una riflessione di ampio respiro e a più voci quella che sarà sviluppata mercoledì 9 marzo alle 11.30, presso la sede dell’Associazione Stampa Estera a Roma, nel corso della conferenza organizzata dall’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane per far conoscere e divulgare il ricco programma di iniziative che si svolgeranno a Venezia in occasione del Cinquecentenario del Ghetto lagunare.
Interverranno nel corso della conferenza stampa Renzo Gattegna, presidente UCEI; Luca Zaia, presidente Regione Veneto; Luigi Brugnaro, sindaco di Venezia; Shaul Bassi, coordinatore scientifico comitato per i 500 anni del Ghetto; Donatella Calabi, curatrice della mostra “Venezia, gli Ebrei, l’Europa”; Toto Bergamo Rossi, fondazione Venetian Heritage Onlus; Cristiano Chiarot, sovrintendente della Fondazione Teatro La Fenice; Mariacristina Gribaudi, presidente Fondazione Musei Civici; Paolo Gnignati, presidente Comunità ebraica di Venezia.
L’incontro costituirà inoltre l’occasione per presentare i numerosi servizi e approfondimenti che appaiono sul numero di marzo del giornale dell’ebraismo italiano Pagine Ebraiche. A partire dal dossier “Venezia – I 500 anni del ghetto”, curato da Ada Treves, che costituisce un prezioso riferimento per meglio cogliere il significato di questo impegno attraverso approfondimenti e pagine ricche di memoria ma anche di futuro.

La premessa d’obbligo ad ogni discorso sulla ricorrenza dei 500 anni dalla istituzione, il 29 marzo 1516, da parte della Serenissima Repubblica, del Ghetto di Venezia come luogo di dimora coatta degli ebrei, è che si tratta non certo di una celebrazione, bensì di una data che non è possibile, tanto in una prospettiva ebraica che civile, lasciar passare inosservata.
Non si tratta di una celebrazione per l’ovvia ragione che non è certo da celebrare la condizione di clausura in cui gli Ebrei vennero costretti a vivere subendo una serie di gravosissime restrizioni personali. Tanto meno è da celebrare il fatto che a partire dal ‘500 il termine Ghetto venga usato anche dai Papi per individuare il luogo in cui gli ebrei sono rinchiusi nei territori dello Stato della Chiesa, assumendo progressivamente il significato universale di luogo segregazione e discriminazione, immagine e sinonimo di esclusione e minorità.

Paolo Gnignati, presidente Comunità ebraica di Venezia
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l'indagine del Pew Research Center 
Le minacce della frammentazione
Israele e la transizione difficile

La società israeliana affronta un intenso processo di mutazione e i problemi sociopolitici all'orizzonte sono estremamente delicati. Ma per valorizzare al meglio le straordinarie potenzialità che hanno consentito e cotinuano a garantire il miracolo dello Stato ebraico, chiamare con coraggio i problemi con il proprio nome e misurarne l'amopiezza è un passaggio fondamentale. Una società in cui ogni componente tende ad arroccarsi sulle proprie posizioni, un diffuso senso di sfiducia e una diffusa tendenza alla polarizzazione dei suoi componenti, che si allontanano dalle posizioni centrali. Non sono sorprendenti ma colpiscono, i dati della grande ricerca presentata questa mattina al presidente israeliano Reuven Rivlin e che sarà oggetto nel pomeriggio di una symposium intitolato “The Israeli Mosaic: Identity, Society and Religion”.
“Va sottolineato innanzitutto che si tratta di un lavoro importante, oltre che imponente per mole e profondità, fatto da un’organizzazione estremamente seria che con questa ricerca, condotta nel 2014 e nel 2015 su un campione importante di popolazione, ha voluto studiare la società israeliana”. È questo il primo commento del demografo Sergio Della Pergola, professore emerito dell’Università Ebraica di Gerusalemme, che nella ricerca è citato come uno degli “expert advisers”. In seguito al grande sondaggio sugli ebrei americani condotto nel 2013 il Pew Research Center ha deciso di impegnarsi su un’indagine sulla società israeliana che fosse in qualche modo con essa confrontabile, una scelta che ha condizionato la strutturazione della ricerca resa pubblica in queste ore. “In effetti hanno voluto fare in modo che i due questionari fossero comparabili, cosa che ha sicuramente numerosi vantaggi, ma ha anche condotto alla scelta di non fare domande specifiche che sarebbero state secondo me importanti, per esempio sul senso di appartenenza al popolo ebraico, o sull’antisemitismo”.
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qui firenze - MEMORIA
Don Meneghello, eroe silenzioso
Fu uomo umile e riservato, ma tutt’altro che remissivo. Se questa grande opera di salvezza fu compiuta lo si deve infatti anche alla sua straordinaria forza d’animo”. Firenze, palazzo arcivescovile. In quella che fu per molti anni la sua casa, il cardinale Giuseppe Betori rende omaggio alla figura di monsignor Giacomo Meneghello, prete vicentino che al fianco di Elia Dalla Costa (di cui fu storico segretario) collaborò operativamente nella messa in sicurezza di molte centinaia di ebrei perseguitati dal nazifascismo.
“Mio padre lo chiamava ‘malach’, angelo. Tale resta nella nostra considerazione” spiega Cesare Sacerdoti, che fu nascosto bambino assieme al fratello Vittorio e ad altri familiari.
Parole che segnano la cerimonia di conferimento del titolo di Giusto tra le Nazioni da parte dello Yad Vashem, il Memoriale della Shoah di Gerusalemme, svoltasi questa mattina in una sala gremita di studenti delle scuole del territorio. Al fianco di Betori l’ambasciatore israeliano Naor Gilon ricorda la sfida educativa di Yad Vashem e il suo ruolo nella costruzione di una Memoria viva e consapevole. “Ancora oggi, in alcuni paesi, portare la kippah costituisce un pericolo.
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Il primo Giardino dei Giusti in un Paese arabo 
Da Milano a Tunisi, un albero
per chi combatte per la libertà

Per la prima volta anche un Paese arabo avrà il suo Giardino dei Giusti. E sarà la Tunisia. Ad annunciarlo, il ministro degli Esteri italiano Paolo Gentiloni attraverso una lettera affidata al presidente dell'associazione Gariwo Gabriele Nissim. Il nuovo Giardino sorgerà all'interno dell'ambasciata italiana a Tunisi. “Un'iniziativa che dimostra come questo progetto sia sempre più internazionale”, ha sottolineato Nissim nel corso della cerimonia tenutasi al Giardino dei Giusti del Monte Stella di Milano in occasione della Festa delle Donne. E proprio in onore delle donne, dall'8 marzo sei nuovi alberi hanno trovato posto nello spazio che Milano ha voluto dedicare a quegli uomini e quelle donne che hanno lottato e lottano per la libertà e la democrazia. “Un luogo che restituisce la fiducia nell'umanità”, ha sottolineato il sindaco Giuliano Pisapia (nella foto), intervenuto alla cerimonia odierna a cui hanno presenziato, tra gli altri, il vicepresidente dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Roberto Jarach e il Consigliere UCEI Giorgio Mortara.
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parla il neuroscienziato adrian raine
Leggere l'anatomia della violenza
Fra biologia e libero arbitrio

Fino a che punto la nostra volontà e le nostre azioni sono libere? Quanto siamo il risultato di una lunga serie di fattori biologici, chimici, genetici? Dove e come possiamo collocare il concetto di libera scelta? E, di conseguenza, quanto siamo responsabili delle nostre azioni? Volontà, libertà d’azione, e di scelta, che ruolo hanno in un mondo in cui le neuroscienze mostrano sempre più come ci siano processi mentali, azioni e reazioni che dipendono molto più dal funzionamento del nostro cervello di quanto si pensasse? Adrian Raine è convinto che trovare una risposta sia necessario. È un noto e stimato professore universitario, che dopo le prime ricerche dedicate alla psicologia sperimentale – argomento dei suoi studi universitari – si è dedicato alla criminologia e alle neuroscienze. Britannico, ma residente negli Stati Uniti da una trentina d’anni, titolare della cattedra Richard Perry in Criminologia e professore di Criminologia e Psichiatria all’Università della Pennsylvania. Ricercatore, studioso, autore di pubblicazioni importanti, Raine è in Italia in occasione dell’arrivo nelle librerie di L’anatomia della violenza (Mondadori) che ha per sottotitolo Le radici biologiche del crimine. Avere a che fare con lui è confrontarsi con una sorta di folletto inquietante, ancor più inquietante di quanto già non sia la lettura del suo ultimo libro, che obbliga a porsi domande scomode, e a mettere in discussione principi che si pensavano ovvi, e assodati.

Ada Treves
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qui milano - adrian raine al brainforum
I legami tra crimine e cervello
"Che cosa è normalità? Che cosa patologia? E, soprattutto, fino a che punto siamo responsabili delle nostre azioni”. Sono tanti gli interrogativi messi sul tavolo da Adrian Raine, psichiatra e criminologo, tra i più importanti studiosi di neuroscienze criminali al mondo, nel corso della conferenza tenutasi al Teatro Parenti di Milano e organizzata dall'associazione BrainCircleItalia. “In questi giorni è uscito in libreria l'ultimo libro di Raine, L'anatomia della violenza – sottolinea in apertura Viviana Kasam, presidente di BrainCircleItalia – Un'opera illuminante che porta a interrogarci sulla natura della violenza, su quali legami abbia con il nostro cervello”. Una connessione, quella tra violenza e cervello che porta peraltro a rivalutare gli studi di Cesare Lombroso, afferma lo stesso Raine, che nel corso della serata si è confrontato con un illustre panel di studiosi.
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Qui Parigi - L'evento annuale del Crif 
Sicurezza, gli ebrei di Francia: “Grazie alle forze dell'ordine”
"Grazie a voi la voglia di sorridere ritorna, sappiamo quanto è dura e ammiriamo il vostro coraggio". uno dei tanti messaggi che compare nel Libro d'Oro consegnato dal Conseil Représentatif des Institutions juives de France alle forze dell'ordine che proteggono i siti ebraici nel paese. La maggiore istituzione ebraica d'Oltralpe ha tenuto infatti ieri a Parigi il suo evento annuale, assegnando a militari e polizia il premio di questa 31esima edizione. Dal 1985, il Diner du Crif costituisce la più grande occasione di confronto per l'ebraismo francese con la classe politica del paese, grazie alla partecipazione delle più alte cariche dello Stato. Quest'anno il presidente della Repubblica François Hollande non ha potuto essere presente perché trattenuto a Bruxelles a un vertice Ue-Turchia, ma il presidente del Crif Roger Cuckierman ha accolto il primo ministro Manuel Valls (a cui Cuckierman stringe la mano nella foto), il quale ha parlato dell'azione governativa di sostegno alla comunità ebraica.
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indignazione contro le minacce
“A Panebianco attacchi odiosi
che evocano un periodo buio”

L’idea che un docente debba fare lezione protetto dalla polizia, in un luogo simbolo della cultura dell’Occidente, ha un che di inquietante e di sinistro. Ricorda periodi bui della storia italiana che vorremmo lasciarci per sempre alle spalle”.
Lancia l’allarme David Meghnagi, direttore del Master internazionale di II livello in didattica della Shoah dell’Università Roma Tre, che così interviene in una lettera inviata al rettore dell’Università degli studi di Bologna per testimoniare la propria vicinanza ad Angelo Panebianco (nell’immagine), insigne politologo e saggista, vittima da tempo e in particolare nelle ultime settimane di spregevoli contestazioni da parte di alcuni movimenti studenteschi.
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pilpul
Il futuro degli ebrei d’Europa
Chi ha avuto la fortuna di conoscere Alberto Senderey, in questi anni, sa bene quanto le conversazioni con lui siano stimolanti. Per decenni direttore per l’Europa dell’American Joint Jewish Distribution Committee (AJJDC), la più grande ONG ebraica nel mondo, Alberto mantiene una sterminata rete di relazioni, amicizie e dati sulle comunità ebraiche nel mondo. Nella primavera di tre anni fa mi fece notare un elemento che non avevo messo a fuoco: il potere nel mondo tende a spostarsi verso Oriente insieme ai flussi di denaro, ma in quei paesi gli ebrei (praticamente) non ci sono.
Mentre le comunità esercitano un’influenza forte in America e dispongono di una tradizione millenaria in Europa, pare difficile che a breve possano esserci – chessò? – un Bernie Sanders oppure un Woody Allen cinese, indiano o brasiliano. Gli ebrei dovevano dunque ridefinire una collocazione nel mondo, e soprattutto individuare i potenziali alleati nelle altre nazioni, etnie, comunità religiose.


Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas
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