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20 Marzo 2016 - 10 Adar II 5776
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sicurezza, turismo, energia: le vie di avvicinamento tra i due paesi

Ankara-Gerusalemme, riconciliarsi è possibile

img headerNelle scorse ore i rapporti tra Israele e Turchia sono tornati al centro della scena. È per il motivo più tragico: il terrorismo. La bomba esplosa sabato mattina in una via centrale di Istanbul ha infatti investito un gruppo di turisti israeliani, uccidendo tre persone e ferendone altre undici (oltre trenta il numero complessivo dei feriti). Yonathan Suher, Simha Dimri, Avraham Goldman i nomi delle tre vittime israeliane. Chi ci sia dietro l'attacco terroristico non è ancora chiaro ma i due governi, di Ankara e Gerusalemme, hanno fatto sapere di essere in stretto contatto per comprendere cosa sia accaduto. Al Premier israeliano Benjamin Netanyahu i giornalisti hanno chiesto se questo grave episodio potrà agevolare i negoziati per la riconciliazione con la Turchia, con cui i rapporti diplomatici sono entrati in crisi dopo la vicenda della nave Mavi Marmara. “Stiamo ancora discutendo”, ha affermato il Premier, sottolineando che l'accordo non è ancora arrivato a causa di “fondamentali differenze su cui stiamo cercando un punto di incontro. Ci sono stati dei progressi e speriamo che continueremo a farne”. Sul tavolo sono molti i punti di contatto: tra questi la cooperazione economica, in particolare sul fronte turistico – tenendo presente che nel 2015, nonostante tutto, la Turchia è stato tra i paesi più visitati dai turisti israeliani – e la collaborazione sull'energia, con il progetto di collegare i due paesi con un gasdotto, cosa che permetterebbe a Israele di fornire ad Ankara e a milioni di turchi il gas estratto dalla piattaforma off-shore Leviathan. Ma vi sono anche questioni profondamente divisive a cui metter mano, tra cui proprio il terrorismo. Il ministro Moshe Yaalon ha infatti ricordato come in Turchia trovi riparo una cellula del gruppo terroristico di Hamas, a cui le autorità turche lasciano libertà di operare. Un elemento incompatibile per Gerusalemme per una possibile riconciliazione.

Daniel Reichel

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il world happiness report 2016

Un Paese ancora più felice

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La felicità, alla fine che cos'è? Un articolo sul Giornale lo spiegava ieri: il Pil, l'aspettativa di una buona vita, il sostegno sodale. Così la Danimarca è il primo Paese della lista del World Happiness Report, e la Svizzera il secondo, e l'Islanda e la Norvegia il terzo e il quarto. Semplice: la calma, la quiete, il verde rendono felici, ovvero tutti quei parametri che uno si aspetta influiscano, funzionano. Eppure quando si arriva al numero 11 (e bisogna pensare che l'Italia è la cinquantesima in lista) troviamo Israele, e allora chi non lo conosce deve sforzarsi e compiere una bella capriola filosofica e, fuori delle foreste ossigenate e pettinate, pensare.


Fiamma Nirenstein, Il Giornale 18 marzo 2016
(Foto di Louis Fisher)

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il premio israele per la musica

Le mille canzoni di Nurit

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Ogni anno in Israele, più o meno quando arrivano le folate di chamsin primaverile, arriva anche un’ottima occasione per sentirsi profondamente ignoranti in fatto di storia nazionale e cultura generale. È sempre così, quando escono le nomination per il “Pras Israel”, il premio distribuito dal Ministero dell’Educazione dal lontano 1953 a un numero variabile di israeliani eccellenti, divisi perfino per categorie. Una specie di micro-Nobel, o mini-Oscar, o comunque una celebrazione allegra e il più delle volte interessante dell’israelianità. Per cominciare, è un forum nel quale il grado raggiunto nell’esercito, o il numero di guerre vinte o perse, è totalmente irrilevante.

Daniela Fubini

(Nell'immagine la cantante Nurit Hirsch)

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a gaza, hamas e isis collaborano

La joint venture del terrore

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Visti dall’alto di questo palazzone senza ascensore, i 13 chilometri di confine fra Gaza e l’Egitto sembrano ben controllati. Un fossato appena oltre l’alto filo spinato, le vedette sulle torrette ogni duecento metri e grandi bulldozer e autobotti militari pronti a intervenire. Perché l’unico modo per bloccare i tunnel di Hamas che passano sotto il confine è allagarli per farli collassare. Gli islamisti della Striscia hanno un retroterra logistico nel Sinai per il traffico di armi e hanno trovato un “accordo” strategico con gli uomini del Califfato che spadroneggiano da tre anni oltre quel reticolato. Una relazione ambigua — Hamas si sta riavvicinando all’Iran che combatte il Califfato in Siria — ma sempre più stretta con uomini delle Brigate Ezzedin al Qassam, il braccio armato degli islamisti, non solo nella veste di fornitori d’armi ma anche di istruttori.


Alberto Stabile, Repubblica, 14 marzo 2016
(Nell'immagine, Yoav Mordechai, il generale israeliano che ha denunciato il sodalizio tra i terroristi di Hamas e quelli dell'Isis nella Striscia)

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tsahal al lavoro contro i tunnel

Quel pericolo sotteraneo

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I residenti dei kibbutz al confine di Gaza vivono nel terrore. Ma questa volta non scrutano il cielo né il muro che li separa dalla Striscia; poggiano l’orecchio sul pavimento o sul terreno e ascoltano. Dalia Levy vive a pochi chilometri dal confine. Prende il cellulare e fa ascoltare una registrazione effettuata durante la notte: scricchiolii, strani rumori e fruscii. Per lei sono la prova che i combattenti di Hamas stanno scavando dei tunnel sotto i suoi piedi. “Ho paura che i terroristi sbuchino da sotto il pavimento e ammazzino me e i miei figli”, dice singhiozzando. In questa regione di Israele ci sono, oltre ai kibbutz, piccoli villaggi agricoli che si trovano a poche centinaia di metri dal confine con Gaza. Affacciandosi alla finestra gli israeliani possono vedere i palestinesi che coltivano i campi o camminano in strada. Costruire un tunnel sembra tutt’altro che impossibile.


Carlo Antonio Biscotto,
Il Fatto Quotidiano, 13 marzo 2016




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il software studiato per sviluppare capacità motorie e di linguaggio

Intendu, la riabilitazione diventa un gioco

img headerA leggere il suo curriculum – professore all’Interdisciplinary Center (IDC) di Herzliya, una lunga esperienza di ricerca e sviluppo nel campo della riabilitazione cognitiva nelle più importanti strutture israeliane, master a Harvard in computer science e Phd in neuroscienze al Weizmann e anni di lavoro in compagnie come Microsoft USA, CogniTens, 3D Vision – ci si aspetterebbe di incontrare una matura professoressa vicina alla pensione. O forse un maturo professore: perché il nome, Son, fa pensare a un uomo. Invece sta per Sonia, una splendida quarantenne in jeans e dal viso acqua e sapone, che ti riceve in un ufficio ancora in allestimento, circondata da ragazzi che ridono e occupano tutte le stanze (bisogna sloggiarne due per l’intervista) impegnati davanti a video e tastiere. È la classica start up israeliana, idee, entusiasmo, allegria e zero lussi, in uno spoglio palazzo di Herzliya, sobborgo di Tel Aviv. “Ho lasciato la ricerca un anno fa – spiega Son Preminger – perché mi sono resa conto che ci sarebbero voluti anni, forse decenni, prima che il mio lavoro potesse incidere sulla società. Io voglio aiutare la gente, non solo studiarla”. Per questo ha fondato una start up sociale, e il suo primo prodotto è un software per la riabilitazione dei pazienti che hanno subito un ictus. “La rieducazione – sostiene – è l’unica possibilità di far ritrovare un livello di vita dignitoso a queste persone. Ma dopo i primi tempi in ospedale diventa molto costosa e complicata. Il terapista a domicilio, non tutti possono permetterselo: portare i degenti in un centro specializzato, può comportare per le famiglie un impegno molto oneroso, sia a livello economico che di tempo. Per questo, dopo la fase acuta, molti sono costretti a interrompere l’iter che li porterebbe alla ripresa delle facoltà lese dall’ictus”.

Viviana Kasam

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