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8 maggio 2016 - 30  Nissan 5776
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l'indagine del pew research sui copricapi scelti dagli israeliani

Dimmi che kippah indossi e ti dirò chi sei

img headerSi dice comunemente che l’abito non fa il monaco, ed è sicuramente vero che non è mai bene essere frettolosi nel giudicare le persone da quello che indossano, ma se ci si trova in Israele un’occhiata alla kippah del proprio interlocutore può effettivamente svelare parecchio. L’identificazione in un gruppo ma anche molto probabilmente opinioni politiche e posizione su questioni che da tempo sono entrate nel dibattito pubblico. Non è una novità, indossarne una in velluto nero non è la stessa cosa che avere in testa una kippah colorata fatta all’uncinetto, è così la scelta di se e cosa portare sul capo diventa un interessante indicatore delle varie anime di Israele. Al punto da interessare il Pew Research Center, l’istituto indipendente di ricerca basato a Washington che ha da poco reso pubblici i risultati di una grande ricerca sulle identità degli israeliani intitolata “Israel’s Religiously Divided Society” condotta fra l’ottobre 2014 e il maggio 2015 su un campione composto da 5601 israeliani. Sono diverse infatti le risposte che i ricercatori hanno incrociato con i dati sul tipo di kippah indossata dalle persone contattate (ebrei maschi). Agli intervistati sono state mostrate delle immagini corrispondenti a un ventaglio di tipi di copricapo diversi. Alla domanda “Che tipo di copricapo usi abitualmente in pubblico, se lo usi?” le risposte possibili erano infatti ben dodici, da “grande, nera, non fatta all’uncinetto” a “fatta all’uncinetto con dei disegni”, passando per lo shtreimel, il capello bordato di pelliccia dei chassidim e arrivando al capo scoperto. I dati, scomposti per appartenenza religiosa, età, livello di istruzione, origine ashkenazita o sefardita e luogo di residenza, associati poi alle altre risposte, hanno permesso ai ricercatori del Pew di avere un quadro complessivo chiaro di cosa si può dedurre vedendo indossare l’una o l’altra kippah.

Ada Treves

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l'operazione anti-tunnel israeliana e le ultime tensioni con gaza

La terra crolla attorno al terrorismo di Hamas

img header"Hamas sa che siamo sulle sue tracce”, ha dichiarato recentemente il portavoce dell'esercito israeliano Peter Lerner, commentando la scoperta di un tunnel costruito dal gruppo terroristico per infiltrarsi dalla Striscia di Gaza in Israele. Poco dopo quest'ultima scoperta (il tunnel è stato distrutto ma non è chiaro se fosse nuovo o se sia stato ricostruito dopo l'operazione Zuk Eitan dell'estate del 2014), dalla Striscia sono partiti colpi di mortaio contro le forze di sicurezza israeliane. La risposta di Tzahal non si è fatta attendere ma secondo gli stessi vertici militari, Hamas si trova in difficoltà e non vuole in questo momento un'escalation di violenza. A sparare i razzi contro Israele non sarebbe stato il gruppo terroristico che controlla Gaza ma un movimento estremista minore. In ogni caso la situazione appare sotto controllo nel Sud, tanto che il Canale 10 ha riferito che gli agricoltori israeliani, a cui era stato impedito l'accesso ai campi nel raggio di un chilometro dalla Striscia per paura del fuoco dei cecchini, hanno avuto il via libera per tornarvi.

Daniel Reichel

(Nell’immagine, una recente operazione di Tzahal per distruggere uno dei tunnel costruiti da Hamas)

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il canale televisivo privato 

Arutz 2, format di successo

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La qualità della televisione israeliana, che ha esportato serie internazionali come In Treatment e Homeland, nonché diversi format di quiz e reality, è nota in tutto il mondo. Meno noto forse è che tanta qualità si basa (tra i vari fattori, naturalmente) anche su un equilibrio precario, insomma un caso unico nel panorama dei media: Arutz 2, il canale privato di maggior successo del Paese, è infatti gestito da due società di broadcasting separate, Keshet e Reshet, a cui si aggiunge poi la divisione news del canale che è di co-proprietà delle due concessionarie. Finora, nonostante tutte le difficoltà del caso, dal lavorare in un Paese con pochi milioni di abitanti e dunque un pubblico ridotto, alle questioni di budget che ne conseguono, Keshet e Reshet hanno fatto un lavoro davvero eccellente. Nei prossimi anni è però prevista una riforma del sistema delle comunicazioni.

Anna Momigliano

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il progetto di United Hatzalah

Soccorsi su due ruote

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Tutto è iniziato quando l’ambulanza sulla quale il diciassettenne Eli Beer lavorava come volontario negli anni Ottanta è rimasta bloccata nel traffico di Gerusalemme e non è riuscita ad arrivare in tempo per salvare un bambino che soffocava. Un’intuizione: per salvare vite bisognava arrivare prima, e l’unico modo per farlo era usare delle moto. Così Eli ha radunato una quindicina di coetanei del suo quartiere, che si sono messi ad ascoltare a turno i messaggi alla radio e a correre 24 ore su 24 in motorino per portare il primo soccorso in attesa dell’ambulanza. Nel 2006 quella squadra è diventata una vera e propria organizzazione, la United Hatzalah, che lavora ancora nello stesso modo, e grazie al lavoro dei suoi volontari e all’agilità delle sue moto-ambulanze, nel giro di massimo tre minuti riesce a portare il primo soccorso dovunque in tutto il paese.

Francesca Matalon

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il disegno di legge proposto dal ministro delle finanze kahlon

Top manager, in banca un tetto ai compensi

img headerAnche in Israele infuria la polemica sui compensi dei top manager delle grandi banche; un disegno di legge che sta iniziando l’iter parlamentare, e che prevede un tetto annuo di 2,5 milioni di shkalim (circa 600 mila euro) per i compensi dei banchieri, ha suscitato aspre proteste delle banche e ha messo in imbarazzo il Primo ministro Benjamin Netanyahu. Come mai si è arrivati solo ora a questa proposta, che giunge a quasi 10 anni dallo scoppio della crisi finanziaria del 2007? In cosa differisce dalle soluzioni adottate in altri Paesi? La proposta di legge è stata fortemente voluta dal ministro delle Finanze Moshe Kahlon (nell'immagine assieme alla governatrice della Banca centrale d'Israele Karnit Flug), leader del nuovo partito Kulanu (“tutti noi”) , entrato nella Knesset con un programma elettorale di difesa dei consumatori e del “popolo del cottage cheese”, quello che nel 2011 aveva manifestato nelle piazze contro l’elevato costo della vita. La proposta di Kahlon ha messo in imbarazzo Netanyahu soprattutto perché quest’ultimo è tradizionalmente a favore del “libero mercato”, ma anche perché Kahlon potrebbe aumentare i propri consensi e mettere in ombra il Primo ministro.

Aviram Levy, economista

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