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15 maggio 2016 - 7  Iyar 5776
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il primo ministro non si tira indietro e risponde sui social agli utenti

#AskNetanyahu, conversare online con Bibi

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Nel giorno in cui si festeggiavano i 68 anni di Israele (il 5 di Iyar nel calendario ebraico), il Primo ministro Benjamin Netanyahu lanciava la sua iniziativa social “Special Independence Day live chat”: per un'ora e mezza, attraverso l'ashtag #AskNetanyahu, il Premier ha risposto, in ebraico, arabo e inglese, su Twitter ad alcuni utenti. Diverse le tematiche toccate ma una risposta in particolare ha ricevuto molta attenzione. È stata una postata in arabo e riguardava il processo di pace con i palestinesi: un utente ha chiesto, in arabo, “Perché non accetta l'iniziativa araba e quali sono i motivi per cui non è stata portata avanti?”. Il riferimento è alla proposta saudita del 2002 noto come Piano di pace arabo che prevedeva la soluzione dei due Stati con i confini precedenti al 1967, una “giusta soluzione per i rifugiati palestinesi” e, in cambio, una normalizzazione dei rapporti con il mondo arabo. Netanyahu ha risposto che “questa iniziativa, se capace di considerare le nostre preoccupazioni, può essere una base su cui discutere. Israele cercherà sempre la pace”. Un'apertura che è stata interpreta come una possibile nuova via per i ne
Molte altre sono state le domande poste al Premier e 38 le risposte complessive (oltre 4mila i tweet registrati sotto l'ashtag #AskNetanyahu): non sono mancate le polemiche e le continue incursioni di troll, con tweet dal provocatorio fino a vere e proprie offese. “Perché invece che perdere tempo a trollare (mandare messaggi per disturbare e offendere) non fate domande sensate?”, ha scritto una utente mentre Netanyahu ha evitato di entrare nella polemica.  Anzi, a chi gli ha chiesto se non si fosse pentito per la scelta del live-tweet, ha risposto, “diamine no! Mi sto divertendo”.

Daniel Reichel


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arriva a new york la mostra che racconta israele e i suoi vicini

Dal Negev a Tel Aviv, ritratti di un posto unico

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img headerHa un nome trilingue - ebraico, arabo e inglese - e si presenta dichiarando: "'This Place' ossia 'Questo posto' esplora la complessità di Israele e della West Bank come luogo e come metafora attraverso gli occhi di dodici fotografi di fama internazionale". Frédéric Brenner, anch'egli fotografo e ideatore del progetto, ha spiegato che quando è in gioco la "condivisione di una origine", è necessario raccogliere la voce di individui le cui diverse storie personali, passioni e prospettive - anche paradossali e contraddittorie - possano aiutare a cogliere quella che ha definito "la complessità insopportabile di 'Questo posto'", e le sue voci. La mostra, dopo aver iniziato il suo viaggio al Dox Center for Arts di Praga, per essere esposta poi al Tel Aviv Museum of Art e in Florida è ora aperta fino a giugno al Brooklyn Museum di NewYork e presenta più di 600 immagini di dodici grandi fotografi. Frédéric Brenner, Wendy Ewald, Martin Kollar, Josef Koudelka, Jungjin Lee, Gilles Peress, Fazal Sheikh, Stephen Shore, Rosalind Fox Solomon, Thomas Struth, Jeff Wall, e Nick Waplington arrivano a comporre un ritratto complesso, frammentato e incredibilmente vitale, proprio per la loro capacità di rappresentare le contraddizioni, le fratture e i paradossi di una parte di mondo che è contemporaneamente sia un luogo reale che una metafora.

Ada Treves

(Nelle immagini, due fotografie protagoniste della mostra This place in esposizione al Brooklyn Museum)

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la risoluzione su gerusalemme

L'Unesco cancella la storia

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L’Unesco ha approvato a metà aprile una risoluzione proposta da Algeria, Egitto, Libano, Marocco, Oman, Qatar e Sudan. Conteneva una serie di deplorazioni e lamentele contro Israele "potenza occupante". Non costituiva un atto di compassione per le vittime palestinesi della politica di Hamas, della Autorità nazionale palestinese e del governo israeliano, ma un successo – l’ennesimo in sede Unesco – della diplomazia dell’Anp, che ha ottenuto il sì di 33 Stati (fra i quali la Francia), l’astensione di 17 paesi (fra i quali l’Italia) e il voto contrario di Stati Uniti, Germania, Estonia, Lituania, Paesi Bassi e Regno Unito. Il voto però si è rivelato molto più che una scaramuccia fra delegazioni: perché interviene sulla definizione stessa dei luoghi santi. Sia quelli di Hebron, dove sono sepolti Abramo, Isacco e Giacobbe; sia soprattutto quelli di Gerusalemme, definiti nel solo quadro della tradizione islamica, come se la tradizione ebraica non esistesse.



Alberto Melloni, Repubblica, 11 maggio 2016

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i rapporti con l'arabia saudita

Riad, dialogare col nemico

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Tutto è iniziato quando l’ambulanza sulla quale il C'è un dialogo fra nemici che tiene banco in Medio Oriente. Arabia Saudita e Israele sono avversari sin dal 1948, quando Riad partecipò con un corpo di volontari alla guerra araba tesa ad impedire la nascita del giovane Stato, per poi continuare ad essere protagonista di tale, radicale, opposizione sostenendo attacchi militari, guerriglie ed offensive diplomatiche di ogni genere. Tanto in Medio Oriente quanto a Washington, dove Israele ed Arabia Saudita sono state protagoniste per decenni di aspri scontri: contendendosi il sostegno del Congresso e l'alleanza della Casa Bianca. Tali e tanti precedenti suggeriscono l'importanza di quanto avvenuto sul palco del "Washington Institute" allorché, davanti ad un pubblico di analisti ed in diretta web, l'ex capo dell'intelligence saudita Turki al-Faisal - esponente di rango della famiglia reale - ha dialogato con l'ex generale Yaakov Amidror, già consigliere per la sicurezza del premier israeliano Benjamin Netanyahu.

Maurizio Molinari, La Stampa,
15 maggio 2015

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le battaglie di robert bernstein

L'eterno dissidente

Cosa hanno in comune gli americani William Faulkner e Toni Morrison con il russo Andrei Sacharov e il cinese Harry Wu? Sono stati tutti pubblicati da Robert Bernstein durante i suoi venticinque anni alla guida della Random House, la più grande casa editrice americana. Ma questo prima che Bernstein facesse conoscere in occidente la vita e le opere di Jacobo Timerman, Natan Sharansky e Václav Havel, per citare alcuni dei più grandi prigionieri politici del Novecento. Adesso Bernstein, a novantatré anni, se ne esce con un libro di memorie, "Speaking Freely".

Giulio Meotti, Il Foglio, 12 maggio 2016

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la rinuncia di fiamma nirenstein

Un ambasciatore per Roma

Fiamma Nirenstein rinuncia a diventare ambasciatrice di Israele in Italia. L’ex giornalista, parlamentare del Pdl, e vicepresidente delle commissione Esteri dal 2008 al 2013, era stata nominata dal premier israeliano Benjamin Netanyahu lo scorso agosto e avrebbe dovuto assumere l’incarico nel corso di quest’anno. Nirenstein, nata a Firenze nel 1945, si era trasferita in Israele nel 2013 ed essendo di origine ebraica aveva ottenuto automaticamente la cittadinanza.


Giordano Stabile, La Stampa, 9 maggio 2016

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