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5 giugno 2016 - 28  Iyar 5776
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yom yerushalaim - i dati del centro di statistica sulla popolazione

Gerusalemme, come cresce la Capitale

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“C'è la Gerusalemme celeste e la Gerusalemme terrena, ma come diceva il mio maestro, il poeta Yehuda Amichai, c'è anche una 'Gerusalemme che sta nel mezzo', nella quale spirito e materia si incontrano e creano una vera e propria base per la convivenza religiosa, nazionale e sociale”. Così il Presidente israeliano Reuven Rivlin racconta la sua Gerusalemme nel giorno in cui si celebra Yom Yerushalaim, ovvero la riunificazione della Capitale avvenuta 49 anni fa durante la Guerra dei sei giorni del 1967. In tutto il Paese, e non solo, sono state organizzate iniziative per festeggiare la ricorrenza mentre proprio alla vigilia della festa, come da tradizione, l'Istituto centrale di statistica israeliano (Central Bureau of Statistics) ha pubblicato i dati che fotografano lo stato attuale della Capitale: una sintesi che presenta le statistiche legate alla crescita della popolazione cittadina e come quest'ultima sia composta. Secondo i dati dell'Istituto, Gerusalemme a fine 2015 contava 870mila abitanti, il che la riconferma come la città più popolosa del Paese (gli abitanti della Capitale costituiscono il 10 per cento della popolazione totale). Nel corso del 2014, si legge nel report, la popolazione della città è cresciuta img headerdi 20.000 unità: 19.800 sono state le nuove nascite e 3.700 le persone immigrate, mentre in 3.500 hanno deciso di lasciare la città. Analizzando i dati, il demografo Sergio Della Pergola, docente all'Università Ebraica di Gerusalemme, ha sottolineato come le tendenze demografiche stiano rispettando le previsioni, ovvero “la crescita più rapida della parte palestinese, che oggi si avvicina a 38-39 per cento, e l'aumento moderatamente più rapido della parte haredi che oggi si avvicina a 32 per cento di tutta la popolazione ebraica. Ma – rileva Della Pergola - tra i giovani al di sotto dei 15 anni le proporzioni sono 39 per cento arabi e 44 per cento haredim”. “In prospettiva – conclude il professore - queste tendenze potrebbero continuare, accentuando il peso dei due gruppi (haredim e arabi)”.

Daniel Reichel

(Foto di Noam Chen)

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il ministro degli esteri paolo gentiloni risponde a pagine ebraiche

"Conferenza di Parigi certo non è un successo
ma serve a riportare l'attenzione sul conflitto"

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"Non possiamo definire la Conferenza di Parigi sul conflitto tra israeliani e palestinesi come un successo. Non c'erano i due principali attori" e "ore e ore di negoziato hanno prodotto un comunicato di quattordici righe" ma "non credo sia stata inutile perché ha riportato l'attenzione su una questione sempre più al margine dell'agenda internazionale vista la situazione di crisi degli altri Paesi del Medio Oriente". Così il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, rispondendo - a margine di un incontro tenutosi al Festival Economia di Trento - a una domanda di Pagine Ebraiche sull'utilità della Conferenza di pace tenutasi a Parigi negli scorsi giorni e che ha visto le rumorose assenze dei protagonisti: tra le 26 delegazioni presenti nella Capitale francese, arrivate per parlare di riavvio dei negoziati, non c'erano infatti i rappresentanti israeliani né quelli palestinesi. Da Gerusalemme poi il messaggio è stato chiaro: solo i negoziati diretti possono portare alla pace. Per questo, il Primo ministro Benjamin Netanyahu ha nuovamente aperto la porta a un incontro con il leader palestinese Mahmoud Abbas, invitandolo nella Capitale o affermando di essere pronto ad andare lui stesso a Ramallah (sede dell'Autorità nazionale palestinese). 

 

poeta di origine yemenita, hatuka racconta la realtà dei mizrachim

Shlomi e il canto che sale dalle periferie

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La rinascita dell’ebraico parlato, scrivevamo nel mese scorso, ha fatto sì che il sionismo fosse non soltanto una conquista politica ma, anzitutto, identitaria. Se il lavoro manuale emancipava l’ebreo diasporico da un modello sociale che, per differenti ragioni storiche, lo aveva caratterizzato nei secoli, l’esercizio quotidiano dell’ebraico, permetteva a tutti gli olim hadashim, che lavorassero nei kibbutzim o che formassero la nuova borghesia professionale, di costruire un’identità ebraica fuori dalle yeshivot, dalle spinte assimilazioniste e in opposizione anche a quella di lingua yiddish sostenuta dal Bund.
Cos’è stato, invece, il sionismo per l’ebraismo mediorientale e nordafricano? Superata la confusione tra sefarditi e mizrahim intendiamo concentrarci su questi ultimi. Si potrà rispondere che il sionismo ha rappresentato per loro l’emancipazione dalla condizione di dhimmi, prospettiva che tuttavia deve essere indagata in campo storico. Ciò che qui interessa domandare è, piuttosto, che cosa abbia rappresentato per loro l’ingresso nel processo di costruzione del ‘nuovo ebreo’, e, specularmente, cosa abbia significato per il sionismo fare i conti con l’ebraismo orientale. Il sionismo, come dice Yehoshua, non è un’ideologia, e ciò significa che l’emancipazione identitaria da esso veicolata è un fenomeno reale, dunque eterogeneo e necessariamente contraddittorio. Come noto le forze laburiste un tempo egemoni in Israele non hanno mai realmente conquistato la fiducia dei nuovi immigrati dai paesi islamici. È questo un punto di frattura non ancora sanato e che divide una sinistra laica, di marca per lo più ashkenazita, dalla popolazione mizrahi di estrazione prevalentemente popolare. Così i giovani telavivim progressisti e cosmopoliti, come noto, si sentono sempre più vicini ai coetanei di Berlino, mentre i giovani mizrahim si trovano, in senso stretto e lato, spinti verso la periferia. Pure la periferia mizrahi, proprio perché più lontana dagli standard occidentali, può riconciliare il sionismo con il Medio Oriente delle radici, divenendo condizione per un più naturale incontro tra concittadini ebrei e arabi. Questi termini potranno forse apparire ideologici. Alcune delle poesie di Shlomi Hatuka, cui lasceremo ora la parola, mostrano – al contrario – come tali questioni siano presenti nel vissuto quotidiano di un giovane israeliano di origine yemenita. Hatuka sente, letteralmente, sulla propria pelle, la portata concreta di tali problemi che da astratti e schematici si fanno quindi singolari ed esistenziali. L’israeliano ed ebreo Hatuka è anche il giovane yemenita dai tratti così differenti da quelli del coetaneo ashkenazita. La differenza non è rivendicata da Hatuka contro Israel ma, pur con note sofferte, graffianti, a volte provocatorie, per e in nome di Israel, il quale può scoprirsi forte in questa assenza di omogeneità, come già la tradizione, a partire dalla simbolica ruotante attorno alle 12 tribù, insegna.

Abbiamo letto la tua opera prima Mizrach yareach (Oriente luna), uscita di recente, ma prima di entrare nel merito del libro, vorremo sapere qualcosa di te.
Sono cresciuto in un ambiente osservante, da genitori yemeniti. Ho frequentato prevalentemente scuole religiose, per lo più di stampo sionista ashkenazita. Però quel modo di intendere la religione era molto diverso da quello che vivevo in casa. Gli yemeniti sono di solito molto osservanti ma con una grande naturalezza e in armonia con la vita, non è una religiosità dicotomica, fatta di sì e no, di bianco e nero. In un certo senso è difficile scorgere dove finisce il mondo e dove comincia la religione. Nelle scuole dove ho studiato, invece, l’approccio era differente, c’era il permesso e il vietato, e si può dire che tutto il mondo esterno fosse in un certo qual modo vietato, a partire dalla cultura laica.

Anna Linda Callow e Cosimo Nicolini Coen

 

la nuova strada delle startup

La culla della biotecnologia

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Chi vuole sviluppare un’idea, in Israele può farlo. Anche i fallimenti non sono mai considerati sconfitte, ma incentivi a ripartire in modo diverso, fondando nuove startup, in un sistema che li prevede, li vive come fisiologici e li sa gestire.
Israele continua a essere, e anzi è sempre di più una Startup Nation, la culla dell’innovazione della creatività al servizio delle nuove tecnologie, ma anche una nazione che guarda molto, più del passato, alla medicina e in generale alle scienze della vita, cercando di anticipare le richieste di una popolazione mondiale che aumenta e che parallelamente invecchia, accrescendo il proprio bisogno di cure e di servizi sempre meno legati a strutture quali gli ospedali, e sempre più alla comunicazione in remoto, all’automazione, alla medicina facile da interpretare e da gestire anche per il singolo. L’ecosistema Israele oggi è un fermento di startup: un migliaio, cui se ne aggiunge un centinaio ogni anno. Ma non solo.


Agnese Codignola, Nòva, 29 maggio 2016

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la città e la rivoluzione digitale

Tel Aviv, una vita smart

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Nei primi mesi del 2013 la municipalità di Tel Aviv è stata investita da un’ondata di indignazione social dei suoi cittadini. Come racconta Jess Fox, urbanista e giornalista di stanza a Jaffa, a scatenare le proteste il caso di una donna che si è vista portare via la macchina ingiustamente dalla polizia. Hila Ben Baruch, il nome della donna, aveva posteggiato la sua auto in un normale parcheggio fuori dal condominio dove abita, nel centro di Tel Aviv. Tutto perfettamente a norma. Dopo un paio d’ore Ben Baruch tornerà a riprendere la macchina per scoprire che era sparita, portata via dalla polizia. Al suo posto, un parcheggio per disabili dipinto di fresco. Una situazione kafkiana che ha portato la malcapitata prima a sentirsi trattare male da un operatore della municipale – che le ha detto che doveva pagare la multa, peraltro molto salata – poi a vestire i panni dell’investigatore. Per dimostrare l’accaduto, infatti, Ben Baruch è riuscita a recuperare il video di una telecamera di sorveglianza posizionata nei pressi della sua auto.

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il progetto tefen industrial park

Convivere lavorando

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L’economia come strumento per superare i conflitti sociali. È questa l’idea attorno a cui ruota il progetto del parco industriale Tefen, a nord di Israele (a una ventina di chilometri a est di Nahariya), e di altre iniziative simili portate avanti dal magnate israeliano del metallo Stef Wertheimer (la sua Iscar metalworking si è diffusa in 60 paesi nel mondo ed è entrata a far parte del gigante IMC Group). Nato in Germania nel 1926 ed emigrato nella Palestina mandataria dieci anni dopo al seguito della famiglia in fuga del nazismo, Wertheimer ha investito negli ultimi 30 anni milioni di shekel, attingendo dal proprio fondo personale, per la costruzione di parchi industriali e programmi di formazione per gli arabi in tutta Israele, nella speranza di usare la creazione di posti di lavoro per diminuire le diseguaglianze economiche e favorire la pacifica convivenza tra arabi ed ebrei. “L’idea di parchi industriali in Medio Oriente e sui confini tra Israele e i suoi vicini è di portare industrializzazione e lavoro, tenendo le persone occupate in un impiego, invece che lanciarsi nel terrorismo”, spiegava Wertheimer nel 2004. Il primo di questi parchi nonché modello per gli altri (nel 2009 è stato avviato una nei pressi di Nazareth) è quello di Tefen. Costruito nel 1982, comprende tutto, dai mezzi di trasporto alle strutture culturali e didattiche.



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dal nevada arriva burning man

Fiamme e festa nel Negev

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Tra il deserto del Nevada e quello del Negev, lungo la strada che dal Burning Man porta al Midburn, c'è una tappa obbligata: Ein Vered, moshav di un migliaio di abitanti fondato nel 1930 da ebrei sudafricani nella piana di Sharon, che oggi come allora vive di agricoltura e allevamento. A Ein Vered, in un maneggio, nel settembre del 2011 nasce la comunità dei burner israeliani. "Ci siamo incontrati in Nevada e volevamo portare in Israele lo spirito del Burning Man", racconta Sharon Avraham, 27 anni, fotografo e padrone di casa del ranch. Cinque anni dopo, Midburn - oggi un'organizzazione no profit - ha sede legale a Bat Yam (poco a sud di Tel Aviv), ma Ein Vered resta il cuore pulsante della comunità dei burner, soprattutto artisti, perché si è trasformato in un centro di aggregazione per creativi. "Qui - spiega Sharon - si lavora per costruire il Tempio, il posto più sacro dentro la città temporanea. L'art director coordina 1e attività dei 119 artisti; c'è un noleggio di costumi e abiti di scena ed è il quartier generale di Fugara", uno dei collettivi più interessanti in Israele (dal nome della figura chiave dello sciamanesimo beduino), un gruppo di artisti, designer e ma/cerche creano esperienze interattive attraverso installazioni su larga scala, usando legno e metallo, l'elettronica, la luce, il suono e il fuoco.

Fabiana Magrì, Pagina 99, 27 maggio 2016

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come È cambiato il rapporto tra i vertici di tsahal e la politica

Netanyahu a confronto con i generali

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Gli israeliani sono grandi soldati per necessità, non per militarismo. Sono pochi, circondati da nemici implacabili, basta un annuncio alla radio perché uomini e donne corrano al fronte, magari in autostop. L’ex capo di stato maggiore, l’archeologo Yigal Yadin, diceva che “in Israele un civile è un soldato con undici mesi di congedo”. La linea che separa militari e civili è da sempre sottile. C’è chi ha definito Israele “la moderna Sparta”, altri, meno benevoli, “la piccola Prussia mediorientale”. Per la posizione geografica, Israele non può affrontare una guerra di posizione e di logoramento, deve vincere subito. Deve quindi avere un esercito che vigila sempre alle spalle della leadership politica. È quindi motivo di allarme quanto ha scritto Ronen Bergman dalle colonne del New York Times, parlando di “guerra fra la destra israeliana (il governo, ndr) e i suoi soldati e spie moderati”.

Giulio Meotti, Il Foglio, 4 giugno 2016

(Nell'immagine, il Capo di Stato maggiore Gadi Eizenkot con il Primo ministro Benjamin Netanyahu)

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