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11 agosto 2016 - 7 Av 5776
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I GRANDI LIBRI DEL 5776 – ‘WRITING FOR JUSTICE’

Il segno letterario e politico del caso Mortara

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"Le arti e la letteratura, insieme alla stampa, si confermano come grandi strumenti di conoscenza e di dibattito, come già avvenuto all’epoca del caso Mortara a metà dell’800 ed è per questo che il mio nuovo studio, che parte dall’esplorazione di contesti artistico-letterari internazionali legati al caso, potrà gettare nuova luce su queste vicende, facendone comprendere aspetti assai importanti finora poco noti”. Elèna Mortara lo aveva annunciato a Daniela Gross nella grande intervista che Pagine Ebraiche le ha dedicato nell’estate del 2014 e ora Writing for Justice, la ricerca cui aveva fatto cenno allora, è infine stata pubblicata da Dartmouth College Press, uno dei più prestigiosi editori universitari statunitensi. Emerge la figura di uno scrittore e polemista d’eccezione come Victor Séjour (1817-1874), ma attraverso il suo impegno artistico e civile attorno al dramma di Edgardo Mortara, il bambino ebreo di sei anni rapito dalle guardie pontificie e quindi recluso in Vaticano, appaiono a cavallo fra le due sponde dell’Atlantico Hugo, Hatwhorne, Twain, Napoleone III, Lincoln e Garibaldi (nell’illustrazione di George Housman Thomas riprodotta nella pagina a fianco e apparsa sull’Illustrated London News nel 1849 lo si vede con il suo mitico luogotenente, il moro Andres Aguiar e con Nino Bixio). Emergono le grandi tensioni ideali e le lacerazioni che portarono al Risorgimento e all’unificazione nazionale italiana. Fu proprio Séjour (nell’immagine in questa pagina ritratto da un caricaturista dell’epoca), creolo di New Orleans espatriato a Parigi, a condurre una dura battaglia nel nome del bambino rapito e a denunciare di fronte all’opinione pubblica internazionale la mostruosità dello Stato della Chiesa. Il nuovo libro contribuisce a ravvivare l’interesse per il caso Mortara in attesa che il regista Steven Spielberg cominci la lavorazione della coproduzione coproduzione DreamWorks- Weinstein dedicata alla drammatica vicenda del bambino strappato alla famiglia e convertito al cattolicesimo. Il lavoro, come già annunciato da Pagine Ebraiche, sarà basato sulla sceneggiatura di Tony Kushner, già autore di Lincoln e Munich.

img header Un libro, questo di Elèna Mortara, che si può leggere su due livelli: è una monografia su Victor Séjour, scrittore e drammaturgo vissuto nel cuore dell’età delle emancipazioni, ma è anche una riflessione, fortemente motivata da ovvie considerazioni autobiografiche, sul caso-Mortara, qui esplorato – una volta tanto – non come episodio giuridico, ma come fonte di rappresentazione narrativa: prima che la scandalosa ingiustizia nella storia della libertà religiosa, la vicenda è restituita al mondo della fantasia creativa.
L’autrice ha preferito frapporre tra sé (la storia della sua famiglia) e la materia trattata un doppio filtro: quello della studiosa di letteratura americana e quello della intellettuale sensibile ai problemi dell’eguaglianza e della libertà.
Non poteva trovare figura-simbolo più rappresentativo. L’autore preso in esame si presenta come un modello ideale di quel binomio “esodo e rivoluzione” immortalato anni fa in un famoso saggio di Michel Walzer: non c’è in gioco, nella biografia di Victor Sèjour, soltanto l’emancipazione ebraica degli ebrei d’Europa, vista da oltreoceano, ma si affrontano nelle sue opere tutte le emancipazioni dell’epoca: delle donne, degli uomini creoli cone Séjour, scrittore nato in Louisiana, cresciuto in una famiglia francofona, poi emigrato e maturato nella Parigi del secondo Ottocento. “Trasgressore” per antonomasia, il Séjour, a suo agio solo quando era chiamato a “passare oltre i confini”. Crossing border, dice la Mortara con formula icastica.
Il caso-Mortara viene così sollevato di peso e tolto dall’alveo un po’ ristretto e puramente recriminatorio della letteratura giuridica e della storia dell’antigiudaismo ottocentesco. Il libro della Mortara si apprezza infine per la varietà dei registri stilistici, per l’agilità con la quale induce il lettore ad esaminare fonti diverse: testi narrativi, opere teatrali, stampe e incisioni d’epoca, soprattutto raffigurazioni satiriche e caricaturali, secondo il gusto francese fin de siècle. Il libro si apprezza dunque come un caso-studio, analizzato nelle sue diverse forme, anche figurative, e tanto più si ammira quanto più si riflette sul suo assunto di fondo: l’apologia della multiculturalità, la natura contagiosa del libero pensiero che agevolmente nell’Ottocento induceva gli scrittori a farsi paladini di tutte le forme di liberazione.
Un esercizio ginnico terminato nel Novecento nei rigori dei sistemi totalitari, che hanno anchilosato gli scrittori e i pittori portandoli a farsi tutti difensori della propria parte, esclusivisti e non inclusivi, privi cioè di quella solidarietà degli esclusi e degli oppressi che era la parte migliore della cultura occidentale andata mostruosamente a naufragare lungo gli scogli della Grande Guerra.

Alberto Cavaglion, storico
Pagine Ebraiche, gennaio 2016

 
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