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23 Agosto 2016 - 19 Av 5776
PAGINE EBRAICHE 24
ALEF / TAV DAVAR PILPUL

alef/tav
Roberto
Della Rocca,
rabbino
“Queste parole disse l’Eterno…con voce potente e non continuò più a parlare…” (Devarìm, 5; 19).
In ragione dell’impossibilità del popolo di ascoltare la voce divina e in anticipazione della storia futura in cui la Parola divina sarà solo letta e non sentita ” …l’Eterno scrisse (ciò che aveva detto) su due tavole di pietra…”.
 
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Dario
Calimani,
Università di Venezia
È curioso come talora la nostra ragione accecata si lasci guidare dall’ideologia. Ora abbiamo paura del burkini. Forse è il caso di guardarsi dal burka, non dal burkini. È il volto che si deve avere il coraggio di non nascondere, non il resto del corpo. Quella di nascondere il resto del corpo è una scelta su cui si può discutere, ma è una scelta lecita e incontestabile – se è libera scelta. Lo mostrano le suore, lo mostrano le donne ebree ortodosse che si coprono il capo e le braccia e non vanno certo in minigonna. È un diritto che può anche non piacere, ma è un diritto, e non mette a rischio la sicurezza dello stato. Ciò di cui forse la nostra società ha paura è invece il doversi confrontare con il crescendo apparentemente inarrestabile della diversità nelle nostre contrade. Conviene allora concentrarsi su questo punto, piuttosto che deviare l’attenzione con arzigogoli del pensiero logico.
Fa certo impressione imbattersi in una quantità inusitata di donne velate, talora plurime e al seguito di un solo uomo. Ci si dovrà abituare. E dovremo, invece, non tanto proibire la diversità, ma interrogarci su quali siano i modi migliori per non rinunciare alla nostra stessa diversa identità, e per confermarla e rafforzarla, se possibile. Se ne saremo capaci, e se sapremo fare le scelte giuste.
 
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  davar
IL RITORNO DI SAFRAN FOER - pagine ebraiche
Eccomi, ogni cosa è sfrontata

Grande spazio oggi, sui principali quotidiani italiani, per il ritorno nelle librerie di Jonathan Safran Foer. Grande l'attesa per Eccomi, il suo nuovo lavoro pubblicato da Guanda che sarà in libreria il prossimo lunedì 29 agosto e di cui Pagine Ebraiche di questo mese ha già anticipato i temi e i principali spunti di riflessione.



Il nostro orizzonte è lontano, talvolta incerto. Eppure è anche terribilmente vicino, lo possiamo raggiungere con le mani. E a volte ci opprime. Perché l’orizzonte ebraico non è mai la prospettiva dell’isolamento volontario, ma prende il nome della prima aggregazione sociale, la famiglia. E ci parla di famiglia, ancora di famiglia, forse sempre di quella a lui vicina, forse di quella di tutti noi, forse della grande famiglia allargata in cui sono immersi insieme i destini di tutti coloro che con l’identità ebraica coltivano un legame, il nuovo grande romanzo di Jonathan Safran Foer che attende il lettore italiano al rientro dalle vacanze.
Tutto lascia pensare che quando entrerà nelle librerie italiane il prossimo 29 agosto, gli italiani reduci dall’ultimo fine settimana del grande esodo dalle città e ancora desiderosi di quel ristoro che solo la letteratura è capace di donare si troveranno a un avvenimento. Jonathan Safran Foer, il giovanissimo enfant prodige che aveva fatto sognare la generazione di un mondo intero con il suo memorabile Ogni cosa è illuminata, poi ancora con la felice riduzione cinematografica della sua stessa opera prima, poi ancora per il suo impegno civile e sociale nel raccontare i dilemmi del mondo occidentale di fronte al terrorismo e allo sfacelo ambientale dell’alimentazione massificata e alla crudeltà dei mattatoi, ha atteso dieci lunghi anni di silenzio prima di riprendere la parola. Un divario temporale enorme, per un giovane, geniale scrittore. Proprio il tempo per domandarsi se alle prime straordinarie opere uscite di getto dalla prima età consapevole sarebbe seguito qualcosa di proporzionato, oppure, come talvolta avviene, se il genio di una volta non si sarebbe stemperato, dissolto nella banalità della riproduzione di se stessi e delle proprie maniere narrative, ridotto al solo desiderio frustrato di mantenersi all’altezza della propria fama. Con il suo Eccomi, che l’editore Guanda ha il privilegio di mandare in libreria, nella sensibile versione italiana di Irene Abigail Piccinini, prima ancora della grande passerella nelle librerie anglosassoni e sui mercati di tutto il mondo, Safran Foer riesce nel piccolo miracolo di non raccontarci niente di nuovo e di sovvertire, di risvegliare in un diverso formato, di donare una dimensione ulteriore a tutto quello che già sapevamo.
C’è l’idea di essere ebrei. Lo stesso titolo non è altro che una citazione biblica e rende in una sola parola di tre sillabe tutto il dramma della risposta di Abramo chiamato dal Cielo e sconvolto nel suo ruolo di padre, lacerato, infine travolto e abbandonato nell’assumersi una responsabilità in ogni caso più grande di lui: quella del figlio, di Isacco che per primo dona al primo ebreo il primo significato di una discendenza ebraica.
C’è la famiglia, nelle vicende di famiglie a noi terribilmente vicine, divise fra un Israele perpetuamente minacciato dalla guerra e dalle catastrofi (nel romanzo l’ambientazione fantastica si spinge a prefigurare guai molto grandi in Medio Oriente) e una quotidianità nel mondo occidentale perpetuamente minacciata dall’inconsapevolezza e dalla superficialità.
C’è il passaggio obbligato, inevitabile, necessario e al tempo stesso insopportabile attraverso i legami della famiglia e del clan.
C’è il sesso, la morte, la passione, il disgusto, l’esasperazione, il riso, la speranza. E più di tutto c’è quello che forse ci aiuta a sopravvivere, ad assumerci con una certa leggerezza responsabilità schiaccianti, ad accettare il nostro destino: quel senso dello spirito, quella capacità di vedere i fatti e le situazioni dall’esterno e al tempo stesso dall’interno, di ironizzare, di ridere, che secondo resta la pietra angolare del senso dello spirito, della capacità di ridere anche delle tragedie, di tollerare le infinite differenze, le situazioni e le persone che non ci è dato comprendere con l’intelletto.
Forse è proprio il nostro senso dello spirito quello che ci fa sopportare la nostra sofferenze e che ci fa sopportare la nostra capacità di far soffrire, consapevolmente o inconsapevolmente, gli altri. Non è necessario svelare molto di più di un romanzo poderoso (oltre 660 pagine, che i curatori italiani hanno dotato di un opportuno e ricco glossario delle terminologie ebraiche e yiddish trascinate nel fiume del racconto). Basti dire che ci attende un libro comunque importante, sul quale sarà necessario tornare ancora più volte e a più voci, e anche controverso. Forse il libro di una nuova generazione che attendeva l’arrivo del proprio turno per prendere il posto di quella classe di lettori inevitabilmente segnata dal Lamento di Portnoy di Philip Roth. Proprio di Roth, Safran Foer ricorda a suo modo e senza mai piegarsi agli stereotipi di un identitarismo ebraico americano manierato, non solo la vivacità, l’oscuro lato di sofferenza che si nasconde dietro un senso dell’umorismo incontenibile, ma anche e soprattutto la sfrontatezza, l’impudicizia di dire al lettore: adesso parliamo di noi e di quello che è vero per noi. E ridiamoci sopra per poter andare avanti. Proprio come Roth, Safran Foer pretende a suo modo di chiamare ogni cosa con il proprio nome senza spiegare nulla. Perché l’identità e la memoria, in definitiva, così come la letteratura, sono solo un sistema per rimettere le idee in ordine.

Guido Vitale, Pagine Ebraiche agosto 2016
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il ritorno di safran foer - pagine ebraiche
Ogni cosa
è ancora illuminata 
Piccoli occhiali tondi sul naso, una ricca collezione di camicie a quadri e quadretti, sguardo meditabondo, battaglie ecologiste, una discreta spocchia. Jonathan Safran Foer, giovane e schiva star della letteratura contemporanea, incarna in modo ineccepibile l’esempio massimo di hipster newyorkese – pardon, di Brooklyn. Autore nel 2002 del best seller Ogni cosa è illuminata all’età di soli 25 anni, seguito tre anni dopo dall’altrettanto acclamato Molto forte, incredibilmente vicino, e poi per 11 anni più di nessun romanzo ma solo di Se niente importa, un saggio sulla realtà degli allevamenti americani che ha fatto diventare vegetariano mezzo mondo, e qualche altra stravagante opera, sulla sua carriera le idee dei critici e del pubblico sono generalmente molto chiare, molto in positivo o molto in negativo. Qualcuno vede in lui una figura geniale, faro di una nuova generazione di giovani letterati che si affranca dagli standard del secolo scorso e trova nuovi strumenti espressivi innovativi e post-moderni. Qualcuno invece pensa che al contrario sia un abbaglio, uno che si crede il nuovo Philip Roth senza essere Philip Roth, nettamente sopravvalutato. Quanto alla sua persona, quello che invece in pochi apparentemente si sono chiesti è se questa sua figura di quasi quarantenne dalla vita in modo tanto perfettamente e ostentatamente radical chic da sembrare quasi irreale sia autentica o un personaggio raffinatamente costruito.

Francesca Matalon, Pagine Ebraiche agosto 2016
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L'OMAGGIO DI ISRAELE A UN GRANDE FIORENTINO
Renato Fantoni tra i Giusti
Intellettuale, partigiano, esponente di spicco del partito liberale che rappresentò nella prima giunta comunale nella Firenze del dopoguerra. E, da qualche ora, anche eroe del popolo ebraico e dello Stato di Israele con il titolo di “Giusto tra le nazioni”. Lieto fine per la pratica avviata nel dicembre 2014 allo Yad Vashem per rendere omaggio a una figura un po’ dimenticata della politica toscana e nazionale: Renato Fantoni (1894-1954). Una vicenda in cui significativo è stato il ruolo del giornale dell’ebraismo italiano Pagine Ebraiche nel recuperare e ricomporre i diversi tasselli, oggi messo in evidenza sulle pagine fiorentine del Corriere.
Noto fino a due anni fa era l’impegno di Fantoni, cui è intitolata la via della stazione ferroviaria di Rifredi, nella Resistenza e nella costruzione di una nuova coscienza democratica dopo l’incubo nazifascista, sconosciuta invece l’azione di salvataggio intrapresa, in piena occupazione tedesca, nei confronti di un illustre collega di partito che disperatamente cercava di sfuggire agli aguzzini: l’ebreo Eugenio Artom, che Fantoni nascose per alcuni giorni a Pian del Mugnone insieme alla moglie, Giuliana Treves, e al maggiordomo Amedeo.

(Nelle immagini le prime ricostruzioni inedite apparse sul nostro mensile nel 2014, un primo piano di Renato Fantoni)
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dafdaf agosto 2016
Coro, rivoluzione a Venezia 
Continua a Venezia la ricchissima programmazione di incontri, convegni e mostre, occasione di studio e approfondimento per ricordare il cinquecentenario dall’istituzione del ghetto e sullo stesso tema il giornale ebraico dei bambini DafDaf propone – nel numero di agosto – una riflessione in chiave musicale. Maria Teresa Milano, ebraista e musicologa, nella sua rubrica mensile “musica, Maestra!” presenta ai giovani lettori la figura di Leone Modena, “vero portento della musica”.


"Egregi rabbini, siamo qui riuniti per discutere una questione della massima importanza. Sono giunte lamentele in merito all’istituzione di un coro nella sinagoga di Ferrara a opera dell’illustre rabbino Yehuda Arieh Leon Modena e spetta a codesta assemblea rabbinica di Venezia decidere se tale coro continuerà a vivere o se dovrà essere sciolto”.
Quello sì che fu un giorno difficile, segnato da discussioni animate e io, Leone Modena, nato nel ghetto di Venezia il 23 aprile 1571, un bambino prodigio che aveva trascorso anni e anni chino sui libri in compagnia dei più grandi maestri, un uomo di fede che aveva dedicato una parte importante della propria vita a scrivere saggi, trattati e testi profani, io Leone Modena, un vero portento della musica, con una bella voce da tenore e capacità nella danza… proprio io, me ne stavo lì con timore reverenziale ad attendere il verdetto dell’Assemblea Rabbinica.
Ma quanto clamore per un coro! E sì che per molti secoli la musica ebraica era stata monodica, ovvero a una sola voce, ma io ero convinto che i tempi fossero ormai maturi per nuove espressioni e così nel 1605 avevo fondato un coro che cantava a sei e a otto voci. A parer mio se un individuo possiede una bella voce ha il diritto di esercitarla nel miglior modo possibile per la gloria di Dio. E poi ero affascinato dalla musica rinascimentale, dalla magia della polifonia e non ero certo l’unico. A Praga proprio in quegli anni la bella sinagoga Maisel si era dotata di un organo e di una piccola orchestra che ogni venerdì sera accoglieva l’arrivo dello shabbat e ogni comunità nella bella città ceca aveva il proprio coro, con cui spesso si esibivano anche cantanti professionisti.
Io vivevo nel ghetto di Venezia, un recinto chiuso in cui l’arte e la musica riuscivano a dare vita a infiniti spazi di creatività; c’erano un teatro di cui io stesso incoraggiai l’apertura e, cosa per me più importante, nel 1628, nacque l’Accademia di musica, in cui si cantava due volte alla settimana, la sera. Io ero quel che all’epoca veniva definito Maestro di Cappella. Purtroppo la peste due anni dopo si portò via molti membri dell’Accademia e come potete immaginare il mio bel progetto subì un duro colpo. I primi anni del 1600 furono davvero anni d’oro per gli ebrei musicisti: Abramo dell’Arpa e il nipote Abramino erano strumentisti talentuosi, mentre Issachino Massarano suonava il liuto, cantava da soprano e insegnava musica e danza. E poi c’era lui, il grande Salomone Rossi, musicista di corte che aveva già composto canzonette e madrigali e nel 1623 pubblicò a Venezia la sua raccolta di trentatre brani per solisti e coro, comprendenti salmi, inni e preghiere per le feste con il titolo di Hashirim Asher Lishlomo, i canti di Salomone.
Insomma, la rivoluzione della musica sinagogale italiana era cominciata e avrebbe poco alla volta toccato molte altre comunità ebraiche in tutta Europa, che amavano molto questo modo di cantare “all’italiana”. In ogni città si diffuse la febbre corale e devo dire con orgoglio, che fummo proprio noi, Salomone e io, ebrei del ghetto, ad accendere questa scintilla.

Maria Teresa Milano, DafDaf 71, agosto
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pilpul
Noi, Ventotene e l'identità
Fino a che punto, e in che modo, è giusto associare l’origine di una persona con la sua eredità intellettuale? Se io nasco ebreo, e magari vengo sommariamente educato secondo i principi della tradizione, penserò effettivamente da ebreo? Ci ho riflettuto nei giorni che hanno messo Ventotene al centro della scena: Eugenio Colorni, sua moglie Ursula Hirschman, e poi gli altri detenuti ebrei sull’isola di Santo Stefano, tra i quali Umberto Terracini, presidente dell’Assemblea Costituente. Oppure i fratelli Carlo e Nello Rosselli, emigrati e poi trucidati in Francia. Nel sogno federalista di Altiero Spinelli, Ernesto Rossi e dello stesso Colorni, possiamo rintracciare una matrice culturale anche ebraica oppure questa genesi deve prima essere certificata dalla lettera del Manifesto?

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas
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