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6 ottobre 2016 - 4 Tishri 5776
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VERSO YOM KIPPUR

Dalla risposta alla responsabilità

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C’è una sorprendente analogia linguistica fra Yom Kippur e Pessach. Per entrambe le feste la Torah adopera la stessa radice ‘anah che significa “essere afflitti”. La Matzah è chiamata lechem ‘oni, lachmà ‘anyà in aramaico, ovvero “pane dell’afflizione”. Anche a proposito del digiuno di Yom Kippur cinque volte la Torah scrive we’innitem et nafshoteykhem, “affliggerete le vostre anime”. Sappiamo peraltro che questo verbo ha anche un altro significato: rispondere. E parlando del lechem ‘oni i nostri Maestri dicevano che la Matzah è un pane she- ‘onim ‘alaw devarim harbeh, “sul quale si danno molte risposte”. Se applichiamo lo stesso gioco di significati a Yom Kippur, l’ingiunzione del digiuno assumerebbe un sapore tutto particolare. Con un minimo di ardimento grammaticale potremmo reinterpretarla: “mettete le vostre anime in condizione di rispondere”! Di chi? Di se stesse, naturalmente.

Nell'immagine il quadro "Le shofar" di Marc Chagall, 1911, Centre Pompidou.

Alberto Moshe Somekh, rabbino

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ORIZZONTI

Un dizionario per l’Yiddish del XXI secolo

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Oltre 800 pagine, 50mila voci, 30mila sotto-voci, per un’opera che non conosce pari negli ultimi 50 anni: un nuovo dizionario inglese-yiddish. Il volume è uscito lo scorso giugno per la Indiana University Press (copyright della Yiddish League). A curarlo, la giornalista e poeta Gitl Schaechter-Viswanath (nell'immagine) e Paul Glasser, già rettore dello YIVO Institute for Jewish Research, uno dei più importanti centri depositari della cultura, tradizioni e folklore di quella che fu la lingua ebraica dell’Est Europa, parlata prima della Seconda Guerra Mondiale da 11 milioni di persone. Un mondo quasi interamente spazzato via dalla Shoah, oggi rappresentato da alcune centinaia di migliaia di ebrei prevalentemente haredim negli Stati Uniti e in Israele, oltre a studiosi, appassionati, persone che scelgono di tramandare la conoscenza dell’idioma che prende a prestito molto dal tedesco e si scrive in lettere ebraiche per custodire gelosamente il proprio retaggio familiare.

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ORIZZONTI  

L'Europa respinga
gli antichi fantasmi 

Solo una macabra farsa: questo era il referendum ungherese contro gli stranieri e contro "i diktat" di Bruxelles fortemente voluto dal premier Viktor Orbàn. E tale si è rivelato. II popolo cui amano fare appello piccoli e grandi dittatori questa volta ha preferito tacere. Forse ha fiutato l'inganno e ha evitato di acclamare l'uomo forte di Budapest. Ma il danno resta per l'immagine di quel Paese e per il destino futuro dell'Europa. La grande speranza si è rivelata una fugace illusione: avevamo creduto che la caduta del Muro di Berlino se non proprio la "fine della storia" avesse, almeno in Europa, segnato la fine dell'età dei muri e dei reticolati di filo spinato. E invece sta accadendo esattamente il contrario. Quella che una volta tra ammirazione e sospetto veniva chiamata Mitteleuropa sembra tornata preda di antichi fantasmi e di pulsioni identitarie nell'illusione di trovare risposte alle sfide del mondo globale in una inattuale autarchia economica e spirituale. I governanti dei Paesi dell'Est Europa capeggiati proprio da Orbán credono possibile dare risposta alla sfida planetaria rappresentata dalla migrazione di popolazioni in fuga dalle guerre del Medio Oriente, o dalla miseria del continente africano, ricostruendo quella che, per più di mezzo secolo, era stata causa delle loro sofferenze: una nuova cortina di ferro.

Angelo Bolaffi, La Repubblica
3 ottobre 2016


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ORIZZONTI 

Shimon Peres, il più saggio dei nostri ultimi sognatori

L’uomo è un mendicante quando pensa e un principe quando sogna». Non so se Shimon Peres coltivasse la poesia di Hölderlin. E l'accostamento può apparire incongruo fra il poeta svevo posseduto dagli dei greci, e l'eroe della Haganah, nato nelle foreste della Polonia e ossessionato, fino alla fine, dallo spettro della distruzione degli ebrei. Eppure, è questa la frase che ho in mente, la mattina del 3o settembre, mentre i suoi amici, giunti dal mondo intero, si accalcano attorno alla piccola tomba dove sarà sepolto l'ultimo pioniere di Israele. È probabilmente la parola «principe» che mi lega a quel verso. È il profumo di funerali principeschi che aleggia nell'area riservata ai più grandi dirigenti del Paese nel cimitero sul Monte Herzl. Ed è lo spettacolo di tutte le teste coronate e di tutti i capi di Stato, è l'immagine di tutti gli Obama, Hollande, re di Spagna e d'Inghilterra che vedo lì, in raccoglimento attorno alla sua salma e che, già quando era in vita, che avesse o meno il potere, da tempo avevano preso l'abitudine di trattarlo come il più saggio e il più nobile fra loro: aveva una grazia misteriosa che portava a rivolgersi a lui, chiamandolo ormai solo «Shimon», con la deferenza del discepolo che interroga il suo rabbino.


Bernard-Henri Lévy, Corriere della Sera
5 ottobre 2016


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Shir Shishi - una poesia per erev shabbat

Yom Kippur

img headerIn molte comunità di rito sefardita e italiano e, negli ultimi anni anche ashkenazita, prima della preghiera con cui si termina Yom Kippur, è usanza cantare il piyyut, “El nora Alila”, Dio delle terribili imprese, composto dal poeta medioevale spagnolo Moses Ibn Ezra, nato nel 1070 a Granada, da una importante e ricca famiglia e morto in solitudine e povertà (probabilmente nel 1138), a Toledo, città, dove aveva trovato rifugio dalle angherie dei musulmani. Filosofo, linguista e teorico della poesia in giudeo-arabo, indicò regole e modalità di composizione di una bella lirica nella sua opera “Il libro degli studi e delle discussioni”.
Il piyyut per la chiusura (in ebraico Neila) del digiuno supplica Iddio a concedere il perdono a tutto il popolo di Israele e sollecita l’Onnipotente a portare la salvezza e la redenzione ai figli di Abramo. In una lettura verticale delle lettere iniziali in ebraico di alcune righe, si crea l’acrostico: Moshe Hazak, ovvero “Mosè forte”. All’assemblea raccolta nella sinagoga piace questo piyyut e la gente in preghiera, immersa nella profonda spiritualità della fine del Kippur, lo canta con emozione, insieme al rabbino o al cantore.
 
O Dio ammirabile nel creato, concedi a noi il perdono,
in questo momento della Neila.

Il popolo “poco numeroso” innalza verso di Te lo sguardo con venerazione, Ti esalta,
in questo momento della Neila.

Con l’effusione dell’anime si presenta a Te, cancella ogni colpa, concedi il perdono,
in questo momento della Neila.

Sii il suo protettore, allontana ogni disgrazia, decreta per il popolo prospero avvenire,
in questo momento della Neila.

Grazia ed indulgenza verso di noi, esercita severa giustizia contro i persecutori,
in questo momento della Neila.

Ricorda i meriti dei patriarchi e rinnova per i figli un passato di gloria eterna,
in questo momento della Neila.

Destinaci un anno di grazia, riconduci l’avanzo del Tuo gregge alla città santa,
in questo momento della Neila.

Possiate meritare vita lunga e felice, i figli insieme ai padri con gioia ed allegria, tale è l’augurio,
in questo momento della Neila.

Arcangeli delle superne sfere, e voi o profeti, cantate il termine del nostro martirio e la splendida resurrezione,
in questo momento della Neila.


Sarah Kaminski, Università di Torino

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