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13 ottobre 2016 - 11 Tishri 5777
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Ritratto dell’Islam di Francia
tra integrazione e radicalismi

img headerChi sono i musulmani francesi? Quale rapporto hanno con la loro religione? Quali sono le credenze condivise dalla maggioranza? Dopo un anno difficile segnato dalla violenza fondamentalista e con un'elezione cruciale alle porte, sono domande nella testa di tutti i francesi e al centro del dibattito politico, sempre più concentrato sulla creazione di un “Islam di Francia”. A cercare di dare una risposta in qualche modo basata su dati reali, è stato il think-tank Institut Montaigne, che ha pubblicato un sondaggio intitolato “Un Islam francese è possibile”, a cura di Hakim El Karoui, in queste settimane al centro del dibattito. A far discutere è di certo la proposta di alcune linee guida per la creazione di tale Islam francese, ma soprattutto la rivelazione stessa di alcuni dati sociologici sulla realtà islamica del paese. Si tratta di una delle rarissime fotografie disponibili, dal momento che le indagini sociologiche su base etnica o religiosa sono vietate per legge. Il ricercatore El Karoui ha dunque aggirato l'ostacolo, svelando innanzi tutto che i musulmani sarebbero meno del previsto – 3-4 milioni invece che 5-7 milioni –, molto giovani – l'età media è di 35,8 anni – e spaccati tra una maggioranza che desidera vivere nel rispetto delle leggi della République e un gruppo più piccolo che invece si può definire fondamentalista, che non vede questa conciliazione possibile e che numericamente non è trascurabile, poiché tocca il 28 percento, con picchi del 50 tra i giovanissimi. Su questo si è naturalmente concentrato il dibattito sulle pagine dei giornali, ma prima ancora di dividersi su quali siano i risvolti di questo dato, la constatazione dell'importanza della pubblicazione dello studio da parte dell'Institut Montaigne trova tutti i commentatori pressoché unanimi.

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Il sociologo: "Così dall’antisemitismo
si arriva al terrorismo"

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Ha scritto Paolo Mieli in un editoriale pubblicato sulla prima pagina del Corriere della Sera negli scorsi giorni: “Alle solite. L’emozione mediatica per l’uccisione, domenica, da parte di un palestinese di due cittadini di Gerusalemme (una donna e un poliziotto) è stata pressoché nulla. Come se ci si fosse trovati al cospetto di un non evento. Eppure si trattava di un accadimento doloroso ma simile a tanti altri che di trepidazione ne hanno provocata molta” si legge nell’articolo. “Un po’ quel che accade sempre più spesso in Europa e negli Stati Uniti dove ultras islamisti muovono all’attacco di cittadini inermi, colpevoli solo di trovarsi lì per caso. Solo che se questi cittadini sono ebrei, la pietà generale si fa più tenue”, nota ancora il giornalista, già due volte direttore della testata.
È proprio analizzando questa incongruenza, che lo studioso Shmuel Trigano, professore emerito di sociologia all’Università di Parigi, spiega come gli attacchi terroristici che hanno trafitto la Francia nell’ultimo anno arrivino dopo, e siano la diretta conseguenza, di un decennio e oltre di aggressioni contro la sua comunità ebraica. Aggressioni spesso ignorate, minimizzate, in qualche modo giustificate alla luce di una presunta correlazione con gli accadimenti in Medio Oriente, in un crescendo di violenza impunita e maggiormente organizzata che è arrivata infine a partorire anche Charlie Hebdo e Nizza.

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I presunti meriti dei buoni e il diverso peso dei morti 

Alle solite. L’emozione mediatica per l’uccisione, domenica, da parte di un palestinese di due cittadini di Gerusalemme (una donna e un poliziotto) è stata pressoché nulla. Come se ci si fosse trovati al cospetto di un non evento. Eppure si trattava di un accadimento doloroso ma simile a tanti altri che di trepidazione ne hanno provocata molta. Davide Frattini, su queste pagine, ha opportunamente messo in risalto che l’uccisore non era un palestinese qualsiasi, bensì un aderente al gruppo fondamentalista Murabitun, formazione che, nell’intento di «proteggere» la moschea di Al Aqsa, incita a sparare nel mucchio. Un po’ quel che accade sempre più spesso in Europa e negli Stati Uniti dove ultras islamisti muovono all’attacco di cittadini inermi, colpevoli solo di trovarsi lì per caso. Solo che se questi cittadini sono ebrei, la pietà generale si fa più tenue. Invece di ebrei, stavolta avremmo potuto scrivere «israeliani», mettendo l’accaduto — per le vie subliminali — sul conto di Benjamin Netanyahu. Ma la verità è che da anni ad entrare nel mirino degli jihadisti sono ormai quasi esclusivamente degli ebrei per nessun motivo riconducibili al primo ministro israeliano. E — come fu evidente nel gennaio 2015 quando Amedy Coulibaly ne uccise quattro all’ipermercato kosher di Parigi nelle stesse ore in cui i fratelli Kouachi compivano la strage nella redazione di «Charlie Hebdo» — l’allarme e lo struggimento per le loro morti è meno evidente di quello suscitato dalle uccisioni di altre persone.

Paolo Mieli, Il Corriere della Sera
11 ottobre 2016


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Quindicimila islamici schedati in Francia 

Sono più di 15 mila gli islamici residenti in Francia che, potenzialmente, possono rappresentare una minaccia per lo Stato, trasformandosi in terroristi. Tutti «schedati» nello speciale dossier contrassegnato con l’acronimo Fsprt, creato nel marzo 2015 dopo l’attacco alla redazione del settimanale satirico Charlie Hebdo. E reso ancora più necessario dopo il massacro di novembre al Bataclan di Parigi e la strage del 14 luglio scorso sulla promenade Des Anglais di Nizza. Il lungo elenco, di cui si è saputo dal «Journal du dimanche», è il frutto di una duplice azione: da un lato il lavoro di intelligence dei «servizi» e dall’altro le segnalazioni giunte da numerosi cittadini, soprattutto attraverso il numero verde legato al centro nazionale per l’assistenza e la prevenzione della radicalizzazione (Cnapr). Include dati personali e mostra anche le possibili connessioni tra individui identificati, e le loro posizioni. È accessibile soltanto a una cerchia ristretta di funzionari autorizzati, appartenenti alle unità impegnate nella lotta al terrorismo. Ed è aggiornato di mese in mese grazie a informazioni raccolte sul campo e alle chiamate ricevute sulla piattaforma di reporting. Ci sono madri che preferiscono vedere il loro figlio in carcere piuttosto che i n Siria a combattere per l’Isis. A nomi che escono dal dossier, dopo approfondimenti su abitudini e legami, corrispondono nuovi ingressi, quasi in misura eguale. Sono circa 4 mila i soggetti ritenuti più pericolosi, sospetti che potrebbero colpire in qualsiasi zona del Paese.

Gianni Micaletto e Lorenza Rapini
La Stampa, 11 ottobre 2016


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Shir Shishi - una poesia per erev shabbat

Shlomit costruisce una capanna

img headerAlla chiusura di Yom Kippur, dopo la tefillat Ne’ila, il suono dello shofar si rompe il digiuno e si pianta il primo yated (palo) della capanna di Sukkot. Come scrive rav Gianfranco Di Segni, anche la festa di Sukkot rappresenta spirito e materia in un modo indiscernibile e infatti la tradizione descrive il tetto della dimora temporanea ed estremamente ecologica, costruita a cielo aperto, come una copertura di frasche verdi o di nuvole del firmamento. Tutti sono benvenuti nella sukkah, i nostri Padri e le nostre Madri, i profeti, i parenti e gli amici. Per Naomi Shemer l’invito include tutto il vicinato, perché la bambina Shlomit trasforma la sua capanna in una struttura priva di barriere, in un luogo di pace e di accoglienza per tutti senza alcuna esclusione. La canzone di Shlomit, la bambina della pace, è la più cantata in Israele durante gli otto giorni della Festa. La intonano i bimbi, i genitori, i cori, i cantanti famosi e chiunque sappia fischiettare la melodia orecchiabile scritta sempre dalla Shemer nel 1971.
Hag Sameach a tutti!

Shlomit costruisce una capanna
luminosa e verdeggiante,
per questo oggi è così indaffarata.
Ma non è solo una capanna
luminosa e verdeggiante.
Shlomit costruisce una capanna di pace.

Non scorderà di porvi
lulav e rami di mirto,
una fronda verde di salice,
un melograno in mezzo alle foglie
e tutti i frutti autunnali
dalla fragranza di giardini remoti.
 
E quando Shlomit dirà:
Guardate, è finita!
Qualcosa di meraviglioso accadrà:
arriveranno i vicini
e saranno tanti
ma ci sarà spazio per tutti.

E allora tra le frasche
brillerà una stella lucente quanto un diamante.
Shalom capanna delle meraviglie!
“Com’è bello e piacevole”;
Shlomit ha costruito una capanna di pace.


Sarah Kaminski, Università di Torino

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