Società
(Dis)integrazione
Un
paio d'anni fa, nel novembre del 2014, monsignor Luigi Bressan, appena
eletto presidente della Caritas, confessò di non amare il termine.
«Dico no all'integrazione se significa eliminare la cultura degli altri
e costringerli ad adottare la nostra. Meglio semmai la coesione, la
reciprocità, un patto sulle relazioni umane». Una presa di posizione
significativa quella dell'arcivescovo emerito di Trento, se si tiene
conto dell'importanza della Caritas nelle politiche dell'accoglienza e
nella lotta alle povertà. In alcune recenti conferenze, Michela Murgia
si è schierata contro l'integrazione: il termine presenta una
inquietante vicinanza a «integro» e a «integralismo» e trasmetterebbe
l'idea di una società di per sé compatta, priva di faglie, minacciata
dall'arrivo di migranti e soggetti «altri» che ne metterebbero in
pericolo l'integrità. «Non uso il termine integrazione», ha dichiarato
la scrittrice sarda. Anche sul fronte anti immigrazione, l'integrazione
non gode, e per ragioni molto diverse, di grandi simpatie. Intesa in
genere come necessaria assimilazione dello straniero alle leggi, alle
abitudini, alla cultura degli autoctoni, l'integrazione, riferita al
mondo islamico, è spesso ritenuta irrealizzabile. «Integrazione sogno
impossibile» titolava sul sito web del "Giornale" un editoriale di
Vittorio Feltri dopo gli attentati di Tunisi e Lione dell'estate 2015.
L'islam vuole solo ucciderci. Non possiamo più credere che europei e
arabi possano amalgamarsi».
Adriano Favole, Corriere La Lettura
31 dicembre 2016
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