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5 gennaio 2017 - 7 Tevet 5777
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orizzonti

‘Buona scivolata nel 2017’: se i tedeschi
si augurano buon anno in yiddish 

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“Buona scivolata”. È questo il curioso augurio che si scambiano i tedeschi per celebrare l’inizio dell’anno nuovo. Alcuni lo attribuiscono a una certa superstizione legata alla tipica condizione delle strade di Germania a fine dicembre: con ghiaccio e neve dappertutto il rischio di scivolare non manca, e augurandoselo, per una sorta di legge del contrappasso, non accadrà. Altri linguisti tuttavia avanzano una spiegazione diversa: che la parola “rutsch”, scivolata appunto, suoni in fondo molto simile all’ebraica “rosh”, testa, che come in italiano indica anche il capodanno (Rosh HaShanah). “Ma i tedeschi il 31 dicembre si augurano Shanah Tovah?” si è così chiesto Cnaan Liphshiz, corrispondente europeo della Jewish Telegraphic Agency.
“Molti sostengono che ‘guten rutsch’ sia uno delle centinaia di esempi di influenza sulle lingue germaniche del loro cugino di ceppo semita yiddish - spiega - Chi sostiene che ‘rutsch’ sia una deformazione di ‘rosh’ fa in parte affidamento sul fatto che il modo di dire sia relativamente nuovo, essendo stato documentato per la prima volta nel 1900 circa, e questo è compatibile  con la teoria dell’origine yiddish perché la fine dell’Ottocento è stato un periodo di relativa apertura e reciproco influsso tra la cultura ebraica e tedesca in seguito al movimento dell’Haskalah (Illuminismo ebraico)”.

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orizzonti

Il messaggio dei nuovi carnefici

img headerLe ultime notizie parlano di violenza profonda, di non rispetto della vita degli altri. Qualcuno sostiene – secondo me non a torto – che il corpo degli altri è tornato ad essere un oggetto violabile a piacimento. La tortura secondo costoro - per esempio Donatella Di Cesare che nel suo Tortura (Bollati Boringhieri) ne scrive con molta intelligenza puntuta - anche per questo motivo vivrebbe una nuova stagione di successo. Molti ritengono che la memoria sia stata azzerata, e che a Aleppo, o nei molti luoghi della morte di massa che negli ultimi anni hanno dato forma alla geografia della violenza - nelle molte città dei conflitti di religione, ma anche lungo i molti punti acqua che dividono l’Europa dai luoghi della persecuzione o lungo i molti muri del nostro tempo - sia stata perduta la scommessa di uscire dal secolo dei genocidi. La mia convinzione è che non solo quel secolo non l’abbiamo mai abbandonato ma che sotto molti aspetti ci siamo con entusiasmo iscritti a un nuovo ciclo di “violazione del corpo degli altri”. “Chi ha memoria è in grado di vivere nella fragilità del tempo presente. Chi non ce l’ha non vive da nessuna parte”. Così dice Patrizio Guzmán, regista cileno, in un suo film – Nostalgia della luce - a proposito dei desaparecidos e dei loro famigliari che li cercano, senza mai smettere di chiedere ai responsabili di quelle sparizioni. Non si ha memoria. Ci si costruisce memoria. La memoria non è un fatto. È un atto, un atto concreto, vivo, tangibile. Memoria non è un oggetto. È una deliberazione, fatta d’insistenza, e anche di orgoglio. In tempi recenti soprattutto, sembra l’effetto di un’ostinazione.

David Bidussa, storico sociale delle idee

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Società  

(Dis)integrazione

Un paio d'anni fa, nel novembre del 2014, monsignor Luigi Bressan, appena eletto presidente della Caritas, confessò di non amare il termine. «Dico no all'integrazione se significa eliminare la cultura degli altri e costringerli ad adottare la nostra. Meglio semmai la coesione, la reciprocità, un patto sulle relazioni umane». Una presa di posizione significativa quella dell'arcivescovo emerito di Trento, se si tiene conto dell'importanza della Caritas nelle politiche dell'accoglienza e nella lotta alle povertà. In alcune recenti conferenze, Michela Murgia si è schierata contro l'integrazione: il termine presenta una inquietante vicinanza a «integro» e a «integralismo» e trasmetterebbe l'idea di una società di per sé compatta, priva di faglie, minacciata dall'arrivo di migranti e soggetti «altri» che ne metterebbero in pericolo l'integrità. «Non uso il termine integrazione», ha dichiarato la scrittrice sarda. Anche sul fronte anti immigrazione, l'integrazione non gode, e per ragioni molto diverse, di grandi simpatie. Intesa in genere come necessaria assimilazione dello straniero alle leggi, alle abitudini, alla cultura degli autoctoni, l'integrazione, riferita al mondo islamico, è spesso ritenuta irrealizzabile. «Integrazione sogno impossibile» titolava sul sito web del "Giornale" un editoriale di Vittorio Feltri dopo gli attentati di Tunisi e Lione dell'estate 2015. L'islam vuole solo ucciderci. Non possiamo più credere che europei e arabi possano amalgamarsi».

Adriano Favole, Corriere La Lettura
31 dicembre 2016


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Società 

Perché dobbiamo superare le reticenze sull’Islam

La ritrosia dei giornali a pubblicare i proclami e le rivendicazioni dei terroristi mi è sempre sembrata stolta. L'argomento secondo cui la pubblicazione equivarrebbe a una involontaria propaganda delle loro idee mi sembra ancora più stolto — e offensivo verso i lettori dei giornali stessi, come se questi avessero bisogno delle parafrasi dei giornalisti per capire qualcosa. Mentre non c'è nulla che possa sostituire la conoscenza diretta. E per conoscere qualcuno essenziale è sapere come parla e come scrive. Se il Mein Kampf, che oltre tutto è un libro ben anteriore alla presa del potere da parte di Hitler, fosse stato letto e commentato subito con la dovuta attenzione e scrupolo filologico, sarebbe stato molto più chiaro con chi il mondo aveva a che fare. Oggi, più che dichiarazioni del genere: «Non ci fate paura», servirebbero analisi secche e puntuali delle parole usate dai terroristi. Perciò ogni volta che leggo di «rivendicazioni delirante», la cui lettera non viene riportata, sento un'invincibile irritazione e frustrazione. Se davvero «deliri» sono, si tratta di materiale prezioso da analizzare. Freud fondò la sua teoria della paranoia sull'analisi di un singolo delirio, quello del presidente Schreber, che si manifestava in un libro di 516 pagine. Stando così le cose, è d'obbligo contentarsi di minuscole schegge che qualche giornalista osa riprodurre fra virgolette. Ma a volte anche le schegge possono essere molto eloquenti.


Roberto Calasso, Corriere della Sera, 5 gennaio 2017


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Shir shishi, una poesia per erev shabbat

Avraham Sutzkever, il poeta yiddish

img header"Lo yiddish - scrive la yiddishista Anna Linda Callow - era visto come un pericoloso concorrente per la rinascita della lingua ebraica (in Eretz Israel), fu oggetto di violente contestazioni pubbliche e boicottaggi. Nel 1927 si arrivò al punto di bocciare la proposta di istituire una cattedra di yiddish all’Università ebraica di Gerusalemme, che era stata da poco fondata”. Nell'agosto 1949, una commissione governativa decretò addirittura un divieto di presentare pièce teatrali in questa lingua. L'interesse per la ‘mame loshen’ è tornato cheto cheto con la grande immigrazione russa degli anni Ottanta, con l'interesse dell'accademia francese, americana e poi anche israeliana per una cultura che costituiva la linfa dell'ebraismo dell'Est Europa.
Tra i grandi interpreti dello scorso secolo di questa cultura, Avraham Sutzkever. Nato in Lituania nel 1913, vissuto tra la Polonia e la Russia nelle diverse fasi tragiche cha portarono alla Seconda Guerra Mondiale, fu rinchiuso nel ghetto di Vilna ma riuscì a salvarsi con la moglie. Fece parte dei gruppi partigiani e nel '44 Stalin lo potrò a Mosca con un aereo speciale e fu l'unico testimone ebreo ai processi di Norimberga. Arrivò in Israele con la moglie Frida nel '47 e dopo due anni fondò una rivista letteraria di nome "La collana d'oro". Godette di fama e grande stima e i più grandi poeti e traduttori israeliani, da Lea Goldberg, ad Avraham Shlonsky e Benjamin Harshav, che tradussero le sue liriche. Morì a Tel Aviv all'età di 97 anni, segnando con la sua dipartita la fine della produzione letteraria eccellente in yiddish.
La lingua stessa vive oggi un altro percorso, tra i centri haredi sparsi in tutto il mondo e la ricerca mescolata alla nostalgia dei dipartimenti universitari, che ci permette, anche in Italia, di comprendere la grande perdita.

Un poeta yiddish
Un degno poeta yiddish,
un uomo importante
mi appare
nel momento della divina opera della creazione e mi dice:
Ho già composto, in un momento favorevole,
l’epitaffio per la mia tomba,
sì, qui a Tel Aviv,
e tra cent’anni
voglio che sia scolpito
sulla mia lapide con la pazienza di chi sa dominarsi.
Mi dice il notaio:
no!
Se vuoi morire tranquillo,
senza nervosismo,
suona le corde dello Stradivari
usando la lingua ebraica.
Ahimè, in questo modo, da morto
attirerò una maledizione sulla mia vita!
Verrà un ebreo dall’America,
e deporrà i fiori
su qualcun altro,
e di me non si accorgerà affatto.
Dammi un consiglio, mi scoppia la testa, salvami!
E io gli risposi in modo chiaro:
è ormai tempo di ricordare
che a un poeta yiddish è vietato morire.

Traduzione di Anna Linda Callow, 2008

Sarah Kaminski, Università di Torino

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